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Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by 380°
Buongiorno Daniele e Giacomo,
interessanti spunti
Daniela Tafani <daniela.tafani(a)unipi.it> writes:
[...]
> E' vero che non c'è democrazia senza conoscenza della lingua.
...e c'è democrazia senza libertà?
Dirò di più: non c'è libertà senza conoscenza della lingua :-O
Inoltre: cos'è la libertà? Io credo che «libertà è partecipazione» sia
la definizione necessaria e sufficiente del concetto.
[...]
> Ma non è necessario che tutti siano esperti giuristi. Oppure sì?
No, però la Legge non ammette ignoranza.
E in ogni caso fino alla precedente era geopolitica si dava per scontato
che per essere definite "avanzate" le democrazie dovessero garantire un
elevato livello di partecipazione a tutti i cittadini che intendevano
farlo, anche senza che venisse richiesto loro di dimostrare di essere
esperti giuristi
...ma le democrazie oggi sono /avanzi/, più che avanzate
> Il diritto protegge i diritti di tutti, compresi quelli delle persone
> che non siano in grado di decifrare un testo normativo
>
> (anche se mi vengono subito in mente Renzo e il latinorum di don
> Abbondio).
o i sofisti ;-)
> Il codice (informatico) è lingua e, al tempo stesso, legge.
attenzione: solo il codice /binario/ è legge e **solo** dentro il
cyberspazio puro (quello che non ha nessun tipo di attuatore sul mondo
fisico), mentre solo il codice /sorgente/ è (espresso in una) lingua;
questa distinzione è fondamentale per comprendere "code il law"
nessuna legge umana è scritta in codice binario, e i legislatori che
hanno dato dignità di legge al software DRM (Digital Restrictions
Management) hanno commesso una delle più grandi bestialità nella storia
della giurisprudenza, a partire dai Sumeri
> Ci preoccupiamo, scriveva Lawrence Lessig oltre due decenni fa, di
> difenderci dallo stato e dal mercato,
>
> ma non dal codice informatico, la cui architettura può abilitare o
> disabilitare le nostre libertà, proteggere la privacy o promuovere il
> controllo.
non vorrei dire ma chi si preoccupava dell'effetto del software sulle
nostre libertà aveva parlato ben prima di Lessig... e ancora /oggi/
questi discorsi sono comunemente percepiti come **marziani**
> Se però il diritto dicesse che i miei dati sono miei - proseguiva -
> rubarmeli sarebbe un furto.
è già così da un bel pezzo col GDPR, ma non funziona; è dal 1981 che
persone molto intelligenti scrivono dichiarazioni, raccomandazioni,
regolamenti in merito alla privacy ma pochissimi si sono messi a
/codificare/ quei principi in software, **quindi** tutti quei bei
propositi non funzionano, perchè il software non si può controllare "da
fuori", bisogna "entrarci"
> Il codice informatico è inevitabilmente un elemento di regolazione
> delle nostre vite.
>
> La legge giuridica può, e dovrebbe, intervenire a proteggerci da
> quelle configurazioni del codice informatico che violano i nostri
> diritti.
E c'è solo un modo efficace per poter intervenire: garantire a tutti che
le 4 libertà del software libero possano essere esercitate, **quindi**
stabilire per legge che i costruttori debbano fornire le specifiche
tecniche necessarie e sufficienti per poter far funzionare i propri
dispositivi hardware con qualsiasi software l'utente desideri
installare.
Manca **soprattutto** questo, caro Giacomo, prima di arrivare alla
capacità diffusa di comprendere il funzionamento del'intero codice
sorgente installato sui propri dispositivi nell'arco di un mese.
Chi non vuole studiare il codice sorgente deve potersi affidare ad altri
in grado di comprenderlo e ove necessario svilupparlo e modificarlo,
perché nessuno si salva da solo
Il processo di verifica del funzionamento del software (sorgente),
compresa la sua costituzionalità, deve essere un processo
**partecipativo** esattamente come dovrebbe esserlo la costruzione di
una società democratica
L'informatica sta mettendo in duramente crisi le società democratiche (e
non), non c'è dubbio.
> Ritieni che la distinzione tra codice come lingua e codice come legge
> sia pertinente, quando parli della cittadinanza?
Sì: il codice come lingua è il codice sorgente, quello come legge (nel
cyberspazio "puro") è il codice binario
Dobbiamo stabilire un limite **invalicabile**: l'uomo (genere umano) può
scrivere il codice binario ma la macchina [1] NON DEVE "poter scrivere"
(essere assunta come) la legge degli uomini
> Può bastare essere alfabetizzati o occorre essere "giuristi esperti",
Così come per essere "cittadini analogici" non è necessario essere
giuristi esperti per essere "cittadini cibernetici" non è necessario
essere programmatori esperti
Però dobbiamo chiarirci definitivamente su una cosa fondamentale:
/tutti/ gli utenti di software sono in un certo modo programmatori:
scegliere il font da usare per un paragrafo in un word processor è una
forma di programmazione (grafica in questo caso), configurare il proprio
client di posta è una forma di programmazione.
Anche solo per /riconoscere/ i propri diritti e doveri, figuriamoci per
rivendicarli e esercitarli, ogni cittadino (cibernetico) deve avere un
certo livello di competenza funzionale (di programmazione): non c'è
scampo :-D
> in grado di analizzare un software e comprendere come stia
> effettivamente regolando la nostra vita?
No, non è necessario che tutti sappiano farlo ma è INDISPENSABILE che
tutti /possano/ farlo ;-)
> Non dovrebbe essere, questo secondo, il compito del potere
> giudiziario, una volta che la legge abbia provveduto a vietare al
> codice informatico di violare i nostri diritti?
Nel caso del software la soluzione è /estremamente/ più semplice di
così: permettere agli utenti di scegliere quale software - del quale si
fidano a ragion veduta - usare sui propri dispositivi
Resterebbe solo il caso /residuale/ dell'utilizzo del software da parte
di chi voglia esercitare un controllo (biometrico?) *automatizzato* sul
rispetto delle leggi da parte dei propri cittadini: qui non esiste altra
soluzione che /smantellare/ un simile sistema :-O
«La sovranità (compresa quella cibernetica, n.d.r.) appartiene al
popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»
É estremamente populista, vero?!? :-D
[...]
