nexa
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Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
by 380°
Ciao Giacomo,
Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> writes:
> Salve 380°
>
> On December 22, 2022 8:41:44 AM UTC, "380°" <g380(a)biscuolo.net> wrote:
>>
>> E c'è solo un modo efficace per poter intervenire: garantire a tutti che
>> le 4 libertà del software libero possano essere esercitate, **quindi**
>> stabilire per legge che i costruttori debbano fornire le specifiche
>> tecniche necessarie e sufficienti per poter far funzionare i propri
>> dispositivi hardware con qualsiasi software l'utente desideri
>> installare.
>>
>> Manca **soprattutto** questo, caro Giacomo, prima di arrivare alla
>> capacità diffusa di comprendere il funzionamento...
>
> Non puoi pretendere la gallina, prima dell'uovo.
>
> I cittadini cibernetici sono l'uovo (la cellula).
io non la vedo così consequenziale, lo vedo più come un circolo virtuoso
da incoraggiare
perseguento /contemporaneamente/ entrambi gli obiettivi di "literacy
cibernetica" e di "agency cibernetica" con inteventi e iniziative
efficaci, la "cittadinanza cibernetica" potrebbe avere un notevole
sviluppo nel giro di pochi anni/lustri
in questo preciso momento storico io sento più urgente /rivendicare/ la
piena "agency cibernetica" perché sono tante le persone che possono
applicarla, questo - ovvero verificare "sul campo" la potenza di una
piena agency cibernetica - a mio avviso renderebbe molto più evidente a
ogni cittadino l'efficacia, anzi la necessità, di una adeguata "literacy
cibernetica" che "trasformi" la /potenzialità/ (poter disporre di una
piena agency) in /attualità/
> Quando avremo diffuso una piena cittadinanza cibernetica, la politica,
> le Leggi e il mercato si adegueranno.
secondo me è /oggi/ il momento per /adeguarle/ (non "lasciare" che si
adegueranno "da sole"), perché ci sono tutti i presupposti filosofici e
informatici per consentirlo
non voglio affatto dire che questa battaglia debba essere fatta da un
gruppo di professionisti del settore o da una "elìte" illuminata,
proprio tutto il contrario: è una battaglia di tutti e per tutti
>> del'intero codice sorgente installato sui propri dispositivi
>> nell'arco di un mese.
>
> Eddai, mi fai uno strawman proprio tu?
>
> Non tutto il software, ma ogni singolo software.
sì scusa, ho travisato il tuo pensiero (perché l'avevo capito male)
> Un mese è un sacco di tempo: personalmente spero che solo i software
> più complessi finiscano per richiedere così tanto tempo.
>
> Siamo tragicamente lontani da questo obiettivo, ma dobbiamo averlo
> chiaro in mente, per poterlo perseguire.
hai ragione e sono d'accordo con te, l'obbiettivo a lungo termine deve
essere quello... spero non troppo lungo, il termine :-)
il software (sorgente) è troppo spesso /complicato/ mentre dovrebbe
essere solo /complesso/, ma per poterci mettere mano in modo efficace
serve sia "literacy cibernetica" che "agency cibernetica"
> Altrimenti le 4 libertà rimarranno sempre un privilegio per
> pochissimi.
>
>> Chi non vuole studiare il codice sorgente deve potersi affidare ad altri
>> in grado di comprenderlo e ove necessario svilupparlo e modificarlo,
>
> Certo.
>
> Anche tu puoi dettare alla tua segretaria se non vuoi scrivere.
Giacomo qui non stiamo parlando di scrivere uno script bash o python,
stiamo parlando di /studiare/ (e comprendere) il kernel Linux o Hurd,
per fare un esempio
[...]
> Perché l'informatica è primitiva.
>
> Dobbiamo farla evolvere. E non potremo farla evolvere fintanto che
> ragioniamo in termini novecenteschi, che la vediamo come una
> specialità proseguimento dell'elettronica.
lo "specialismo" è un vizio novecentesco che vale per molte cose, ci
vorranno decenni a superarlo, nel frattempo possiamo fare meglio con
quello che abbiamo :-)
>> perché nessuno si salva da solo
>
> Assolutamente d'accordo!
>
> Saper programmare e usare un'infrastruttura comprensibile non fa venir
> meno il bisogno di fiducia negli altri programmatori.
>
> La rende invece più significativa: se sei costretto ad affidarti a
> qualcuno, la fiducia è secondaria, perché tanto non hai alternative.
Giacomo oggi la questione è questa: anche chi sa programmare come si
usa, ad esempio, una scheda grafica attraverso un driver del kernel
Linux (o Hurd) in molti casi **non può** farlo perché non ha le
informazioni per farla funzionare; per recuperare le informazioni
necessarie alcuni sono costretti a fare reverse engineering [1]
...quindi per usare la mia CNS per firmare elettronicamente i documenti
sono costretto ad affidarmi a Dike perché non ho alternative, anzi anche
solo per /autenticarmi/ via browser con la mia CNS devo usare il driver
proprietario
> Solo quando PUOI fidarti, ma puoi anche NON fidarti, la fiducia è
> davvero tale.
mettiamola così: è importante che ciascun cittadino sia in grado di
comprendere (literacy) /perché/ può fidarsi (o NON fidarsi) di coloro a
cui affida dei "componenti" della propria esistenza cibernetica, però
senza mai essere costretto a /delegare in bianco/, anzi in binario, la
propria agency
detto in altri termini, io credo che non possa svilupparsi una piena
literacy senza una piena agency
[...]
Ciao e grazie! 380°
[1] c'è chi si diverte a farlo una o due volte ma poi vi assicuro che
anche il più divertito tecnico dell'universo dopo un po' non si diverte
più e desidera ardentemente passare a fare /altro/ nella vita
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
Dec. 28, 2022
RIASSUMENDO... era: Il diritto universale di installare qualsiasi software su qualsiasi dispositivo
by M. Fioretti
buongiorno a tutti,
cerco di rispondere qui a tutte le ultime repliche che ho ricevuto.
Versione breve: qui il problema non sono i concetti, ma SOLO il modo di proporli.
Versione un pochino piu' lunga:
Questa discussione e' iniziata a partire dalla mia osservazione che, prendendolo alla lettera cosi' come e' scritto qui:
https://fsfe.org/activities/upcyclingandroid/openletter.it.html
il "diritto universale di installare ed eseguire qualsiasi software su qualsiasi dispositivo"
...e' anche il diritto di sostituire il software che controlla i freni della tua auto con qualsiasi cosa hai scritto in 10 minuti senza esperienza pregressa...
e che prendere, anzi:predicare davvero alla lettera il "qualsiasi", senza limitazioni o interpretazioni, sarebbe in parti uguali pericoloso (per l'ovvio fatto che il software e' un tantino piu' sofisticato di una marmitta), impossibile da applicare nel mondo reale e comunque controproducente per la causa stessa del software libero.
Riassunto questo, su https://stop.zona-m.net ci troverete letteralmente CENTINAIA di post dal ~2005 in poi in cui tutti i contenuti delle repliche piu' o meno scandalizzate degli ultimi quattro giorni (right to repair, liberta' fondamentali del SL, il fatto che il codice sorgente di TUTTI i prodotti dovrebbe essere libero, interoperabilita', open hardware, diritto di far quel che si vuole con la roba che ci appartiene eccetera) li predico pure io pari pari da quasi vent'anni, e se gli archivi del LUGRoma fossero ancora online vedreste da piu' di 25.
La differenza vera fra le nostre posizioni non e' li', ma solo nell'insistenza, per non dire fede cieca, che tutti potrebbero o potranno mai condividerle allo stesso modo, senza limitazioni e compromessi. E che quindi sia non solo giusto, ma pure produttivo continuare NON a credere in certi argomenti, ma proporli allo stesso modo.
In sostanza, sui temi centrali siamo interamente d'accordo o quasi. Ma sul come proporli e arrivarci nel mondo REALE, detto sempre in amicizia: tutto quello che ho letto negli ultimi 4 giorni continua a sembrarmi uguale a
- le illusioni anni 80 di Wozniak e Jobs che tutti fossero come loro (a)
- la dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di Barlow del 1996, e tutte le belle visioni successive del Web 2.0 per cui #andratuttobene automaticamente, semplicemente dando a tutti uno spazio e connessioni istantanee a tutti gli altri
- in generale, tutto il modo e linguaggio standard (non gli ideali!!!) di fare advocacy del mondo FSF/GNU, che ha raggiunto la saturazione da almeno 15 anni (b)
In conclusione, tutto quello che sto dicendo e' SOLTANTO, SOLTANTO "se a certe cose non solo ci crediamo, ma vogliamo effettivamente vederle realizzate prima di crepare, forse e' ora di iniziare a spiegarle diversamente da come abbiamo gia' fatto senza successi duraturi per 30 anni. Vedi Einstein (c)"
Buon anno a tutti, se interessa la versione inglese che apparira'
prima possibile su Stop seguitene il feed RSS, o il sottoscritto su
Mastodon, Twitter, etc..
Marco
a) vedi punto 5 di https://stop.zona-m.net/2006/09/seven-things-were-tired-of-hearing-from-sof…
b) https://www.ukuug.org/newsletter/16.3/#help__marco
c)
https://www.quantamagazine.org/einsteins-parable-of-quantum-insanity-201509…
--
Help me write my NEXT MILLION WORDS for digital awareness:
https://stop.zona-m.net/2021/10/funding-2021-2022/
Dec. 28, 2022
Re: [nexa] The End of Programming
by Alberto Cammozzo
Ciao Giacomo,
grazie per la tua articolata e interessante risposta, che mi consente di
precisare (a me stesso per primo) un pensiero che riassumo per temi
invece che rispondere puntualmente; mi scuso davvero per la lunghezza.
Sommariamente premetto che trovo utile distinguere industrialismo e
capitalismo, poiché anche se capitalismo e industria sono
intrecciatissimi, le dinamiche in questione qui sono proprie del modo di
produzione industriale anche quando non è associato al ciclo
capitale/profitto.
L'industrializzazione ha dinamiche immutate nel socialismo sovietico e
nel comunismo cinese o vietnamita, sempre industrialisti, mentre esiste
un capitalismo non industriale, ad esempio quello finanziario. Sono
trasversali alle ideologie novecentesche, con eccezione per l'origine
del capitale industriale e la destinazione del surplus.
Le due dinamiche sono indistricabili, ma distinguibili. Ad esempio la
distruzione dell'ambiente dipende dal modo produzione industriale (ogni
industria è estrattiva, il suo paradigma è la miniera: appropria,
estrai, trasforma, lascia i rifiuti) ma la /scala/ della distruzione
dipende dal consumismo di massa richiesto dal /capitalismo/ industriale.
Questa premessa serve a chiarire i punti seguenti, in relazione alla tua
risposta.
1) I programmatori e la loro coscienza politica e di classe.
Ho introdotto il termine "di classe" deliberatamente, ammiccando alla
terminologia marxista, ben consapevole che data l'egemonia ideologica
neoliberista non esiste più nulla del genere. Fine della dialettica:
niente tesi, niente antitesi, e fine anche delle ipotesi.
Costruire una coscienza di classe era difficile nel paradigma
ideologico, figuriamoci fuori.
In questo quadro continuo a vedere molto di più l'alleanza dei
programmatori (e dell'accademia) "coi capitalisti" come tu dici, che la
consapevolezza di detenere un potere e di volerlo usare per forzare
l'industria ad usare lavoro al posto di capitale. Nemmeno il marxismo
(almeno nelle sue manifestazioni storiche) si è opposto all'uso della
macchina, casomai allo sfruttamento per profitto privato. In qualsiasi
retorica industrialista la macchina ha sempre "liberato" l'uomo.
