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Re: [nexa] Articolo Governi privati e intelligenza artificiale
by Francesco Sacco
Gli schemi vanno bene.
Cordiali saluti.
_____________________________________
Francesco M. Sacco
SDA Bocconi School of Management
Strategy and Operations Department
Via Sarfatti 10
20136 Milan, Italy
Mobile: +39 348 22.11.309
On 31 May 2025, at 18:24, Daniela Tafani <daniela.tafani(a)unipi.it> wrote:
Caro Giacomo,
grazie.
Il 30/05/25 21:54, Giacomo Tesio ha scritto:
Ti pongo una domanda: se il parallelo con il feudalesimo è solido, possiamo
usarlo per ideare strategie politiche per superarlo?
Cosa ha determinato la fine del feudalesimo e come potremmo
sfruttarlo, almeno, per gettare le basi del suo superamento nei prossimi anni?
Concordo con quanto ha scritto Maria Chiara.
Aggiungo solo una nota a margine, considerato che all'attuale specifico intreccio
di tratti feudali e tratti capitalistici siamo giunti dando attuazione alla proposta politica neoliberale.
La dottrina neoliberale è, com'è noto, una dottrina prescrittiva, non un contributo teorico.
Non sostiene che un'università o un ospedale siano un'azienda. Ci chiede di trasformarli in aziende.
Propone di utilizzare, in ogni ambito della vita associata, la sola razionalità strumentale:
da questo punto di vista, tra l'idea che un ospedale debba essere gestito come un'azienda sanitaria
(o l'idea che i docenti universitari debbano essere valutati contando il numero delle loro pubblicazioni)
e l'idea di fare di Gaza un resort turistico c'è una differenza di grado, non di specie.
Nella stessa dottrina neoliberale sono inclusi, per negazione, due elementi
che è perciò lecito supporre siano considerati come capaci di scardinare il sistema:
1. "who is society? There is no such thing!" non è la tesi che non si diano una società civile, strutture collettive o istanze di partecipazione democratica;
è l'annuncio della tua intenzione di polverizzarle, scardinarle, disciplinarle o reprimerle perché le ritieni pericolose portatrici di una dimensione comunitaria,
dell'interesse pubblico e del punto di vista di una razionalità deontologica, intrinsecamente alternativi al tuo progetto politico; non è una novità: Polanyi
ricordava che "soltanto la minaccia della fame e non anche l'allettamento di alti salari era ritenuta in grado di creare un mercato del lavoro funzionante" e che si è
ritenuto perciò "necessario liquidare la società organica che si rifiutava di permettere che l'individuo fosse abbandonato ad essa"( Karl Polanyi, La grande
trasformazione, p. 212);
2. "there is no alternative" (TINA), analogamente, non è una teoria, è il programma di chi intenda impedire a chiunque di chiamare le cose con il loro nome e di concepire
alternative (per questo, chi, come Cory Doctorow o Ted Chiang, sia in grado di concepire altri mondi è anche un pensatore o un attivista politico). In una condizione
nella quale, come osservava David Graeber, è davvero difficile mantenere in tutti la convinzione che non ci sia nulla di meglio di questa forma di capitalismo, concepire
sistemi alternativi è un'attività potenzialmente sovversiva.
In un sistema dai tratti feudali, in cui la fedeltà e la protezione siano importanti (Supiot), ogni mancato allineamento a una narrazione ha un costo. Ma, come
scriveva Benedetto Croce, coacti tamen volunt.
Ovviamente, anche di un'intelligenza artificiale concepita a sua immagine, come ottimizzazione rispetto a target, il neoliberale dirà che è inevitabile, che è qui per
restare, che non ci sono alternative, che se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro. Ad un analogo argomento per l'ambito militare,
Weizenbaum rispondeva, come sai, "not without us".
Un caro saluto,
Daniela
[La tua firma può scrivere un futuro. Aiuta gli studenti meritevoli a costruire il proprio. Dai il tuo 5x1000 alla Bocconi C.F. 80024610158] <https://giving.unibocconi.it/5x1000>
Please note that the above message is addressed only to individuals filing Italian income tax returns.
5x1000 is a percentage of Italian personal income tax that taxpayers can allocate to Universities, scientific research and non profit organizations.
May 31, 2025
Re: [nexa] Articolo Governi privati e intelligenza artificiale
by Daniela Tafani
Caro Giacomo,
grazie.
Il 30/05/25 21:54, Giacomo Tesio ha scritto:
> Ti pongo una domanda: se il parallelo con il feudalesimo è solido, possiamo
> usarlo per ideare strategie politiche per superarlo?
>
> Cosa ha determinato la fine del feudalesimo e come potremmo
> sfruttarlo, almeno, per gettare le basi del suo superamento nei prossimi anni?
>
Concordo con quanto ha scritto Maria Chiara.
Aggiungo solo una nota a margine, considerato che all'attuale specifico intreccio
di tratti feudali e tratti capitalistici siamo giunti dando attuazione alla proposta politica neoliberale.
La dottrina neoliberale è, com'è noto, una dottrina prescrittiva, non un contributo teorico.
Non sostiene che un'università o un ospedale siano un'azienda. Ci chiede di trasformarli in aziende.
Propone di utilizzare, in ogni ambito della vita associata, la sola razionalità strumentale:
da questo punto di vista, tra l'idea che un ospedale debba essere gestito come un'azienda sanitaria
(o l'idea che i docenti universitari debbano essere valutati contando il numero delle loro pubblicazioni)
e l'idea di fare di Gaza un resort turistico c'è una differenza di grado, non di specie.
Nella stessa dottrina neoliberale sono inclusi, per negazione, due elementi
che è perciò lecito supporre siano considerati come capaci di scardinare il sistema:
1. "who is society? There is no such thing!" non è la tesi che non si diano una società civile, strutture collettive o istanze di partecipazione democratica;
è l'annuncio della tua intenzione di polverizzarle, scardinarle, disciplinarle o reprimerle perché le ritieni pericolose portatrici di una dimensione comunitaria,
dell'interesse pubblico e del punto di vista di una razionalità deontologica, intrinsecamente alternativi al tuo progetto politico; non è una novità: Polanyi
ricordava che "soltanto la minaccia della fame e non anche l'allettamento di alti salari era ritenuta in grado di creare un mercato del lavoro funzionante" e che si è
ritenuto perciò "necessario liquidare la società organica che si rifiutava di permettere che l'individuo fosse abbandonato ad essa"( Karl Polanyi, La grande
trasformazione, p. 212);
2. "there is no alternative" (TINA), analogamente, non è una teoria, è il programma di chi intenda impedire a chiunque di chiamare le cose con il loro nome e di concepire
alternative (per questo, chi, come Cory Doctorow o Ted Chiang, sia in grado di concepire altri mondi è anche un pensatore o un attivista politico). In una condizione
nella quale, come osservava David Graeber, è davvero difficile mantenere in tutti la convinzione che non ci sia nulla di meglio di questa forma di capitalismo, concepire
sistemi alternativi è un'attività potenzialmente sovversiva.
