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Re: [nexa] la lingua batte dove il dente duole (antropomorfizzazione linguistica)
by M. Fioretti
On Sun, Oct 01, 2023 12:48:42 PM +0200, alessandro marzocchi wrote:
> Buongiorno.
> Ho trovato fra i più interessanti lo scambio ‘Biggest act of copyright theft in
> history’ ...' un filo di Arianna nel labirinto...
> ...
> la macchina ha cominciato a fare quello che per decine di migliaia
> di anni è stato esclusiva dell'uomo
o forse anche no. Se c'e' stato un filo d'Arianna da non perdere, nel
labirinto di quella discussione, e' proprio il fatto che la macchina
ha cominciato a SEMBRARE come se ecc ecc.. non a ESSERE.
> Mi pare chiaro anche che, pur diversi, macchina ed uomo a volte
> fanno la stessa cosa
a me pare che quasi sempre, quando questo accade DAVVERO, e' perche'
l'uomo si e' ridotto a una macchina, non certo il contrario.
NOI siamo esseri umani. QUELLE sono scatole parlanti, ma sempre e solo
scatole. E se anche noi FOSSIMO effettivamente solo animali, quelle
non son nemmeno animali. Ma davvero abbiamo bisogno di ricordarli,
certi punti?
Se non altro perche', come specie/societa', siamo ancora nella fase in
cui nemmeno sul significato di "uomo" siamo davvero tutti d'accordo.
Bastano dieci minuti di talk show sui migranti per ricordarselo.
Nulla di personale, ovviamente: ma posizioni come queste, sicuramente
in buona fede,
> Non sono per niente sicuro che coscienza, mente, intelligenza sono
> esclusive dell'uomo
a me fanno parecchia paura. Potrebbero diventare argomento di
discussione "sicuro" quando non ci sara' chi e' ancora sicuro che
"coscienza, mente, intelligenza" siano esclusive solo di certi tipi di
"uomo". Dargli credito prima rischia di scoppiarci in faccia.
Un problema VERO che abbiamo e' proprio che mettendo insieme
- prendere seriamente qualsiasi equivalenza fra AI e umani con
- la possibilita' da AI di "treat things that really seem like people
as if they're not people"
ci si abitua a fare il contrario, cioe' a trattare come macchine anche
cose che invece SONO persone (vedi "AI will make things worse" qui:
https://mfioretti.substack.com/p/thoughts-and-tips-on-the-state-of )
NOI siamo esseri umani gia' pieni di problemi concreti e urgenti, tipo
sintetizzare nuove generazioni di antibiotici piu' resistenti ai
superbug.
QUELLE, le AI, sono scatole parlanti che vanno sfruttate prima
possibile per risolvere QUEI problemi e nulla piu'.
Se non altro per ragioni di urgenza e di limiti delle nostre (come
specie!) capacita' di "calcolo", qualsiasi elucubrazione piu'
complessa dovremmo evitarla, pure se fosse fondata. Per favore!
Marco
https://mfioretti.substack.com
Oct. 1, 2023
Re: [nexa] la lingua batte dove il dente duole (antropomorfizzazione linguistica)
by Guido Vetere
> La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche
se iniziamo a considerare la significazione come una proprietà statistica
della parola, allora davvero ci meritiamo l'estinzione
G.
On Sun, 1 Oct 2023 at 12:49, alessandro marzocchi <alemarzoc(a)gmail.com>
wrote:
> Buongiorno.
> Ho trovato fra i più interessanti lo scambio ‘Biggest act of copyright
> theft in history’ ...' un filo di Arianna nel labirinto.
> La sostanza non cambia ma i toni si possono moderare. Per me il punto
> centrale è l'antropomorfizzazione linguistica, penso che abbiamo appena
> cominciato a girare una pagina epocale, analoga a quella avviata con la
> parola: la macchina ha cominciato a fare quello che per decine di migliaia
> di anni è stato esclusiva dell'uomo, non è la prima volta che entra in
> crisi una funzione che si riteneva esclusiva ma coscienza lingua mente
> parola pensiero ... cervello aprono una crisi delicata: siamo "la misura di
> tutte le cose"?
> Mi pare chiaro che macchina ed uomo sono diversi: per risorse energetiche,
> per "quantità" di elaborazione, per possibilità di "attuare" oppure no il
> pensiero, il quale è ciò che è in conseguenza della parola. Inoltre la
> "quantità" di elaborazione influisce anche sulle sue "qualità" e su quelle
> del suo prodotto.
> Mi pare chiaro anche che, pur diversi, macchina ed uomo a volte fanno la
> stessa cosa: gli occhiali sono una protesi a servizio della vista, il
> "cervello elettronico" può essere una protesi a servizio della mente, ad un
> certo punto il "cervello elettronico" è diventato IA, più o meno la penso
> come Giacomo ma ... (forse) il tempo è scaduto. Domando: il problema è
> evolvere dalla competizione (dentro c'è finanza, mercato, c'è la molla
> umana verso conoscenza, potere) verso la collaborazione (ad es, c'è la
> pace)? Ammesso che sia corretta questa direzione, ci vorrà molto tempo.
> Non sono per niente sicuro che coscienza, mente, intelligenza sono
> esclusive dell'uomo, in fin dei conti siamo una specie animale ed il
> cosiddetto bios è comparso nel cosmo abbastanza di recente, radicalizzando
> si può riflettere sulla materia pura senza bios ma dalla quale è emerso il
> bios, dal quale è arrivato l'animale, dal quale è arrivato l'uomo, dal
> quale è arrivata la parola.
> La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche: digitale,
> poche decine di anni fa era una pianta, ma ora è tutt'altro.
> Antropomorfizzazione linguistica è soltanto il titolo, ora c'è da svolgere
> il tema.
