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"The US government's de facto ban on new DJI drones is here"
by J.C. DE MARTIN
*The US government's de facto ban on new DJI drones is here
*
Published Dec 23, 2025 | Mitchell Clark
The US government has placed a de facto ban on the import and sale of
new drones and drone parts made outside of its borders, including ones
from popular manufacturers like DJI. While people are still able to fly
the drones they currently own and retailers can sell current models,
it's a major blow to the drone market in the country.
A press release from the Federal Communications Commission, or FCC,
predictably cites national security as the reason for the policy change.
It acknowledges that "unmanned aircraft systems (UAS), otherwise known
as drones, offer the potential to greatly enhance public safety and
innovation," but goes on to say that "criminals, hostile foreign actors,
and terrorists can use them to present new and serious threats to our
homeland." It lists major events, like the 2026 FIFA World Cup and 2028
summer Olympics, as potential reasons to "safeguard" its airspace.
[...]
continua: https://www.dpreview.com/news/2878865139/us-drone-ban-2025-dji
Dec. 23, 2025
lo Stato... delle cose (was Re: Democrazia in tempo di guerra.)
by 380°
Buonasera,
On 2025-12-18, J.C. DE MARTIN via nexa wrote:
[...]
> Non sono un giurista, ma da quel leggo pare sia molto difficile difendersi da queste "sanzioni".
>
> Come azioni simili siano conciliabili con la Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, oltre che con le Costituzioni nazionali, non mi è dato di capire, ma di sicuro per limiti miei.
«Ogni indagine sulla politica è viziata da un’ambiguità terminologica preliminare, che condanna al malinteso coloro che la intraprendono.» [1]
--8<---------------cut here---------------start------------->8---
[...] «che cosa resta del regno, se si toglie il governo»? È venuto infatti il momento di chiedersi se la frattura della macchina politica dell’Occidente abbia raggiunto in questi anni una soglia al di là della quale essa non può più funzionare. Già nel XX secolo il fascismo e il nazismo avevano risposto a loro modo al quesito attraverso l’istaurazione di quello che è stato a ragione definito come uno «stato duale», in cui allo stato legittimo, fondato sulla legge e la costituzione, si affianca uno stato discrezionale solo parzialmente formalizzato e l’unità della macchina politica è quindi soltanto apparente . Lo stato amministrativo in cui sono più o meno consapevolmente scivolate le democrazie parlamentari europee, non è in questo senso dal punto di vista tecnico che una discendenza del modello nazifascista, in cui organi discrezionali estranei ai poteri costituzionali si affiancano a quelli dello stato parlamentare, progressivamente svuotato delle sue funzioni.
[...] La dimostrazione più estrema della frattura della macchina politica è però l’emergere dello stato di eccezione come paradigma normale di governo che, ormai in atto da decenni, ha raggiunto la sua forma ultimativa negli anni della cosiddetta pandemia. Ciò che, nella prospettiva che qui c’interessa, definisce lo stato di eccezione, è la rottura fra costituzione e governo, legittimità e legalità – e, insieme, la creazione di una zona in cui essi diventano indiscernibili. La sovranità si manifesta qui infatti nella forma di una sospensione della legge e nella conseguente istaurazione di una zona di anomia, nella quale tuttavia il governo afferma di agire legalmente. Pur sospendendo l’ordine giuridico, lo stato di eccezione pretende, infatti, di essere ancora in relazione con esso, di essere, per così dire, legalmente al di fuori della legge. Da un punto di vista tecnico, lo stato di eccezione invera, infatti, uno «stato della legge», in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge, una legittimità illegale cui fa riscontro una legalità illegittima, nella quale la distinzione fra norma e decisione perde il suo senso.
--8<---------------cut here---------------end--------------->8---
https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-le-due-facce-del-potere-4-anarchia…
Saluti, 380°
[...]
[1] https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-le-due-facce-del-potere
P.S.: ...e se la seconda guerra mondiale in realtà non fosse mai terminata?!?
--
380° (lost in /traslation/)
«Welcome to the chaos of the times
If you go left and I go right
Pray we make it out alive
This is Karmageddon»
Dec. 22, 2025
GIG-ARTS 2026: Keynote speaker + deadline reminder
by Mauro SANTANIELLO
Dear Colleagues,
We are delighted to announce* Prof. Iris Eisenberger as the keynote
speaker* for
the Tenth GIG-ARTS Conference, taking place at Dublin City University on
May 14–15, 2026.
