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Dati: da clienti a custodi
by Maria Chiara Pievatolo
Salve.
Segnalo anche qui questo articolo di Paola Galimberti:
https://aisa.sp.unipi.it/monitorare-per-impostare-le-politiche/
che riassume e commenta il recentissimo rapporto francese sui cosiddetti
APC - cioè su quanto le università pagano agli editori commerciali
perché gli autori possano render pubblici sulle loro riviste gli
articoli che scrivono. Questo rapporto viene letto in combinato disposto
con un breve intervento di alcuni ricercatori dell’università di Granada
alla 26° Conference on science and technology indicators.
L'intervento dice una cosa molto semplice: in relazione ai nostri dati
dovremmo comportarci non come clienti, che per di più ricomprano da
terzi quanto hanno loro regalato, ma come custodi. Questo vale per i
nostri testi, e anche, a fortiori, per le nostre fatture.
Come scriveva Rob Kitchin in "The Data Revolution. Big Data, Open Data,
Data Infrastructures and their Consequences" (2014) i data,
propriamente, dovrebbero chiamarsi capta perché sono esito di operazioni
di costruzione e cattura selettiva. Qui si sta discutendo di "capta" che
alcuni prendono e rendono pubblici, e altri, invece, no.
I ricercatori spagnoli e Paola Galimberti suggeriscono che le università
anziché acquistare come clienti "dati" da loro stessi prodotti (e dati
via...) dovrebbero invece prenderseli e curarseli da sé.
Come insegna la triste vicenda della matrigna di Biancaneve, fare
riflessioni su specchi fuori dal nostro controllo può avere esiti molto
sfortunati...
E buona epifania,
MCP
--
Maria Chiara Pievatolo
Dipartimento di Scienze politiche Università di Pisa
Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy)
+39 050 2212479
https://btfp.sp.unipi.it @mcp@poliversity.it @mcp_@qoto.org
https://people.unipi.it/mariachiara_pievatolo/
Jan. 6, 2023
Re: [nexa] Impatto del digitale su studenti e processi di apprendimento
by Alessandro Brolpito
Buon giorno/anno Enrico e letteri in lista,
Mi ero perso questo tuo messaggio che vorrei commentare brevemente.
Trovo davvero miope o superficiale la nota della commissione istruzione e
cultura del Senato, che correla in modo superficiale l'uso del digitale
nell'istruzione al puro uso ed abuso dello smartphone.
Ma davvero è questo la scienza è la conoscenza degli organi legislativi
relativamente all'uso delle tecnologie digitali/cibernetica nell'ambito
dell'apprendimento?
Ma come si pensa di sviluppare una alfabetizzazione digitale e *un pensiero
critico* ed un comportamento etico dell'uso dei dispositivi digitali ed
internet?
La scuola deve avere un ruolo? E quale e come sarebbe?
Ma come si pensa di spiegare il pensiero computazionale e
l'intelligenza artificiale alle nuove generazioni? Solo in forma teorica
attraverso lezioni frontali?
E cosa succede se per qualsiasi motivo la scuola deve essere di nuovo
chiusa?
L'uso del digitale/cibernetica andrebbe analizzato in termini di accesso,
personalizzazione dell'esperienza dell'apprendimento, nella valutazione e
nel coinvolgimento attivo dello studente, nelle nuove possibilità di
apprendimento tra pari (vicini e dall'altra parte del mondo), nell'imparare
ad imparare ect. misurando l'impatto del digitale con indicatori come
"NEET" ed altri indicatori per misurare le prestazioni di un sistema di
istruzione.
Certamente, l'acquisizione di nuove competenze passa dalle relazioni umane,
dalla scuola, non come un semplice insieme di classi ma come una "fabbrica
sociale" dove parlarsi e confrontarsi. E nel futuro, per quello che so,
rimarrà così. I soldi spese per l'istruzione sono (e rimarranno) in primis
ed in stragrande maggioranza per gli stipendi degli insegnanti, basta
guardare il bilancio del ministero dell'istruzione (e del merito?).
E' vero che l'evidenza scientifica su larga scala è ancora limitata, è più
a livello di case studies, ma allora investiamo di più in questo, nella
ricerca applicata, coinvolgendo i docenti di ogni ordine e grado,
costruendo buone pratiche, "dal basso".
Davvero tanta amarezza, con la speranza che con il PNRR qualcosa si muova...