> Copyright e dintorni: i dialoghi (scritti) di Platone sono un’opera
> derivata (delle parole non scritte) di Socrate?
> In calce copio una lettura che ho trovato stimolante, dal Sole 24 ore di
> oggi 1 ottobre, spero che autore e/o editore non si arrabbino, ©
> RIPRODUZIONE RISERVATA
> Grazie ancora ed auguri cordiali.può essere
> Duccio (Alessandro Marzocchi)
> - - -
> PRIMA PAGINA DOMENICA
> Domenica 01 Ottobre 2023 elogio della scrittura (a mano) - Giuseppe Lupo -
> Fondamenti del sapere. In un’opera monumentale, «I custodi della memoria»,
> l’archeologo Louis Godart ricostruisce mitologie e fatti relativi
> all’invenzione della parola scritta. Un modo anche per riflettere su un
> atto solenne il cui fascino perdura anche nell’era dei tablet
> In una delle tante sale del Louvre, nel Dipartimento delle antichità
> egizie, si può ammirare la statua di un uomo accovacciato a terra, gambe
> incrociate, mani che reggono un rotolo di papiro e sguardo nel vuoto. È la
> raffigurazione dello scriba, conosciuto anche come scriba rosso, celebre
> icona di un’originale maniera d’essere al mondo: dentro il palazzo del
> potere, nel cuore della Storia, eppure in prospettiva defilata, come si
> addice a un testimone.
> Ciò che colpisce di questa scultura non è tanto il perfetto stato di
> conservazione del colore, nonostante il materiale di cui è composta, il
> calcare, risalga al III millennio a.C., quanto l’espressione degli occhi,
> quella ieratica fissità di chi sta in ascolto ed è tutto concentrato
> nell’immagazzinare informazioni, nell’inventariare dati, nel trascrivere
> numeri e parole in un luogo dal multiforme valore simbolico, poco conta se
> sia un rotolo di papiro o una tavoletta ricoperta da cera d’api o una
> pietra piatta o un foglio di carta bianca o addirittura, con un enorme
> salto nel postmoderno, un tablet. Lo scriba obbedisce a questo compito:
> trasferire la parola orale in parola scritta, tradurre (nel significato
> antico del tradere: trasmettere, affidare, tramandare, riferire,
> decodificare) la complessità congenita di un testo in maniera da fissare un
> ordine, una disciplina. «L’immobilità dello scriba è la sua libertà, la sua
> vittoria sul caos», afferma Leonardo Sinisgalli nel 1960, pensando alle
> caratteristiche dell’intellettuale nel secolo della modernità.
> Perciò scrivere è un gesto solenne, un compito che contiene il culto della
> norma (Frank Lloyd Wright definiva il poeta «disconosciuto legislatore del
> mondo»), un esercizio sacerdotale che non solo conferiva prestigio a chi lo
> praticava nelle civiltà sorte intorno al Tigri, all’Eufrate, al Nilo, ma
> restituisce a noi l’archetipo di un rito. All’origine della scrittura
> agiscono diversi elementi che implicano, da un lato, il rapporto con il
> sacro e, dall’altro, i legami con la memoria, dunque con il mito del tempo
> che passa. Louis Godart riferisce due narrazioni provenienti dall’area
> mesopotamica. La prima racconta di un essere ibrido, di nome Oannés, con il
> corpo di pesce e la testa di uomo, venuto dal mare per insegnare i segreti
> delle lettere e dei numeri agli abitanti della Terra. L’altra narra del
> sovrano di Uruk, Enmerkar, che inviò un messaggero al sovrano di Aratta con
> un lunghissimo elenco di richieste. Poiché il messaggero non riusciva a
> tenere a mente ogni cosa, Enmerkar impastò l’argilla, ne fece una tavoletta
> e sopra incise le parole che – recita la leggenda – avevano la «forma di un
> chiodo». Tra le due storie, la seconda conserva un significato di gran
> lunga più emblematico sia perché fa risalire l’invenzione della scrittura a
> una necessità umana (e non a un dono divino), sia perché postula uno degli
> argomenti di maggiore fascino in termini di analisi calligrafica.
> I filologi e i paleografi definiscono “forma dei segni” la maniera in cui
> uno scriba attribuisce un’impronta personale al carattere dell’alfabeto nel
> momento stesso in cui viene tracciato dalle sue mani. Osservare il
> movimento delle linee, analizzare il loro tortuoso tentennare o la chiarità
> del tratto, è ritenuto un metodo infallibile attraverso cui risalire alla
> paternità dell’autore. La grafia è la nostra voce, irripetibile come la
> nostra identità o i tratti somatici e, per quanto la tecnologia assicuri
> praticità, immediatezza, utilità rispetto alla scrittura a mano, a nessuno
> verrebbe in mente di rinunciare alla curva di un ghirigoro o al labirinto
> di uno scarabocchio, se è vero che proprio nella scrittura a mano è
> contenuta l’essenza geografica a cui apparteniamo.
> Per quanto mi riguarda, ho creduto e continuo a credere alla mia maestra
> delle elementari che metteva in scena il teatrino delle lettere per farcele
> capire meglio: la a somigliava a una vecchietta con il bastone, la b a una
> donna con il pancione, la l alle orecchie del cavallo, la t alle antenne
> sui tetti. Suggestioni più o meno identiche ci vengono da un testo di
> Giorgio Manganelli che risale a qualche decennio fa: «Vi è qualcosa di
> fondamentalmente diverso tra la grafia dei nostri libri, che presenta
> lettere solitarie, tutte accerchiate da una breve e deserta aureola di
> bianco, e la grafia araba: questa reca dentro le proprie volute il peso, il
> moto, la voluttà, la concentrazione dello scriba, i suoi estri e i fulminei
> languori; la grafia occidentale, latina, offre un album di disegni, di
> esempi, di modelli, di idee alfabetiche, la grafia araba è impensabile al
> di fuori della mano che la inventa, che la carica del suo specifico amore,
> ignora l’isolamento delle singole lettere ma trapassa per vie indirette
> dall’uno all’altro segno, ed ama intricarli, sovrapporli, allacciarli». Se
> la grafia araba è un labirinto barocco, quella latina è un teorema
> razionale. Nel corpo a corpo che la mano dello scriba dovrà ingaggiare tra
> segno e assenza di segno, cioè tra detto e non detto, si cela un tema
> ancora più profondo.