Nel passato pochi programmatori e un certo numero di computer hanno
"liberato" stuoli di dattilograf*, telegrafist*, tipograf* e contabil*,
e negli anni 50 si è ampiamente discusso dell'impatto dell'automazione
sul lavoro, a prova del fatto che vi era ampia consapevolezza della
trasformazione in atto.
Oggi è il posto del programmatore ad essere in discussione, e domani
sarà quello del trainer di modelli ML.
In ognuno di questi casi il vantaggio è per chi guadagna dall'alta
intensità di capitale e va a discapito da chi guadagna dal lavoro. La
retorica è quella del progresso, dell'efficienza maggiore della macchina
più "razionale" e della fallibilità umana: quello che dice Baudrillard,
attualissimo.
Se tra alcune decine di anni vi saranno programmatori (alcuni dei quali
scriveranno ancora in Cobol) così come autisti di auto e camion e
magazzinieri, sarà non per il successo di una lotta politica dei
programmatori e autisti che avranno convinto l'industria a salvare il
loro lavoro, ma per il fallimento almeno parziale delle promesse della
tecnologia che sarà solo parzialmente riuscita a sostituire le categorie
in questione. Comunque anche un parziale successo ripagherà l'industria
degli sforzi di "ricerca".
Gli articoli come quello di Matt Welsh servono a far venire l'acquolina
in bocca all'industria, e a costruire la narrativa retorica per attrarre
investimenti.
Ti do ragione in merito alle geografie dello sviluppo software: almeno
per il software f/oss [1] vi sono delle sfumature nella polarizzazione
tra India e US, e l'UE si trova nel mezzo.
2) L'/eccezionalismo informatico/ e la intrinseca virtù del free
software nel generare software che rispetti l'uomo.
Per /eccezionalismo/ mi riferisco a quanto dici: "non puoi paragonarla
con nessuna altra attività umana, se non con la lettura e la scrittura
che in effetti sono le prime rivoluzioni informatiche della storia".
A me pare che la scrittura di codice, se ancora oggi può assomigliare ad
un artigianato, non possa sfuggire alla legge industriale
dell'assimilazione formulata dalla Arendt ne /La condizione umana /(1958):
The industrial revolution has replaced all workmanship with labor,
and the result has been that the things of the modern world have
become labor
products whose natural fate is to be consumed, instead of work
products which are there to be used.
Come d'altra parte non sono sfuggite le altre forme di scrittura: per
ogni riga "artigianale" di scrittura ve ne sono almeno 1000
"industriali" consumate ogni giorno.
Il free software non cambia la natura del problema, anzi: l'industria
del software proprietario, dopo un iniziale momento di sconcerto per il
successo di GNU/Linux e di Netscape Navigator, ha capito che non aveva
nemmeno bisogno di appropriarsi della miniera per poterla sfruttare.
Google ha imparato cosi bene la lezione da aprire da subito il codice di
Android e finanziare contributi.
Non che io creda che sia una cosa cattiva, anzi! E' una mossa
intelligente che mira a creare un ecosistema industriale catalizzando
sinergia invece di appropriarsi di uno spazio, ma la licenza non ha
impedito ad Android di trasformarsi in un prodotto di sorveglianza per
eccellenza, ed è questo che non va.
La Hacking license non impedisce di creare modelli ML a partire dal
codice (incluso il vostro di MonitoraPA), ma impone di condividerli.
Mossa virtuosa che non consente l'appropriazione, ma non impedisce di
scavalcare la programmazione. E comunque non affronta il problema
dell'impiego del modello ML che Microsoft sarà costretta a rilasciare
come esito di una lite persa con MonitoraPA.
3) "Adattarsi o adattare?" Si, ma cosa manca?
Premesso che rispetto molto e come sai condivido la posizione
dell'hacker. Mi entusiasma Harry Tuttle di Brazil, la figura di quello
che si batte per "riparare" un mondo che non sarà comunque mai a posto
(il "tikkuner" [2]).
Di fondo condivido quindi la posizione che suggerisci di adattare il
mondo e non subire il cambiamento.
Parli di introdurre bug, aggirare DRM... Certo, ma chi scrive DRM in
primo luogo? Perché continua a farlo? Perché /può/ farlo?
La questione non è (o almeno non solo) quali tecnologie 'buone'
sviluppare nella resistenza contro quelle 'cattive', è accettare che ci
sia questa guerra e dovervi impegnare così tante risorse.
Se nulla cambia, come è avvenuto per il free software, l'enorme sforzo
creativo di migliaia di hacker e attivisti verrà appropriato per
estrarne qualcosa e lasciare lì le scorie, nella perenne illusione che
la prossima battaglia cambierà /davvero/ qualcosa. Una dinamica intuita
da Roland Barthes proprio nell'analizzare come il potere si nasconde
nelle pieghe della lingua.
GNU, Linux, Firefox sono oggi /simultaneamente/ sia l'esito della scorsa
battaglia hacker contro il potere delle compagnie egemoni del software
proprietario sia la risorsa gratuitamente offerta alle stesse identiche
società per rinnovare la stessa identica industria. Cosa è cambiato? Il
modello di business, da prodotto software a servizio di sorveglianza.
Chrome è il browser più diffuso e Windows esiste ancora!
Esattamente come gli argomenti delle /scorse/ campagne degli attivisti
del clima sono al centro delle campagne di marketing del più sfacciato
greenwashing. La prossima-cosa-buona-da-fare è cambiare l'auto e
prenderla elettrica, purché non si metta in discussione una mobilità
individuale palesemente insostenibile.
In tutto questo quadro tutti ci dibattiamo tra quale delle conseguenze
accettare, che parte prendere.
Ma chi ha deciso le parti? Nessuno da quasi quarant'anni mette in
discussione le premesse denunciate nel 1968 da Baudrillard e molti altri
anche prima.
Le premesse sono che non vi è pensiero ammesso o limiti a cosa
deve/può/non può essere oggetto di industrializzazione, capitalista o meno.
A mio avviso, ad esempio, le relazioni personali ed umane non debbono
essere oggetto di industrializzazione. Non sono una miniera.
Questi limiti risiedono nell'ordine della scala di valori e morale, non
di quella tecnica che non ha alcuna risposta da dare in merito, e perciò
apparentemente non possono essere posti.
La conseguenza più macroscopica è che, in mancanza di futuri tra i quali
scegliere e per non mettere in discussione il modello industriale
preferiamo accettare il collasso dell'uomo, della società e del pianeta.
Per cui ben venga l'atto di resistenza e l'hacker che vuole riparare il
mondo che c'è, ma serve anche conquistarsi il permesso di pensare a
premesse diverse.
La società, prima di essere cibernetica, sia umana.
Mille scuse per la lunghezza, ma francamente non saprei quali altre sedi
se non Nexa possano accogliere dialetticamente questi pensieri che non
stanno in un tweet né un toot. :-)
ciao,
Alberto
[1] J. Wachs, M. Nitecki, W. Schueller, and A. Polleres, “The Geography
of Open Source Software: Evidence from GitHub,” /Technological
Forecasting and Social Change/, vol. 176, p. 121478, Mar. 2022, doi:
10.1016/j.techfore.2022.121478
<https://doi.org/10.1016/j.techfore.2022.121478>.
[2] <https://nobrainnopain.org/TikkunOlam>
On 27/12/22 03:26, Giacomo Tesio wrote:
> Ciao Alberto,
>
> grazie della tua risposta, profonda come sempre.
>
> On Mon, 26 Dec 2022 17:14:07 +0100 Alberto Cammozzo wrote:
>
>> Ho qualche dubbio sulla classe dei programmatori. Se ho capito bene
>> escludi la riduzione in schiavitù dei programmatori e sostieni che
>> (visto che possiedono i mezzi di produzione) questi starebbero
>> maturando una "coscienza politica di classe" tale da minacciare (come
>> un fantasma che gira per il mondo?) le sicurezze del capitalismo
>> della sorveglianza.
> Per la precisione, io ho scritto "coscienza politica" senza precisare
> "di classe" perché ahimé le due cose non coincidono ancora.
>
> Il tema è complesso.
>
>
> Una vera lotta politica E di classe, fra informatici e capitalisti
> è già corso da decenni, sebbene non venga chiamata "lotta di classe".
>
> E' narrata come la lotta "agli hacker" (quelli "cattivi"), dal
> P.H.I.R.M. a Phineas Fisher, da DVDJon a RMS, da Snowden ad Assange...
>
> Ma vista dall'altro punto di vista è anche la lotta degli informatici
> dotati di coscienza politica (ma non necessariamente di classe), contro
> il capitale che ne limita il potenziale rivoluzionario.
>
>> Per quanto ne so io, il software viene scritto prevalentemente in
>> zone del mondo o molto ricche (come in Silicon Valley) o molto povere
>> (come in Chennai o Bangalore), in cui i programmatori o hanno un
>> potere contrattuale individuale molto forte, o non ne hanno affatto,
>> ma in cui la coscienza di classe mi pare comunque debole. Quello di
>> essere un hacker che sceglie la propria licenza è un lusso.
> Hai ragione: si tratta di una lotta politica e di classe sebbene solo
> una delle classi coinvolte ne sia pienamente consapevole: quella dei
> capitalisti.
>
> Molti informatici combattono questa guerra senza nemmeno comprendere a
> fondo cosa li spinge, cosa li accomuna...
> Restringendo persino i propri strumenti di lotta!
>
> Questo perché non hanno ancora piena consapevolezza del proprio potere.
> E quando ce l'hanno, spesso si allineano ai capitalisti, per le
> dinamiche che descrivi.
>
> Tuttavia in Europa ed in Italia le cose sono un po' diverse.
> Stipendi bassi ma non bassissimi. Un minimo di cultura dei diritti.
> Un mix potenzialmente esplosivo in attesa di una miccia.
>
> Forse qui questa nuova classe emergente, potrà finalmente acquisire
> piena coscienza di sé.
>
>> Sarebbe come dire che l'industria della musica non ha potere sui
>> violinisti perché questi hanno il controllo del mezzo di produzione e
>> sono coscienti del loro statuto di artisti. Anche ammettendo le
>> premesse, una parte di loro saranno tanto ben pagati da sentirsi una
>> elite, e gli altri tanto poco da accettare quasi qualsiasi prezzo per
>> un ingaggio. Ci sarà anche un qualche bravo violinista che accetterà
>> di essere molto pagato per addestrare un modello ML che interpreti
>> qualsiasi pezzo al posto suo.
> L'informatica è l'infrastruttura fondamentale di questo millennio.
>
> E' presente ovunque e cambia inesorabilmente ogni cosa che tocca.
>
> Dalla medicina, alla finanza, alla musica, all'agricoltura...
>
> La musica non ha questo potere e questa pervasibità, strutturale e
> funzionale.
>
> Non puoi paragonarla con nessuna altra attività umana, se non con la
> lettura e la scrittura (che in effetti sono le prime rivoluzioni
> informatiche della storia).
>
>
>> In ogni caso. il controllo della risorsa mi pare molto ben saldo in
>> mano a chi la controlla: non credo che l'industria del software tema
>> nemmeno lontanamente uno sciopero dei programmatori, non mi risulta
>> nemmeno ce ne sia mai stato uno.
> :-)
>
> Meno di quanto si immagini.
>
> E' vero, organizzare uno sciopero di programmatori è davvero difficile.
>
> E' difficile perché, come dici tu, la nostra lotta di classe è condotta
> senza una piena coscienza di classe (se non da parte di una minoranza).
> Ma è già successo:https://invidious.weblibre.org/watch?v=0Upw6mzD7Pg
>
> D'altro canto, lo sciopero non è lo strumento di lotta più efficiente
> per noi programmatori.
>
> - Possiamo introdurre bug.
> - Possiamo rallentare lo sviluppo di nuovi software
> ("sciopero bianco" con perfect plausible deniability, perché sono i
> nostri cervelli che fanno la parte fondamentale del lavoro)
> - Possiamo scrivere software libero.