In un sistema dai tratti feudali, in cui la fedeltà e la protezione siano importanti (Supiot), ogni mancato allineamento a una narrazione ha un costo. Ma, come
scriveva Benedetto Croce, coacti tamen volunt.
Ovviamente, anche di un'intelligenza artificiale concepita a sua immagine, come ottimizzazione rispetto a target, il neoliberale dirà che è inevitabile, che è qui per
restare, che non ci sono alternative, che se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro. Ad un analogo argomento per l'ambito militare,
Weizenbaum rispondeva, come sai, "not without us".
Un caro saluto,
Daniela
May 31, 2025
Re: [nexa] Articolo Governi privati e intelligenza artificiale
by Maria Chiara Pievatolo
On 5/30/25 21:54, Giacomo Tesio wrote:
>
> Cosa ha determinato la fine del feudalesimo e come potremmo
> sfruttarlo, almeno, per gettare le basi del suo superamento nei prossimi anni?
>
>
Domanda interessante. Ecco un classico della storiografia, "La società
feudale" di Marc Bloch, in traduzione italiana (Einaudi, 1999).
----------citazione
P. 493 "Il feudalesimo europeo appare dunque il risultato della *brutale
dissoluzione di società più antiche*. Sarebbe, infatti, inintelligibile
senza il grande sconvolgimento delle invasioni germaniche, che, forzando
a fondersi insieme due società situate originariamente a stadi
differenti dell’evoluzione, frantumò i quadri di entrambe e fece tornare
alla superficie tante maniere di pensare e abitudini sociali d’un
carattere singolarmente primitivo. Esso si costituì in modo definitivo
nell'atmosfera delle ultime aggressioni barbariche. Presupponeva un
**profondo rallentamento della vita di relazione, una circolazione
monetaria troppo atrofizzata per permettere una burocrazia stipendiata,
una mentalità attaccata al sensibile e al prossimo.**
Quando tali condizioni cominciarono a cambiare, l'era del feudalesimo
volse verso il suo declino"
------------fine
Si ritrovano, oggi, in una qualche forma diversa, queste componenti?
E ancora (p 496):
----------------citazione
"Nell’area della civiltà occidentale, la carta del feudalesimo presenta
larghi vuoti: penisola scandinava, Frisia, Irlanda. Forse, è ancor più
importante rilevare che l’Europa feudale non fu tutta tale nel medesimo
grado né con lo stesso ritmo e, soprattutto, che in nessun luogo fu
completamente tale. In nessun paese, la popolazione rurale cadde
totalmente nei vincoli di una dipendenza personale ed ereditaria. Quasi
dovunque, se pur in numero estremamente variabile a seconda delle
regioni, sopravvissero **allodi**, grandi o piccoli II concetto dello
**Stato** non scomparve mai in maniera assoluta e, dove conservò maggior
forza, degli uomini continuarono a chiamarsi « liberi », nel senso
antico della parola, perché dipendevano solamente dal capo del popolo o
dai suoi rappresentanti. Gruppi di contadini guerrieri sopravvissero in
Normandia, nell’Inghilterra danese, in Spagna. Il **giuramento comune**,
antitetico al giuramento di subordinazione, visse nelle **istituzioni di
pace e trionfò nei Comuni**. Senza dubbio, è nel destino di qualsiasi
sistema d’istituzioni umane di non realizzarsi che assai
imperfettamente. Nell’economia europea dell’inizio del secolo xx, posta
incontestabilmente sotto il segno del capitalismo, più di un’impresa non
continuava forse a sfuggire a questo schema?"
------------------fine
Le forze anti-feudali, diceva Bloch, furono la proprietà allodiale
(degli uomini liberi), lo stato, i giuramenti comuni (di tutti con tutti
invece che di qualcuno con un signore) e dunque le istituzioni di pace e
i Comuni. Possiamo aggiungervi le università (quelle medioevali: vedi Le
Goff citato nell'introduzione a questo testo:
https://zenodo.org/records/15052959)
Anche qui: possiamo ritrovare, oggi, in forma diversa analoghe
componenti antagoniste?
Buonanotte,
MCP
May 30, 2025
Re: [nexa] Articolo Governi privati e intelligenza artificiale
by Giacomo Tesio
Splendida conclusione Daniela:
```
Ma, per chi occupi il vertice di una gerarchia feudale, “l'istinto di perpetuare
il lavoro inutile” si fonda, come osservava George Orwell, su una ben fondata
paura della massa. La massa è composta infatti “da spregevoli animali che,
se avessero tempo a disposizione, sarebbero pericolosi; ad evitare
rischi, è meglio che siano sempre troppo occupati per pensare”.
```
Ti pongo una domanda: se il parallelo con il feudalesimo è solido, possiamo
usarlo per ideare strategie politiche per superarlo?
Cosa ha determinato la fine del feudalesimo e come potremmo
sfruttarlo, almeno, per gettare le basi del suo superamento nei prossimi anni?
Giacomo
Il 27 Maggio 2025 07:17:49 UTC, Daniela Tafani <daniela.tafani(a)unipi.it> ha scritto:
> Buongiorno,
>
> vi sottopongo il preprint di un mio articolo su Governi privati e intelligenza artificiale:
>
> <https://zenodo.org/records/15522002>
>
> La tesi è che i tratti feudali dell'epoca presente fossero stati previsti, negli Stati Uniti, dal 1890, da chi difese e introdusse le prime leggi antitrust.
> È la legge giuridica a creare le corporations e le regole del mercato, e chi - anziché salvaguardare la concorrenza e alcuni beni comuni - opti a favore della regolazione dei monopoli, ponendo le basi giuridiche della loro esistenza, compie una scelta a favore di norme giuridiche che condurranno a oligarchie, a dispotismi e all'instaurarsi di relazioni feudali. La scelta è politica.
>
> A chi inquini il dibattito pubblico sull'intelligenza artificiale con inapplicabili linee guida, anemici standard tecnici e fantasie sulla moralizzazione di inesistenti menti artificiali, convogliando le istanze democratiche in qualche ininfluente consultazione pubblica, occorre ricordare che gli unici agenti artificiali esistenti sono le corporations, come Louis Brandeis osservava, e l'unico approccio democratico all'intelligenza artificiale è quello anti-monopolistico.
>
> Vi sarò grata di qualsiasi osservazione.
>
> Un saluto,
> Daniela
May 30, 2025
Re: [nexa] [OT] cade la maschera di Harvard
by Giorgio Ventre
Fermo restando che condivido l'analisi di Harvard e c. come aziende,
rimane il fatto che sono tecnicamente no profit, in quanto non
distribuiscono utili ma li reinvestono. Peraltro ricordo che ci sono
sistemi universitari pubblici negli USA che funzionano in maniera
analoga (U. of California, per dirne uno che conosco bene), anche se con
maggiore attenzione all'impatto e su scale minori di endowement privati.