> Omero aveva ratificato questa intuizione al verso 10 dell’Odissea: «Anche
> a noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus» (cito dalla
> traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1989). Chi, meglio di Omero,
> avrebbe potuto chiedere alla Musa l’opportunità di conoscere tutto di
> Ulisse e grazie a quel tutto comporre un poema assai più completo ed
> esaustivo? Invece si accontenta di qualcosa (tón amóthen), pronome
> indefinito che significa omissione, parzialità.
> Domandiamoci fino a che punto la Musa ha parlato al poeta e quanto invece,
> di quel che è entrato nelle orecchie, il poeta ha preferito occultare.
> L’Odissea diventa paradigma del narrare occidentale non per quel che
> racconta, ma per quel che tace, per i suoi vuoti e le zone d’ombra, per
> quell’aureola di bianco di cui parlava Manganelli, che sostituisce il vuoto
> delle parole rimaste nel sottosuolo. La ricchezza di un testo sta nello
> stato di sospensione, nelle intercapedini di inchiostro che si aprono, come
> una voragine o una vertigine, tra una lettera e l’altra di una medesima
> parola. Nell’ossessione di colmare i buchi, in quella imparagonabile
> delizia che spinge a combattere l’horror vacui lo scriba va incontro al suo
> trionfo, esercitando quell’oscuro e forse imbattibile privilegio di offrire
> al mondo il diritto a salvarsi. Come Noè con la sua arca, come il contabile
> di Oskar Schindler che compila la famosa lista battendo sui tasti della
> macchina per ufficio, l’atto stesso di scrivere protegge da un diluvio
> altrettanto temibile: chiamiamolo oblio, chiamiamola dimenticanza, è una
> condanna che nasce dall’usura del tempo e dalle incursioni della Storia.
> Lo scriba vince perché salva (mai termine del linguaggio informatico
> poteva esprimere migliore profondità semantica), il suo lavoro costituisce
> l’ultimo baluardo contro la minaccia della dissolvenza e in questa sua
> altissima prerogativa, nell’illudersi di sfidare faccia a faccia il nulla
> della non memoria, si nasconde il segreto della sua arte: conquistare un
> barlume di eternità con una goccia di inchiostro, affidare un testo a chi
> verrà dopo e, così facendo, credere nella vita.
> © RIPRODUZIONE RISERVATA
> Louis Godart I custodi della memoria. Lo scriba tra Mesopotamia, Egitto ed
> Egeo Einaudi, pagg. 296, € 30
>
>
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>
Oct. 1, 2023
la lingua batte dove il dente duole (antropomorfizzazione linguistica)
by alessandro marzocchi
Buongiorno.
Ho trovato fra i più interessanti lo scambio ‘Biggest act of copyright
theft in history’ ...' un filo di Arianna nel labirinto.
La sostanza non cambia ma i toni si possono moderare. Per me il punto
centrale è l'antropomorfizzazione linguistica, penso che abbiamo appena
cominciato a girare una pagina epocale, analoga a quella avviata con la
parola: la macchina ha cominciato a fare quello che per decine di migliaia
di anni è stato esclusiva dell'uomo, non è la prima volta che entra in
crisi una funzione che si riteneva esclusiva ma coscienza lingua mente
parola pensiero ... cervello aprono una crisi delicata: siamo "la misura di
tutte le cose"?
Mi pare chiaro che macchina ed uomo sono diversi: per risorse energetiche,
per "quantità" di elaborazione, per possibilità di "attuare" oppure no il
pensiero, il quale è ciò che è in conseguenza della parola. Inoltre la
"quantità" di elaborazione influisce anche sulle sue "qualità" e su quelle
del suo prodotto.
Mi pare chiaro anche che, pur diversi, macchina ed uomo a volte fanno la
stessa cosa: gli occhiali sono una protesi a servizio della vista, il
"cervello elettronico" può essere una protesi a servizio della mente, ad un
certo punto il "cervello elettronico" è diventato IA, più o meno la penso
come Giacomo ma ... (forse) il tempo è scaduto. Domando: il problema è
evolvere dalla competizione (dentro c'è finanza, mercato, c'è la molla
umana verso conoscenza, potere) verso la collaborazione (ad es, c'è la
pace)? Ammesso che sia corretta questa direzione, ci vorrà molto tempo.
Non sono per niente sicuro che coscienza, mente, intelligenza sono
esclusive dell'uomo, in fin dei conti siamo una specie animale ed il
cosiddetto bios è comparso nel cosmo abbastanza di recente, radicalizzando
si può riflettere sulla materia pura senza bios ma dalla quale è emerso il
bios, dal quale è arrivato l'animale, dal quale è arrivato l'uomo, dal
quale è arrivata la parola.
La parola acquista significato e lo cambia su basi statistiche: digitale,
poche decine di anni fa era una pianta, ma ora è tutt'altro.
Antropomorfizzazione linguistica è soltanto il titolo, ora c'è da svolgere
il tema.