Alessandro
On Thu, 22 Dec 2022 at 09:35, Enrico Nardelli <nardelli(a)mat.uniroma2.it>
wrote:
> Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della commissione
> istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e 2021.
>
> Due estratti:
>
> «Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non
> sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato
> all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali
> citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la
> scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli
> studenti sia i loro redditi futuri.»
>
> «Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di
> governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime
> stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si
> tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta»
> vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in
> tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione
> fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano
> di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al
> divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
>
> Il testo integrale è sotto, il doc originale qua
> https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf
>
> DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica,
> beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021
> a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale sugli
> studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento.
>
> I RISULTATI DELL’INDAGINE
> Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi
> muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza,
> alienazione,depressione, irascibilità, aggressività, insonnia,
> insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la
> progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per
> millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo
> intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito
> critico, l’adattabilità, la capacità dialettica... Sono gli effetti che
> l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di
> smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla
> cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche
> e psicologiche.
>
> È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la
> maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei
> pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle Forze dell’ordine auditi.
> Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a
> peggiorare.
>
> C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi italiani
> guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal secondo dopoguerra,
> agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il nostro sguardo abbandona le
> nazioni occidentali per volgersi ad Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone.
> Sono questi, oggi, i nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni
> quanto a diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli
> effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà
> fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici, su di noi
> e di conseguenza sulla società in cui viviamo.
>
> I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i
> dieci e i diciannove anni è classificato come «troppo dipendente» dal
> proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta
> per curare le patologie da web. In Cina i giovani «malati» sono
> ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di
> riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento
> militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso
> di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del
> genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone,
> dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa
> «stare in disparte». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si
> sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non
> socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi
> con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone sono
> circa un milione. Un milione di zombi.
>
> Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di audizioni
> giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce come un muscolo,si
> sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali
> (sociale videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica
> invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo,
> dunque, si atrofizza. Detto in termini tecnici, si riduce la
> neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di
> singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata
> limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di
> sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare
> prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi,
> impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che
> accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un
> iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il
> digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a
> connotare la classe dirigente di domani.
>
> Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale, aveva
> scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia e in così poco
> tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai, non è più uno strumento,
> ma è diventato un’appendice del corpo. Soprattutto nei più giovani.
> Un’appendice da cui, oltre ad un’infinita gamma di funzioni, in larga parte
> dipendono la loro autostima e la loro identità. È per questo che risulta
> così difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il telefonino
> almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e assurdo quanto subire
> l’amputazione di un arto.
>
> Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo li
> inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi programmati apposta
> per adescarli e tenerli connessi il più a lungo possibile. È naturale
> perché a disconnettersi percepiscono la sgradevole sensazione di essere
> «tagliati fuori», esclusi, emarginati. È naturale anche e soprattutto
> perché essere connessi è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso
> del digitale che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale
> videogiochi, favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della
> sensazione di piacere.
>
> Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le console per
> videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e con un’accelerazione
> impressionante dal 2007, anno in cui debutta lo smartphone, depressioni e
> suicidi tra i giovanissimi hanno raggiunto percentuali mai viste prima.
> Sono quasi raddoppiati, e quel che preoccupa è che il trend appare in
> costante ed inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita,
> riguarda i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni
> di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si auto-alimentano sui
> social e nelle chat esaltando anziché scoraggiando i ragazzi e in modo
> particolare le ragazze dal metterli in pratica.
>
> A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani dell’essere
> costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi cosa. Istigazione al
> suicidio, adescamento, sexting, bullismo, revenge porn: tutti reati in
> costante crescita. Reati facilitati dal fatto che nelle nuove piazze
> virtuali non trovano spazio le regole in vigore nelle vecchie piazze reali:
> vige l’anonimato, i controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza
> alcuna sorveglianza da parte dei genitori.
>
> Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non
> sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato
> all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali
> citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la
> scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli
> studenti sia i loro redditi futuri.
>
>
> CONCLUSIONI
>
> Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non
> conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli
> studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori, e
> ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema,
> sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi.
>
> Avanziamo alcune ipotesi:
> – scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici
> anni;
> – rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di
> tredici anni;
> – prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo
> parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei
> minori;
> – favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web;
> – vietare l’accesso degli smartphone nelle classi;
> – educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi
> digitali e alla navigazione sul web;
> – interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a
> sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento;
> – incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e
> l’esercizio della memoria.