> - Possiamo scrivere software libero per abilitare nuove forme di lotta
> (pensa a uBlock Origin, a piHole, all'osservatorio di Monitora PA)
> - Possiamo aggirare i sistemi DRM, rendere evidente e ridicolizzare
> l'insicurezza strutturale dei software dei capitalisti della
> sorveglianza (pensa ai continui data breach...)
> - Possiamo aggirare la sorveglianza di massa ed insegnare a fare
> altrettanto
>
> Insomma... perché dovremmo limitarci agli strumenti di lotta
> novecenteschi quando i nostri avversari usano pienamente e
> consapevolmente gli strumenti che NOI realizziamo?
>
>> Mi è parso significativo che a scrivere il pezzo che ho segnalato sia
>> un ex accademico di Harvard ed ex Google. Lo ho segnalato perché
>> esplicita un pensiero che ho da anni sulla natura industriale
>> dell'"AI turn".
> E' significativo, certo.
>
> Mostra quanta poca credibilità vada attribuita a chi ha a che fare con
> certe società. Ma l'articolo riporta semplicemente propaganda di
> Google & friends. Che l'autore l'abbia sentita così tante volte da
> crederci, può anche essere. Rimane propaganda.
>
>
>> Matt Welsh cerca di convincerci che possiamo sostituire interi team
>> (in Silicon Valley o in India) con una o due persone che fanno il
>> vero "intellectual work" (lo stampo, il modello), mentre il resto
>> sarà fatto dalle macchine, senza nemmeno le orde di "scimmie"
>> necessarie per il training:
>>
>> The bulk of the intellectual work of getting the machine to do
>> what one wants will be about coming up with the right examples, the
>> right training data, and the right ways to evaluate the training
>> process.
> Welsh vuole convincere gli imprenditori che potranno fare a meno di
> programmatori sempre meno succubi.
>
> Che sia per ragioni politiche, etiche o per mera incapacità tecnica,
> troppi programmatori non fanno ciò che l'imprenditore vuole.
>
> Non è questione di rischio imprenditoriale, ma di potere e controllo.
>
> Welsh vuole spingere quegli imprenditori che sperano di poter fare a
> meno dei programmatori ad investire nelle "AI".
>
>> Personalmente non credo molto che questo renderà il lavoro di
>> programmazione inutile, dipende troppo dai contesti e ci sono altri
>> problemi che ancora non sono ben chiari o il cui impatto non è stato
>> misurato, ma la promessa è questa, liberarsi della complessità e
>> della variabilità introdotta da molti umani. Come diceva Daniela,
>> prospetta un futuro per chiuderne altri che siano diversi.
>>
>> Vedo questa spinta nel mio lavoro di programmazione, che serve
>> potenzialmente a filtrare dati per addestrare modelli che rendano
>> ulteriori programmazioni inutili, con la promessa che una volta
>> azzeccato sufficientemente bene il modello, quello funzionerà per
>> sempre e sempre bene. Anche se è evidente che questi "modelli finali"
>> non esistono, sto pensando a qualche forma di obiezione di coscienza
>> (una licenza che escluda l'uso per training? ogni suggerimento è
>> benvenuto).
> Non che lo escluda, ma che lo renda soggetto alla licenza stessa.
>
> Per questo in Monitora PA usiamo la Hacking License e GitHub:
> https://github.com/MonitoraPA/monitorapa/blob/main/LICENSE.txt
>
> Se GitHub CopyALot distribuisse il nostro codice (cosa che speriamo
> di ottenere entro qualche anno) il suo modello diventerà sotto
> Hacking License e così tutti i software che ne includeranno
> i "suggerimenti".
>
> Immaginati che succederà a quel punto... :-)
>
>
>> Infine, la tua proposta mi pare essere quella che se tutti sanno
>> programmare, non ci sarà bisogno di modelli.
> Che ci siano o meno, farne accettare l'esecuzione sarà molto più
> complesso.
>
> D'altro canto l'intera economia sarà molto diversa.
>
>> Condivido l'auspicio di una diffusa competenza di programmazione,
>> come quella che tutti sappiano suonare il violino e tornire
>> l'argilla: sono espressioni della creatività umana e della sua
>> competenza. Sono manifestazioni della sua libertà. Non troppi anni fa
>> chiunque andasse a scuola sapeva poi suonare, disegnare, usare
>> strumenti e attrezzi: imparava ad essere umano, insomma.
> Ahimé, non è la stessa cosa.
>
> Non hai bisogno di tornire l'argilla tutti i giorni.
> Se non sai farlo, le tue altre facoltà non ne risultano sostanzialmente
> ridotte. Non sapere suonare il violino non ti pone alla mercé di chi sa
> farlo.
>
>
>> Anche se non credo che la maggiore offerta di programmatori
>> competenti possa scalfire la dinamica industriale sottostante il
>> machine learning, che è quella di liberarsi per quanto possibile
>> dall'umano e dall'incerto, tuttavia credo che possa almeno inceppare
>> un'altra dinamica industriale, che è quella della generazione di una
>> scarsità (quella di programmatori) come conseguenza del successo di
>> un prodotto industriale (il ML). Per rimanere negli esempi
>> precedenti: il successo della riproduzione musicale industriale
>> riduce la domanda di orchestre e quindi di violinisti.
> Immagino tu stia sorvolando consapevolmente sul fatto che la
> programmazione statistica (aka "ML" o "AI") sia talmente incerta che
> nessuno se ne vuole prendere la responsabilità, per portare avanti il
> ragionamento dal punto di vista del povero fesso che da retta a Welsh...
>
> Perché parliamo di una pia illusione: potranno far credere ai
> programmatori umani di essere sostituibili, ma non lo saranno mai.
>
> In un'altro thread si sosteneva che il software che gestisce i freni di
> un auto (perché?) non dovrebbe essere sostituibile.
> Figurati se potremmo farlo programmare statisticamente... ad un software
> programmato statisticamente! :-D
>
>
>> In conclusione, per me il deficit non è tecnico né economico, ma
>> morale; non è di risorse, ma di valori. Non cosa facciamo e come, ma
>> a che fine.
> Sono abbastanza d'accordo.
>
> Direi morale E culturale.
>
> Perché l'informatica è cultura: può essere uno strumento di potere
> sull'uomo o di emancipazione dell'uomo.
>
> La scelta fra i due è morale, ma la può compiere solo chi la comprende.
>
>
>> Baudrillard, che ha molto riflettuto anche sul sistema modello/serie,
>> in "il sistema degli oggetti" (1968!) scrive (scusatemi la lunga
>> citazione):
> Bellissima citazione che, secondo me, parla di altro. Passato.
>
>
> La società cibernetica è caratterizzata da oggetti diversi dai
> precedenti, automatici, che definiscono gli spazi di libertà degli
> umani sulla base della volontà di chi li crea e diffonde.
>
>
> Alcuni automatismi surrogano completamente gli esseri umani,
> perseguendo quel processo di alienazione cibernetica che serve
> a ridurre l'autonomia degli esseri umani nel sistema per aumentarne la
> predicibilità:
> https://video.linuxtrent.it/w/uGeLUW9uwuU7siCavjNnZm?start=14m10s
>
>
> E questo avviene ormai fuori dal processo produttivo, nell'intimità
> delle nostre case.
>
>
> L'unica alternativa che vedo, purtroppo, è fra l'azzeramento della
> autonomia individuale (della libertà vera, quella che trascende la
> possibilità di scegliere fra alternative offerte da altri sullo
> scaffale), adattandosi ed integrandosi come ingranaggi nella società
> cibernetica ormai catturata da pochissimi, e la massimizzazione della
> autonomia cibernetica individuale ("computing agency" mi suona
> riduttivo) con la piena consapevolezza del funzionamento degli
> automatismi e il conseguente rifiuto di quelli che non possiamo
> modificare o programmare in prima persona adattandoli a noi.
>
> In altri termini la nostra alternativa è fra:
>
> adattarsi alla società cibernetica costruita da altri
>
> oppure
>
> adattare la società cibernetica alla nostra volontà
>
>
> Rispetto ad una società che esclude la maggioranza delle persone dalla
> partecipazione alla definizione delle sue regole, dobbiamo decidere se
> vogliamo adattarci o dis-adattarci, integrare o dis-integrare.
>
> Hacker o robot.
> Cittadini o schiavi.
>
> Per chi non sceglie, sceglieranno altri.
>
> La seconda opzione, purtroppo.
>
>
> A presto!
>
>
> Giacomo
Dec. 27, 2022
Re: [nexa] Il diritto universale di installare qualsiasi software su qualsiasi dispositivo (era: Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale)
by D. Davide Lamanna
On 12/26/22 11:51, 380° wrote:
> (...)
> il fatto che le centraline delle auto siano molto più complesse e
> abbiano conseguenze molto maggiori sulla sicurezza rispetto alle
> cartucce delle stampanti non giustifica il monopolio de facto a cui
> stiamo andando in contro: prova a parlare con qualsiasi meccanico a caso
> per comprendere come la loro libertà di operare si sia /estremamente/
> ridotta nell'arco degli ultimi 20 anni a causa delle /restrizioni/
> introdotte per mezzo del software
Esattamente.
E aggiungo che il concetto di "Security through obscurity" è deprecato
da decenni ormai, a tutti i livelli, anche quelli più istituzionali.
>
>> b) mi lascia stupefatto e depresso vedere incomprensione di quanto,
>> ANCHE se fosse giusta in principio, qualsiasi campagna del tipo
>> "devo poter modificare e usare come mi pare QUALSIASI software di
>> QUALSIASI dispositivo" sarebbe DANNOSA alla causa del software
>> libero,
> a me lascia stupefatto e depresso che tu la pensi in questo modo
A me lascia incredulo. Stiamo parlando di un pilastro del Software Libero.
>
>> in un mondo in cui da vent'anni non si riesce nemmeno a
>> far usare alla gente i formati ODF anziche' quelli di MS Office. Ma
>> lo capite o no che figura da dementi ci faremmo tutti,
> per la miseria vedo che non fai proprio nulla per evitare di buttare in
> vacca il discorso
Non vedo perché dovremmo auto-censurare le nostre idee per il timore di
fare la "figura da dementi" con dei giornalisti incompetenti. Che
scrivessero quel che vogliono. Se campano compiacendo il sistema che
vuole trasformare i cittadini in utenti, i dementi sono loro.
D.
(null)
Dec. 27, 2022
Re: [nexa] The End of Programming
by alessandro marzocchi
Grazie Giacomo, sono d'accordo quasi su tutto.
««
Date: Tue, 27 Dec 2022 03:26:02 +0100
From: Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it>
««
Credo che il digitale vada paragonato alla parola, lettura e scrittura
seguirono dopo lungo tempo, forse varie decine di migliaia di anni, e varie
migliaia di anni sono stati necessari per diffondere lettura e scrittura.
La stessa parola non emerse dal vuoto, probabilmente fu conseguenza
dell’evoluzione del cervello originata dalla posizione eretta, ragionare
coi piedi potrebbe avere un fondamento -:) .
Oggi noi stiamo vivendo i primissimi passi di questa nuova era ma già
emergono intuizioni significative. Hai indicato bene opportunità e rischi,
scrivendo che il digitale:
««
*è cultura: può essere uno strumento di potere sull'uomo o di emancipazione
dell'uomo. La scelta fra i due è morale, ma la può compiere solo chi la
comprende.*««
Dubito solo che la scelta sia morale e non invece utilitaristica. Scrivi
anche che
««
*la programmazione statistica (aka "ML" o "AI") è molto incerta*
»»
In argomento non ho competenze adeguate per avere opinioni, continuo ad
essere scettico sulla non calcolabilità che, credo, è alla base di questa
tua ultima citazione. Vedo il digitale come un enorme accumulo di
esperienze e loro acceleratore e potenziatore.