Copyright e dintorni: i dialoghi (scritti) di Platone sono un’opera
derivata (delle parole non scritte) di Socrate?
In calce copio una lettura che ho trovato stimolante, dal Sole 24 ore di
oggi 1 ottobre, spero che autore e/o editore non si arrabbino, ©
RIPRODUZIONE RISERVATA
Grazie ancora ed auguri cordiali.può essere
Duccio (Alessandro Marzocchi)
- - -
PRIMA PAGINA DOMENICA
Domenica 01 Ottobre 2023 elogio della scrittura (a mano) - Giuseppe Lupo -
Fondamenti del sapere. In un’opera monumentale, «I custodi della memoria»,
l’archeologo Louis Godart ricostruisce mitologie e fatti relativi
all’invenzione della parola scritta. Un modo anche per riflettere su un
atto solenne il cui fascino perdura anche nell’era dei tablet
In una delle tante sale del Louvre, nel Dipartimento delle antichità
egizie, si può ammirare la statua di un uomo accovacciato a terra, gambe
incrociate, mani che reggono un rotolo di papiro e sguardo nel vuoto. È la
raffigurazione dello scriba, conosciuto anche come scriba rosso, celebre
icona di un’originale maniera d’essere al mondo: dentro il palazzo del
potere, nel cuore della Storia, eppure in prospettiva defilata, come si
addice a un testimone.
Ciò che colpisce di questa scultura non è tanto il perfetto stato di
conservazione del colore, nonostante il materiale di cui è composta, il
calcare, risalga al III millennio a.C., quanto l’espressione degli occhi,
quella ieratica fissità di chi sta in ascolto ed è tutto concentrato
nell’immagazzinare informazioni, nell’inventariare dati, nel trascrivere
numeri e parole in un luogo dal multiforme valore simbolico, poco conta se
sia un rotolo di papiro o una tavoletta ricoperta da cera d’api o una
pietra piatta o un foglio di carta bianca o addirittura, con un enorme
salto nel postmoderno, un tablet. Lo scriba obbedisce a questo compito:
trasferire la parola orale in parola scritta, tradurre (nel significato
antico del tradere: trasmettere, affidare, tramandare, riferire,
decodificare) la complessità congenita di un testo in maniera da fissare un
ordine, una disciplina. «L’immobilità dello scriba è la sua libertà, la sua
vittoria sul caos», afferma Leonardo Sinisgalli nel 1960, pensando alle
caratteristiche dell’intellettuale nel secolo della modernità.
Perciò scrivere è un gesto solenne, un compito che contiene il culto della
norma (Frank Lloyd Wright definiva il poeta «disconosciuto legislatore del
mondo»), un esercizio sacerdotale che non solo conferiva prestigio a chi lo
praticava nelle civiltà sorte intorno al Tigri, all’Eufrate, al Nilo, ma
restituisce a noi l’archetipo di un rito. All’origine della scrittura
agiscono diversi elementi che implicano, da un lato, il rapporto con il
sacro e, dall’altro, i legami con la memoria, dunque con il mito del tempo
che passa. Louis Godart riferisce due narrazioni provenienti dall’area
mesopotamica. La prima racconta di un essere ibrido, di nome Oannés, con il
corpo di pesce e la testa di uomo, venuto dal mare per insegnare i segreti
delle lettere e dei numeri agli abitanti della Terra. L’altra narra del
sovrano di Uruk, Enmerkar, che inviò un messaggero al sovrano di Aratta con
un lunghissimo elenco di richieste. Poiché il messaggero non riusciva a
tenere a mente ogni cosa, Enmerkar impastò l’argilla, ne fece una tavoletta
e sopra incise le parole che – recita la leggenda – avevano la «forma di un
chiodo». Tra le due storie, la seconda conserva un significato di gran
lunga più emblematico sia perché fa risalire l’invenzione della scrittura a
una necessità umana (e non a un dono divino), sia perché postula uno degli
argomenti di maggiore fascino in termini di analisi calligrafica.
I filologi e i paleografi definiscono “forma dei segni” la maniera in cui
uno scriba attribuisce un’impronta personale al carattere dell’alfabeto nel
momento stesso in cui viene tracciato dalle sue mani. Osservare il
movimento delle linee, analizzare il loro tortuoso tentennare o la chiarità
del tratto, è ritenuto un metodo infallibile attraverso cui risalire alla
paternità dell’autore. La grafia è la nostra voce, irripetibile come la
nostra identità o i tratti somatici e, per quanto la tecnologia assicuri
praticità, immediatezza, utilità rispetto alla scrittura a mano, a nessuno
verrebbe in mente di rinunciare alla curva di un ghirigoro o al labirinto
di uno scarabocchio, se è vero che proprio nella scrittura a mano è
contenuta l’essenza geografica a cui apparteniamo.
Per quanto mi riguarda, ho creduto e continuo a credere alla mia maestra
delle elementari che metteva in scena il teatrino delle lettere per farcele
capire meglio: la a somigliava a una vecchietta con il bastone, la b a una
donna con il pancione, la l alle orecchie del cavallo, la t alle antenne
sui tetti. Suggestioni più o meno identiche ci vengono da un testo di
Giorgio Manganelli che risale a qualche decennio fa: «Vi è qualcosa di
fondamentalmente diverso tra la grafia dei nostri libri, che presenta
lettere solitarie, tutte accerchiate da una breve e deserta aureola di
bianco, e la grafia araba: questa reca dentro le proprie volute il peso, il
moto, la voluttà, la concentrazione dello scriba, i suoi estri e i fulminei
languori; la grafia occidentale, latina, offre un album di disegni, di
esempi, di modelli, di idee alfabetiche, la grafia araba è impensabile al
di fuori della mano che la inventa, che la carica del suo specifico amore,
ignora l’isolamento delle singole lettere ma trapassa per vie indirette
dall’uno all’altro segno, ed ama intricarli, sovrapporli, allacciarli». Se
la grafia araba è un labirinto barocco, quella latina è un teorema
razionale. Nel corpo a corpo che la mano dello scriba dovrà ingaggiare tra
segno e assenza di segno, cioè tra detto e non detto, si cela un tema
ancora più profondo.