In più a pagina 8 del Financial Statement ci sono i dati sul Financial
Aid per undergrads e grads. E sono numeri significativi.
Sui grant il problema è che se sono stati erogati su base qualitativa
(progetti presentati e simili) non possono essere revocati se non per
violazioni oggettive degli accordi pregressi. E non mi sembra sia il caso.
La questione è politica: non è che perché una Università è privata non è
degna di essere difesa nelle sue libertà. Lo Stato italiano eroga
contributi anche agli atenei privati e di certo non li condiziona se non
al rispetto di parametri oggettivi.
Un caro saluto a tutti
Giorgio
Il 30/05/25 16:30, 380° via nexa ha scritto:
> Buongiorno,
>
> scusate l'OT ma le considerazioni /sui generis/ (?) dell'articolo in
> oggetto sul "sistema universitario" sono IMHO interessanti da segnalare
> e valgono anche per altri "sistemi"
>
> Ho già detto in altre occasioni che non mi piace _come_ l'autore
> sviluppa i propri argomenti ma, fatta la tara, trovo interessanti i
> contenuti
>
> «E cade la maschera di Harvard»
> Uriel Fanelli, May 29, 2025
> https://keinpfusch.net/e-cade-la-maschera-di-harvard
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> [...] nel gran teatro della narrazione su Harvard, ci stiamo
> dimenticando un dettaglio minuscolo ma decisivo: non era questo il volto
> che ci avevano venduto.
>
> [...]
>
> Un attimo. Fermi tutti. Ricapitoliamo: l'università più privata, più
> indipendente, più market-oriented dell'universo conosciuto… prendeva
> soldi pubblici? Non solo li prendeva, ma li prendeva a palate.
>
> [...]
>
> [inoltre] Harvard è classificata come non-profit educational
> institution. Questo significa: esenzione totale dalle imposte sul
> reddito. E come se non bastasse, niente tasse sulla proprietà (grazie ai
> benefici locali concessi dallo Stato del Massachusetts), esenzione da
> imposte su donazioni e fondi endowment, e ovviamente deducibilità totale
> per i donatori. Il tutto condito dallo Tax Reform Act del 1969, che
> cristallizzò l'immunità fiscale per gli endowment universitari.
>
> [...]
>
> Ed eccoci arrivati al cuore della farsa. Il “privato” privatissimo,
> l'élite dell'élite, che pretende dagli studenti mutui ventennali per
> poter varcare i suoi cancelli dorati — ed è pure giustificato, si
> dice, perché è un privato — in realtà, privato non lo è affatto. È
> un'organizzazione non-profit. Anzi, secondo la legge americana, è una
> 501©(3): tecnicamente una charitable organization a scopo
> educativo. Tradotto per i comuni mortali: una ONLUS col pedigree.
>
> [...]
>
> E qui crolla la narrativa — non solo di Harvard, ma dell'intera Ivy
> League. Non sono eccellenti nonostante siano private. Lo sono perché
> sono no profit coccolate dallo Stato. E tuttavia, non disdegnano di
> spremere gli studenti fino all'ultima goccia, con rette astronomiche e
> debiti da saldare fino alla pensione.
>
> [...]
>
> basta gettare uno sguardo oltre l'Atlantico — verso quella vecchia,
> decrepita, inefficiente Europa che tanti negli USA adorano disprezzare —
> per assistere a un confronto che definire impietoso è un eufemismo. Sì,
> proprio noi, i maledetti comunisti europei, con le nostre università
> pubbliche, accessibili, spesso gratuite o quasi, che non costringono
> intere generazioni a ipotecare il proprio futuro per ottenere un titolo
> di studio.
>
> Eppure, sorpresa: se si sommano i fondi pubblici diretti, le esenzioni
> fiscali, i vantaggi normativi e i sussidi impliciti, lo Stato
> americano spende molto di più, pro capite, per mantenere le sue
> università cosiddette “private”, di quanto gli Stati europei spendano
> per le loro pubbliche. È l'ennesima magia del capitalismo truccato:
> l'università si traveste da ente privato quando deve giustificare la
> selezione, l'élitismo e i prezzi da finanziaria svizzera; ma dietro le
> quinte incassa fondi pubblici a pioggia, sgravi milionari, privilegi
> fiscali e aiuti federali.
>
> E il bello è che, in cambio, non restituisce nulla. Nulla in termini
> di accesso, nulla in termini di equità, nulla in termini di
> responsabilità sociale. Al massimo qualche post su Instagram con
> studenti sorridenti sotto alberi secolari.
>
> [...]
>
> se non altro, questo scontro con Trump avrà avuto un merito: mostrarci
> come, nella terra del “privato che funziona”, il governo americano sia
> riuscito a collezionare oltre 33 trilioni di dollari di debito
> pubblico. Un'impresa non da poco, per uno Stato che — a sentir loro —
> non dovrebbe nemmeno aver bisogno di spendere, perché “ci pensa il
> privato”.
>
> [...]
>
> La mascherata è finita. Se basta un tweet minaccioso di un presidente
> a far saltare sulla sedia tre rettori della Ivy League; se Harvard
> oggi grida alla persecuzione perché le vengono negati fondi pubblici e
> agevolazioni fiscali — che, ricordiamolo, arrivano dritti dritti dalle
> tasse dei cittadini — allora è evidente che qualcosa non torna.
>
> È evidente che quell'idea di “privato eccellente”, incarnata da
> Harvard e venduta al mondo come l'apice della civiltà accademica, è
> crollata. Non era eccellenza, era privilegio travestito. Non era
> libertà di mercato, era rendita di posizione. E non era indipendenza:
> era dipendenza profonda, strutturale, sistemica, dal denaro pubblico
> che si fingeva di disprezzare.
>
> --8<---------------cut here---------------end--------------->8---
>
> Saluti, 380°
>
>
>
>
> P.S.: comunque io so per certo che anche nella bolscevica Europa c'è una
> discreta fetta di popolazione che semplicemente non si può permettere di
> andare (essere mandata) all'università, anche se è gratuita («budget
> mensile a una media di 900-1.200 euro. Per un triennio, si parla di un
> investimento complessivo tra 36.000 e 48.000 euro.» [1])
>
>
> P.P.S.: ogni volta che vedo un aggettivo appiccicato alla parola
> "capitalismo", come in "capitalismo truccato" nell'articolo sopra o
> "capitalismo turbo-finanziario" altrove, mi viene da ridere: come se
> esistesse davvero in qualche sperduto angolo dell'universo un sistema
> economico anche solo VAGAMENTE assomigliante alla definizione di
> "capitalismo e basta", tipo quella da libro Cuore propinata qui
> https://istitutoliberale.it/che-cose-il-capitalismo-di-libero-mercato/
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> Dunque, cos’è il capitalismo?