Quanta esperienza c’è voluta, quanto tempo quanti errori perché la
posizione eretta generasse la parola, e poi per arrivare a scrittura
lettura grammatica sintassi eccetera? Esperienza è il risultato di
conoscenze individuali e sociali, il digitale innova la parola, il resto
consegue come la potenza della comunicazione la grammatica la sintassi
derivarono dalla parola.
Quanta incertezza c'è nel nostro passato, nel nostro presente? L'incertezza
è umana, quanta incertezza abbiamo eliminato e quanta sarebbe possibile
eliminare con l'aiuto dell'automa?
Quello che a mia convinzione è inaccettabile è l’espropriazione - quasi una
auto-espropriazione - del “sistema parola” che diventa proprietà di pochi.
Vincerà il capitale?
Se la parola è “bios”, il capitale la finanza la macchina sono
“materia”, lascio
spazio al mio egoismo, non ci sarò, finché ci sono faccio quel che posso
affinché il “bios” continui. E' ovvio che non intendo quel bios al quale
pensano molti di voi, anche qui è stimolante giocare con le parole e
domando: ChatGPT capirebbe l'ovvio? Non la prima volta ma poi ... noi
abbiamo imparato in modo tanto diverso?
Cordiali auguri di buon anno.
Duccio (Alessandro Marzocchi)
Dec. 27, 2022
Re: [nexa] Posso chiamarti Prosdocimo?
by Roberto Resoli
Il 24/12/22 14:39, de petra giulio ha scritto:
> Condivido con voi questo divertente e utile contributo di Guido Vetere a
> proposito di ChatGPT
> Giulio
>
> https://centroriformastato.it/posso-chiamarti-prosdocimo/
Molto gustoso.
Grazie Giulio
Dec. 27, 2022
Re: [nexa] The End of Programming
by Giacomo Tesio
Ciao Alberto,
grazie della tua risposta, profonda come sempre.
On Mon, 26 Dec 2022 17:14:07 +0100 Alberto Cammozzo wrote:
> Ho qualche dubbio sulla classe dei programmatori. Se ho capito bene
> escludi la riduzione in schiavitù dei programmatori e sostieni che
> (visto che possiedono i mezzi di produzione) questi starebbero
> maturando una "coscienza politica di classe" tale da minacciare (come
> un fantasma che gira per il mondo?) le sicurezze del capitalismo
> della sorveglianza.
Per la precisione, io ho scritto "coscienza politica" senza precisare
"di classe" perché ahimé le due cose non coincidono ancora.
Il tema è complesso.
Una vera lotta politica E di classe, fra informatici e capitalisti
è già corso da decenni, sebbene non venga chiamata "lotta di classe".
E' narrata come la lotta "agli hacker" (quelli "cattivi"), dal
P.H.I.R.M. a Phineas Fisher, da DVDJon a RMS, da Snowden ad Assange...
Ma vista dall'altro punto di vista è anche la lotta degli informatici
dotati di coscienza politica (ma non necessariamente di classe), contro
il capitale che ne limita il potenziale rivoluzionario.
> Per quanto ne so io, il software viene scritto prevalentemente in
> zone del mondo o molto ricche (come in Silicon Valley) o molto povere
> (come in Chennai o Bangalore), in cui i programmatori o hanno un
> potere contrattuale individuale molto forte, o non ne hanno affatto,
> ma in cui la coscienza di classe mi pare comunque debole. Quello di
> essere un hacker che sceglie la propria licenza è un lusso.
Hai ragione: si tratta di una lotta politica e di classe sebbene solo
una delle classi coinvolte ne sia pienamente consapevole: quella dei
capitalisti.
Molti informatici combattono questa guerra senza nemmeno comprendere a
fondo cosa li spinge, cosa li accomuna...
Restringendo persino i propri strumenti di lotta!
Questo perché non hanno ancora piena consapevolezza del proprio potere.
E quando ce l'hanno, spesso si allineano ai capitalisti, per le
dinamiche che descrivi.
Tuttavia in Europa ed in Italia le cose sono un po' diverse.
Stipendi bassi ma non bassissimi. Un minimo di cultura dei diritti.
Un mix potenzialmente esplosivo in attesa di una miccia.
Forse qui questa nuova classe emergente, potrà finalmente acquisire
piena coscienza di sé.
> Sarebbe come dire che l'industria della musica non ha potere sui
> violinisti perché questi hanno il controllo del mezzo di produzione e
> sono coscienti del loro statuto di artisti. Anche ammettendo le
> premesse, una parte di loro saranno tanto ben pagati da sentirsi una
> elite, e gli altri tanto poco da accettare quasi qualsiasi prezzo per
> un ingaggio. Ci sarà anche un qualche bravo violinista che accetterà
> di essere molto pagato per addestrare un modello ML che interpreti
> qualsiasi pezzo al posto suo.
L'informatica è l'infrastruttura fondamentale di questo millennio.
E' presente ovunque e cambia inesorabilmente ogni cosa che tocca.
Dalla medicina, alla finanza, alla musica, all'agricoltura...
La musica non ha questo potere e questa pervasibità, strutturale e
funzionale.
Non puoi paragonarla con nessuna altra attività umana, se non con la
lettura e la scrittura (che in effetti sono le prime rivoluzioni
informatiche della storia).
> In ogni caso. il controllo della risorsa mi pare molto ben saldo in
> mano a chi la controlla: non credo che l'industria del software tema
> nemmeno lontanamente uno sciopero dei programmatori, non mi risulta
> nemmeno ce ne sia mai stato uno.
:-)
Meno di quanto si immagini.
E' vero, organizzare uno sciopero di programmatori è davvero difficile.
E' difficile perché, come dici tu, la nostra lotta di classe è condotta
senza una piena coscienza di classe (se non da parte di una minoranza).
Ma è già successo: https://invidious.weblibre.org/watch?v=0Upw6mzD7Pg
D'altro canto, lo sciopero non è lo strumento di lotta più efficiente
per noi programmatori.
- Possiamo introdurre bug.
- Possiamo rallentare lo sviluppo di nuovi software
("sciopero bianco" con perfect plausible deniability, perché sono i
nostri cervelli che fanno la parte fondamentale del lavoro)
- Possiamo scrivere software libero.
- Possiamo scrivere software libero per abilitare nuove forme di lotta
(pensa a uBlock Origin, a piHole, all'osservatorio di Monitora PA)
- Possiamo aggirare i sistemi DRM, rendere evidente e ridicolizzare
l'insicurezza strutturale dei software dei capitalisti della
sorveglianza (pensa ai continui data breach...)
- Possiamo aggirare la sorveglianza di massa ed insegnare a fare
altrettanto
Insomma... perché dovremmo limitarci agli strumenti di lotta
novecenteschi quando i nostri avversari usano pienamente e
consapevolmente gli strumenti che NOI realizziamo?
> Mi è parso significativo che a scrivere il pezzo che ho segnalato sia
> un ex accademico di Harvard ed ex Google. Lo ho segnalato perché
> esplicita un pensiero che ho da anni sulla natura industriale
> dell'"AI turn".
E' significativo, certo.
Mostra quanta poca credibilità vada attribuita a chi ha a che fare con
certe società. Ma l'articolo riporta semplicemente propaganda di
Google & friends. Che l'autore l'abbia sentita così tante volte da
crederci, può anche essere. Rimane propaganda.
> Matt Welsh cerca di convincerci che possiamo sostituire interi team
> (in Silicon Valley o in India) con una o due persone che fanno il
> vero "intellectual work" (lo stampo, il modello), mentre il resto
> sarà fatto dalle macchine, senza nemmeno le orde di "scimmie"
> necessarie per il training:
>
> The bulk of the intellectual work of getting the machine to do
> what one wants will be about coming up with the right examples, the
> right training data, and the right ways to evaluate the training
> process.
Welsh vuole convincere gli imprenditori che potranno fare a meno di
programmatori sempre meno succubi.
Che sia per ragioni politiche, etiche o per mera incapacità tecnica,
troppi programmatori non fanno ciò che l'imprenditore vuole.
Non è questione di rischio imprenditoriale, ma di potere e controllo.
Welsh vuole spingere quegli imprenditori che sperano di poter fare a
meno dei programmatori ad investire nelle "AI".
> Personalmente non credo molto che questo renderà il lavoro di
> programmazione inutile, dipende troppo dai contesti e ci sono altri
> problemi che ancora non sono ben chiari o il cui impatto non è stato
> misurato, ma la promessa è questa, liberarsi della complessità e
> della variabilità introdotta da molti umani. Come diceva Daniela,
> prospetta un futuro per chiuderne altri che siano diversi.
>
> Vedo questa spinta nel mio lavoro di programmazione, che serve
> potenzialmente a filtrare dati per addestrare modelli che rendano
> ulteriori programmazioni inutili, con la promessa che una volta
> azzeccato sufficientemente bene il modello, quello funzionerà per
> sempre e sempre bene. Anche se è evidente che questi "modelli finali"
> non esistono, sto pensando a qualche forma di obiezione di coscienza
> (una licenza che escluda l'uso per training? ogni suggerimento è
> benvenuto).
Non che lo escluda, ma che lo renda soggetto alla licenza stessa.
Per questo in Monitora PA usiamo la Hacking License e GitHub:
https://github.com/MonitoraPA/monitorapa/blob/main/LICENSE.txt
Se GitHub CopyALot distribuisse il nostro codice (cosa che speriamo
di ottenere entro qualche anno) il suo modello diventerà sotto
Hacking License e così tutti i software che ne includeranno
i "suggerimenti".
Immaginati che succederà a quel punto... :-)
> Infine, la tua proposta mi pare essere quella che se tutti sanno
> programmare, non ci sarà bisogno di modelli.
Che ci siano o meno, farne accettare l'esecuzione sarà molto più
complesso.
D'altro canto l'intera economia sarà molto diversa.
> Condivido l'auspicio di una diffusa competenza di programmazione,
> come quella che tutti sappiano suonare il violino e tornire
> l'argilla: sono espressioni della creatività umana e della sua
> competenza. Sono manifestazioni della sua libertà. Non troppi anni fa
> chiunque andasse a scuola sapeva poi suonare, disegnare, usare
> strumenti e attrezzi: imparava ad essere umano, insomma.
Ahimé, non è la stessa cosa.
Non hai bisogno di tornire l'argilla tutti i giorni.
Se non sai farlo, le tue altre facoltà non ne risultano sostanzialmente
ridotte. Non sapere suonare il violino non ti pone alla mercé di chi sa
farlo.
> Anche se non credo che la maggiore offerta di programmatori
> competenti possa scalfire la dinamica industriale sottostante il
> machine learning, che è quella di liberarsi per quanto possibile
> dall'umano e dall'incerto, tuttavia credo che possa almeno inceppare
> un'altra dinamica industriale, che è quella della generazione di una
> scarsità (quella di programmatori) come conseguenza del successo di
> un prodotto industriale (il ML). Per rimanere negli esempi
> precedenti: il successo della riproduzione musicale industriale
> riduce la domanda di orchestre e quindi di violinisti.
Immagino tu stia sorvolando consapevolmente sul fatto che la
programmazione statistica (aka "ML" o "AI") sia talmente incerta che
nessuno se ne vuole prendere la responsabilità, per portare avanti il
ragionamento dal punto di vista del povero fesso che da retta a Welsh...
Perché parliamo di una pia illusione: potranno far credere ai
programmatori umani di essere sostituibili, ma non lo saranno mai.
In un'altro thread si sosteneva che il software che gestisce i freni di
un auto (perché?) non dovrebbe essere sostituibile.
Figurati se potremmo farlo programmare statisticamente... ad un software
programmato statisticamente! :-D
> In conclusione, per me il deficit non è tecnico né economico, ma
> morale; non è di risorse, ma di valori. Non cosa facciamo e come, ma
> a che fine.
Sono abbastanza d'accordo.
Direi morale E culturale.