> Sulla cittadinanza cibernetica, segnalo un articolo che la assimila alla condizione in cui
>
>
> - l’interazione tra cittadini e istituzioni è informatizzata (soggetta
> a calcolo);
questa cosa della possibilità che tutti i fenomeni possano essere
soggetti a calcolo l'ho già sentita da qualche parte... mi pare che si
sia dimostrata fallimentare da almeno due secoli
...però quando c'è di mezzo "il digitale" anche alle persone più
intelligenti gli si chiude la vena ;-(
> - lo standard del «buon» cittadino è determinato da metriche
> quantificate;
vince chi ce l'ha più lungo... lo score!
[...]
> - la misurazione delle metriche può essere correlata a premi e
> punizioni (che generano disuguaglianze e gerarchie).
...e, di grazia, le variabili da campionare per procedere alla
misurazione chi le stabilisce? chi e come le misura? ecc, ecc, ecc, ecc
eccc
chi è convinto di quelle cose è una capra non solo in antropologia ma
sopratutto in statistica (e matematica)?
[...]
> W. Reijers, L. Orgad, P. De Filippi, The Rise of Cybernetic
> Citizenship, «Citizenship Studies», 2022,
> https://ssrn.com/abstract=4100884
è sempre successo che persone molto intelligenti fossero convinte di
cose molto stupide, a volte perché non sono state in grado di
riconoscere la loro ignoranza fenomenologica, in questo caso la
"fenomenologia del calcolo computazionale"
[...]
Saluti, 380°
[1] che è sempre controllata (bene o male, spesso male) da un gruppo
ristretto di uomini
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
Dec. 22, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by Laura Garbati
Ciao a tutti,
sono solitamente una lettrice (molto grata di quanto si può apprendere da questa mailing-list) silenziosa, oggi arrischio di condividere la mia opinione.
Ho cercato di leggere tutti i post relativi, perdonate se ho perso qualche passaggio. Ho come la sensazione, e correggetemi senz'altro in caso contrario, che il tema sottotraccia sia che un'informatica, un codice non comprensibile - o ancor più l'incapacità di comprendere ed essere in grado di comprendere - spogli i cittadini della loro capacità di esercitare diritti, e non esercitandoli, in sostanza siano perduti.
Forse la mia è una visioen un po' retrograda, ma - proprio in ragione della società così complessa in cui ci troviamo - non so se sono perfettamente allineata. I diritti umani sono universali e indipendenti dalla singola decisione di esercitarli o meno. Ovviamente, si presuppone qui che il dialogo sia contestualizzato in un contesto fondato su costituzioni e leggi, una struttura giuridica insomma, senza voler ragionare sulle basi del diritto stesso (o no? magari ci torno di seguito). In una democrazia indiretta, in una società complessa, è per così dire "ontologico" che il singolo possa - anzi direi debba - affidarsi alla struttura in cui vive per vedersi garantito in molti aspetti che non sa e non potrebbe controllare da solo (senza andar lontano, al fatto che gli alimenti siano confezionati un una certa maniera, al fatto che le auto rispettino certi limiti minimi di sicurezza, etc.). In ogni settore, io opero e mi muovo su un substrato di fiducia nel fatto che il governo funzioni (intendiamo governo in senso lato, non l'esecutivo), ovvero che anche se non sono in grado di farlo io, una rete esiste per garantirmi salute e sicurezza. Ora, penso che anche questo debba essere applicato all'informatica.
Certo, mi rendo conto di alcune differentze quasi ontologiche, in un momento in cui già si parla di sistemi automatizzati che vanno non a favorire ma costituire un pezzo di atto amministrativo.
Ma penso che ciò richieda di estendere il manto di quel sistema anche ai sistemi informatizzati, e senza magari inventarsi qualcosa. Se non sbaglio, in GB si sviluppa IA senza pensare a leggi ad hoc, perchè già ci sono, e valgono anche per quest'ultima. Si può dissentire (dissento, in parte), ma è anche vero che spesso si invocano normative ad hoc quando basterebbe applicare e conoscere bene quelel esistenti.
Allora, la sto facendo lunga! Concordo, sia chiaro, nell'alfabetizzazione VERA dalle scuole, ma sono ancora della vecchia guardia (d'altronde, vado per i 50 eh...) che pensa che se si insegna ai ragazzi le basi, poi anche la canna a pescare saranno capaci di costruire. Non penso, insomma, che serva che tutti sappiano leggere un codice (l'esempio del motore della macchina è troppo usurato vero?), anche per sistemi così diversi e innervati come IA et similia, penso che serva la consapevolezza, quella sì diffusa, che occorre pretendere che qualcuno invece ci sia, che i controlli li faccia, che i diritti - che sono sempre quelli! - li garantisca, che vigili. Che sia in grado di comprendere quando non ci sono, e li richieda, e sappia selezionare i politici anche in base a questo. In una società in cui, credo, siamo sempre più disperatamente poveri di spirito (non nel senso delle barzellette), io credo che serva educare alla libertà, il resto sarà dato (lo so suona tanto come uno slogan... ma volevo essere un po' provocatoria nella mia anacronistica filippica! ;-).
Grazie a tutti anche per le controffensive e grazie sempre per la condivisione di sapere. :-)
Laura
----- Messaggio originale -----
> Da: "Giacomo Tesio" <giacomo(a)tesio.it>
> A: "Daniela Tafani" <daniela.tafani(a)unipi.it>
> Cc: nexa(a)server-nexa.polito.it
> Inviato: Mercoledì, 21 dicembre 2022 20:58:13
> Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
> On Wed, 21 Dec 2022 17:40:39 +0000 Daniela Tafani wrote:
>
>> Caro Giacomo,
>>
>> provo a controproporre a te a e a Nexa una domanda.
>
> Mi piace questo gioco! :-D
> Ok rispondo io... per primo. ;-)
>
>> Ma non è necessario che tutti siano esperti giuristi. Oppure sì?
>
> Non è necessario perché (e fintanto che) la violazione delle Leggi è
> opera di esseri umani e l'interpretazione delle Leggi è affidata a
> Giudici umani che rispondono delle proprie decisioni in un sistema
> di garanzie efficace.
>
> In Italia abbiamo diversi gradi di giudizio che, almeno in teoria,
> dovrebbero garantire Giustizia. [1]
>
>
> Ma gli automatismi hanno cambiato il paradigma.
>
>
>> Il diritto protegge i diritti di tutti, compresi quelli delle persone
>> che non siano in grado di decifrare un testo normativo
>
> Nel 2020 il solo kernel Linux consisteva in 27.8 milioni di righe di
> codice. Non ho idea di quanto siano lunghi il codice civile e il codice
> penale insieme, ma scommetto un caffé che sono nettamente più brevi.