>
> Il capitalismo di libero mercato è un sistema basato sugli scambi
> volontari tra individui consapevoli, fondato sulla proprietà privata e
> sull’assenza di coercizione.
>
> [...]
>
> Spesso si accusa il capitalismo di essere responsabile di guerre,
> disuguaglianze o disastri ambientali. Ma questi eventi, quando
> avvengono, sono sempre frutto di collusioni tra Stato e imprese, di
> monopoli protetti, o di violazioni della libertà contrattuale. E questo
> non è capitalismo, è interventismo travestito.
>
> [...]
>
> Non è capitalismo se un lavoratore è obbligato a lavorare. Se accetta un
> lavoro con uno stipendio basso, è perché — per le sue competenze e la
> sua esperienza — quella è l’unica offerta sul mercato. Non è giusto né
> sbagliato: è un dato di fatto. E il datore di lavoro non è moralmente
> colpevole di ciò che il mercato offre.
>
> La famosa “logica del profitto”, tanto criticata, è in realtà la logica
> del miglioramento: chi vuole guadagnare deve prima capire come
> soddisfare al meglio i bisogni altrui. Più valore offri, più vieni
> ricompensato.
>
> Il capitalismo, in sintesi, è un sistema di remunerazione del
> merito. Chi sa offrire di più alla società riceve di più in cambio.
>
> --8<---------------cut here---------------end--------------->8---
>
> ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha: ma ROTFL!
>
>
>
> [1] https://www.younipa.it/universita-in-italia-ecco-quanto-costa-davvero-studi…
>
> ...ma anche:
> - https://www.lidentita.it/universita-costi/
> - https://lespresso.it/c/attualita/2023/10/25/una-stanza-a-milano-ora-costa-6…
>
--
========================================================================
Prof. Ing. Giorgio Ventre
Scientific Director, Apple Developer Academy
Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell'Informazione
Università degli Studi di Napoli Federico II
Via Claudio 21
80125, Napoli, Italy
Tel: +39 081 7683908 Fax: +39 081 7683816 Mob: +39 3807679372
E-mail: giorgio(a)unina.it
http://www.dieti.unina.it
http://www.developeracademy.unina.it/en/
http://www.docenti.unina.it/giorgio.ventre
========================================================================
May 30, 2025
Re: [nexa] [OT] cade la maschera di Harvard
by abregni
Anche noi, mi pare, abbiamo un problema simile con le scuole private (o
mi sono perso qualcosa?).
Solo che a noi l'eccellenza di Harvard forse manca.
Per il resto, che in USA l'ipocrisia e la predazione si sprechino,
beh...
Il 2025-05-30 16:30 380° via nexa ha scritto:
> Buongiorno,
>
> scusate l'OT ma le considerazioni /sui generis/ (?) dell'articolo in
> oggetto sul "sistema universitario" sono IMHO interessanti da segnalare
> e valgono anche per altri "sistemi"
>
> Ho già detto in altre occasioni che non mi piace _come_ l'autore
> sviluppa i propri argomenti ma, fatta la tara, trovo interessanti i
> contenuti
>
> «E cade la maschera di Harvard»
> Uriel Fanelli, May 29, 2025
> https://keinpfusch.net/e-cade-la-maschera-di-harvard
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> [...] nel gran teatro della narrazione su Harvard, ci stiamo
> dimenticando un dettaglio minuscolo ma decisivo: non era questo il
> volto
> che ci avevano venduto.
>
> [...]
>
> Un attimo. Fermi tutti. Ricapitoliamo: l'università più privata, più
> indipendente, più market-oriented dell'universo conosciuto… prendeva
> soldi pubblici? Non solo li prendeva, ma li prendeva a palate.
>
> [...]
>
> [inoltre] Harvard è classificata come non-profit educational
> institution. Questo significa: esenzione totale dalle imposte sul
> reddito. E come se non bastasse, niente tasse sulla proprietà (grazie
> ai
> benefici locali concessi dallo Stato del Massachusetts), esenzione da
> imposte su donazioni e fondi endowment, e ovviamente deducibilità
> totale
> per i donatori. Il tutto condito dallo Tax Reform Act del 1969, che
> cristallizzò l'immunità fiscale per gli endowment universitari.
>
> [...]
>
> Ed eccoci arrivati al cuore della farsa. Il “privato” privatissimo,
> l'élite dell'élite, che pretende dagli studenti mutui ventennali per
> poter varcare i suoi cancelli dorati — ed è pure giustificato, si
> dice, perché è un privato — in realtà, privato non lo è affatto. È
> un'organizzazione non-profit. Anzi, secondo la legge americana, è una
> 501©(3): tecnicamente una charitable organization a scopo
> educativo. Tradotto per i comuni mortali: una ONLUS col pedigree.
>
> [...]
>
> E qui crolla la narrativa — non solo di Harvard, ma dell'intera Ivy
> League. Non sono eccellenti nonostante siano private. Lo sono perché
> sono no profit coccolate dallo Stato. E tuttavia, non disdegnano di
> spremere gli studenti fino all'ultima goccia, con rette astronomiche e
> debiti da saldare fino alla pensione.
>
> [...]
>
> basta gettare uno sguardo oltre l'Atlantico — verso quella vecchia,
> decrepita, inefficiente Europa che tanti negli USA adorano disprezzare
> —
> per assistere a un confronto che definire impietoso è un eufemismo. Sì,
> proprio noi, i maledetti comunisti europei, con le nostre università
> pubbliche, accessibili, spesso gratuite o quasi, che non costringono
> intere generazioni a ipotecare il proprio futuro per ottenere un titolo
> di studio.
>
> Eppure, sorpresa: se si sommano i fondi pubblici diretti, le esenzioni
> fiscali, i vantaggi normativi e i sussidi impliciti, lo Stato
> americano spende molto di più, pro capite, per mantenere le sue
> università cosiddette “private”, di quanto gli Stati europei spendano
> per le loro pubbliche. È l'ennesima magia del capitalismo truccato:
> l'università si traveste da ente privato quando deve giustificare la
> selezione, l'élitismo e i prezzi da finanziaria svizzera; ma dietro le
> quinte incassa fondi pubblici a pioggia, sgravi milionari, privilegi
> fiscali e aiuti federali.
>
> E il bello è che, in cambio, non restituisce nulla. Nulla in termini
> di accesso, nulla in termini di equità, nulla in termini di
> responsabilità sociale. Al massimo qualche post su Instagram con
> studenti sorridenti sotto alberi secolari.
>
> [...]
>
> se non altro, questo scontro con Trump avrà avuto un merito: mostrarci
> come, nella terra del “privato che funziona”, il governo americano sia
> riuscito a collezionare oltre 33 trilioni di dollari di debito
> pubblico. Un'impresa non da poco, per uno Stato che — a sentir loro —
> non dovrebbe nemmeno aver bisogno di spendere, perché “ci pensa il
> privato”.