Omero aveva ratificato questa intuizione al verso 10 dell’Odissea: «Anche a
noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus» (cito dalla
traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1989). Chi, meglio di Omero,
avrebbe potuto chiedere alla Musa l’opportunità di conoscere tutto di
Ulisse e grazie a quel tutto comporre un poema assai più completo ed
esaustivo? Invece si accontenta di qualcosa (tón amóthen), pronome
indefinito che significa omissione, parzialità.
Domandiamoci fino a che punto la Musa ha parlato al poeta e quanto invece,
di quel che è entrato nelle orecchie, il poeta ha preferito occultare.
L’Odissea diventa paradigma del narrare occidentale non per quel che
racconta, ma per quel che tace, per i suoi vuoti e le zone d’ombra, per
quell’aureola di bianco di cui parlava Manganelli, che sostituisce il vuoto
delle parole rimaste nel sottosuolo. La ricchezza di un testo sta nello
stato di sospensione, nelle intercapedini di inchiostro che si aprono, come
una voragine o una vertigine, tra una lettera e l’altra di una medesima
parola. Nell’ossessione di colmare i buchi, in quella imparagonabile
delizia che spinge a combattere l’horror vacui lo scriba va incontro al suo
trionfo, esercitando quell’oscuro e forse imbattibile privilegio di offrire
al mondo il diritto a salvarsi. Come Noè con la sua arca, come il contabile
di Oskar Schindler che compila la famosa lista battendo sui tasti della
macchina per ufficio, l’atto stesso di scrivere protegge da un diluvio
altrettanto temibile: chiamiamolo oblio, chiamiamola dimenticanza, è una
condanna che nasce dall’usura del tempo e dalle incursioni della Storia.
Lo scriba vince perché salva (mai termine del linguaggio informatico poteva
esprimere migliore profondità semantica), il suo lavoro costituisce
l’ultimo baluardo contro la minaccia della dissolvenza e in questa sua
altissima prerogativa, nell’illudersi di sfidare faccia a faccia il nulla
della non memoria, si nasconde il segreto della sua arte: conquistare un
barlume di eternità con una goccia di inchiostro, affidare un testo a chi
verrà dopo e, così facendo, credere nella vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Louis Godart I custodi della memoria. Lo scriba tra Mesopotamia, Egitto ed
Egeo Einaudi, pagg. 296, € 30
Oct. 1, 2023
OT (Re: Biggest act of copyright theft in history...)
by 380°
Ciao karlessi,
karlessi <karlessi(a)alekos.net> writes:
[...]
> tre anni fa sono stato relatore con alcune colleghe qui
> https://www.anthropocene-curriculum.org/project/parallax-lisboa/lisboa-para…
per favore, che tu sappia gli atti del convegno
https://www.anthropocene-curriculum.org/project/parallax-lisboa/lisboa-para…
sono stati pubblicati da qualche parte?
Su quel sito riesco a trovare solo le descrizioni dei vari seminati,
come quello del quale sei stato relatore, ma non trovo i contenuti di
dettaglio
Grazie! 380°
[...]
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
Oct. 1, 2023
Re: [nexa] ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by 380°
Buongiorno Maurizio,
Maurizio Borghi via nexa <nexa(a)server-nexa.polito.it> writes:
> È una riproduzione. In UE è permessa solo per scopo di text and data mining
> per ricerca senza finalità commerciali, oppure commerciali se l’autore non
> ha riservato il diritto.
É corretto dire che l'articolo applicabile a questo aspetto è quello
indicato da Lorenzo Albertini in questo thread?
--8<---------------cut here---------------start------------->8---
art. 4 dir. Copyright 790 :
≪Articolo 4 Eccezioni o limitazioni ai fini dell'estrazione di testo e
di dati
1. Gli Stati membri dispongono un'eccezione o una limitazione ai
diritti di cui all'articolo 5, lettera a), e all'articolo 7, paragrafo
1, della direttiva 96/9/CE, all'articolo 2 della direttiva 2001/29/CE,
all'articolo 4, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2009/24/CE
e all'articolo 15, paragrafo 1, della presente direttiva per le
riproduzioni e le estrazioni effettuate da opere o altri materiali cui
si abbia legalmente accesso ai fini dell'estrazione di testo e di dati.
[...]
3. L'eccezione o la limitazione di cui al paragrafo 1 si applica a
condizione che l'utilizzo delle opere e di altri materiali di cui a tale
paragrafo non sia stato espressamente riservato dai titolari dei diritti
in modo appropriato, ad esempio attraverso strumenti che consentano
lettura automatizzata in caso di contenuti resi pubblicamente
disponibili online.
--8<---------------cut here---------------end--------------->8---
Se la risposta alla domanda sopra è sì, dove evince che l'estrazione di
testo e dati sono consentiti solo per ricerca senza finalità
commerciali? [1]
Domanda di riserva: perché io, che sono informatico, non riesco a
trovare un senso al paragrafo 3 nemmeno se giro il periodo un tre modi
diversi?!?
Cioè tipo: «gli strumenti che consentono la lettura automatizzata di
contenuti resi pubblicamente disponibili online è un modo appropriato
per condizionare espressamente l'utilizzo delle opere di cui al par. 1»?
Avrebbe voglia di aiutarmi a capire, per cortesia? :-)
> In USA si entra nel limbo del fair use, su cui nessuna corte di è
> ancora pronunciata.