>
> Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di
> governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime
> stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si
> tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta»
> vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in
> tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione
> fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano
> di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al
> divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
>
> Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I
> nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro.
>
>
>
> --
>
> -- EN
> https://www.hoepli.it/libro/la-rivoluzione-informatica/9788896069516.html
> ======================================================
> Prof. Enrico Nardelli
> Presidente di "Informatics Europe"
> Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI
> Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata"
> Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma
> home page: https://www.mat.uniroma2.it/~nardelli
> blog: https://link-and-think.blogspot.it/
> tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699
> mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli(a)mat.uniroma2.it
> online meeting: https://blue.meet.garr.it/b/enr-y7f-t0q-ont
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> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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Jan. 6, 2023
Meta dealt blow by EU ruling that could result in data use ‘opt-in’ | Meta | The Guardian
by Alberto Cammozzo
https://www.theguardian.com/technology/2023/jan/04/meta-dealt-blow-eu-rulin…
[...]
The privacy campaign group Noyb, which triggered the decision after lodging complaints against Meta, said the outcome was a “huge” financial blow to the company, which relied on advertising for 98% of its $118bn (£98bn) turnover in 2021. Max Schrems, the honorary chair of Noyb, said Facebook and Instagram users in the EU would now need to be asked whether they wanted their data to be used for ads.
“This is a huge blow to Meta’s profits in the EU,” he said. “People now need to be asked if they want their data to be used for ads or not. They must have a ‘yes or no’ option and can change their mind at any time. The decision also ensures a level playing field with other advertisers that also need to get opt-in consent.”
The DPC has given Meta three months to bring its data processing operations into compliance with the decision, which imposed a fine of €210m for the Facebook GDPR breach and €180m for Instagram. It did not give details of how Meta should comply with the decision.
[...]
Jan. 4, 2023
Could a robot ever recreate the aura of a Leonardo da Vinci masterpiece? It’s already happening
by Alberto Cammozzo
[...] Anyone inclined to dismiss the idea that AI could take over creative jobs as scaremongering should know: it is already happening. [....]
<https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/jan/02/robot-leonardo-da-vin…>
This month, the internet was flooded with stunningly ethereal digital art portraits, thanks to the work of the latest artificial intelligence-assisted application to go viral: Lensa. Users uploaded their photographs to the app and then – for a small fee – it used AI to transform their profile pictures into, say, a magical elfin warrior princess version of themselves, in no time at all.
This year has seen a breakthrough for AI-driven image generators, which are now better than ever in quality, speed and affordability. The AI models are “trained” on millions of pieces of image and text data scraped from publicly available content online, and as in the case of Microsoft-backed DALL-E, can turn short text prompts such as “Ronald McDonald performing open heart surgery” into unique images.
Anyone can now produce professional-looking images tailored to their desires, without having any training in art or design themselves. If that sounds great to you, you might not be one of the millions of humans whose livelihoods depend on being able to exchange those skills for money.
Those working in the more cognitive creative industries have long felt that they had nothing to fear from automation. After all, how could a computer ever recreate the aura of a masterpiece by Leonardo da Vinci, or possess the unique skill set required to devise a compelling visual marketing campaign for a luxury brand?
Early images generated with these tools were full of glitches that marked them out as machine-made. But as the results have become more convincing, creatives have grown more concerned. On the frontlines of this debate are gig workers such as graphic artists and commercial illustrators, who take art commissions based on client specifications.
Anyone inclined to dismiss the idea that AI could take over creative jobs as scaremongering should know: it is already happening. This winter, San Francisco Ballet used the independent research lab Midjourney to create the visual campaign for its production of The Nutcracker (although a representative for the ballet said that, despite using AI, nearly 30 human designers, producers, and creatives were also employed in the campaign’s making).
Another threat to artist livelihoods comes from these tools’ ability to create imagery “in the style of” specific artists. This functionality is fun when used to conjure up quirky visions of how Van Gogh might have painted Rishi Sunak riding into No 10 on a unicorn, but when it comes to living artists who have spent years developing their own distinctive style, the AI’s uncanny ability to mimic, without credit or compensation, becomes problematic.
Earlier this year, fantasy art illustrator Greg Rutkowski found out that his name was one of the most popular prompts on the AI platform Stable Diffusion – more popular than Picasso or Leonardo. “The only thing that could at least stop feeding the algorithm is to stop posting your work on the internet, which is impossible in our industry,” says Rutkowski.