>
> [...]
>
> La mascherata è finita. Se basta un tweet minaccioso di un presidente
> a far saltare sulla sedia tre rettori della Ivy League; se Harvard
> oggi grida alla persecuzione perché le vengono negati fondi pubblici e
> agevolazioni fiscali — che, ricordiamolo, arrivano dritti dritti dalle
> tasse dei cittadini — allora è evidente che qualcosa non torna.
>
> È evidente che quell'idea di “privato eccellente”, incarnata da
> Harvard e venduta al mondo come l'apice della civiltà accademica, è
> crollata. Non era eccellenza, era privilegio travestito. Non era
> libertà di mercato, era rendita di posizione. E non era indipendenza:
> era dipendenza profonda, strutturale, sistemica, dal denaro pubblico
> che si fingeva di disprezzare.
>
> --8<---------------cut here---------------end--------------->8---
>
> Saluti, 380°
>
>
>
>
> P.S.: comunque io so per certo che anche nella bolscevica Europa c'è
> una
> discreta fetta di popolazione che semplicemente non si può permettere
> di
> andare (essere mandata) all'università, anche se è gratuita («budget
> mensile a una media di 900-1.200 euro. Per un triennio, si parla di un
> investimento complessivo tra 36.000 e 48.000 euro.» [1])
>
>
> P.P.S.: ogni volta che vedo un aggettivo appiccicato alla parola
> "capitalismo", come in "capitalismo truccato" nell'articolo sopra o
> "capitalismo turbo-finanziario" altrove, mi viene da ridere: come se
> esistesse davvero in qualche sperduto angolo dell'universo un sistema
> economico anche solo VAGAMENTE assomigliante alla definizione di
> "capitalismo e basta", tipo quella da libro Cuore propinata qui
> https://istitutoliberale.it/che-cose-il-capitalismo-di-libero-mercato/
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> Dunque, cos’è il capitalismo?
>
> Il capitalismo di libero mercato è un sistema basato sugli scambi
> volontari tra individui consapevoli, fondato sulla proprietà privata e
> sull’assenza di coercizione.
>
> [...]
>
> Spesso si accusa il capitalismo di essere responsabile di guerre,
> disuguaglianze o disastri ambientali. Ma questi eventi, quando
> avvengono, sono sempre frutto di collusioni tra Stato e imprese, di
> monopoli protetti, o di violazioni della libertà contrattuale. E questo
> non è capitalismo, è interventismo travestito.
>
> [...]
>
> Non è capitalismo se un lavoratore è obbligato a lavorare. Se accetta
> un
> lavoro con uno stipendio basso, è perché — per le sue competenze e la
> sua esperienza — quella è l’unica offerta sul mercato. Non è giusto né
> sbagliato: è un dato di fatto. E il datore di lavoro non è moralmente
> colpevole di ciò che il mercato offre.
>
> La famosa “logica del profitto”, tanto criticata, è in realtà la logica
> del miglioramento: chi vuole guadagnare deve prima capire come
> soddisfare al meglio i bisogni altrui. Più valore offri, più vieni
> ricompensato.
>
> Il capitalismo, in sintesi, è un sistema di remunerazione del
> merito. Chi sa offrire di più alla società riceve di più in cambio.
>
> --8<---------------cut here---------------end--------------->8---
>
> ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha: ma ROTFL!
>
>
>
> [1]
> https://www.younipa.it/universita-in-italia-ecco-quanto-costa-davvero-studi…
>
> ...ma anche:
> - https://www.lidentita.it/universita-costi/
> -
> https://lespresso.it/c/attualita/2023/10/25/una-stanza-a-milano-ora-costa-6…
May 30, 2025
Re: [nexa] [OT] cade la maschera di Harvard
by B. J.
Mi permetto di segnalare l'articolo di ROARS Harvard rivendica la libertà delle università, ma solo se sono private: https://www.roars.it/harvard-rivendica-la-liberta-delle-universita-ma-solo-…
E per tutto il resto c'è il financial statement. Notare le entrate da fee studenti e dall'endowment (cioè dalla massa vincolata di 53 miliardi di dollari): https://finance.harvard.edu/files/fad/files/fy24_harvard_financial_report.p…
B.J.
Un Internet libero, diverso e rispettoso della privacy è lo strumento fondamentale per tutte le sfide che ci attendono.
-------- Original Message --------
On 30/05/2025 16:30, 380° via nexa <nexa(a)server-nexa.polito.it> wrote:
> Buongiorno,
>
> scusate l'OT ma le considerazioni /sui generis/ (?) dell'articolo in
> oggetto sul "sistema universitario" sono IMHO interessanti da segnalare
> e valgono anche per altri "sistemi"
>
> Ho già detto in altre occasioni che non mi piace _come_ l'autore
> sviluppa i propri argomenti ma, fatta la tara, trovo interessanti i
> contenuti
>
> «E cade la maschera di Harvard»
> Uriel Fanelli, May 29, 2025
> https://keinpfusch.net/e-cade-la-maschera-di-harvard
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> [...] nel gran teatro della narrazione su Harvard, ci stiamo
> dimenticando un dettaglio minuscolo ma decisivo: non era questo il volto
> che ci avevano venduto.
>
> [...]
>
> Un attimo. Fermi tutti. Ricapitoliamo: l'università più privata, più
> indipendente, più market-oriented dell'universo conosciuto… prendeva
> soldi pubblici? Non solo li prendeva, ma li prendeva a palate.
>
> [...]
>
> [inoltre] Harvard è classificata come non-profit educational
> institution. Questo significa: esenzione totale dalle imposte sul
> reddito. E come se non bastasse, niente tasse sulla proprietà (grazie ai
> benefici locali concessi dallo Stato del Massachusetts), esenzione da
> imposte su donazioni e fondi endowment, e ovviamente deducibilità totale
> per i donatori. Il tutto condito dallo Tax Reform Act del 1969, che
> cristallizzò l'immunità fiscale per gli endowment universitari.
>
> [...]
>
> Ed eccoci arrivati al cuore della farsa. Il “privato” privatissimo,
> l'élite dell'élite, che pretende dagli studenti mutui ventennali per
> poter varcare i suoi cancelli dorati — ed è pure giustificato, si
> dice, perché è un privato — in realtà, privato non lo è affatto. È
> un'organizzazione non-profit. Anzi, secondo la legge americana, è una
> 501©(3): tecnicamente una charitable organization a scopo
> educativo. Tradotto per i comuni mortali: una ONLUS col pedigree.
>
> [...]
>
> E qui crolla la narrativa — non solo di Harvard, ma dell'intera Ivy
> League. Non sono eccellenti nonostante siano private. Lo sono perché
> sono no profit coccolate dallo Stato. E tuttavia, non disdegnano di
> spremere gli studenti fino all'ultima goccia, con rette astronomiche e
> debiti da saldare fino alla pensione.