"Don't ask, don't tell" :-O
[...]
Cordiali saluti, 380°
[1] senza scopo commerciale, senza fini di lucro e compagnia cantante
sono il *cavallo di troia* di motissime condizioni di utilizzo delle
opere, che così vengono utilizzare per scopo di lucro /solo/ dai soliti
noti.
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
Oct. 1, 2023
Re: [nexa] ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by 380°
Stefano Zacchiroli <zack(a)upsilon.cc> writes:
> Nel caso dei libri questo non evacua però (credo, IANAL, etc.) la
> domanda di Stefano Quintarelli su se un contratto d'uso di un ebook
> impedisca comunque il training.
Un *contratto* d'uso?!? Cioè tipo le EULA del software?
L'unico modo che esiste oggi per imporre un contratto d'uso su un libro
elettronico è attraverso l'uso dei DRM, che oltre che poter impedire il
training di "AI" di solito impedisce anche uno o più tra questi
_diritti_: stampa, copia, uso di software interoperabile...
L'ho già detto e ribadisco: Satn'iGNUzio sa quanto io cuor mio speri che
anche solo UNO degli ebook (o altro) usati per il "training" sia
/impestato/ da un DRM che ve *vieti* la copia: chi conosce il DRM sa
cosa comporta, in caso di aggiramento di quel divieto :-D
Ribadisco che il riconoscimento giuridico dei DRM come mezzo lecito per
"proteggere" le opere oggetto di tutela del copyright è un *abominio*
che stravolge _completamente_ il senso, già reazionario, della norma
così come la conoscevamo prima.
[...]
Cordiali saluti, 380°
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
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Oct. 1, 2023
Re: [nexa] R: R: ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by mauro gorrino
La newsletter "Guerre di Rete" m. 169 del 1 ottobre porta un interessante
contributo a questa discussione, sia illustrando come Meta abbia acquisito
i tesi di molti libri coperti da copyright e sia indicando uno strumento
per verificare se un certo testo sia stato utilizzato per l'addestramento
di LLaMa. Qui di seguito trovate la parte della newlsetter che tratta
questo problema.
Questo è link per sottoscrivere "Guerre di Rete"
https://substack.com/redirect/2/eyJlIjoiaHR0cHM6Ly9ndWVycmVkaXJldGUuc3Vic3R…
###########################
Guerre di Rete - una newsletter di notizie cyber
a cura di Carola Frediani
N.169 - 1 ottobre 2023
AI
La politica dei dataset alla base degli strumenti di intelligenza
artificiale
La rivista The Atlantic ha messo a disposizione uno strumento (di cui dirò
di più a breve) per cercare quali libri e autori facciano parte di un
corpus di testi usati per addestrare diversi sistemi di intelligenza
artificiale generativa, in particolare LLaMa, una serie di modelli
linguistici di grandi dimensioni sviluppati da Meta (Facebook) e simile a
GPT di OpenAI (che sta alla base del chatbot ChatGPT).
Per capire come la rivista sia riuscita a farlo bisogna fare un passo
indietro. Si hanno pochi dettagli sui testi usati per addestrare questi
modelli, e questo vale in primis per OpenAI ma anche per altri.
Archeologia dei dataset di Llama
Sappiamo (dallo stesso primo paper su LLaMa) che Meta ha usato, fra gli
altri materiali, due raccolte di libri, il Gutenberg Project, che contiene
opere nel pubblico dominio, e la sezione Books3 di un dataset pubblicamente
accessibile noto come ThePile (uno zibaldone di libri, sottotitoli di video
di YouTube, trascrizioni del Parlamento Ue, email degli impiegati Enron
prima del suo fallimento, e altre simili memorabilia), compilato dal gruppo
di ricerca di EleutherAI (che si presenta come la versione open source di
OpenAI), e usato per addestrare modelli linguistici di grandi dimensioni.
Nel paper Meta scrive: “dimostriamo che è possibile addestrare modelli
all'avanguardia utilizzando esclusivamente set di dati disponibili
pubblicamente, senza ricorrere a set di dati proprietari e inaccessibili”.
Cosa c’è dentro Books3
Bene, ma che libri conteneva esattamente Books3? È quello che si è chiesto
il giornalista di The Atlantic, che ha prima recuperato ThePile, e poi,
come in una serie di scatole cinesi, ha isolato ed estratto Books3, e
infine ha usato i codici ISBN per individuare i libri. Insomma, un
capolavoro.
Così facendo è riuscito a identificare più di 170mila titoli, dopodiché li
ha esaminati. La maggior parte, scrive, sono opere “piratate”, cioè coperte
da diritto d’autore e aggiunte senza consenso, perlopiù pubblicate negli
ultimi 20 anni. Un terzo sono di narrativa, due terzi di saggistica. Ci
sono grandi e piccoli editori. Tra gli autori ci sono Elena Ferrante e
Rachel Cusk, Haruki Murakami, Jonathan Franzen, Margaret Atwood. Ma anche
102 romanzi di L. Ron Hubbard (il fondatore di Scientology), 90 libri del
pastore creazionista John F. MacArthur, opere di pseudo-storia del tipo gli
alieni hanno costruito le piramidi ecc.
Uno strumento per cercare dentro Books3
The Atlantic ha poi messo a disposizione uno strumento per permettere a
chiunque di fare ricerche in questa raccolta. Ho trovato, oltre alla già
citata Ferrante, Altai di Wu Ming, ovviamente molto Umberto Eco, Roberto
Saviano, Melania Mazzucco, Antonio Scurati, Domenico Starnone, Nicola
Lagioia, e questo solo per citare un po’ di nomi che ho volutamente cercato.
