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Interrogazione parlamentare sul bando per la realizzazione del polo strategico nazionale (PSN)
by D. Davide Lamanna
April 4, 2022
segnalazione di un CfP
by Giovanni Leghissa
Care nexiane,
Mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione un call for papers della
mia rivista online, “Philosophy Kitchen”
https://philosophykitchen.com/2022/03/cfp18-cibernetica-sistemi-teorie-mode…
Spero che possa interessare …
Un caro saluto
Giovanni
April 4, 2022
Re: [nexa] sistema di credito sociale - la Cina è vicina (era:Bologna: citizen wallet)
by Giacomo Tesio
Ciao Vincenzo,
On Sat, 2 Apr 2022 12:05:02 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
> la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons"
Non credo che le due vie coincidano.
Un approccio hacker alla gestione dei dati è anzitutto caratterizzata da
un accesso esclusivo del soggetto emittente/esprimente di TUTTI i dati
che lo riguardano o che esprime.
I "dati come commons" sono caratterizzati invece dalla loro
condivisione.
Nell'approccio hacker il data subject (nei termini del GDPR) ha sempre
il completo controllo fisico e logico dei dati che lo riguardano ed ha
piena consapevolezza di quali abbandonano tale controllo e perché.
Ad esempio, ha il controllo e la consapevolezza di quali richieste
partono dal proprio browser o dal proprio smartphone e nessun dato non
strettamente necessario per l'erogazione di un servizio remoto lascia
mai il device.
Un navigatore satellitare che adotti questo approccio scarica le mappe
di vaste aree e calcola localmente i tragitti [1] in modo da non
inviare dati di localizzazione fuori dal device.
I dati personali raccolti localmente da un dispositivo hacker-friendly
(che poi sono anche user-friendly, ma si tratta di un'amicizia
interessata) POSSONO poi essere condivisi, dopo un esame ed una
eventuale alterazione da parte del data-subject.
Immagina un glucometro indossabile: se invia automaticamente dati a
terzi, fossero anche "anonimizzati", fosse anche il Papa impegnato a
trovare una cura definitiva e gratuita al diabete (e quindi arricchire i
common), non è un dispositivo che segue l'approccio hacker.
Un glucometro indossabile hacker, oltre ad essere completamente
trasparente (hardware e software), detiene i propri dati solo
localmente e li fornisce solo al paziente, proteggendoli da qualsiasi
accesso non autorizzato o cessione a terzi.
Poi il paziente può decidere SE e come condividerli con chi,
trasformandoli di fatto da dati personali (emissioni inconsapevoli) a
contenuti (espressioni consapevoli di sé).
Un'altra differenza sostanziale dell'approcio hacker alla gestione dei
dati è che questo presuppone una assoluta reciprocità.
Poiché la condivisione dei dati di un hacker è finalizzata alla
creazione di nuova conoscenza, TUTTA la conoscenza che ne viene
derivata deve essere ricondivisa.
Ciò significa che se quei dati vengono usati per sviluppare una nuova
molecola farmacologica, quel farmaco dovrà essere protetto da qualsiasi
forma di privatizzazione e dovrà restare esso stesso bene comune.
E ogni farmaco che ne deriverà, con eccipienti diversi etc...
AFAIK questo vincolo di TOTALE reciprocità non è presente nei commons.
Né negli open-data.
Questo è un enorme limite di queste "filosofie dei dati" per
la comunità: si accumulano grandi quantità di dati... per poi lasciare
che le aziende li capitalizzino senza dare nulla indietro.
> la piattaforma Ubiquitous Commons di Salvatore Iaconesi
> http://www.ubiquitouscommons.org/
Ad una rapidissima occhiata, oltre a tutti i limiti degli approcci
"Commons" suddetti che di fatto non proteggono i dati come bene comune
ma li rendono disponibili come spazzatura (una protezione legale è una
protezione inesistente, perché la copia dei dati non lascia tracce) si
aggiunge la blockchain, vetta insuperabile del fumo negli occhi
tecnologico.
Personalmente condivido gli obbiettivi politici che descrivi.
So però purtroppo che non è possibile raggiungerli senza un approccio
radicalmente diverso all'informatica.
E questo approccio NON verrà dalla blockchain.
Giacomo
[1] vedi ad esempio https://wiki.openstreetmap.org/wiki/Organic_Maps
April 4, 2022
"Ricerca, educazione e accesso al patrimonio culturale" | 6 maggio 2022, ore 9.00-18.00
by Nexa Media
Gentilissimi,
vi invitiamo a partecipare al convegno organizzato dall'Istituto di
Informatica Giuridica e Sistemi Giudiziari, e dal Capitolo Italiano
Creative Commons:
/*"Ricerca, educazione e accesso al patrimonio culturale. Un confronto
tra diritti fondamentali ed eccezioni al diritto d'autore"*/,
che si terrà *venerdì 6 maggio 2022*, dalle ore 9.00 alle ore 18.00,
presso il *Consiglio Nazionale delle Ricerche - Aula Marconi*, Piazzale
Aldo Moro n. 7, Roma.