>
> [...]
>
> basta gettare uno sguardo oltre l'Atlantico — verso quella vecchia,
> decrepita, inefficiente Europa che tanti negli USA adorano disprezzare —
> per assistere a un confronto che definire impietoso è un eufemismo. Sì,
> proprio noi, i maledetti comunisti europei, con le nostre università
> pubbliche, accessibili, spesso gratuite o quasi, che non costringono
> intere generazioni a ipotecare il proprio futuro per ottenere un titolo
> di studio.
>
> Eppure, sorpresa: se si sommano i fondi pubblici diretti, le esenzioni
> fiscali, i vantaggi normativi e i sussidi impliciti, lo Stato
> americano spende molto di più, pro capite, per mantenere le sue
> università cosiddette “private”, di quanto gli Stati europei spendano
> per le loro pubbliche. È l'ennesima magia del capitalismo truccato:
> l'università si traveste da ente privato quando deve giustificare la
> selezione, l'élitismo e i prezzi da finanziaria svizzera; ma dietro le
> quinte incassa fondi pubblici a pioggia, sgravi milionari, privilegi
> fiscali e aiuti federali.
>
> E il bello è che, in cambio, non restituisce nulla. Nulla in termini
> di accesso, nulla in termini di equità, nulla in termini di
> responsabilità sociale. Al massimo qualche post su Instagram con
> studenti sorridenti sotto alberi secolari.
>
> [...]
>
> se non altro, questo scontro con Trump avrà avuto un merito: mostrarci
> come, nella terra del “privato che funziona”, il governo americano sia
> riuscito a collezionare oltre 33 trilioni di dollari di debito
> pubblico. Un'impresa non da poco, per uno Stato che — a sentir loro —
> non dovrebbe nemmeno aver bisogno di spendere, perché “ci pensa il
> privato”.
>
> [...]
>
> La mascherata è finita. Se basta un tweet minaccioso di un presidente
> a far saltare sulla sedia tre rettori della Ivy League; se Harvard
> oggi grida alla persecuzione perché le vengono negati fondi pubblici e
> agevolazioni fiscali — che, ricordiamolo, arrivano dritti dritti dalle
> tasse dei cittadini — allora è evidente che qualcosa non torna.
>
> È evidente che quell'idea di “privato eccellente”, incarnata da
> Harvard e venduta al mondo come l'apice della civiltà accademica, è
> crollata. Non era eccellenza, era privilegio travestito. Non era
> libertà di mercato, era rendita di posizione. E non era indipendenza:
> era dipendenza profonda, strutturale, sistemica, dal denaro pubblico
> che si fingeva di disprezzare.
>
> --8<---------------cut here---------------end--------------->8---
>
> Saluti, 380°
>
>
>
>
> P.S.: comunque io so per certo che anche nella bolscevica Europa c'è una
> discreta fetta di popolazione che semplicemente non si può permettere di
> andare (essere mandata) all'università, anche se è gratuita («budget
> mensile a una media di 900-1.200 euro. Per un triennio, si parla di un
> investimento complessivo tra 36.000 e 48.000 euro.» [1])
>
>
> P.P.S.: ogni volta che vedo un aggettivo appiccicato alla parola
> "capitalismo", come in "capitalismo truccato" nell'articolo sopra o
> "capitalismo turbo-finanziario" altrove, mi viene da ridere: come se
> esistesse davvero in qualche sperduto angolo dell'universo un sistema
> economico anche solo VAGAMENTE assomigliante alla definizione di
> "capitalismo e basta", tipo quella da libro Cuore propinata qui
> https://istitutoliberale.it/che-cose-il-capitalismo-di-libero-mercato/
>
> --8<---------------cut here---------------start------------->8---
>
> Dunque, cos’è il capitalismo?
>
> Il capitalismo di libero mercato è un sistema basato sugli scambi
> volontari tra individui consapevoli, fondato sulla proprietà privata e
> sull’assenza di coercizione.
>
> [...]
>
> Spesso si accusa il capitalismo di essere responsabile di guerre,
> disuguaglianze o disastri ambientali. Ma questi eventi, quando
> avvengono, sono sempre frutto di collusioni tra Stato e imprese, di
> monopoli protetti, o di violazioni della libertà contrattuale. E questo
> non è capitalismo, è interventismo travestito.
>
> [...]
>
> Non è capitalismo se un lavoratore è obbligato a lavorare. Se accetta un
> lavoro con uno stipendio basso, è perché — per le sue competenze e la
> sua esperienza — quella è l’unica offerta sul mercato. Non è giusto né
> sbagliato: è un dato di fatto. E il datore di lavoro non è moralmente
> colpevole di ciò che il mercato offre.
>
> La famosa “logica del profitto”, tanto criticata, è in realtà la logica
> del miglioramento: chi vuole guadagnare deve prima capire come
> soddisfare al meglio i bisogni altrui. Più valore offri, più vieni
> ricompensato.
>
> Il capitalismo, in sintesi, è un sistema di remunerazione del
> merito. Chi sa offrire di più alla società riceve di più in cambio.
>
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>
> ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha: ma ROTFL!
>
>
>
> [1] https://www.younipa.it/universita-in-italia-ecco-quanto-costa-davvero-studi…
>
> ...ma anche:
> - https://www.lidentita.it/universita-costi/
> - https://lespresso.it/c/attualita/2023/10/25/una-stanza-a-milano-ora-costa-6…
>
> --
> 380° (lost in /traslation/)
>
> «Welcome to the chaos of the times
> If you go left and I go right
> Pray we make it out alive
> This is Karmageddon»
>
May 30, 2025
[OT] cade la maschera di Harvard
by 380°
Buongiorno,
scusate l'OT ma le considerazioni /sui generis/ (?) dell'articolo in
oggetto sul "sistema universitario" sono IMHO interessanti da segnalare
e valgono anche per altri "sistemi"
Ho già detto in altre occasioni che non mi piace _come_ l'autore
sviluppa i propri argomenti ma, fatta la tara, trovo interessanti i
contenuti
«E cade la maschera di Harvard»
Uriel Fanelli, May 29, 2025
https://keinpfusch.net/e-cade-la-maschera-di-harvard
--8<---------------cut here---------------start------------->8---
[...] nel gran teatro della narrazione su Harvard, ci stiamo
dimenticando un dettaglio minuscolo ma decisivo: non era questo il volto
che ci avevano venduto.
[...]
Un attimo. Fermi tutti. Ricapitoliamo: l'università più privata, più
indipendente, più market-oriented dell'universo conosciuto… prendeva
soldi pubblici? Non solo li prendeva, ma li prendeva a palate.
[...]