>
> Se anche fosse comparabile, si tratta di una frazione minima, seppur
> fondamentale, del codice in esecuzione su qualsiasi cellulare.
>
>
> Inoltre questi i codici destinati all'interpretazione umana cambiano con
> una rapidità nettamente inferiore a quelli destinati all'esecuzione
> meccanica di un computer.
>
> E il computer non si lamenta, non sciopera e non fa la rivoluzione.
> Esegue pedissequamente gli ordini impartiti, riproducendo infinite
> volte la volontà di chi lo programma.
>
>
>> Il codice (informatico) è lingua e, al tempo stesso, legge.
>>
>> Ci preoccupiamo, scriveva Lawrence Lessig oltre due decenni fa, di
>> difenderci dallo stato e dal mercato, ma non dal codice informatico,
>> la cui architettura può abilitare o disabilitare le nostre libertà,
>> proteggere la privacy o promuovere il controllo.
>>
>> Se però il diritto dicesse che i miei dati sono miei - proseguiva -
>> rubarmeli sarebbe un furto.
>>
>> Il codice informatico è inevitabilmente un elemento di regolazione
>> delle nostre vite.
>>
>> La legge giuridica può, e dovrebbe, intervenire a proteggerci da
>> quelle configurazioni del codice informatico che violano i nostri
>> diritti.
>
> Sono d'accordo.
>
> L'unico problema è che c'è un solo modo in cui la Legge può influenzare
> efficacemente l'informatica: stabilendo che qualsiasi programma che non
> può essere studiato e compreso da un qualsiasi cittadino adulto in un
> tempo ragionevole (una settimana o al massimo un mese...) non può
> essere distribuito o eseguito su dati di terzi.
>
> Qualunque altra norma che riguardi l'informatica è aggirabile, se
> questa non viene fatta rispettare in modo ferreo.
>
> Il GDPR ne è la prova lampante.
> E non solo per le innumerevoli violazioni commesse impunemente per anni
> dai Titolari che si affidano ai GAFAM: pensa alle sciocchezze che
> vengono scritte nelle informative privacy o alle baggianate che
> trovi sui cookie banner.
>
>
>> Ritieni che la distinzione tra codice come lingua e codice come legge
>> sia pertinente, quando parli della cittadinanza?
>
> A ben guardare no.
>
> La Legge può riguardare solo gli uomini, non gli automatismi.
>
> Il Codice non è davvero Legge in termini giuridici.
> Potremmo dire che ha l'efficacia di una Legge fisica, una complessità
> molto superiore al diritto di uno Stato e una stabilità paragonabile
> alla lista della spesa... piena di errori.
>
>
>> Può bastare essere alfabetizzati o occorre essere "giuristi esperti",
>> in grado di analizzare un software e comprendere come stia
>> effettivamente regolando la nostra vita?
>
> E' necessario essere in grado di analizzare un software e comprendere
> come stia effettivamente influenzando la nostra vita.
>
> Per quanto ne so, non c'è alternativa purtroppo.
>
>
> Può sembrare impossibile solo se si da per scontata la complessità
> fuori controllo delle tecnologie attuali. Tecnologie che però sono
> state progettate per essere opache (alcune più di altre) o sono state
> lasciate diventare opache.
>
> Persino nel software libero (e ovviamente in tutto il software open
> source) le 4 libertà sono sempre più ridotte a privilegi per pochissimi.
>
>
> La democrazia cibernetica non presuppone solo cittadini cibernetici in
> grado di programmare i propri software, ma anche una infrastruttura
> informatica che chiunque possa studiare e comprendere.
>
>
> Un po' come una democrazia novecentesca presuppone scuole e giornali.
>
> D'altronde si tratta di tecnologie realizzate in pochi decenni da
> relativamente poche persone. Si possono rifare meglio, basta uscire
> dall'allucinazione collettiva del "there is no alternative".
>
>
>> Non dovrebbe essere, questo secondo, il compito del potere
>> giudiziario, una volta che la legge abbia provveduto a vietare
>> al codice informatico di violare i nostri diritti?
>
> Il numero di agenti cibernetici automatici, la loro complessità
> e la loro pervasività è soverchiante.
>
> Non esistono Giudici sufficienti sul pianeta.
>
>
> L'informatica non è come le forme di potere precedenti.
>
> Non può essere bilanciata o controllata EFFICACEMENTE.
>
>
> Può solo essere distribuita, trasformandola da uno strumento di potere
> sull'uomo ad uno strumento di libertà dell'umanità.
>
> Solo comprendendo profondamente come funzionano gli automatismi che ci
> circondano possiamo scegliere se usarli, se spegnerli, se romperli o se
> alterarne il funzionamento.
>
> Altrimenti li vivremo sempre come fenomeni fuori dal nostro controllo
> cui adattarci.
>
> E chi li controllerà, controllerà l'intera società.
> Peraltro in modo irresponsabile, perché gli automatismi stessi
> saranno sempre più "invisibili", rimossi dalla nostra coscienza.
>
>
>> Scusami per questa formulazione così approssimativa.
>
> Figurati, credo tu sia stata chiarissima.
>
> Spero di averti risposto.
>
>
> Ora tocca a te! :-)
>
>
>
>
>> W. Reijers, L. Orgad, P. De Filippi, The Rise of Cybernetic
>> Citizenship, «Citizenship Studies», 2022,
>> https://ssrn.com/abstract=4100884
>
> Grazie mille!
>
> Lo leggo subito dopo cena. ;-)
>
>
> Giacomo
>
>
>
> [1] dovrebbero. almeno contro i poveri che non si possono permettere
> tattiche dilatorie che portano alla prescrizione. contro i ricchi
> non sembrano funzionare molto, come ha dimostrato bene la Eternit.
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Dec. 22, 2022
Impatto del digitale su studenti e processi di apprendimento
by Enrico Nardelli
Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della commissione istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e 2021.
Due estratti:
«Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.»
«Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
Il testo integrale è sotto, il doc originale qua https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf
DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica, beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021
a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento.
I RISULTATI DELL’INDAGINE
Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione,depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica... Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche.
È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle Forze dell’ordine auditi. Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a peggiorare.
C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi italiani guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal secondo dopoguerra, agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il nostro sguardo abbandona le nazioni occidentali per volgersi ad Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone. Sono questi, oggi, i nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni quanto a diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici, su di noi e di conseguenza sulla società in cui viviamo.