Rifacciamo un altro passo indietro. Si dice che i contenuti per l’AI siano
raccolti (scraped) da internet e da siti pubblicamente accessibili. Nel
caso di Books3 i libri sono in realtà stati scaricati da un server
bittorrent, scriveva mesi fa l’accademico Peter Schoppert.
Ma Books3, almeno nell’intento del suo creatore, nasce per sostenere la
ricerca AI open source in contrapposizione alla chiusura e segretezza di
OpenAI e al suo monopolio. Così ha spiegato allo stesso The Atlantic lo
sviluppatore Shawn Presser che ha assemblato la raccolta di libri.
Open source AI contro OpenAI
Dunque Books3 sarebbe stato creato per fornire agli sviluppatori
indipendenti "dati di addestramento di livello OpenAI". E il suo stesso
nome sarebbe un riferimento a un documento pubblicato da OpenAI nel 2020
che menzionava due "corpora di libri basati su Internet" chiamati Books1 e
Books2. “Questo documento - scrive The Atlantic - è l'unica fonte
primaria che fornisce indizi sul contenuto dei dati di addestramento di
GPT(...)”.
Si procede quindi a tentoni. Dalle informazioni raccolte dalla comunità di
sviluppatori però si ipotizza che Books1 sia la produzione completa di
Project Gutenberg (...). Mentre nessuno sa cosa ci sia dentro Books2.
“Alcuni sospettano che provenga da raccolte di libri piratati, come Library
Genesis, Z-Library e Bibliotik, che circolano attraverso la rete di
file-sharing BitTorrent (Books3, come ha annunciato Presser dopo averlo
creato, sarebbe "tutto Bibliotik")”.
Ma si possono usare questi libri?
Arrivati qua si aprirebbe il capitolo di tipo legale, ovvero è possibile o
meno usare questi contenuti per addestrare AI? C’è chi sostiene che sia
possibile sulla base della dottrina del fair use (e soprattutto sulla base
dell’idea che gli strumenti di intelligenza artificiale generativa non
replichino i libri su cui sono stati addestrati, ma producano nuove opere,
e che non danneggino il mercato degli originali).
E c’è chi non è d’accordo, come quegli scrittori, da Michael Chabon ad
altri, che hanno avviato una class action contro Meta proprio per questo,
perché i loro libri sono inclusi in Books3, poi usato per addestrare LLaMa.
Non entro nel merito di questa discussione ora, ma lo stesso Alex Reisner
(autore di questo bellissimo lavoro giornalistico su The Atlantic), che è
sia un autore che un programmatore del mondo open source, coglie le
complesse linee di frattura culturale dell’intera questione (open source
contro Big Tech e in mezzo gli studiosi, gli scrittori, i creativi) che
rimescolano un po’ le carte rispetto al passato. Lui stesso ha una
posizione critica verso l’uso indiscriminato e non consensuale di questi
testi.
Comunque la si veda, e qualunque cosa verrà stabilita nei tribunali, sapere
cosa c’è nei dataset è ora più che mai fondamentale. Ed è una questione
assolutamente politica.
###########################
Aggiungo i link presenti nel testo e andati perso nel copia / incolla dalla
newsletter
https://aicopyright.substack.com/p/has-your-book-been-used-to-train
https://www.theatlantic.com/technology/archive/2023/09/books3-database-gene…
https://aicopyright.substack.com/p/has-your-book-been-used-to-train
https://www.theatlantic.com/technology/archive/2023/08/books3-ai-meta-llama…
Il giorno dom 1 ott 2023 alle ore 11:06 380° <g380(a)biscuolo.net> ha scritto:
> Buongiorno Lorenzo,
>
> "Lorenzo Albertini" <lorenzoalbertini.vr(a)gmail.com> writes:
>
> > §§ 54-64 della citazione in giudizio (facilmente reperibile , ad
> > es. qui
> > <
> https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwi…
> >
> > ):
>
> scusi ma non ho capito cosa intende aggiungere alla discussione con
> questi riferimenti estratti dalla citazione sopra indicata: potrebbe
> espandere il suo commento per favore?
>
> [...]
>
> piccola digressione quasi OT:
>
> > Le informazioni contenute nella presente comunicazione e nei documenti
> > ad essa allegati potrebbero essere tutelate dal segreto professionale
> > e sono comunque confidenziali e ad uso esclusivo del destinatario
> > sopra indicato. Qualora la presente comunicazione non fosse destinata
> > a Voi, Vi preghiamo di tener presente che la divulgazione,
> > distribuzione o riproduzione di qualunque informazione contenuta nella
> > presente comunicazione o nei documenti ad essa allegati sono
> > vietate. Se avete ricevuto la presente comunicazione per errore, Vi
> > preghiamo di volerci avvertire immediatamente e di distruggere quanto
> > ricevuto senza leggerlo. Grazie per la collaborazione.
>
> Mi scusi se faccio notare questa cosa prendendo il suo "disclaimer" come
> esempio, ne ho visti a quintalate e le assicuro che ovviamente non c'è
> nulla di personale...
>
> ...però questo tipo di "disclaimer" a mio modesto avviso (IANAL)
> evidenziano in modo plastico quanta confusione c'è in merito alla
> riservatezza e la _riproduzione_ delle informazioni contenute nelle
> comunicazioni.
>
> Domanda scema: il fatto che in una lista pubblica io e lei utilizziamo -
> in modi assai diversi - larghe parti dei messaggi che riceviamo nelle
> nostre risposte è fair use o è vietato? :-D
>
> ...o forse il disclaimer è rivolto alla NSA?
>
> [...]