[inoltre] Harvard è classificata come non-profit educational
institution. Questo significa: esenzione totale dalle imposte sul
reddito. E come se non bastasse, niente tasse sulla proprietà (grazie ai
benefici locali concessi dallo Stato del Massachusetts), esenzione da
imposte su donazioni e fondi endowment, e ovviamente deducibilità totale
per i donatori. Il tutto condito dallo Tax Reform Act del 1969, che
cristallizzò l'immunità fiscale per gli endowment universitari.
[...]
Ed eccoci arrivati al cuore della farsa. Il “privato” privatissimo,
l'élite dell'élite, che pretende dagli studenti mutui ventennali per
poter varcare i suoi cancelli dorati — ed è pure giustificato, si
dice, perché è un privato — in realtà, privato non lo è affatto. È
un'organizzazione non-profit. Anzi, secondo la legge americana, è una
501©(3): tecnicamente una charitable organization a scopo
educativo. Tradotto per i comuni mortali: una ONLUS col pedigree.
[...]
E qui crolla la narrativa — non solo di Harvard, ma dell'intera Ivy
League. Non sono eccellenti nonostante siano private. Lo sono perché
sono no profit coccolate dallo Stato. E tuttavia, non disdegnano di
spremere gli studenti fino all'ultima goccia, con rette astronomiche e
debiti da saldare fino alla pensione.
[...]
basta gettare uno sguardo oltre l'Atlantico — verso quella vecchia,
decrepita, inefficiente Europa che tanti negli USA adorano disprezzare —
per assistere a un confronto che definire impietoso è un eufemismo. Sì,
proprio noi, i maledetti comunisti europei, con le nostre università
pubbliche, accessibili, spesso gratuite o quasi, che non costringono
intere generazioni a ipotecare il proprio futuro per ottenere un titolo
di studio.
Eppure, sorpresa: se si sommano i fondi pubblici diretti, le esenzioni
fiscali, i vantaggi normativi e i sussidi impliciti, lo Stato
americano spende molto di più, pro capite, per mantenere le sue
università cosiddette “private”, di quanto gli Stati europei spendano
per le loro pubbliche. È l'ennesima magia del capitalismo truccato:
l'università si traveste da ente privato quando deve giustificare la
selezione, l'élitismo e i prezzi da finanziaria svizzera; ma dietro le
quinte incassa fondi pubblici a pioggia, sgravi milionari, privilegi
fiscali e aiuti federali.
E il bello è che, in cambio, non restituisce nulla. Nulla in termini
di accesso, nulla in termini di equità, nulla in termini di
responsabilità sociale. Al massimo qualche post su Instagram con
studenti sorridenti sotto alberi secolari.
[...]
se non altro, questo scontro con Trump avrà avuto un merito: mostrarci
come, nella terra del “privato che funziona”, il governo americano sia
riuscito a collezionare oltre 33 trilioni di dollari di debito
pubblico. Un'impresa non da poco, per uno Stato che — a sentir loro —
non dovrebbe nemmeno aver bisogno di spendere, perché “ci pensa il
privato”.
[...]
La mascherata è finita. Se basta un tweet minaccioso di un presidente
a far saltare sulla sedia tre rettori della Ivy League; se Harvard
oggi grida alla persecuzione perché le vengono negati fondi pubblici e
agevolazioni fiscali — che, ricordiamolo, arrivano dritti dritti dalle
tasse dei cittadini — allora è evidente che qualcosa non torna.
È evidente che quell'idea di “privato eccellente”, incarnata da
Harvard e venduta al mondo come l'apice della civiltà accademica, è
crollata. Non era eccellenza, era privilegio travestito. Non era
libertà di mercato, era rendita di posizione. E non era indipendenza:
era dipendenza profonda, strutturale, sistemica, dal denaro pubblico
che si fingeva di disprezzare.
--8<---------------cut here---------------end--------------->8---
Saluti, 380°
P.S.: comunque io so per certo che anche nella bolscevica Europa c'è una
discreta fetta di popolazione che semplicemente non si può permettere di
andare (essere mandata) all'università, anche se è gratuita («budget
mensile a una media di 900-1.200 euro. Per un triennio, si parla di un
investimento complessivo tra 36.000 e 48.000 euro.» [1])
P.P.S.: ogni volta che vedo un aggettivo appiccicato alla parola
"capitalismo", come in "capitalismo truccato" nell'articolo sopra o
"capitalismo turbo-finanziario" altrove, mi viene da ridere: come se
esistesse davvero in qualche sperduto angolo dell'universo un sistema
economico anche solo VAGAMENTE assomigliante alla definizione di
"capitalismo e basta", tipo quella da libro Cuore propinata qui
https://istitutoliberale.it/che-cose-il-capitalismo-di-libero-mercato/
--8<---------------cut here---------------start------------->8---
Dunque, cos’è il capitalismo?
Il capitalismo di libero mercato è un sistema basato sugli scambi
volontari tra individui consapevoli, fondato sulla proprietà privata e
sull’assenza di coercizione.
[...]
Spesso si accusa il capitalismo di essere responsabile di guerre,
disuguaglianze o disastri ambientali. Ma questi eventi, quando
avvengono, sono sempre frutto di collusioni tra Stato e imprese, di
monopoli protetti, o di violazioni della libertà contrattuale. E questo
non è capitalismo, è interventismo travestito.
[...]
Non è capitalismo se un lavoratore è obbligato a lavorare. Se accetta un
lavoro con uno stipendio basso, è perché — per le sue competenze e la
sua esperienza — quella è l’unica offerta sul mercato. Non è giusto né
sbagliato: è un dato di fatto. E il datore di lavoro non è moralmente
colpevole di ciò che il mercato offre.
La famosa “logica del profitto”, tanto criticata, è in realtà la logica
del miglioramento: chi vuole guadagnare deve prima capire come
soddisfare al meglio i bisogni altrui. Più valore offri, più vieni
ricompensato.
Il capitalismo, in sintesi, è un sistema di remunerazione del
merito. Chi sa offrire di più alla società riceve di più in cambio.
--8<---------------cut here---------------end--------------->8---
ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha: ma ROTFL!
[1] https://www.younipa.it/universita-in-italia-ecco-quanto-costa-davvero-studi…
...ma anche:
- https://www.lidentita.it/universita-costi/
- https://lespresso.it/c/attualita/2023/10/25/una-stanza-a-milano-ora-costa-6…
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380° (lost in /traslation/)
«Welcome to the chaos of the times
If you go left and I go right
Pray we make it out alive
This is Karmageddon»
May 30, 2025
Re: [nexa] Nuovo saggio "Intelligenza artificiale e mondi reali"
by Daniela Tafani
Cara Valeria,
grazie della segnalazione.
Le prime dieci pagine sono la migliore introduzione all'intelligenza artificiale che io abbia letto.