Perché l'informatica è cultura: può essere uno strumento di potere
sull'uomo o di emancipazione dell'uomo.
La scelta fra i due è morale, ma la può compiere solo chi la comprende.
> Baudrillard, che ha molto riflettuto anche sul sistema modello/serie,
> in "il sistema degli oggetti" (1968!) scrive (scusatemi la lunga
> citazione):
Bellissima citazione che, secondo me, parla di altro. Passato.
La società cibernetica è caratterizzata da oggetti diversi dai
precedenti, automatici, che definiscono gli spazi di libertà degli
umani sulla base della volontà di chi li crea e diffonde.
Alcuni automatismi surrogano completamente gli esseri umani,
perseguendo quel processo di alienazione cibernetica che serve
a ridurre l'autonomia degli esseri umani nel sistema per aumentarne la
predicibilità:
https://video.linuxtrent.it/w/uGeLUW9uwuU7siCavjNnZm?start=14m10s
E questo avviene ormai fuori dal processo produttivo, nell'intimità
delle nostre case.
L'unica alternativa che vedo, purtroppo, è fra l'azzeramento della
autonomia individuale (della libertà vera, quella che trascende la
possibilità di scegliere fra alternative offerte da altri sullo
scaffale), adattandosi ed integrandosi come ingranaggi nella società
cibernetica ormai catturata da pochissimi, e la massimizzazione della
autonomia cibernetica individuale ("computing agency" mi suona
riduttivo) con la piena consapevolezza del funzionamento degli
automatismi e il conseguente rifiuto di quelli che non possiamo
modificare o programmare in prima persona adattandoli a noi.
In altri termini la nostra alternativa è fra:
adattarsi alla società cibernetica costruita da altri
oppure
adattare la società cibernetica alla nostra volontà
Rispetto ad una società che esclude la maggioranza delle persone dalla
partecipazione alla definizione delle sue regole, dobbiamo decidere se
vogliamo adattarci o dis-adattarci, integrare o dis-integrare.
Hacker o robot.
Cittadini o schiavi.
Per chi non sceglie, sceglieranno altri.
La seconda opzione, purtroppo.
A presto!
Giacomo
Dec. 27, 2022
Re: [nexa] Fwd: I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
by Anna Masera
+1!
Auguri a tutti,
Anna
Inviato da iPhone
> Il giorno 26 dic 2022, alle ore 18:40, vittorio zambardino <zetavu(a)gmail.com> ha scritto:
>
>
> Buonasera e auguri.
> A proposito del fondo di Stefano Feltri (grazie ad Anna Masera per averlo condiviso) mi chiedo solo se l'autore sappia che cosa faceva Paul Manafort in Ucraina nel decennio scorso. Intendo, se abbia contezza dell'estrema complessità di una guerra ibrida cominciata ben prima del 24 febbraio 22. Negli Stati Uniti, peraltro, questa si è inserita in una vicenda politica durissima che ha portato al tentativo di colpo di stato del 6 gennaio. Basta così: volevo solo dire che il pezzo vero di una costruzione non è necessariamente una notizia pubblicabile. Non a caso oggi sul punto si risente la voce di Edward Snowden, a proposito di "biased sources"
> Saluti a tutti e auguri di buon anno
>
>
> Il Lun 26 Dic 2022, 17:37 Anna Masera <anna.masera(a)gmail.com> ha scritto:
>> Fyi… mi sembra da lista Nexa
>>
>> Anna Masera
>>
>> Inviato da iPhone
>>
>> Inizio messaggio inoltrato:
>>
>>> Da: Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
>>> Data: 26 dicembre 2022, 07:01:45 CET
>>> A: Anna Masera <anna.masera(a)gmail.com>
>>> Oggetto: I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
>>> Rispondi a: Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
>>>
>>>
>>>
>>> I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
>>> Stefano Feltri
>>> 26 dicembre
>>> Se state leggendo queste righe, probabilmente non siete molto turbati dai Twitter Files: l’idea che la documentazione interna a una piattaforma usata da politici e giornalisti riveli che molti opinionisti di destra e no-vax sono stati oscurati, e che Joe Biden è stato favorito rispetto a Donald Trump, magari vi rassicura perfino.
>>>
>>> Eppure, il silenzio intorno ai Twitter Files indica due cose: che la nostra democrazia è minacciata dall’uso discrezionale delle piattaforme digitali, che possono manipolare il dibattito pubblico, e che la cultura sedicente progressista ha preso una deriva illiberale denunciata qualche tempo fa da una discussa copertina dell’Economist.
>>>
>>> Quando Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari, lo ha fatto in nome di una promessa di “free speech”: tutti avrebbero potuto tornare a esprimersi sulla piattaforma, incluso Donald Trump, bandito dopo l’assalto al Campidoglio dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021.
>>>
>>>
>>> IL CASO HUNTER BIDEN
>>> Musk ha già violato più volte le promesse di trasparenza e neutralità del servizio, ma almeno una cosa in quella direzione l’ha fatta: ha convocato un gruppo di giornalisti indipendenti di vari orientamenti politici e ha dato loro accesso a tutta la documentazione interna dell’azienda, tonnellate di chat, conversazioni e documenti, anni di lavoro e interazioni di dipendenti ormai in gran parte licenziati.
>>>
>>> Quello che hanno scoperto è incredibile e grave almeno quanto l’assalto ai palazzi della politica dei trumpiani, ma i media liberal come il New York Times si rifiutano di parlarne, le università egemonizzate dalla cultura dei Democratici non hanno alcuna voglia di organizzare conferenze e seminari sul tema, non si vedono intellettuali globali indignati. Tutto tace.
>>>
>>> Certo, il sospetto che la pubblicazione sia selettiva e politicamente orientata spiega una parte di questa cappa di omertà, ma non è forse così per tutte le notizie? Di solito le “fonti” sono interessate, hanno una loro agenda, e un obiettivo. Ma quello che conta per i giornalisti è soprattutto che le notizie siano vere. E quelle dei Twitter files lo sono.
>>>
>>> La vicenda più rilevante, che è ancora attuale, riguarda il computer di Hunter Biden, il figlio del presidente. Il 14 ottobre 2020, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il New York Post rivela mail e contenuti imbarazzanti.
>>>
>>> Ci sono le prove del fatto che Hunter Biden ha organizzato nel 2015 un incontro tra il padre Joe e un uomo d’affari ucraino, Vadym Pozharsky, consulente del consiglio di amministrazione di Burisma, una società energetica in Ucraina che aveva arruolato il giovane Biden, presumibilmente soltanto per avere buoni rapporti a Washington. In una mail Pozharsky chiedeva proprio a Hunter “come usare la sua influenza a Washington”.
>>>
>>> Joe Biden, all’epoca vicepresidente di Barack Obama e delegato a seguire la crisi Ucraina dopo l’annessione della Crimea, esercita poi pressioni sul governo di Kiev per licenziare un procuratore anti-corruzione Viktor Shokin che, tra l’altro, stava indagando su Burisma, l’azienda del figlio. Altrimenti non avrebbe fornito un miliardo di dollari di aiuti. Biden, però, aveva sempre negato ogni contatto con i manager di Burisma e con le attività di Hunter.
>>>
>>> Nel computer ci sono anche i video di Hunter Biden che fuma crack e si sollazza con delle prostitute. Tutte cose problematiche a ridosso delle elezioni, soprattutto considerato che Trump si era trovato sotto impeachment per molto meno, cioè per aver chiesto al presidente ucraino Volodomyr Zelenski di riaprire indagini su corruzione su Biden in cambio di forniture di aiuti militari.
>>>
>>> Il New York Post ricostruisce la storia del computer di Hunter e della notizia: un cliente lo aveva portato a riparare ma non lo aveva mai ritirato dal negozio del Delaware, lo stato dei Biden. Il computer arriva poi all’Fbi, ma intanto il negoziante ne aveva fatto una copia consegnata a Rudi Giuliani, l’avvocato di Trump, che la passa al New York Post.
>>>
>>> Questa storia esplosiva, capace di condizionare le elezioni, però la leggono in pochi. In una azione senza precedenti, Twitter e altre piattaforme decidono sostanzialmente di oscurarla, con l’inedita motivazione che non rispetta standard giornalistici adeguati. Molto tempo dopo arriverà la conferma che era tutto corretto e preciso, ma nel 2020 circola la tesi che ci sia una operazione di hackeraggio, forse di matrice russa, a sostegno di Trump.
>>>
>>> Come circola la voce? Perché, tra l’altro, Twitter la incoraggia e oscura la storia originale, si scopre ora grazie ai Twitter files. La cosa al limite del colpo di stato che si apprende adesso è che è stata la stessa Fbi a chiedere a Twitter di nascondere una vicenda che l’agenzia federale sapeva essere vera, perché era in possesso da tempo del computer di Hunter Biden e dei suoi contenuti.
>>>
>>> L’agente speciale Elvic Chan, però, scrive al capo della “Integrità” di Twitter, Yoel Roth, lo stesso Roth che mentirà addirittura in testimonianze giurate alla Commisisone elettorale nel dicembre 2020, sostenendo che il boicottaggio della notizia era dovuto alle voci di operazioni di “hack and leak”, cioè violazione e diffusione di informazioni riservate da parte di qualcuno, forse i russi.
>>>
>>> Eppure, proprio Twitter aveva comunicato alla Fbi, nel settembre 2020, che non risultava alcuna attività sospetta da parte di mosca, appena 345 account da monitorare, “in gran parte inattivi”, si legge nei documenti diffusi da Michael Shellenberger, uno dei giornalisti coinvolti da Elon Musk.
>>>
>>>
>>> Da sabato 17 dicembre è disponibile il nuovo numero di Cibo il mensile di Domani curato da Sonia Ricci. Venti pagine di articoli, storie e illustrazioni che puoi acquistare in edicola o leggerlo sulla nostra App tramite abbonamento
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>>> ANTI-TRUMPIANI
>>> Quando il New York Post pubblica la sua indagine, tanto corretta quanto devastante per Biden, Twitter arriva a disconnettere l’account della portavoce della Casa Bianca di Trump, Kaleigh McWnany, soltanto perché ha condiviso l’articolo del Post.
>>>
>>> Senza che ci sia alcuna evidenza di un intervento di governi stranieri o altro, una dirigente di Twitter spiega in una mail interna che la portavoce è stata bloccata perché ha violato la normativa di Twitter sul materiale hackerato.
>>>
>>> Una decisione puramente discrezionale e molto opinabile, con questo criterio le piattaforme dovrebbero bloccare tutti i contenuti giornalistici basati sulla diffusione di quel materiale confidenziale che è alla base di gran parte degli scoop.
>>>
>>> Secondo quanto ha ricostruito il giornalista Matt Taibbi, un altro del gruppo dei Twitter files, “la decisione è stata presa ai più alti livelli dell’azienda ma senza che lo sapesse l’amministratore delegato Jack Dorsey”, cosa anche questa piuttosto bizzarra. La figura apicale più direttamente coinvolta è stata il capo del legale, Vijaya Gadde.
>>>
>>> Le mail interne tra i dirigenti di Twitter – in gran parte licenziati da Musk – dimostrano che tutti sapevano di star facendo una cosa priva di basi giuridiche. Ma sono andati avanti. Perché?
>>>
>>> L’unica spiegazione arriva scorrendo gli altri Twitter files pubblicati dai giornalisti coinvolti, come Bari Weiss: l’azienda era permeata da una omogenea cultura pro-democratica e anti-trumpiana che finiva per legittimare tutti i comportamenti in quella direzione.
>>>
>>> Anche se l’azienda ha sempre dichiarato di non esercitare alcun controllo editoriale sui contenuti pubblicati, e quindi di oscurare soltanto quelli in violazione delle regole della piattaforma mentre tratta gli altri allo stesso modo, adottava quello che in gergo si chiama “shadow banning”: cioè rendeva meno visibili alcuni tweet o alcuni profili, senza che gli autori ne fossero in alcun modo consapevoli (e neppure gli altri lettori normali).