I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i dieci e i diciannove anni è classificato come «troppo dipendente» dal proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta per curare le patologie da web. In Cina i giovani «malati» sono ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa «stare in disparte». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli
hikikomori in Giappone sono circa un milione. Un milione di zombi.
Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di audizioni giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce come un muscolo,si sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali (sociale videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo, dunque, si atrofizza. Detto in termini tecnici, si riduce la neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il
digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani.
Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale, aveva scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia e in così poco tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai, non è più uno strumento, ma è diventato un’appendice del corpo. Soprattutto nei più giovani. Un’appendice da cui, oltre ad un’infinita gamma di funzioni, in larga parte dipendono la loro autostima e la loro identità. È per questo che risulta così difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il telefonino almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e assurdo quanto subire l’amputazione di un arto.
Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo li inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi programmati apposta per adescarli e tenerli connessi il più a lungo possibile. È naturale perché a disconnettersi percepiscono la sgradevole sensazione di essere «tagliati fuori», esclusi, emarginati. È naturale anche e soprattutto perché essere connessi è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso del digitale che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale videogiochi, favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della sensazione di piacere.
Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le console per videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e con un’accelerazione impressionante dal 2007, anno in cui debutta lo smartphone, depressioni e suicidi tra i giovanissimi hanno raggiunto percentuali mai viste prima. Sono quasi raddoppiati, e quel che preoccupa è che il trend appare in costante ed inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita, riguarda i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si auto-alimentano sui social e nelle chat esaltando anziché scoraggiando i ragazzi e in modo particolare le ragazze dal metterli in pratica.
A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani dell’essere costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi cosa. Istigazione al suicidio, adescamento, sexting, bullismo, revenge porn: tutti reati in costante crescita. Reati facilitati dal fatto che nelle nuove piazze virtuali non trovano spazio le regole in vigore nelle vecchie piazze reali: vige l’anonimato, i controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza alcuna sorveglianza da parte dei genitori.
Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.
CONCLUSIONI
Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori, e ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema, sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi.
Avanziamo alcune ipotesi:
– scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici anni;
– rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di tredici anni;
– prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei minori;
– favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web;
– vietare l’accesso degli smartphone nelle classi;
– educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi digitali e alla navigazione sul web;
– interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento;
– incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e l’esercizio della memoria.
Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro.
--
-- EN
https://www.hoepli.it/libro/la-rivoluzione-informatica/9788896069516.html
======================================================
Prof. Enrico Nardelli
Presidente di "Informatics Europe"
Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI
Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata"
Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma
home page: https://www.mat.uniroma2.it/~nardelli
blog: https://link-and-think.blogspot.it/
tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699
mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli(a)mat.uniroma2.it
online meeting: https://blue.meet.garr.it/b/enr-y7f-t0q-ont
======================================================
--
Dec. 22, 2022
Nobody Owns Our Technological Future
by Antonio Vetro'
Intervento alla prima conferenza annuale del Distributed AI Research Institute, che inaugurerà una serie di interventi su "possible futures” per le tecnologie
(broad, near-future speculative pieces designed to de-center dominant narratives and challenge us all to realize that we can have a different technological future)
https://videos.trom.tf/w/iv9nPbTDMJZajMBCChdsFR (Durata 9’53")
Research engineer Dylan Baker talks about how billionaires have taken over the imaginary of technological futures, and how we need to take back that imaginary.
Instead of continually playing on the back foot, what would it mean to build something new?
He concludes by introducing our forthcoming Possible Futures series where we will further explore this question.
Dec. 22, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by Giacomo Tesio
On Wed, 21 Dec 2022 17:40:39 +0000 Daniela Tafani wrote:
> Caro Giacomo,
>
> provo a controproporre a te a e a Nexa una domanda.
Mi piace questo gioco! :-D
Ok rispondo io... per primo. ;-)
> Ma non è necessario che tutti siano esperti giuristi. Oppure sì?
Non è necessario perché (e fintanto che) la violazione delle Leggi è
opera di esseri umani e l'interpretazione delle Leggi è affidata a
Giudici umani che rispondono delle proprie decisioni in un sistema
di garanzie efficace.
In Italia abbiamo diversi gradi di giudizio che, almeno in teoria,
dovrebbero garantire Giustizia. [1]
Ma gli automatismi hanno cambiato il paradigma.
> Il diritto protegge i diritti di tutti, compresi quelli delle persone
> che non siano in grado di decifrare un testo normativo
Nel 2020 il solo kernel Linux consisteva in 27.8 milioni di righe di
codice. Non ho idea di quanto siano lunghi il codice civile e il codice
penale insieme, ma scommetto un caffé che sono nettamente più brevi.
Se anche fosse comparabile, si tratta di una frazione minima, seppur
fondamentale, del codice in esecuzione su qualsiasi cellulare.
Inoltre questi i codici destinati all'interpretazione umana cambiano con
una rapidità nettamente inferiore a quelli destinati all'esecuzione
meccanica di un computer.
E il computer non si lamenta, non sciopera e non fa la rivoluzione.
Esegue pedissequamente gli ordini impartiti, riproducendo infinite
volte la volontà di chi lo programma.
> Il codice (informatico) è lingua e, al tempo stesso, legge.
>
> Ci preoccupiamo, scriveva Lawrence Lessig oltre due decenni fa, di
> difenderci dallo stato e dal mercato, ma non dal codice informatico,
> la cui architettura può abilitare o disabilitare le nostre libertà,
> proteggere la privacy o promuovere il controllo.
>
> Se però il diritto dicesse che i miei dati sono miei - proseguiva -
> rubarmeli sarebbe un furto.
>
> Il codice informatico è inevitabilmente un elemento di regolazione
> delle nostre vite.
>
> La legge giuridica può, e dovrebbe, intervenire a proteggerci da
> quelle configurazioni del codice informatico che violano i nostri
> diritti.
Sono d'accordo.
L'unico problema è che c'è un solo modo in cui la Legge può influenzare
efficacemente l'informatica: stabilendo che qualsiasi programma che non
può essere studiato e compreso da un qualsiasi cittadino adulto in un
tempo ragionevole (una settimana o al massimo un mese...) non può
essere distribuito o eseguito su dati di terzi.
Qualunque altra norma che riguardi l'informatica è aggirabile, se
questa non viene fatta rispettare in modo ferreo.
Il GDPR ne è la prova lampante.