Iris Eisenberger is Professor of Innovation and Public Law at the
Department of Innovation and Digitalisation in Law at the Faculty of Law
(University of Vienna). Her work focuses on innovation and technology law,
the protection of fundamental and human rights and research at the
intersection of law, innovation and society.
Please remember that the deadline for submitting abstracts is *19th January
2026*.
All information about the 10th edition of GIG-ARTS, including submission
guidelines and proposal requirements, is available at:
https://gig-arts.eu/dublin-2026/
Best wishes,
The Organizing Committee
Dec. 18, 2025
Re: [nexa] Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione
by J.C. DE MARTIN
Beh, che dire dei provvedimenti amministrativi molto invasivi che il
Consiglio dell'Unione Europea continua ad adottare contro persone
accusate di sostenere in pubblico opinioni tecnicamente lecite (per quel
che posso capire), ma sgradite ai governi?
Da ultimo il bersaglio, tra gli altri, è stato un noto ufficiale
svizzero in pensione (70 anni), Jacques Baud
<https://www.rsi.ch/info/svizzera/%E2%80%9CDestabilizzazione-russa%E2%80%9D-…>,
autore di vari libri, ma in precedenza anche due giornalisti tedeschi,
Alina Lipp e Thomas Röper, e uno turco, Hüseyin Doğru.
Nel caso di Baud, Lipp e Roper l'accusa è di essere pro-Russia (varie
fonti online spiegano i dettagli), mentre nel caso di Doğru la colpa è
quella di aver messo in evidenza la complicità della Germania nel
genocidio palestinese
<https://www.reddit.com/r/europeanunion/comments/1levy3g/interview_with_h%C3…>.
Non sono un giurista, ma da quel leggo pare sia molto difficile
difendersi da queste "sanzioni".
Come azioni simili siano conciliabili con la Carta dei Diritti
Fondamentali dell'Unione Europea, oltre che con le Costituzioni
nazionali, non mi è dato di capire, ma di sicuro per limiti miei.
A meno che non sia stata dichiarata, a nostra insaputa, la guerra,
facendo scattare, sempre a nostra insaputa, la legge marziale.
Juan Carlos
On 18/12/25 13:56, Claudio Agosti wrote:
> ah, decisamente in topic, parlando di censura, solo nelle ultime 24
> ore (ops, l'email mi è rimasta in bozza per una settimana o più) ho
> appreso dei tre casi sottostanti.
>
> * questa storia
> https://www.msn.com/en-us/politics/government/reith-lecturer-accuses-bbc-of… da
> parte di Rutger Bregman, che per essere validata va ascoltata
> quest'ora di lecture: https://www.bbc.com/audio/play/m002mmrv ma
> in pratica porta un professore che parla di censura dei regimi
> autoritari, ad essere censurato dalla BBC mentre parla di Trump.
> * da tiktok ho appreso anche
> https://www.tiktok.com/@myvoicemychoice0/video/7580495533844843798
> facebook censura i contenuti sull'aborto e questo viene lamentato
> dai membri del parlamento europeo (no shit sherlock)
> * e dall'internet apprendiamo pure che youtube ha cancellato senza
> preavviso e con giustificazioni ad cazzum il canale di un
> giornalista che raccontava i progressi della colonizzazione
> israeliana
> https://theintercept.com/2025/12/07/youtube-deleted-journalist-israel-pales…
>
> Per fare eco alla mail precedente: ma ste autorità insignite di
> esercitare il potere del DSA, sapete dirmi perché non si muovono?
> Possono muoversi in questi casi? hanno spazio e potere d'azione?
> Lato "autodifesa", non dovrebbe essere chiaro che si deve ridondare e
> duplicare la propria presenza, così da avere dei paracaduti nel caso
> di censure improvvise? voi conoscere content creators che adottano
> queste o altre soluzioni? (non vale dire "stanno su mastodon",
> dobbiamo riconoscere che la massa critica è il problema irrisolto che
> porta anche persone in buona fede a starsene su queste piattaforme
> dello sfruttamento)
>
> Grazie, cari saluti, Claudio
>
>
>
> On Mon, Dec 8, 2025 at 6:37 PM antonio <antonio(a)piumarossa.it> wrote:
>
> C'era una data. C'erano due nomi pesanti come macigni della
> coscienza critica italiana: Alessandro Barbero e Angelo D'Orsi.