>>>
>>> Se guardate il vostro feed di Twitter, noterete che ogni tanto alcuni profili vi appaiono più di altri, che i retweet di utenti che seguite ogni tanto appaiono e ogni tanto no. In teoria l’algoritmo dovrebbe ottimizzare la probabilità che il contenuto sia di vostro interesse, ma non che sia coerente con le preferenze politiche dominanti tra gli impiegati della piattaforma.
>>>
>>> Il medico Jay Bhattacharya, di Stanford, era tra i più critici dei lockdown come misura di riduzione del rischio contagio durante i mesi della pandemia nel 2020. Twitter lo aveva classificato come utente problematico, con etichette come “recent abuse strike” e “trends blacklist”, senza che lui ne sapesse nulla.
>>>
>>> «Immaginate che non ci fosse stato alcuna censura da parte dei media, avremmo vinto il dibattito sulle politiche sul Covid: le scuole sarebbero rimaste aperte, avremmo dato priorità alla protezione dei fragili, invece ci sono stati i lockdown», scrive oggi su Twitter Bhattacharya.
>>>
>>> Si può essere in disaccordo, ma il dibattito dovrebbe essere aperto e basato sull’evidenza scientifica, non distorto dalla censura occulta di Twitter dovuta al fatto che Bhattacharya, come altri utenti sottoposti allo stesso trattamento, era apprezzato dai conservatori e contestato dai liberal.
>>>
>>> La documentazione interna pubblicata dalla giornalista Bari Weiss sembra indicare che l’ad Jack Dorsey fosse pianamente convinto di questo approccio, che oscurare o neutralizzare figure di riferimento del mondo conservatore fosse non soltanto legittimo, ma anche necessario per tutelare la qualità dell’informazione e del dibattito democratico.
>>>
>>>
>>> LA PROPAGANDA DEGLI AMICI
>>> Eppure, si scopre dalle indagini di un altro giornalista del pool, Lee Fang, Twitter si faceva molti meno scrupoli quando si trattava della propaganda da parte del governo americano ma su fronti ideologicamente meno connotati: nel 2017, per esempio, il Comando centrale delle forze armate (Centcom) informa Twitter di proteggere, cioè tenere sulla “white list”, una serie di account che l’esercito Usa per “amplificare” certi messaggi nei paesi arabi.
>>>
>>> Quindi: il governo sapeva che Twitter ha black e white list di cui nessuno sapeva nulla, e la piattaforma supporta la propaganda del governo di riferimento mentre pubblicamente sostiene che sul social non c’è spazio per interferenze governative.
>>>
>>> I militari americani usano Twitter in modo sistematico per diffondere la loro narrazione, cioè propaganda, contro Russia e Cina, mentre denunciano le interferenze, spesso inesistenti, di Russia e Cina nel dibattito americano. La piattaforma lo sa ed è complice.
>>>
>>> Notizie di questo genere dovrebbero allarmare, e non soltanto negli Stati Uniti: negli ultimi anni Twitter ha preso il posto delle agenzie di stampa, è il primo livello della comunicazione politica, lo usano i politici per fare le loro dichiarazioni, i giornalisti per divulgare gli scoop, gli attivisti per le loro campagne.
>>>
>>> Si vive bene anche senza, ma se un paese proibisce l’uso di Twitter, specie se in modo selettivo soltanto ad alcuni soggetti, si qualifica immediatamente come un paese non libero. Perché nell’era dei social le piattaforme sono gli spazi della democrazia, ma abbiamo al conferma che anche quello in teoria più libero, cioè Twitter, è stato manipolato dai suoi dirigenti per favorire una parte politica e le sue idee contro l’altra.
>>>
>>> Il fatto che Jack Dorsey e i suoi manager pensassero di essere dalla parte dei “buoni” contro i cattivi, cioè Donald Trump, Rudi Giuliani e Steve Bannon, non è un’attenuante.
>>>
>>> La cosa più grave, forse, è che i media liberal non si occupino di questo scandalo perché Elon Musk non è uno dei loro. E perché la scomoda verità che emerge dai Twitter files è che il mondo democratico americano ha usato pratiche illiberali e anti-democratiche per contrastare gli avversari nascosto dietro le insegne della democrazia e del liberalismo.
>>>
>>>
>>> UNA LEZIONE PER LA SINISTRA
>>> C’è una lezione anche per la sinistra italiana, in tutto questo: negare gli scandali dalla propria parte e minimizzare la rilevanza della sostanziale omogeneità culturale e valoriale dell’élite italiana, non serve a fermare la destra. Anzi, toglie ogni legittimità alle battaglie progressiste, se queste vengono combattute con strumenti in contrasto con i valori processati.
>>>
>>> Elon Musk è la soluzione al problema di Twitter? Molto probabilmente no, perché in queste prime settimane da nuovo azionista di riferimento e amministratore delegato ha soltanto sostituito una discrezionalità con un’altra, l’arbitrio pro-Democratici di Jack Dorsey con il suo anarchismo conservatore. Silenzia o rilancia contenuti sulla base delle proprie preferenze, diverse da quelle della gestione precedente ma non più legittime.
>>>
>>> Aveva ragione nelle sue dichiarazioni di principio, Musk, anche se poi non le ha rispettate: le piattaforme non dovrebbero esercitare alcun filtro, e se questo comporta tollerare anche linguaggio d’odio, pornografia o contenuti illegali, tocca all’autorità giudiziaria far rispettare la legge.
>>>
>>> La differenza tra i regimi democratici e tutti gli altri non è tanto nel momento elettorale, quanto nel fatto che nei primi si governa con la legge e negli altri con l’arbitrio.
>>>
>>> Per le piattaforme è il momento di passare dal dispotismo che pretende di essere illuminato alla democrazia liberale.
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Dec. 26, 2022
Re: [nexa] Fwd: I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
by vittorio zambardino
Buonasera e auguri.
A proposito del fondo di Stefano Feltri (grazie ad Anna Masera per averlo
condiviso) mi chiedo solo se l'autore sappia che cosa faceva Paul Manafort
in Ucraina nel decennio scorso. Intendo, se abbia contezza dell'estrema
complessità di una guerra ibrida cominciata ben prima del 24 febbraio 22.
Negli Stati Uniti, peraltro, questa si è inserita in una vicenda politica
durissima che ha portato al tentativo di colpo di stato del 6 gennaio.
Basta così: volevo solo dire che il pezzo vero di una costruzione non è
necessariamente una notizia pubblicabile. Non a caso oggi sul punto si
risente la voce di Edward Snowden, a proposito di "biased sources"
Saluti a tutti e auguri di buon anno
Il Lun 26 Dic 2022, 17:37 Anna Masera <anna.masera(a)gmail.com> ha scritto:
> Fyi… mi sembra da lista Nexa
>
> *Anna Masera*
>
>
> Inviato da iPhone
>
> Inizio messaggio inoltrato:
>
> *Da:* Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
> *Data:* 26 dicembre 2022, 07:01:45 CET
> *A:* Anna Masera <anna.masera(a)gmail.com>
> *Oggetto:* *I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la
> sinistra illiberale*
> *Rispondi a:* Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
>
>
> La verità che emerge dai Twitter files è che il mondo democratico
> americano ha usato pratiche anti-democratiche per contrastare gli avversari
>
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…>
> *I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra
> illiberale*
> Stefano Feltri
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…>
> 26 dicembre
>
> Se state leggendo queste righe, probabilmente non siete molto turbati dai
> Twitter Files: l’idea che la documentazione interna a una piattaforma usata
> da politici e giornalisti riveli che molti opinionisti di destra e no-vax
> sono stati oscurati, e che Joe Biden è stato favorito rispetto a Donald
> Trump, magari vi rassicura perfino.
>
> Eppure, il silenzio intorno ai Twitter Files indica due cose: che la
> nostra democrazia è minacciata dall’uso discrezionale delle piattaforme
> digitali, che possono manipolare il dibattito pubblico, e che la cultura
> sedicente progressista ha preso una deriva illiberale denunciata qualche
> tempo fa da una discussa copertina dell’Economist.
>
> Quando Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…>,
> lo ha fatto in nome di una promessa di “free speech”: tutti avrebbero
> potuto tornare a esprimersi sulla piattaforma, incluso Donald Trump,
> bandito dopo l’assalto al Campidoglio dei suoi sostenitori il 6 gennaio
> 2021.
>
> *IL CASO HUNTER BIDEN*
> Musk ha già violato più volte le promesse di trasparenza e neutralità del
> servizio, ma almeno una cosa in quella direzione l’ha fatta: ha convocato
> un gruppo di giornalisti indipendenti di vari orientamenti politici e ha
> dato loro accesso a tutta la documentazione interna dell’azienda,
> tonnellate di chat, conversazioni e documenti, anni di lavoro e interazioni
> di dipendenti ormai in gran parte licenziati.
>
> Quello che hanno scoperto è incredibile e grave almeno quanto l’assalto ai
> palazzi della politica dei trumpiani, ma i media liberal come il New York
> Times
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…> si
> rifiutano di parlarne, le università egemonizzate dalla cultura dei
> Democratici non hanno alcuna voglia di organizzare conferenze e seminari
> sul tema, non si vedono intellettuali globali indignati. Tutto tace.
>
> Certo, il sospetto che la pubblicazione sia selettiva e politicamente
> orientata spiega una parte di questa cappa di omertà, ma non è forse così
> per tutte le notizie? Di solito le “fonti” sono interessate, hanno una loro
> agenda, e un obiettivo. Ma quello che conta per i giornalisti è soprattutto
> che le notizie siano vere. E quelle dei Twitter files lo sono.
>
> La vicenda più rilevante, che è ancora attuale, riguarda il computer di
> Hunter Biden, il figlio del presidente. Il 14 ottobre 2020, a pochi giorni
> dalle elezioni presidenziali, il New York Post rivela mail e contenuti
> imbarazzanti
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…>
> .
>
> Ci sono le prove del fatto che Hunter Biden ha organizzato nel 2015 un
> incontro tra il padre Joe e un uomo d’affari ucraino, Vadym Pozharsky,
> consulente del consiglio di amministrazione di Burisma, una società
> energetica in Ucraina che aveva arruolato il giovane Biden, presumibilmente
> soltanto per avere buoni rapporti a Washington. In una mail Pozharsky
> chiedeva proprio a Hunter “come usare la sua influenza a Washington”.
>
> Joe Biden, all’epoca vicepresidente di Barack Obama e delegato a seguire
> la crisi Ucraina dopo l’annessione della Crimea, esercita poi pressioni sul
> governo di Kiev per licenziare un procuratore anti-corruzione Viktor
> Shokin
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…>che,
> tra l’altro, stava indagando su Burisma, l’azienda del figlio. Altrimenti
> non avrebbe fornito un miliardo di dollari di aiuti. Biden, però, aveva
> sempre negato ogni contatto con i manager di Burisma e con le attività di
> Hunter.
>
> Nel computer ci sono anche i video di Hunter Biden che fuma crack e si
> sollazza con delle prostitute. Tutte cose problematiche a ridosso delle
> elezioni, soprattutto considerato che Trump si era trovato sotto
> impeachment per molto meno, cioè per aver chiesto al presidente ucraino
> Volodomyr Zelenski di riaprire indagini su corruzione su Biden in cambio di
> forniture di aiuti militari.
>
> Il New York Post ricostruisce la storia del computer di Hunter e della
> notizia: un cliente lo aveva portato a riparare ma non lo aveva mai
> ritirato dal negozio del Delaware, lo stato dei Biden. Il computer arriva
> poi all’Fbi, ma intanto il negoziante ne aveva fatto una copia consegnata a
> Rudi Giuliani, l’avvocato di Trump, che la passa al New York Post.