E non solo per le innumerevoli violazioni commesse impunemente per anni
dai Titolari che si affidano ai GAFAM: pensa alle sciocchezze che
vengono scritte nelle informative privacy o alle baggianate che
trovi sui cookie banner.
> Ritieni che la distinzione tra codice come lingua e codice come legge
> sia pertinente, quando parli della cittadinanza?
A ben guardare no.
La Legge può riguardare solo gli uomini, non gli automatismi.
Il Codice non è davvero Legge in termini giuridici.
Potremmo dire che ha l'efficacia di una Legge fisica, una complessità
molto superiore al diritto di uno Stato e una stabilità paragonabile
alla lista della spesa... piena di errori.
> Può bastare essere alfabetizzati o occorre essere "giuristi esperti",
> in grado di analizzare un software e comprendere come stia
> effettivamente regolando la nostra vita?
E' necessario essere in grado di analizzare un software e comprendere
come stia effettivamente influenzando la nostra vita.
Per quanto ne so, non c'è alternativa purtroppo.
Può sembrare impossibile solo se si da per scontata la complessità
fuori controllo delle tecnologie attuali. Tecnologie che però sono
state progettate per essere opache (alcune più di altre) o sono state
lasciate diventare opache.
Persino nel software libero (e ovviamente in tutto il software open
source) le 4 libertà sono sempre più ridotte a privilegi per pochissimi.
La democrazia cibernetica non presuppone solo cittadini cibernetici in
grado di programmare i propri software, ma anche una infrastruttura
informatica che chiunque possa studiare e comprendere.
Un po' come una democrazia novecentesca presuppone scuole e giornali.
D'altronde si tratta di tecnologie realizzate in pochi decenni da
relativamente poche persone. Si possono rifare meglio, basta uscire
dall'allucinazione collettiva del "there is no alternative".
> Non dovrebbe essere, questo secondo, il compito del potere
> giudiziario, una volta che la legge abbia provveduto a vietare
> al codice informatico di violare i nostri diritti?
Il numero di agenti cibernetici automatici, la loro complessità
e la loro pervasività è soverchiante.
Non esistono Giudici sufficienti sul pianeta.
L'informatica non è come le forme di potere precedenti.
Non può essere bilanciata o controllata EFFICACEMENTE.
Può solo essere distribuita, trasformandola da uno strumento di potere
sull'uomo ad uno strumento di libertà dell'umanità.
Solo comprendendo profondamente come funzionano gli automatismi che ci
circondano possiamo scegliere se usarli, se spegnerli, se romperli o se
alterarne il funzionamento.
Altrimenti li vivremo sempre come fenomeni fuori dal nostro controllo
cui adattarci.
E chi li controllerà, controllerà l'intera società.
Peraltro in modo irresponsabile, perché gli automatismi stessi
saranno sempre più "invisibili", rimossi dalla nostra coscienza.
> Scusami per questa formulazione così approssimativa.
Figurati, credo tu sia stata chiarissima.
Spero di averti risposto.
Ora tocca a te! :-)
> W. Reijers, L. Orgad, P. De Filippi, The Rise of Cybernetic
> Citizenship, «Citizenship Studies», 2022,
> https://ssrn.com/abstract=4100884
Grazie mille!
Lo leggo subito dopo cena. ;-)
Giacomo
[1] dovrebbero. almeno contro i poveri che non si possono permettere
tattiche dilatorie che portano alla prescrizione. contro i ricchi
non sembrano funzionare molto, come ha dimostrato bene la Eternit.
Dec. 21, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by Daniela Tafani
Caro Giacomo,
provo a controproporre a te a e a Nexa una domanda.
E' vero che non c'è democrazia senza conoscenza della lingua.
Di più: comanda chi conosce più parole e la democrazia esige perciò, come scrive Zagrebelsky,
una certa uguaglianza nella distribuzione delle parole.
Ma non è necessario che tutti siano esperti giuristi. Oppure sì?
Il diritto protegge i diritti di tutti, compresi quelli delle persone che non siano in grado di decifrare un testo normativo
(anche se mi vengono subito in mente Renzo e il latinorum di don Abbondio).
Il codice (informatico) è lingua e, al tempo stesso, legge.
Ci preoccupiamo, scriveva Lawrence Lessig oltre due decenni fa, di difenderci dallo stato e dal mercato,
ma non dal codice informatico, la cui architettura può abilitare o disabilitare le nostre libertà, proteggere la privacy o promuovere il controllo.
Se però il diritto dicesse che i miei dati sono miei - proseguiva - rubarmeli sarebbe un furto.
Il codice informatico è inevitabilmente un elemento di regolazione delle nostre vite.
La legge giuridica può, e dovrebbe, intervenire a proteggerci da quelle configurazioni del codice informatico che violano i nostri diritti.
Ritieni che la distinzione tra codice come lingua e codice come legge sia pertinente, quando parli della cittadinanza?
Può bastare essere alfabetizzati o occorre essere "giuristi esperti",
in grado di analizzare un software e comprendere come stia effettivamente regolando la nostra vita?
Non dovrebbe essere, questo secondo, il compito del potere giudiziario, una volta che la legge abbia provveduto a vietare al codice informatico di violare i nostri diritti?
Scusami per questa formulazione così approssimativa.
Sulla cittadinanza cibernetica, segnalo un articolo che la assimila alla condizione in cui
- l’interazione tra cittadini e istituzioni è informatizzata (soggetta a calcolo);
- lo standard del «buon» cittadino è determinato da metriche quantificate;
- in termini temporali, la cittadinanza diventa un processo;
- la misurazione delle metriche può essere correlata a premi e punizioni (che generano disuguaglianze e gerarchie).
- l’identità stessa dei cittadini è definita dalle metriche;
- si ha un primato dei fini sui diritti (non una complementarietà);
- si ha un primato del processo sullo status, che diventa condizionato e contingente (logica dei prezzi personalizzati),
per cui lo status giuridico esce dalla sfera giuridica
W. Reijers, L. Orgad, P. De Filippi, The Rise of Cybernetic Citizenship, «Citizenship Studies», 2022, https://ssrn.com/abstract=4100884
Un caro saluto,
Daniela
________________________________
Da: Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it>
Inviato: lunedì 19 dicembre 2022 22:25
A: Daniela Tafani
Cc: Antonio; nexa(a)server-nexa.polito.it
Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
Salve Daniela,
le tue considerazioni mi fanno sorgere una domanda per te e Nexa.