>
> Cordiali saluti, 380°
>
> --
> 380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
>
> «Noi, incompetenti come siamo,
> non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
>
> Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
> but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>
Oct. 1, 2023
Re: [nexa] R: R: R: ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by 380°
Buongiorno
"Lorenzo Albertini" <lorenzoalbertini.vr(a)gmail.com> writes:
[...]
> 1. Gli Stati membri dispongono un'eccezione o una limitazione [...]
> per le riproduzioni e le estrazioni effettuate da opere o altri
> materiali cui si abbia legalmente accesso ai fini dell'estrazione di
> testo e di dati.
C'è qualche dubbio che CopyALot o /ogni/ altra organizzazione che
effettua estrazione di testo e di dati per il "training" delle "AI"
abbiano legalmente accesso ai materiali?
Io non credo.
[...]
> Non so in usa (fair use, che ha ambito applicativo alquanto vasto?)
La norma valida in EU negli effetti è equivalente al c.d. "fair use"
USA, dopotutto la convenzione di Berna /dovrebbe/ servire proprio ad
armonizzare la disciplina in tutti i paesi aderenti, essendo il
copyright una questione neocolo... ops, globale(ista)
[...]
Cordiali saluti, 380°
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
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Oct. 1, 2023
Re: [nexa] R: R: ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by 380°
Buongiorno Lorenzo,
"Lorenzo Albertini" <lorenzoalbertini.vr(a)gmail.com> writes:
> §§ 54-64 della citazione in giudizio (facilmente reperibile , ad
> es. qui
> <https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwi…>
> ):
scusi ma non ho capito cosa intende aggiungere alla discussione con
questi riferimenti estratti dalla citazione sopra indicata: potrebbe
espandere il suo commento per favore?
[...]
piccola digressione quasi OT:
> Le informazioni contenute nella presente comunicazione e nei documenti
> ad essa allegati potrebbero essere tutelate dal segreto professionale
> e sono comunque confidenziali e ad uso esclusivo del destinatario
> sopra indicato. Qualora la presente comunicazione non fosse destinata
> a Voi, Vi preghiamo di tener presente che la divulgazione,
> distribuzione o riproduzione di qualunque informazione contenuta nella
> presente comunicazione o nei documenti ad essa allegati sono
> vietate. Se avete ricevuto la presente comunicazione per errore, Vi
> preghiamo di volerci avvertire immediatamente e di distruggere quanto
> ricevuto senza leggerlo. Grazie per la collaborazione.
Mi scusi se faccio notare questa cosa prendendo il suo "disclaimer" come
esempio, ne ho visti a quintalate e le assicuro che ovviamente non c'è
nulla di personale...
...però questo tipo di "disclaimer" a mio modesto avviso (IANAL)
evidenziano in modo plastico quanta confusione c'è in merito alla
riservatezza e la _riproduzione_ delle informazioni contenute nelle
comunicazioni.
Domanda scema: il fatto che in una lista pubblica io e lei utilizziamo -
in modi assai diversi - larghe parti dei messaggi che riceviamo nelle
nostre risposte è fair use o è vietato? :-D
...o forse il disclaimer è rivolto alla NSA?
[...]
Cordiali saluti, 380°
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
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Oct. 1, 2023
Re: [nexa] ‘Biggest act of copyright theft in history’: thousands of Australian books allegedly used to train AI model | Australia news | The Guardian
by 380°
Buongiorno Giacomo,
chiedo scusa ma il messaggio precedente è partito per errore, riperto da
dove mi ero auto-interrotto
Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> writes:
[...]
> No 380: se io voglio riservare alla collettività un mio pezzo di codice utilizzando
> una licenza copyleft (metti la AGPL) e Microsoft lo distribuisce senza attribuzione
> e con licenza sbagliata, buttandolo in mezzo ad un software proprietario di un
> proprio cliente pagante, se permetti "sono stracavolacci" miei.
>
> Subisco un danno morale ed economico.
Sì ma solo se il cliente pagante spegne il cervello e usa
pedissequamente l'output del servizio di turno.
...il tutto poi deve essere dimostrato in tribunale, compresa l'esatta
stima del danno economico.
Mi spiace Giacomo, ma la disciplina (reazionaria) del copyright è
proprio lo strumento più sbagliato di tutti i tempi per poter anche solo
tentare di risolvere /altri/ problemi... e non è "benaltrismo" il mio.
> E quel che è peggio, non ho alcun modo di individuare precisamente quanto grave
> sia questo danno morale, ovvero in quanti software proprietari che aborro
> il mio lavoro sia stato inserito.
Sì, purtroppo il codice binario è una brutta bestia... chissà se con
l'aiuto di una "AI" appositamente "ammaestrata" potrebbe essere più
facile rilevare "pattern" binari che sono chari indicatori di
scopiazzamento...
> La responsabilità del programmatore che riceve il mio codice da
> CopyALot viene dopo: prima Microsoft ha realizzato un opera derivata
> dal mio codice (il "modello" di Copilot) che distribuisce il mio
> codice senza permesso quando deve "rompere il ghiaccio".
Ammetto di non aver letto le condizioni scritte in piccolo di CopyALot,
ma per favore non ignorare la mia scommessa da un fiorino ;-)
[...]
> Anche ne avesse comprate un milione di copie, non avrebbe alcun
> diritto di creare opere derivate.
Già solo il concetto di "opera derivata" è... _problematico_, figuruamoci
poi sul software.
Mi spiace ma, dopo lunga e attenta analisi, comincio ad /intuire/ che il
copyright è un boschetto fatato della nostra fantasia collettiva dove ci
sono quattro vitelli...
Follow the white rabbit...
(https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2023-September/051674.html
Message-id: 87bkdjis53.fsf(a)xelera.eu)
[...]
Ciao, 380°
[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Reverse_engineering#Binary_software
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
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Oct. 1, 2023