>
> Questa storia esplosiva, capace di condizionare le elezioni, però la
> leggono in pochi. In una azione senza precedenti, Twitter e altre
> piattaforme decidono sostanzialmente di oscurarla, con l’inedita
> motivazione che non rispetta standard giornalistici adeguati. Molto tempo
> dopo arriverà la conferma che era tutto corretto e preciso, ma nel 2020
> circola la tesi che ci sia una operazione di hackeraggio, forse di matrice
> russa, a sostegno di Trump.
>
> Come circola la voce? Perché, tra l’altro, Twitter la incoraggia e oscura
> la storia originale, si scopre ora grazie ai Twitter files. La cosa al
> limite del colpo di stato che si apprende adesso è che è stata la stessa
> Fbi a chiedere a Twitter di nascondere una vicenda che l’agenzia federale
> sapeva essere vera, perché era in possesso da tempo del computer di Hunter
> Biden e dei suoi contenuti.
>
> L’agente speciale Elvic Chan, però, scrive al capo della “Integrità” di
> Twitter, Yoel Roth, lo stesso Roth che mentirà addirittura in testimonianze
> giurate alla Commisisone elettorale nel dicembre 2020, sostenendo che il
> boicottaggio della notizia era dovuto alle voci di operazioni di “hack and
> leak”, cioè violazione e diffusione di informazioni riservate da parte di
> qualcuno, forse i russi.
>
> Eppure, proprio Twitter aveva comunicato alla Fbi, nel settembre 2020, che
> non risultava alcuna attività sospetta da parte di mosca, appena 345
> account da monitorare, “in gran parte inattivi”, si legge nei documenti
> diffusi da Michael Shellenberger, uno dei giornalisti coinvolti da Elon
> Musk.
>
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>
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> Domani curato da Sonia Ricci. Venti pagine di articoli, storie e
> illustrazioni che puoi acquistare in edicola o leggerlo sulla nostra App
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>
> *ANTI-TRUMPIANI*
> Quando il New York Post pubblica la sua indagine, tanto corretta quanto
> devastante per Biden, Twitter arriva a disconnettere l’account della
> portavoce della Casa Bianca di Trump, Kaleigh McWnany, soltanto perché ha
> condiviso l’articolo del Post.
>
> Senza che ci sia alcuna evidenza di un intervento di governi stranieri o
> altro, una dirigente di Twitter spiega in una mail interna che la portavoce
> è stata bloccata perché ha violato la normativa di Twitter sul materiale
> hackerato.
>
> Una decisione puramente discrezionale e molto opinabile, con questo
> criterio le piattaforme dovrebbero bloccare tutti i contenuti giornalistici
> basati sulla diffusione di quel materiale confidenziale che è alla base di
> gran parte degli scoop.
>
> Secondo quanto ha ricostruito il giornalista Matt Taibbi, un altro del
> gruppo dei Twitter files, “la decisione è stata presa ai più alti livelli
> dell’azienda ma senza che lo sapesse l’amministratore delegato Jack
> Dorsey”, cosa anche questa piuttosto bizzarra. La figura apicale più
> direttamente coinvolta è stata il capo del legale, Vijaya Gadde.
>
> Le mail interne tra i dirigenti di Twitter – in gran parte licenziati da
> Musk – dimostrano che tutti sapevano di star facendo una cosa priva di basi
> giuridiche. Ma sono andati avanti. Perché?
>
> L’unica spiegazione arriva scorrendo gli altri Twitter files pubblicati
> dai giornalisti coinvolti, come Bari Weiss:
> <https://editorialedomani.us10.list-manage.com/track/click?u=dc6df7df0e866f3…> l’azienda
> era permeata da una omogenea cultura pro-democratica e anti-trumpiana che
> finiva per legittimare tutti i comportamenti in quella direzione.
>
> Anche se l’azienda ha sempre dichiarato di non esercitare alcun controllo
> editoriale sui contenuti pubblicati, e quindi di oscurare soltanto quelli
> in violazione delle regole della piattaforma mentre tratta gli altri allo
> stesso modo, adottava quello che in gergo si chiama “*shadow banning*”:
> cioè rendeva meno visibili alcuni tweet o alcuni profili, senza che gli
> autori ne fossero in alcun modo consapevoli (e neppure gli altri lettori
> normali).
>
> Se guardate il vostro feed di Twitter, noterete che ogni tanto alcuni
> profili vi appaiono più di altri, che i retweet di utenti che seguite ogni
> tanto appaiono e ogni tanto no. In teoria l’algoritmo dovrebbe ottimizzare
> la probabilità che il contenuto sia di vostro interesse, ma non che sia
> coerente con le preferenze politiche dominanti tra gli impiegati della
> piattaforma.
>
> Il medico Jay Bhattacharya, di Stanford, era tra i più critici dei
> lockdown come misura di riduzione del rischio contagio durante i mesi della
> pandemia nel 2020. Twitter lo aveva classificato come utente problematico,
> con etichette come “recent abuse strike” e “trends blacklist”, senza che
> lui ne sapesse nulla.
>
> «Immaginate che non ci fosse stato alcuna censura da parte dei media,
> avremmo vinto il dibattito sulle politiche sul Covid: le scuole sarebbero
> rimaste aperte, avremmo dato priorità alla protezione dei fragili, invece
> ci sono stati i lockdown», scrive oggi su Twitter Bhattacharya.
>
> Si può essere in disaccordo, ma il dibattito dovrebbe essere aperto e
> basato sull’evidenza scientifica, non distorto dalla censura occulta di
> Twitter dovuta al fatto che Bhattacharya, come altri utenti sottoposti allo
> stesso trattamento, era apprezzato dai conservatori e contestato dai
> liberal.
>
> La documentazione interna pubblicata dalla giornalista Bari Weiss sembra
> indicare che l’ad Jack Dorsey fosse pianamente convinto di questo
> approccio, che oscurare o neutralizzare figure di riferimento del mondo
> conservatore fosse non soltanto legittimo, ma anche necessario per tutelare
> la qualità dell’informazione e del dibattito democratico.
> *LA PROPAGANDA DEGLI AMICI*
>
> Eppure, si scopre dalle indagini di un altro giornalista del pool, Lee
> Fang, Twitter si faceva molti meno scrupoli quando si trattava della
> propaganda da parte del governo americano ma su fronti ideologicamente meno
> connotati: nel 2017, per esempio, il Comando centrale delle forze armate
> (Centcom) informa Twitter di proteggere, cioè tenere sulla “white list”,
> una serie di account che l’esercito Usa per “amplificare” certi messaggi
> nei paesi arabi.
>
> Quindi: il governo sapeva che Twitter ha black e white list di cui nessuno
> sapeva nulla, e la piattaforma supporta la propaganda del governo di
> riferimento mentre pubblicamente sostiene che sul social non c’è spazio per
> interferenze governative.
>
> I militari americani usano Twitter in modo sistematico per diffondere la
> loro narrazione, cioè propaganda, contro Russia e Cina, mentre denunciano
> le interferenze, spesso inesistenti, di Russia e Cina nel dibattito
> americano. La piattaforma lo sa ed è complice.
>
> Notizie di questo genere dovrebbero allarmare, e non soltanto negli Stati
> Uniti: negli ultimi anni Twitter ha preso il posto delle agenzie di stampa,
> è il primo livello della comunicazione politica, lo usano i politici per
> fare le loro dichiarazioni, i giornalisti per divulgare gli scoop, gli
> attivisti per le loro campagne.
>
> Si vive bene anche senza, ma se un paese proibisce l’uso di Twitter,
> specie se in modo selettivo soltanto ad alcuni soggetti, si qualifica
> immediatamente come un paese non libero. Perché nell’era dei social le
> piattaforme sono gli spazi della democrazia, ma abbiamo al conferma che
> anche quello in teoria più libero, cioè Twitter, è stato manipolato dai
> suoi dirigenti per favorire una parte politica e le sue idee contro l’altra.
>
> Il fatto che Jack Dorsey e i suoi manager pensassero di essere dalla parte
> dei “buoni” contro i cattivi, cioè Donald Trump, Rudi Giuliani e Steve
> Bannon, non è un’attenuante.
>
> La cosa più grave, forse, è che i media liberal non si occupino di questo
> scandalo perché Elon Musk non è uno dei loro. E perché la scomoda verità
> che emerge dai Twitter files è che il mondo democratico americano ha usato
> pratiche illiberali e anti-democratiche per contrastare gli avversari
> nascosto dietro le insegne della democrazia e del liberalismo.
> *UNA LEZIONE PER LA SINISTRA*
>
> C’è una lezione anche per la sinistra italiana, in tutto questo: negare
> gli scandali dalla propria parte e minimizzare la rilevanza della
> sostanziale omogeneità culturale e valoriale dell’élite italiana, non serve
> a fermare la destra. Anzi, toglie ogni legittimità alle battaglie
> progressiste, se queste vengono combattute con strumenti in contrasto con i
> valori processati.
>
> Elon Musk è la soluzione al problema di Twitter? Molto probabilmente no,
> perché in queste prime settimane da nuovo azionista di riferimento e
> amministratore delegato ha soltanto sostituito una discrezionalità con
> un’altra, l’arbitrio pro-Democratici di Jack Dorsey con il suo anarchismo
> conservatore. Silenzia o rilancia contenuti sulla base delle proprie
> preferenze, diverse da quelle della gestione precedente ma non più
> legittime.
>
> Aveva ragione nelle sue dichiarazioni di principio, Musk, anche se poi non
> le ha rispettate: le piattaforme non dovrebbero esercitare alcun filtro, e
> se questo comporta tollerare anche linguaggio d’odio, pornografia o
> contenuti illegali, tocca all’autorità giudiziaria far rispettare la legge.
>
> La differenza tra i regimi democratici e tutti gli altri non è tanto nel
> momento elettorale, quanto nel fatto che nei primi si governa con la legge
> e negli altri con l’arbitrio.
>
> Per le piattaforme è il momento di passare dal dispotismo che pretende di
> essere illuminato alla democrazia liberale.
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Dec. 26, 2022
Fwd: I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
by Anna Masera
Fyi… mi sembra da lista Nexa
Anna Masera
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Inizio messaggio inoltrato:
> Da: Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
> Data: 26 dicembre 2022, 07:01:45 CET
> A: Anna Masera <anna.masera(a)gmail.com>
> Oggetto: I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
> Rispondi a: Domani <lettori(a)editorialedomani.it>
>
>
>
> I Twitter files rivelano quanto la democrazia è fragile e la sinistra illiberale
> Stefano Feltri
> 26 dicembre
> Se state leggendo queste righe, probabilmente non siete molto turbati dai Twitter Files: l’idea che la documentazione interna a una piattaforma usata da politici e giornalisti riveli che molti opinionisti di destra e no-vax sono stati oscurati, e che Joe Biden è stato favorito rispetto a Donald Trump, magari vi rassicura perfino.
>
> Eppure, il silenzio intorno ai Twitter Files indica due cose: che la nostra democrazia è minacciata dall’uso discrezionale delle piattaforme digitali, che possono manipolare il dibattito pubblico, e che la cultura sedicente progressista ha preso una deriva illiberale denunciata qualche tempo fa da una discussa copertina dell’Economist.
>
> Quando Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari, lo ha fatto in nome di una promessa di “free speech”: tutti avrebbero potuto tornare a esprimersi sulla piattaforma, incluso Donald Trump, bandito dopo l’assalto al Campidoglio dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021.
>
>
> IL CASO HUNTER BIDEN
> Musk ha già violato più volte le promesse di trasparenza e neutralità del servizio, ma almeno una cosa in quella direzione l’ha fatta: ha convocato un gruppo di giornalisti indipendenti di vari orientamenti politici e ha dato loro accesso a tutta la documentazione interna dell’azienda, tonnellate di chat, conversazioni e documenti, anni di lavoro e interazioni di dipendenti ormai in gran parte licenziati.