In una democrazia (o quanto meno nella nostra democrazia,
stando all'articolo 1 della Costituzione) è cittadino colui
che partecipa alla determinazione delle regole che governano
la società cui appartiene.
Questa partecipazione ha diverse forme che vengono espresse
attraverso diversi diritti che la società deve riconoscere
a ciascun cittadino, per potersi definire democratica.
Fra questi:
- diritto/libertà di voto (attivo e passivo)
- diritto/libertà di espressione
- diritto/libertà di associazione
- diritto alla riservatezza / libertà nella propria vita privata
etc...
La restrizione di questi diritti / libertà (per un cittadino) può
avvenire solo in condizioni eccezionali a fronte di gravi danni
perpetrati dal cittadino ad altri cittadini.
Questo perché questi diritti/libertà individuali hanno una funzione
sociale fondamentale: mantenere democratica la società stessa,
garantendo ad ogni cittadino dello stato la possibilità di agire
efficacemente sulle Leggi cui è sottoposto.
E non parliamo solo del diritto alla partecipazione elettorale (come
elettore o come candidato): anche la libertà di espressione è
fondamentale per alimentare un dibattito pubblico che porti alla
creazione di norme adeguate; anche la libertà di associazione è
necessaria per unire le persone che condividono ideali o interessi;
anche la riservatezza è necessaria per non subire influenze indebite
nell'elaborazione di nuove idee... e così via.
Tant'è che, di fatto, chi non esercita questi diritti e queste libertà,
cessa (almeno temporaneamente) di agire come un cittadino.
Dal che si potrebbe dedurre che i diritti funzionali al mantenimento
della democrazia sono anche doveri: il popolo sovrano DEVE esercitare
la propria sovranità.
Se viola tale dovere, la pena è perderne il diritto.
Fatta questa lunga (e probabilmente inutile) premessa, ecco la mia domanda.
In una società cibernetica la cui evoluzione è determinata per la
stragrande maggioranza dalle regole impresse negli automatismi che la
popolano (molto più numerosi delle persone), è possibile definire
"cittadino" chi non ha concretamente modo di modificare tali automatismi
o crearne di nuovi?
Chi non comprende affatto come funzionano, può essere definito
"cittadino" se anche gli vengono garantiti i diritti / doveri che tu
elencavi?
Supponi che domani tutta l'informatica diventi servizio pubblico.
Ai cittadini viene garantito, giurin giuretto, che tutti i software
prodotti garantiscono i diritti che hai elencato.
MA pochissime persone hanno le competenze, il tempo o il diritto di
analizzare (supponi a causa del copyright o simili leggi oscuantiste)
cosa quel software effettivamente FA.
Solo quelle pochissime persone (supponi, parte di un Ordine) hanno il diritto
o comunque la possibilità di scrivere e distribuire software.
Potremmo dire che tale società cibernetica sia democratica?
Personalmente direi: assolutamente no!
Prerequisito per una vera democrazia cibernetica è la partecipazione di
tutti i cittadini alla determinazione delle regole che determinano
l'evoluzione della società nel tempo.
Se queste regole sono scritte in leggi, questo significa garantire a
tutti i cittadini il diritto/dovere di saper leggere e scrivere per fare Politica.
Se queste regole sono scritte, nella stragrande maggioranza, in software
allora tutti i cittadini dovranno essere messi in condizione di
programmare e debuggare per fare Politica.
Altrimenti saranno costretti a subire la società cibernetica costruita
per la stragrande maggioranza da altri, senza poterne prevedere
l'evoluzione o concepire alternative... in sintesi senza poterla in
alcun modo influenzare.
Dove sbaglio?
Giacomo
On Mon, 19 Dec 2022 12:29:04 +0000 Daniela Tafani wrote:
> Buongiorno.
>
>
> Credo i doveri del "cittadino digitale" siano ricavabili dalle
> capacità che l'educazione alla cittadinanza digitale dovrebbe
> promuovere,
>
> secondo quanto previsto dalla legge 92 del 2019, art. 5, comma 2, che
> copio di seguito
>
>
> (sorvolando sulla stravaganza della pretesa che una simile educazione
> possa darsi,
>
> quando i luoghi in cui adempiere ai doveri della cittadinanza
> digitale sono piattaforme private con prerogative statali, in cui si
> è sudditi, anziché cittadini, e in cui chiunque può vedersi privato,
> ad esempio, del diritto di parola o dell'identità digitale, in base a
> regole misteriose e sentenze inappellabili).
>
>
> a) analizzare, confrontare e valutare criticamente la
> credibilita' e l'affidabilita' delle fonti di dati, informazioni e
> contenuti digitali;
> b) interagire attraverso varie tecnologie digitali e individuare
> i mezzi e le forme di comunicazione digitali appropriati per un
> determinato contesto;
> c) informarsi e partecipare al dibattito pubblico attraverso
> l'utilizzo di servizi digitali pubblici e privati; ricercare
> opportunita' di crescita personale e di cittadinanza partecipativa
> attraverso adeguate tecnologie digitali;
> d) conoscere le norme comportamentali da osservare nell'ambito
> dell'utilizzo delle tecnologie digitali e dell'interazione in
> ambienti digitali, adattare le strategie di comunicazione al pubblico
> specifico ed essere consapevoli della diversita' culturale e
> generazionale negli ambienti digitali;
> e) creare e gestire l'identita' digitale, essere in grado di
> proteggere la propria reputazione, gestire e tutelare i dati che si
> producono attraverso diversi strumenti digitali, ambienti e servizi,
> rispettare i dati e le identita' altrui; utilizzare e condividere
> informazioni personali identificabili proteggendo se stessi e gli
> altri;
> f) conoscere le politiche sulla tutela della riservatezza
> applicate dai servizi digitali relativamente all'uso dei dati
> personali;
> g) essere in grado di evitare, usando tecnologie digitali, rischi
> per la salute e minacce al proprio benessere fisico e psicologico;
> essere in grado di proteggere se' e gli altri da eventuali pericoli
> in ambienti digitali; essere consapevoli di come le tecnologie
> digitali possono influire sul benessere psicofisico e sull'inclusione
> sociale, con particolare attenzione ai comportamenti riconducibili al
> bullismo e al cyberbullismo.