> C'era un titolo: "Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la
> cultura e la scienza, censurare l'informazione".
> Ora non c'è più niente. L'evento previsto per domani, 9 dicembre
> 2025 al Teatro Grande Valdocco di Torino è stato cancellato per
> revoca della concessione della sala. Una decisione comunicata
> dall'alto, secca, asettica. Ma che ha un odore preciso,
> inconfondibile: puzza di censura.
> Chi prova a raccontarla come una "questione organizzativa" prende
> in giro l'intelligenza delle persone. Qui non salta un concerto
> per un problema all'impianto elettrico. Qui viene tolta una sala a
> un evento che parlava di censura, guerra, propaganda, libertà di
> informazione. La coincidenza è così grossa da diventare una
> confessione.
> ...
> Torino non è una città qualunque. È città operaia, partigiana,
> universitaria, critica. È città di ANPI, di memoria, di lotte
> civili. Ed è proprio per questo che questa cancellazione pesa
> doppio. Perché è uno strappo simbolico. La storia insegna una cosa
> semplice: la censura non inizia mai con un boato. Inizia con una
> sala negata. Oggi tocca a due storici. Domani a un giornalista.
> Dopodomani a un insegnante. Poi, quando il silenzio sarà diventato
> abitudine, toccherà a tutti.
>
> https://wordnews.it/2025/12/08/democrazia-in-tempo-di-guerra-a-torino-salta…
>
> A.
>
Dec. 18, 2025
Re: [nexa] Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione
by Claudio Agosti
ah, decisamente in topic, parlando di censura, solo nelle ultime 24 ore
(ops, l'email mi è rimasta in bozza per una settimana o più) ho appreso dei
tre casi sottostanti.
- questa storia
https://www.msn.com/en-us/politics/government/reith-lecturer-accuses-bbc-of…
da
parte di Rutger Bregman, che per essere validata va ascoltata quest'ora di
lecture: https://www.bbc.com/audio/play/m002mmrv ma in pratica porta un
professore che parla di censura dei regimi autoritari, ad essere censurato
dalla BBC mentre parla di Trump.
- da tiktok ho appreso anche
https://www.tiktok.com/@myvoicemychoice0/video/7580495533844843798
facebook censura i contenuti sull'aborto e questo viene lamentato dai
membri del parlamento europeo (no shit sherlock)
- e dall'internet apprendiamo pure che youtube ha cancellato senza
preavviso e con giustificazioni ad cazzum il canale di un giornalista che
raccontava i progressi della colonizzazione israeliana
https://theintercept.com/2025/12/07/youtube-deleted-journalist-israel-pales…
Per fare eco alla mail precedente: ma ste autorità insignite di esercitare
il potere del DSA, sapete dirmi perché non si muovono? Possono muoversi in
questi casi? hanno spazio e potere d'azione?
Lato "autodifesa", non dovrebbe essere chiaro che si deve ridondare e
duplicare la propria presenza, così da avere dei paracaduti nel caso di
censure improvvise? voi conoscere content creators che adottano queste o
altre soluzioni? (non vale dire "stanno su mastodon", dobbiamo riconoscere
che la massa critica è il problema irrisolto che porta anche persone in
buona fede a starsene su queste piattaforme dello sfruttamento)
Grazie, cari saluti, Claudio
On Mon, Dec 8, 2025 at 6:37 PM antonio <antonio(a)piumarossa.it> wrote:
> C'era una data. C'erano due nomi pesanti come macigni della coscienza
> critica italiana: Alessandro Barbero e Angelo D'Orsi. C'era un titolo:
> "Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza,
> censurare l'informazione".
> Ora non c'è più niente. L'evento previsto per domani, 9 dicembre 2025 al
> Teatro Grande Valdocco di Torino è stato cancellato per revoca della
> concessione della sala. Una decisione comunicata dall'alto, secca,
> asettica. Ma che ha un odore preciso, inconfondibile: puzza di censura.
> Chi prova a raccontarla come una "questione organizzativa" prende in giro
> l'intelligenza delle persone. Qui non salta un concerto per un problema
> all'impianto elettrico. Qui viene tolta una sala a un evento che parlava di
> censura, guerra, propaganda, libertà di informazione. La coincidenza è così
> grossa da diventare una confessione.