The legal recourse for artists who feel these tools are infringing on their copyright is knotty and unclear. In the EU, lawyers are contesting the legality of using images under copyright for training AI models but as the UK bids to become an industry leader, it has already proposed a bill to allow carte blanche AI training for commercial purposes. Meanwhile it remains unclear if traditional copyright even applies here, as it is difficult to copyright a visual style.
Open AI’s representation of ‘A sea otter in the style of Girl With a Pearl Earing by Vermeer’.
Open AI’s representation of ‘A sea otter in the style of Girl With a Pearl Earing by Vermeer’. Photograph: OpenAI/AFP/Getty Images
While these issues have only recently garnered mainstream attention, there are factions of artists who predicted this when the field was still in its infancy, and have been working to develop solutions. Among them are Berlin-based artists Mat Dryhurst and Holly Herndon, who have created a search function that anyone can use to see whether their work has been scraped for a 150-terabyte dataset called LAION, which is used to train most AI image generators. Their organisation, Spawning, is also developing another tool that would allow artists to set permissions on how their style and likeness can be used by the algorithms, including the option to opt out entirely.
Both Stability AI – the organisation behind Stable Diffusion – and LAION have committed to partner with Spawning to honour consent requests made in advance of the next training of Stable Diffusion, and a recent update to the tool removed the ability to write prompts that specify an artist by name.
There are other flaws in the vast open datasets on which the AI models are trained, which limit its potential. Deficiencies in the diversity of the data, as well as biases held by the humans who originally labelled the images it learns from, have unwittingly coded the models with harmful stereotypes and representations. Some users are finding that Lensa creates overly sexualised female avatars, exaggerates racial phenotypes in its outputs, and has difficulty reading mixed-race features. Such issues might give pause to anyone thinking of using the technology for commercial purposes – at least until the training datasets are improved.
The Guardian view on ChatGPT: an eerily good human impersonator | Editorial
Read more
Many artists remain unfazed, and in fact believe the technology could open up possibilities for them to make better work, or at least to work more efficiently. Though she has not used it yet, the UK-based illustrator Michelle Thompson sees potential in the idea of using AI both to develop concepts and to refine artistic outputs. “I see it less as a threat and more of an opportunity,” she said, adding: “Like everything else, there will always be artists who can use the tools better.”
These tools are only as good as the datasets they are trained on. Human imagination, on the other hand, has no limit. For Dryhurst, AI models “could attempt to make a pale version of something we did years ago,” but that “doesn’t account for what we might do next”.
For those watching closely, the visual outputs of these widely available AI tools are already getting repetitive, and even untrained eyes will learn soon to recognise the hand of the machine. Some of the most interesting and conceptually rich work being made with AI is still coming from artists such as Mario Klingemann and Anna Ridler, who are customising their own training datasets, and curating the machine outputs in imaginative ways.
The kind of artificial intelligence we might imagine replacing artists – an entirely autonomous creative robot capable of human-like imagination and expression – does not yet exist, but it is coming. And as AI becomes more ubiquitous, artists, illustrators and designers will ultimately be set apart not by if, but by how, they use the technology.
Naomi Rea is European market editor at Artnet News, an online art industry newswire
Jan. 2, 2023
La prima vittima (open peer review)
by Maria Chiara Pievatolo
Augurandovi un anno pacifico, condivido un articolo semipubblico
(leggibile, ma non annunciato in home page) in corso di revisione
paritaria aperta.
https://btfp.sp.unipi.it/it/2022/11/la-prima-vittima/
Era nato come una presentazione congiunta di "Il potere segreto" di
Stefania Maurizi e "Maledetti pacifisti" di Nico Piro. Se è poi un po'
ampliato, in risposta a un tentativo di applicazione bellica del
trolley dilemma, che mi pare abbia gli stessi limiti dall'abuso che ne è
stato fatto per l'AI.
Il testo è relativamente breve in modo che chi desidera partecipare alla
OPR possa semplicemente usare i commenti.
Non vi passo l'abstract, perché sarebbe uno spoiler, in quanto mi
obbligherebbe a spiegare il senso di un titolo che ho formulato perché
si comprenda solo alla fine.
A presto, forse.
MCP
--
Maria Chiara Pievatolo
Dipartimento di Scienze politiche Università di Pisa
Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy)
+39 050 2212479
https://btfp.sp.unipi.it @mcp@poliversity.it @mcp_@qoto.org
https://people.unipi.it/mariachiara_pievatolo/
Jan. 1, 2023