>
>
> Un saluto,
> Daniela
>
>
> ________________________________
> Da: nexa <nexa-bounces(a)server-nexa.polito.it> per conto di Antonio
> <antonio(a)piumarossa.it> Inviato: lunedì 19 dicembre 2022 13:14
> A: nexa(a)server-nexa.polito.it
> Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi
> digitali per il decennio digitale":
>
> > ho una domanda per i giuristi: come nascono i doveri? Ormai sui
> > diritti, nuovi o riaggiornati per il digitale, c'è parecchio, ma c'è
> > anche qualche "dovere digitale" ufficiale? Immagino che un dovere
> > non sia equivalente ad una sanzione per un diritto non rispettato,
> > quindi cos'è un dovere e come si può lavorare a far nascere doveri
> > digitali?
> Dovere o obbligo?
>
> Ad esempio il Codice dell'amministrazione digitale (CAD) è un corpus
> di disposizioni nato per stabilire il /diritto/ di cittadini e
> imprese a relazionarsi con la PA attraverso le tecnologie digitali.
> Il /dovere/ di dotarsi degli strumenti per consentire ai cittadini di
> esercitare questo diritto è in capo alle amministrazioni pubbliche.
>
> Se per dovere intendiamo obbligo, allora bisogna consultare le norme.
>
> Prendiamo sempre il CAD [1]
> L'art.3-bis recita:
> "Chiunque ha il diritto di accedere ai servizi on-line [...] tramite
> la propria identità digitale"
> e continua con
> "I soggetti di cui all'articolo 2, comma 2, i professionisti
> tenuti all'iscrizione in albi ed elenchi e i soggetti tenuti
> all'iscrizione nel registro delle imprese hanno l'obbligo di dotarsi
> di un domicilio digitale"
>
> L'art. 32 stabilisce gli obblighi del titolare di firma elettronica
> qualificata
> L'art. 43 gli obblighi di conservazione ed esibizione dei documenti
>
> Se, per finire, parliamo di "doveri del cittadino digitale", credo non
> siano codificati da nessuna parte. Tutt'al più possiamo ricondurli
> nell'alveo dell'uso responsabile della rete, nel rispetto
> dell'identità digitale altrui, ecc.
>
> Nel 2019 l’Università degli Studi di Milano, il CORECOM (Comitato
> regionale per le comunicazioni) della Lombardia e l’Ordine degli
> Avvocati di Milano hanno elaborato un decalogo per diffondere un uso
> responsabile delle tecnologie, non ho trovato il documento in rete ma
> qui [2] il prof. Ziccardi ne tratta i punti salienti.
>
> A.
>
> [1]
> https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=20221219121457060629…
> [2]
> https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=20221219121457060629…
>
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=20221219121457060629…
Dec. 21, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by Alessandro Brolpito
Ciao Mauro,
Mi sembra che non sia nel database, appena pubblicato da OECD "Declaration
on a Trusted, Sustainable and Inclusive Digital Future"
OECD Legal Instruments
<https://legalinstruments.oecd.org/en/instruments/OECD-LEGAL-0488>
Buona serata, Alessandro
On Sat, 17 Dec 2022 at 12:59, Mauro SANTANIELLO <msantaniello(a)unisa.it>
wrote:
> Si, Alessandro, ci sono altri documenti simili. Qui ne abbiamo raccolti, e
> codificati, più di 200:
> https://digitalconstitutionalism.org/database/?showAll=1
>
>
> Mauro Santaniello (PhD)
>
> *Assistant Professor, Internet Governance and Digital PolicyDirector,
> Internet & Communication Policy Centre (ICPC)*
> *Scientific Coordinator, Salerno Winter School on Internet Governance
> (SWING)*
>
> *Associate Research Fellow, The United Nations University Institute on
> Comparative Regional Integration Studies (UNU-CRIS)**Visiting Professor
> of Internet Governance, Sciences Po Grenoble*
>
> *Department of Business, Management and Information Systems (DISA-MIS)*
> *Università degli Studi di Salerno *
> *Via Giovanni Paolo II, 132 84084 Fisciano (SA) - Italy *
>
> *E. msantaniello(a)unisa.it <msantaniello(a)unisa.it> *
> *W. http://docenti.unisa.it/mauro.santaniello
> <http://docenti.unisa.it/mauro.santaniello>*
> *Skype: internetpolicy *
> *T. twitter.com/webvoodoo <http://twitter.com/webvoodoo>*
>
>
> Il giorno ven 16 dic 2022 alle ore 19:57 Alessandro Brolpito <
> abrolpito(a)gmail.com> ha scritto:
>
>> Grazie molto Mauro, penso che sia un documento da incorniciare e tenere
>> sempre presente, soprattutto il capitolo uno.
>> Mi chiedo se ci sono altri documenti simili nel mondo
>> C'e' tanto da fare...
>> Alessandro
>>
>> On Fri, 16 Dec 2022 at 09:37, Mauro Alovisio <mauro.alovisio(a)gmail.com>
>> wrote:
>>
>>> Gent.mi
>>>
>>> segnalo interessante iniziativa ad oggetto:"Dichiarazione europea sui
>>> diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
>>>
>>> https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/library/european-declaration-digit…
>>> Un caro saluto
>>> Mauro
>>>
>>> _______________________________________________
>>> nexa mailing list
>>> nexa(a)server-nexa.polito.it
>>> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>>>
>> _______________________________________________
>> nexa mailing list
>> nexa(a)server-nexa.polito.it
>> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>>
>
Dec. 21, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by Daniela Tafani
Sul nesso tra stupidità-ignoranza e inutilità dei diritti puntano settori diversi e convergenti:
- nell'economia comportamentale, sulla tesi della stupidità umana si fonda la difesa di un paternalismo statale coercitivo, quando la spinta gentile non sia sufficiente
(Sarah Conly, Against autonomy: «è corretto dire che siamo stupidi», «lasciate a se stesse, […] le persone si rilassano nell’inerzia e nell’irrazionalità» e «possono non fare
altro che guardare la televisione»; «abbiamo bisogno di interferenza esterna […]. Abbiamo bisogno di aiuto»)
- nelle neuroscienze del giudizio morale, le star del settore - quali Patricia Churchland e Joshua Greene - traggono conseguenze normative
da qualche risonanza magnetica funzionale (alla faccia della legge di Hume, che ovviamente liquidano con fastidio)
e pretendono di aver dimostrato con ciò che credere nei diritti è un errore cognitivo;
- nelle narrazioni sull'"intelligenza artificiale", le macchine sono antropomorfizzate e il cervello, viceversa assimilato a una macchina;
lo stesso utilizzo di sistemi di machine learning a supporto di decisioni che abbiano effetti sulle vite delle persone
si fonda sull'indistinzione tra persone e cose.