> ...
> Torino non è una città qualunque. È città operaia, partigiana,
> universitaria, critica. È città di ANPI, di memoria, di lotte civili. Ed è
> proprio per questo che questa cancellazione pesa doppio. Perché è uno
> strappo simbolico. La storia insegna una cosa semplice: la censura non
> inizia mai con un boato. Inizia con una sala negata. Oggi tocca a due
> storici. Domani a un giornalista. Dopodomani a un insegnante. Poi, quando
> il silenzio sarà diventato abitudine, toccherà a tutti.
>
>
> https://wordnews.it/2025/12/08/democrazia-in-tempo-di-guerra-a-torino-salta…
>
> A.
>
Dec. 18, 2025
Re: [nexa] Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa – Attivissimo.me
by Claudio Agosti
TL;DR: se vogliamo discutere di quanto Meta sia “malvagia”, ok. Ma qui il
tema è anche un altro: gli strumenti per misurare e provare queste cose ci
sono già. Quello che manca è che le autorità li usino davvero e facciano
seguire conseguenze.
A margine del pezzo sugli spot-truffa e sui miliardi che Meta incasserebbe
sapendo benissimo cosa sta monetizzando, secondo me c’è una cosa che è
finita un po’ sotto traccia: AI Forensics (la mia NGO) aveva già messo nero
su bianco evidenze molto concrete su *come* e *quanto* Meta lasci passare
pubblicità che non dovrebbe mai approvare. Parlo di due report:
1.
“Pay-to-Play: Meta’s Community (Double) Standards on Pornographic
Content”
-
abbiamo identificato oltre 3.000 ads pornografiche (nudità/attività
sessuale esplicita) che risultano revisionate e approvate dal sistema
pubblicitario di Meta.
-
Quegli annunci avrebbero generato oltre 8 milioni di impression
nell’UE in un anno.
-
Importante: non è un limite tecnico - ma DECISIONALE - Nel report
viene anche mostrato un “double standard”: gli stessi visual, se caricati
come contenuto normale (non sponsorizzato), vengono rimossi per
violazione;
quando diventano advertising, passano.
-
Trivia fact: abbiamo usato i modelli di content moderation open
source di Meta stessa per dimostrare questo double standard.
2.
“A Pill Hard To Swallow” (health ads / scam advertising)
-
Dal varo del DSA (agosto 2023) il report documenta che Meta ha
approvato oltre 46.000 ads con farmaci non approvati e claim sanitari
ingannevoli.
-
Questi contenuti sarebbero finiti sugli schermi degli utenti europei
oltre 292 milioni di volte.
-
Anche qui il punto non è “contenuti borderline”: parliamo di pratiche
ricorrenti (false cure, prodotti dubbi, impersonificazione/celebrity,
deepfake, ecc.) che vanno contro numerose regole pubblicitarie e standard
della piattaforma.
Quindi, ok, nulla di nuovo sotto il sole Meta viola la legge, ma sta
beneamata Commissione Europea, che ha centralizzato la decisione e
l'enforcement perché c'era il così detto "problema Irlandese", si muove? mi
chiedo, se c'è spazio per i Digital Service Coordinator (nel nostro caso,
AGCom) di muoversi? La parte frustrante è che le evidenze sono pubbliche,
replicabili e dettagliate.
Gli strumenti funzionano ? (In teoria questo sembra di sì, e quindi...) ed
è anche per questo che il DSA è così osteggiato dalla big tech? Cambio un
po' argomento per mettere in luce un po' di ipocrisia di Google (viene da
qui
https://www.linkedin.com/posts/carlos-hernandez-echevarria_it-never-ceases-…
)
28 August 2025: Talking to the EU, literally in the first line of its DSA
transparency report
We welcome the goals of the European Union (EU) Digital Services Act (DSA)
which are to make the internet even more safe, transparent and accountable,
while ensuring that everyone in the EU continues to benefit from the open
web. Google is committed to promoting transparency for the users of our
services.
September 23, 2025: Talking to the US House of Representatives
The Committee has taken important investigative steps to highlight that
onerous obligations under laws such as the Digital Services Act and Digital
Markets Act may stifle innovation and restrict access to information. These
laws place a disproportionate regulatory burden on American companies, and
the Company has long expressed its concern about the risk that the DSA may
pose to freedom of expression within and outside of the European Union,
depending on how certain provisions may be enforced.