Un saluto,
Daniela
________________________________________
Da: nexa <nexa-bounces(a)server-nexa.polito.it> per conto di Nexa - Media <media(a)nexa.polito.it>
Inviato: giovedì 10 aprile 2025 14:42
A: nexa(a)server-nexa.polito.it
Oggetto: [Junk released by Allowed List] [nexa] Nuovo saggio "Intelligenza artificiale e mondi reali"
Gentilissime, gentilissimi,
È con piacere che vi segnaliamo la pubblicazione del saggio dal titolo “Intelligenza artificiale e mondi reali”, a cura del Prof. Maurizio Tirassa (Università degli Studi di Torino).
Il lavoro verrà presentato dall’autore al 185° Mercoledì di Nexa, in data 9 luglio 2025.
Il saggio è consultabile nella sezione “Other Publications” del sito web del Centro Nexa, ed è disponibile al seguente link: https://nexa.polito.it/intelligenza-artificiale-e-mondi-reali/
Vi ringraziamo per l’attenzione,
Un saluto cordiale,
--
Valeria Bergantino
Communication Manager
Nexa Center for Internet & Society
Politecnico di Torino - DAUIN
Via Pier Carlo Boggio, 65/A - 10138 Torino
web: https://nexa.polito.it/
mail: valeria.bergantino(a)polito.it<mailto:valeria.bergantino@polito.it>
tel: 3473443585
May 30, 2025
Trump Wants Big Tech to Own the Dollar
by Daniela Tafani
Trump Wants Big Tech to Own the Dollar
May 29, 2025
Yanis Varoufakis
Two parallel monetary systems – one based on public monies issued in China, India, and maybe the eurozone, and the other comprising private money, increasingly dominated by dollar-pegged stablecoins – appear to be emerging. Central bankers are not the only ones who should feel anxious.
ATHENS – The Spring Meetings of the International Monetary Fund and the World Bank are usually placid, forgettable affairs. Not this year. Several central bankers returned home with a visceral sense of dread. The reason? The specter of the GENIUS Act – the stablecoin bill barreling toward passage by the US Congress hot on the heels of President Donald Trump’s March 6 executive order establishing a strategic cryptocurrency reserve.
Central bankers have hitherto seen cryptocurrencies as a nuisance that, thankfully, lacked the capacity to cause serious ruptures in the monetary systems under their care. But now they think that Trump’s team are counting on cryptocurrencies pegged to the dollar as part of their strategy to rejig the global monetary system (and make the boss and his family a fortune in the process).
What unsettled central bankers this spring was the policy’s implications: a deliberate, chaotic unraveling of the twentieth century’s monetary order, under which central banks reigned as the sole architects of money. While the GENIUS Act allows private stablecoins, another bill would bar the US Federal Reserve from issuing a central bank digital currency (CBDC), thereby anointing corporate-issued tokens as the new guardians of dollar hegemony.
This isn’t innovation; it’s a hostile takeover of the money supply. Lacking anything resembling serious regulation, stablecoins are neither stable nor merely an alternative dollar payment option. They are a Trojan horse for the privatization of money.
The European Central Bank sees the danger. If securities migrate to the blockchain, with bonds, stocks, and derivatives becoming tokenized, then settlement must follow. The ECB’s solution is a tokenized euro, ensuring public money remains the bedrock of finance. So far, the ECB has faced resistance to this plan from German and French private banks. Now, the ECB has another, bigger headache: the United States is racing in the opposite direction. By banning CBDCs and green-lighting stablecoins, Trump’s team are not just rejecting public digital money; they are outsourcing dollar supremacy to the darkest forces within Big Tech.
The irony is grotesque. The same libertarians who rail against government are now begging the state to anoint their stablecoins as de facto official currency. Worse, they demand access to the Federal Reserve’s balance sheet, allowing private issuers to back their tokens with central bank reserves. Imagine a world where Tether, Circle, or some non-scam “X Token” backed by Elon Musk enjoys the implicit backing of the US Treasury while operating outside banking regulations. This isn’t just regulatory arbitrage; it’s monetary feudalism.
Lest we forget, nineteenth-century America was a monetary dystopia. With thousands of wildcat banks issuing private notes, frequent financial panics left the public, the working class in particular, holding worthless paper. Even J.P. Morgan was so appalled and felt so threatened that he decided to strong-arm the federal government and other bankers to establish the Federal Reserve as a public institution with a remit to stabilize money.
Now, the US is hurtling backward – and dragging the rest of the world along. In a stunning reversal of reality, Trump’s January 23 executive order on Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology defines dollar-backed stablecoins as instruments that will “promote and protect the sovereignty of the US dollar.” But the GENIUS Act (whose final draft is not yet public) is a formula for unleashing a digital wildcat era, where stablecoins – pegged to the dollar but controlled by private actors – flood the global economy with digital pseudo dollars. Private stablecoins stand no chance of maintaining their tokens’ dollar peg after they receive the official imprimatur of the federal authorities and their volume balloons. Even if countries ditch the greenback, they will remain trapped in its digital shadow.
Europe is scrambling. The ECB, recognizing the existential threat, is fast-tracking a “wholesale CBDC”: a digital euro for institutional use that acts as a stopgap – a quick and dirty hybrid system that syncs traditional payments with blockchain infrastructure and buys time until true atomic settlement can be pushed past the resistance of private bankers who profit from the status quo.
But it may be too late. While Europe dithers with committees, the US is acting. The Markets in Crypto-Assets (MiCA) regulation has already driven Tether out of Europe – not because MiCA is too strict, but because the EU’s political leadership still does not grasp the stakes. If stablecoins become the default money of crypto markets, decentralized finance, and emerging economies, the ECB’s half-baked digital euro will arrive to a battlefield where the war is already lost.
Meanwhile developing countries face a brutal choice. Already struggling under the dollar’s dominance, they must now either ban stablecoins (thus forfeiting access to crypto capital flows) or create their own to compete with the dollar’s network effects. A third, unappetizing alternative, is to surrender to a new – even more perilous – form of de facto dollarization.
The only central bank that has planned ahead is the People’s Bank of China. Having the luxury of its own, already functioning digital renminbi, the PBOC can afford to refuse lending legitimacy to stablecoins by banning them.
But this sensible defiance leaves one gigantic dilemma unaddressed: China’s public and private institutions hold accumulated savings of approximately $4.5 trillion. Should they dump their dollars, thus giving a boost to the Trump team’s plan to devalue the greenback, or hold them and remain exposed to the turbulence that Trump is so adept at stirring up?
In the longer term, the danger is that monetary bifurcation exacerbates geopolitical and geo-economic uncertainty. Two parallel monetary systems – one based on public monies issued in China, India, and maybe the eurozone, and the other comprising private money, increasingly dominated by dollar-pegged stablecoins – would inevitably clash. Central bankers are not the only ones who should feel anxious.
<https://www.project-syndicate.org/commentary/trump-wants-private-stablecoin…>
May 30, 2025