E, persa questa distinzione, i diritti sono spacciati.
Un saluto,
Daniela
________________________________
Da: nexa <nexa-bounces(a)server-nexa.polito.it> per conto di Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it>
Inviato: mercoledì 21 dicembre 2022 11:59
A: antonio(a)piumarossa.it
Cc: nexa(a)server-nexa.polito.it
Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
On Wed, 21 Dec 2022 02:59:26 -0600 antonio(a)piumarossa.it wrote:
> > Dal che si potrebbe dedurre che i diritti funzionali al mantenimento
> > della democrazia sono anche doveri: il popolo sovrano DEVE
> > esercitare la propria sovranità.
> > Se viola tale dovere, la pena è perderne il diritto.
>
> Ora, se dovessimo togliere i diritti a tutti coloro che violano
> questi doveri, non so quanti cittadini titolari di diritti
> rimarrebbero in Italia.
Temo di non essere stato chiaro, Antonio.
Io segnalavo semplicemente una conseguenza logica, non proponevo alcun
automatismo giuridico! Anzi!
Se non eserciti i diritti funzionali al mantenimento della democrazia,
DI FATTO, stai riducendo (temporaneamente) te stesso a qualcosa di meno
di un cittadino.
Se il cittadino è colui che partecipa attivamente alla vita politica
della Polis, chi non partecipa attivamente alla vita politica della
Polis non si comporta (in quel momento) da cittadino.
Diventa, di fatto, un suddito.
(nella migliore delle ipotesi)
Se questa condizione temporanea perdura a lungo e coinvolge una
percentuale rilevante della popolazione, ecco che lo Stato DI FATTO
smette di essere una Democrazia.
Non è un automatismo: è logica.
Che poi questa situazione di fatto possa venire cristallizzata in norme
che, supponi, riducono il suffragio (come Gramellini arrivava a
chiedere dalle sue colonne di La Stampa qualche tempo fa) può essere
più o meno probabile a seconda delle contingenze storiche.
Io provo con tutte le mie forze a scongiurare questa situazione.
Ma lo faccio proprio perché sono pienamente consapevole delle forze che
puntano (da decenni) a distruggere la democrazia (P2, GAFAM, etc..) e
dei grandi successi che hanno avuto finora.
E' giunta l'ora di contrattaccare! ;-)
> La vita sociale di una comunità, piccola o grande, è complessa. I
> rapporti tra persone, tra persone e istituzioni, tra persone e
> imprese, sono complessi, ridurne la complessità con gli automatismi è
> sbagliato perché va a scapito delle persone più deboli.
Sono pienamente d'accordo.
Ma tutte le cose veramente preziose ed importanti (la vita, l'amore, la
democrazia...) comportano il consumo di energia: non possiamo sperare
che la democrazia si difenda da sé.
E credo sia utile aiutare chi si riduce a suddito (o a ingranaggio) a
rendersi conto pienamente della propria condizione.
Poi ci sarà sicuramente persone la cui psiche è così compromessa da
rifiutare tale consapevolezza o accettarla come inevitabile.
Tipicamente gli adulti "di successo" attuano la prima reazione,
sminuendo la portata della propria schiavitù, mentre quelli
maggiormente oppressi, tendono alla seconda.
D'altro canto, a costo di risultare antipatici, è fondamentale porli di
fronte alla propria sudditanza, alla propria subalternità.
Anche se lo rifileranno ai margini della propria coscienza, la
consapevolezza di essere schiavi li tormenterà fino a farli reagire
nel momento e nel modo più imprevedibile.
Poi la mia speranza sono le persone eccezionali, quelle che non si
adattano ed anzi si dis-adattano. E i bambini, ovviamente.
Perché siamo sempre imprevedibili e possiamo diventare il sassolino
nell'ingranaggio che distrugge tutto (per poi ricostruirlo meglio).
Giacomo
_______________________________________________
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Dec. 21, 2022
"One thing: What is your digital shoebox? Do you have a legacy plan for your photos?"
by J.C. DE MARTIN
*One thing: What is your digital shoebox? Do you have a legacy plan for
your photos?*
Published Dec 20, 2022 | Dale Baskin
Where are your photos?
Most of you can probably answer that question quickly, but take it one
step further: does anybody else know where your photos are? What happens
to your photos if something happens to /you/? What is your photo legacy?
I began thinking about this issue a few years ago when I attended my
grandparents' 65th wedding anniversary. In honor of the event, one of my
aunts crafted a beautiful slideshow documenting their lives together,
going back over half a century. It kicked off a magical evening of
memories and stories, and provided younger generations with a meaningful
link to their family history.
What made this possible? A shoebox.
Before the world went digital, we had shoeboxes. And regular boxes. And
all kinds of other containers into which people stuffed photos. My
grandparents were no exception, and my aunt was able to track down 60+
years of photos by digging through boxes in a closet.
*Can your photos be found?*
My aunt could track down these historically important pictures because
she knew where they were and how to access them. How many of us can say
that about our digital image collections? Consider for a moment: if
something happened to you/right now,/ who would have access to your
photos? And would that person have the information and the
tech-savviness to find them?
[...]
continua qui:
https://www.dpreview.com/articles/6741178670/one-thing-what-is-your-digital…
Dec. 21, 2022
Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by antonio@piumarossa.it
> Che poi questa situazione di fatto possa venire cristallizzata in norme
> che, supponi, riducono il suffragio (come Gramellini arrivava a
> chiedere dalle sue colonne di La Stampa qualche tempo fa) può essere
> più o meno probabile a seconda delle contingenze storiche.
> Io provo con tutte le mie forze a scongiurare questa situazione.
Grazie della precisazione Giacomo. Non è infatti scontato, di questi
tempi, non strizzare l'occhio all'epistocrazia.
Tu citi Gramellini, io rispondo con Jason Brennan, il suo recente saggio
"Contro la democrazia" e la proposta di governo per "oracolo simulato",
funzionalizzato alla ragione per cui ALCUNI di noi hanno il diritto di
essere protetti dall'incompetenza altrui.
Il tema della "selezione" dell'elettorato sta pericolosamente tornando
in auge.
Ancora Sartori, citato l'altra volta:
"la teoria democratica deve fare i conti con una povertà scoraggiante e
sbalorditiva dell'informazione del grande pubblico ma non può proporsi
di medicarlo con strumenti di riduzione del suffragio".
Antonio
Dec. 21, 2022