Qualcosa sta cambiando? Il Transatlantic Data Privacy Framework sta per
essere messo in discussione?
https://noyb.eu/en/eu-us-data-transfers-time-prepare-more-trouble-come
vedremo!
Link ai report: https://aiforensics.org/work/meta-porn-ads
https://aiforensics.org/work/meta-health-ads
<https://aiforensics.org/work/meta-porn-ads>
Salutoni, Claudio
On Thu, Dec 18, 2025 at 9:03 AM Alberto Cammozzo via nexa <
nexa(a)server-nexa.polito.it> wrote:
>
> Mi chiedo come possano ancora giustificarsi account istituzionali di
> imprese e enti pubblici su Meta. Dovremmo richiedere di cancellarli.
>
> Alberto.
>
>
> <
> https://attivissimo.me/2025/11/11/podcast-rsi-meta-incassa-7-miliardi-di-do…
> >
>
>
> Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e
> lo sa
>
> 11 - 14 minutes
>
> Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il
> Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto
> dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa
> puntata.
>
> Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes,
> YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso
> Attivissimo.me/disi.
>
> Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su
> Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e
> lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette
> miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social
> network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni
> anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata
> da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli
> di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare
> di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.
>
> Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando,
> spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a
> pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta
> guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è
> una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.
>
> Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast
> della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
> dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
>
> Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp
> circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste
> pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024,
> l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi
> di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai
> propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali.
> Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni
> fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.
>
> I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a
> bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi
> social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai
> servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi
> inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95%
> che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta
> semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno
> spot, ma non lo blocca.
>
> C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg
> spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà
> bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi
> algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità
> basate sui loro interessi.
>
> Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team
> antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode
> se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato
> globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg
> in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe
> concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a
> breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di
> ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci
> proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno.
> Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per
> non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.
>
> È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters
> senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice
> “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una
> sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di
> essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che
> permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta
> volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai
> truffatori perché guadagna dalle loro truffe.
>
> Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di
> persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali,
> che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori
> per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano
> liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al
> fatturato.
>
> È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto
> spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che
> erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram,
> perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o
> fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e
> prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto
> bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti
> interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.
>
> Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello
> stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o
> esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram
> stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa
> ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però
> possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano
> impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per
> loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.
>
> Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account
> Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel
> creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi
> sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di
> fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo
> “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano
> pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non
> fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle
> pubblicità.”
>
> Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale,
> calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti
> un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli
> account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro
> raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di
> quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute
> arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.
>
> L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha
> scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è
> accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da
> dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava
> che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha
> segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo
> nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad
> annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai
> suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è
> stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde
> alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze
> dell’ordine.
>
> E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo
> di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma
> anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di
> segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i
> truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono
> fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso
> cifre ingenti.
>
> I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del
> mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie
> vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di
> migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha
> pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si
> spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui,
> investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a
> Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e
> anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali
> non segnalerebbero affatto questo tipo di account.
>
> A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi
> documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti
> truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere
> puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse,
> rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di
> Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.
>
> E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le
> tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi
> documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi
> legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un
> effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare
> gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre
> miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle
> pubblicità sfacciatamente ingannevoli.
>
> Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni
> “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi
> e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è
> approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda
> ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da
> parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni
> di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E
> rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la
> guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che
> altri spennino i suoi polli. Cioè noi.
>
> È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi
> impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben
> radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile,
> quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle
> messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.
>
> Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come
> questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono
> social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non
> possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci.
> Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso,
> quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario
> che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie
> per noi cosa farci vedere e cosa no.
>
> Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social
> gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre
> gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno
> oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una
> transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni
> come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose
> invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino.