>
> Quello che hanno scoperto è incredibile e grave almeno quanto l’assalto ai palazzi della politica dei trumpiani, ma i media liberal come il New York Times si rifiutano di parlarne, le università egemonizzate dalla cultura dei Democratici non hanno alcuna voglia di organizzare conferenze e seminari sul tema, non si vedono intellettuali globali indignati. Tutto tace.
>
> Certo, il sospetto che la pubblicazione sia selettiva e politicamente orientata spiega una parte di questa cappa di omertà, ma non è forse così per tutte le notizie? Di solito le “fonti” sono interessate, hanno una loro agenda, e un obiettivo. Ma quello che conta per i giornalisti è soprattutto che le notizie siano vere. E quelle dei Twitter files lo sono.
>
> La vicenda più rilevante, che è ancora attuale, riguarda il computer di Hunter Biden, il figlio del presidente. Il 14 ottobre 2020, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il New York Post rivela mail e contenuti imbarazzanti.
>
> Ci sono le prove del fatto che Hunter Biden ha organizzato nel 2015 un incontro tra il padre Joe e un uomo d’affari ucraino, Vadym Pozharsky, consulente del consiglio di amministrazione di Burisma, una società energetica in Ucraina che aveva arruolato il giovane Biden, presumibilmente soltanto per avere buoni rapporti a Washington. In una mail Pozharsky chiedeva proprio a Hunter “come usare la sua influenza a Washington”.
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> Joe Biden, all’epoca vicepresidente di Barack Obama e delegato a seguire la crisi Ucraina dopo l’annessione della Crimea, esercita poi pressioni sul governo di Kiev per licenziare un procuratore anti-corruzione Viktor Shokin che, tra l’altro, stava indagando su Burisma, l’azienda del figlio. Altrimenti non avrebbe fornito un miliardo di dollari di aiuti. Biden, però, aveva sempre negato ogni contatto con i manager di Burisma e con le attività di Hunter.
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> Nel computer ci sono anche i video di Hunter Biden che fuma crack e si sollazza con delle prostitute. Tutte cose problematiche a ridosso delle elezioni, soprattutto considerato che Trump si era trovato sotto impeachment per molto meno, cioè per aver chiesto al presidente ucraino Volodomyr Zelenski di riaprire indagini su corruzione su Biden in cambio di forniture di aiuti militari.
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> Il New York Post ricostruisce la storia del computer di Hunter e della notizia: un cliente lo aveva portato a riparare ma non lo aveva mai ritirato dal negozio del Delaware, lo stato dei Biden. Il computer arriva poi all’Fbi, ma intanto il negoziante ne aveva fatto una copia consegnata a Rudi Giuliani, l’avvocato di Trump, che la passa al New York Post.
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> Questa storia esplosiva, capace di condizionare le elezioni, però la leggono in pochi. In una azione senza precedenti, Twitter e altre piattaforme decidono sostanzialmente di oscurarla, con l’inedita motivazione che non rispetta standard giornalistici adeguati. Molto tempo dopo arriverà la conferma che era tutto corretto e preciso, ma nel 2020 circola la tesi che ci sia una operazione di hackeraggio, forse di matrice russa, a sostegno di Trump.
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> Come circola la voce? Perché, tra l’altro, Twitter la incoraggia e oscura la storia originale, si scopre ora grazie ai Twitter files. La cosa al limite del colpo di stato che si apprende adesso è che è stata la stessa Fbi a chiedere a Twitter di nascondere una vicenda che l’agenzia federale sapeva essere vera, perché era in possesso da tempo del computer di Hunter Biden e dei suoi contenuti.
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> L’agente speciale Elvic Chan, però, scrive al capo della “Integrità” di Twitter, Yoel Roth, lo stesso Roth che mentirà addirittura in testimonianze giurate alla Commisisone elettorale nel dicembre 2020, sostenendo che il boicottaggio della notizia era dovuto alle voci di operazioni di “hack and leak”, cioè violazione e diffusione di informazioni riservate da parte di qualcuno, forse i russi.
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> Eppure, proprio Twitter aveva comunicato alla Fbi, nel settembre 2020, che non risultava alcuna attività sospetta da parte di mosca, appena 345 account da monitorare, “in gran parte inattivi”, si legge nei documenti diffusi da Michael Shellenberger, uno dei giornalisti coinvolti da Elon Musk.
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> ANTI-TRUMPIANI
> Quando il New York Post pubblica la sua indagine, tanto corretta quanto devastante per Biden, Twitter arriva a disconnettere l’account della portavoce della Casa Bianca di Trump, Kaleigh McWnany, soltanto perché ha condiviso l’articolo del Post.
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> Senza che ci sia alcuna evidenza di un intervento di governi stranieri o altro, una dirigente di Twitter spiega in una mail interna che la portavoce è stata bloccata perché ha violato la normativa di Twitter sul materiale hackerato.
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> Una decisione puramente discrezionale e molto opinabile, con questo criterio le piattaforme dovrebbero bloccare tutti i contenuti giornalistici basati sulla diffusione di quel materiale confidenziale che è alla base di gran parte degli scoop.
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> Secondo quanto ha ricostruito il giornalista Matt Taibbi, un altro del gruppo dei Twitter files, “la decisione è stata presa ai più alti livelli dell’azienda ma senza che lo sapesse l’amministratore delegato Jack Dorsey”, cosa anche questa piuttosto bizzarra. La figura apicale più direttamente coinvolta è stata il capo del legale, Vijaya Gadde.
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> Le mail interne tra i dirigenti di Twitter – in gran parte licenziati da Musk – dimostrano che tutti sapevano di star facendo una cosa priva di basi giuridiche. Ma sono andati avanti. Perché?
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> L’unica spiegazione arriva scorrendo gli altri Twitter files pubblicati dai giornalisti coinvolti, come Bari Weiss: l’azienda era permeata da una omogenea cultura pro-democratica e anti-trumpiana che finiva per legittimare tutti i comportamenti in quella direzione.
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> Anche se l’azienda ha sempre dichiarato di non esercitare alcun controllo editoriale sui contenuti pubblicati, e quindi di oscurare soltanto quelli in violazione delle regole della piattaforma mentre tratta gli altri allo stesso modo, adottava quello che in gergo si chiama “shadow banning”: cioè rendeva meno visibili alcuni tweet o alcuni profili, senza che gli autori ne fossero in alcun modo consapevoli (e neppure gli altri lettori normali).
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> Se guardate il vostro feed di Twitter, noterete che ogni tanto alcuni profili vi appaiono più di altri, che i retweet di utenti che seguite ogni tanto appaiono e ogni tanto no. In teoria l’algoritmo dovrebbe ottimizzare la probabilità che il contenuto sia di vostro interesse, ma non che sia coerente con le preferenze politiche dominanti tra gli impiegati della piattaforma.
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> Il medico Jay Bhattacharya, di Stanford, era tra i più critici dei lockdown come misura di riduzione del rischio contagio durante i mesi della pandemia nel 2020. Twitter lo aveva classificato come utente problematico, con etichette come “recent abuse strike” e “trends blacklist”, senza che lui ne sapesse nulla.
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> «Immaginate che non ci fosse stato alcuna censura da parte dei media, avremmo vinto il dibattito sulle politiche sul Covid: le scuole sarebbero rimaste aperte, avremmo dato priorità alla protezione dei fragili, invece ci sono stati i lockdown», scrive oggi su Twitter Bhattacharya.
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> Si può essere in disaccordo, ma il dibattito dovrebbe essere aperto e basato sull’evidenza scientifica, non distorto dalla censura occulta di Twitter dovuta al fatto che Bhattacharya, come altri utenti sottoposti allo stesso trattamento, era apprezzato dai conservatori e contestato dai liberal.
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> La documentazione interna pubblicata dalla giornalista Bari Weiss sembra indicare che l’ad Jack Dorsey fosse pianamente convinto di questo approccio, che oscurare o neutralizzare figure di riferimento del mondo conservatore fosse non soltanto legittimo, ma anche necessario per tutelare la qualità dell’informazione e del dibattito democratico.
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> LA PROPAGANDA DEGLI AMICI
> Eppure, si scopre dalle indagini di un altro giornalista del pool, Lee Fang, Twitter si faceva molti meno scrupoli quando si trattava della propaganda da parte del governo americano ma su fronti ideologicamente meno connotati: nel 2017, per esempio, il Comando centrale delle forze armate (Centcom) informa Twitter di proteggere, cioè tenere sulla “white list”, una serie di account che l’esercito Usa per “amplificare” certi messaggi nei paesi arabi.
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> Quindi: il governo sapeva che Twitter ha black e white list di cui nessuno sapeva nulla, e la piattaforma supporta la propaganda del governo di riferimento mentre pubblicamente sostiene che sul social non c’è spazio per interferenze governative.
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> I militari americani usano Twitter in modo sistematico per diffondere la loro narrazione, cioè propaganda, contro Russia e Cina, mentre denunciano le interferenze, spesso inesistenti, di Russia e Cina nel dibattito americano. La piattaforma lo sa ed è complice.
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> Notizie di questo genere dovrebbero allarmare, e non soltanto negli Stati Uniti: negli ultimi anni Twitter ha preso il posto delle agenzie di stampa, è il primo livello della comunicazione politica, lo usano i politici per fare le loro dichiarazioni, i giornalisti per divulgare gli scoop, gli attivisti per le loro campagne.
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> Si vive bene anche senza, ma se un paese proibisce l’uso di Twitter, specie se in modo selettivo soltanto ad alcuni soggetti, si qualifica immediatamente come un paese non libero. Perché nell’era dei social le piattaforme sono gli spazi della democrazia, ma abbiamo al conferma che anche quello in teoria più libero, cioè Twitter, è stato manipolato dai suoi dirigenti per favorire una parte politica e le sue idee contro l’altra.
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> Il fatto che Jack Dorsey e i suoi manager pensassero di essere dalla parte dei “buoni” contro i cattivi, cioè Donald Trump, Rudi Giuliani e Steve Bannon, non è un’attenuante.
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> La cosa più grave, forse, è che i media liberal non si occupino di questo scandalo perché Elon Musk non è uno dei loro. E perché la scomoda verità che emerge dai Twitter files è che il mondo democratico americano ha usato pratiche illiberali e anti-democratiche per contrastare gli avversari nascosto dietro le insegne della democrazia e del liberalismo.
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> UNA LEZIONE PER LA SINISTRA
> C’è una lezione anche per la sinistra italiana, in tutto questo: negare gli scandali dalla propria parte e minimizzare la rilevanza della sostanziale omogeneità culturale e valoriale dell’élite italiana, non serve a fermare la destra. Anzi, toglie ogni legittimità alle battaglie progressiste, se queste vengono combattute con strumenti in contrasto con i valori processati.
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> Elon Musk è la soluzione al problema di Twitter? Molto probabilmente no, perché in queste prime settimane da nuovo azionista di riferimento e amministratore delegato ha soltanto sostituito una discrezionalità con un’altra, l’arbitrio pro-Democratici di Jack Dorsey con il suo anarchismo conservatore. Silenzia o rilancia contenuti sulla base delle proprie preferenze, diverse da quelle della gestione precedente ma non più legittime.
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> Aveva ragione nelle sue dichiarazioni di principio, Musk, anche se poi non le ha rispettate: le piattaforme non dovrebbero esercitare alcun filtro, e se questo comporta tollerare anche linguaggio d’odio, pornografia o contenuti illegali, tocca all’autorità giudiziaria far rispettare la legge.
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> La differenza tra i regimi democratici e tutti gli altri non è tanto nel momento elettorale, quanto nel fatto che nei primi si governa con la legge e negli altri con l’arbitrio.
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> Per le piattaforme è il momento di passare dal dispotismo che pretende di essere illuminato alla democrazia liberale.
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Dec. 26, 2022