>
>
Dec. 18, 2025
Re: [nexa] Studio del MIT sul degrado cognitivo da uso di LLM
by Stefano Quintarelli
forse si rivelerebbero segnali simili tra chi fa divisioni con carta e penna e chi con la calcolatrice
Il 18 dicembre 2025 05:58:27 UTC, Roberto Resoli <roberto(a)resolutions.it> ha scritto:
>Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task
>
>https://arxiv.org/abs/2506.08872
>
>«This study explores the neural and behavioral consequences of LLM-assisted essay writing. Participants were divided into three groups: LLM, Search Engine, and Brain-only (no tools). Each completed three sessions under the same condition. In a fourth session, LLM users were reassigned to Brain-only group (LLM-to-Brain), and Brain-only users were reassigned to LLM condition (Brain-to-LLM). A total of 54 participants took part in Sessions 1-3, with 18 completing session 4. We used electroencephalography (EEG) to assess cognitive load during essay writing, and analyzed essays using NLP, as well as scoring essays with the help from human teachers and an AI judge. Across groups, NERs, n-gram patterns, and topic ontology showed within-group homogeneity. EEG revealed significant differences in brain connectivity: Brain-only participants exhibited the strongest, most distributed networks; Search Engine users showed moderate engagement; and LLM users displayed the weakest connectivity.
>...
>»
>
>rob
Dec. 18, 2025
Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa – Attivissimo.me
by Alberto Cammozzo
Mi chiedo come possano ancora giustificarsi account istituzionali di imprese e enti pubblici su Meta. Dovremmo richiedere di cancellarli.
Alberto.
<https://attivissimo.me/2025/11/11/podcast-rsi-meta-incassa-7-miliardi-di-do…>
Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa
11 - 14 minutes
Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.
Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.
Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.
Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.
I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.
C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro interessi.
Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.
È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori perché guadagna dalle loro truffe.
Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.
È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.
Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.
Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”
Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.
L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze dell’ordine.
E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.
I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo di account.
A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.
E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.
Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri spennino i suoi polli. Cioè noi.
È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.
Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e cosa no.
Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino.
Dec. 18, 2025
Re: [nexa] Studio del MIT sul degrado cognitivo da uso di LLM
by abregni
La domanda è se si tratti di "degrado cognitivo" / cognitive "debt"
(qualunque cosa possa significare...), o più semplicemente riposo /
rilassamento.
Anche quando guardi gli altri lavorare per te, fai meno fatica. Ed è
proprio quello l'obiettivo...
Il 2025-12-18 06:58 Roberto Resoli ha scritto:
> Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI
> Assistant for Essay Writing Task
>
> https://arxiv.org/abs/2506.08872
>
> «This study explores the neural and behavioral consequences of
> LLM-assisted essay writing. Participants were divided into three
> groups: LLM, Search Engine, and Brain-only (no tools). Each completed
> three sessions under the same condition. In a fourth session, LLM users
> were reassigned to Brain-only group (LLM-to-Brain), and Brain-only
> users were reassigned to LLM condition (Brain-to-LLM). A total of 54
> participants took part in Sessions 1-3, with 18 completing session 4.
> We used electroencephalography (EEG) to assess cognitive load during
> essay writing, and analyzed essays using NLP, as well as scoring essays
> with the help from human teachers and an AI judge. Across groups, NERs,
> n-gram patterns, and topic ontology showed within-group homogeneity.
> EEG revealed significant differences in brain connectivity: Brain-only
> participants exhibited the strongest, most distributed networks; Search
> Engine users showed moderate engagement; and LLM users displayed the
> weakest connectivity.
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Dec. 18, 2025
Studio del MIT sul degrado cognitivo da uso di LLM
by Roberto Resoli
Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task
https://arxiv.org/abs/2506.08872
«This study explores the neural and behavioral consequences of LLM-assisted essay writing. Participants were divided into three groups: LLM, Search Engine, and Brain-only (no tools). Each completed three sessions under the same condition. In a fourth session, LLM users were reassigned to Brain-only group (LLM-to-Brain), and Brain-only users were reassigned to LLM condition (Brain-to-LLM). A total of 54 participants took part in Sessions 1-3, with 18 completing session 4. We used electroencephalography (EEG) to assess cognitive load during essay writing, and analyzed essays using NLP, as well as scoring essays with the help from human teachers and an AI judge. Across groups, NERs, n-gram patterns, and topic ontology showed within-group homogeneity. EEG revealed significant differences in brain connectivity: Brain-only participants exhibited the strongest, most distributed networks; Search Engine users showed moderate engagement; and LLM users displayed the weakest connectivity.
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Dec. 18, 2025