Per chi non potesse partecipare in presenza sarà possibile collegarsi da
remoto;
in entrambi i casi è necessario iscriversi al seguente link:
https://register.gotowebinar.com/register/3860291188661858060
Partecipano, tra gli altri:
*Marco Ricolfi*, Co-Fondatore e Co-Direttore del Centro Nexa, Università
degli studi di Torino;
*Maurizio Borghi*, Trustee del Centro Nexa, Università degli studi di
Torino;
*Deborah De Angelis*, Fellow del Centro Nexa, Creative Commons -
Capitolo italiano.
Maggiori informazioni sul convegno sono disponibili alla pagina:
https://nexa.polito.it/ricerca-educazione-accessopatrimonioculturale
Cordiali saluti,
--
Anita Botta
Communication Manager
Nexa Center for Internet & Society
Politecnico di Torino – DAUIN
Corso Duca degli Abruzzi, 24 - 10129 Torino
web: https://nexa.polito.it/
mail: anita.botta(a)polito.it
tel: 011 090 7219
April 4, 2022
Re: [nexa] On the Weaponization of Open Source
by Giacomo Tesio
Ciao Antonio,
ti assicuro che non intendevo attribuirti l'opinione dell'autore
dell'articolo e mi scuso se in qualche modo le mie parole possono
essere state fraintese in questo senso.
> Detto questo, non credo sia pratico né sostenibile leggersi il codice
> di tutti i componenti aperti che si vogliono riusare.
Ahimé, nessuno legge le licenze. :-(
```
THE SOFTWARE IS PROVIDED "AS IS", WITHOUT WARRANTY OF ANY KIND, EXPRESS
OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO THE WARRANTIES OF
MERCHANTABILITY, FITNESS FOR A PARTICULAR PURPOSE AND NONINFRINGEMENT.
IN NO EVENT SHALL THE AUTHORS OR COPYRIGHT HOLDERS BE LIABLE FOR ANY
CLAIM, DAMAGES OR OTHER LIABILITY, WHETHER IN AN ACTION OF CONTRACT,
TORT OR OTHERWISE, ARISING FROM, OUT OF OR IN CONNECTION WITH THE
SOFTWARE OR THE USE OR OTHER DEALINGS IN THE SOFTWARE.
```
https://opensource.org/licenses/MIT
Clausole simili sono presenti in TUTTE le license open source (ed anche
in tutte le license proprietarie!)
La disponibilità dei sorgenti è ciò che caraterizza il codice open
source (paradossalmente, persino di più del software libero, che è
caratterizzato dalle libertà, di cui la disponibilità del software è
solo precondizione dell'esercizio [1]).
Se quei sorgenti non vengono studiati e nemmeno letti tale
caratteristica definitoria viene completamente meno.
Quindi chi installa software open source di cui non legge i sorgenti
corre ESATTAMENTE gli stessi rischi che corre installando software
proprietario. In particolare, software proprietario che non paga.
ESATTAMENTE gli stessi rischi che corre usando il software
preinstallato su Windows o il software preinstallato su Android.
ESATTAMENTE gli stessi rischi che corre usando software proprietario
trovato su un sito qualsiasi internet.
> credo che il fattore fiducia/sicurezza sia importante per tutti
Attenzione che io non credo affatto si possa fare a meno della fiducia
in un sistema cibernetico complesso.
Trustless significa solo opaco e primo di responsabilità riconducibili.
Io mi fido degli sviluppatori dei software liberi che utilizzo perché
ci parlo, ne frequento le comunità e perché quando ho un dubbio ne leggo
i sorgenti. Quando non posso e sono costretto a fidarmi, prendo
precauzioni. Alcune rare volte, che posso letteralmente contare sulle
dita di una mano accetto consapevolmente il rischio.
Uno di questi casi è Linux, di cui ho letto molte parti, ma
è che troppo vasto e complesso per una seria lettura completa.
Tuttavia nel caso delle aziende, non è questione di praticità o
sostenibilità: è SOLO una questione di costi e profitti.
Ed esiste sempre almeno un'alternativa: non usare quel software.
> Invece una via di mezzo dalla cieca adozione è analizzarli con
> strumenti che possano verificare qualità del software, inclusa la
> sicurezza, e poi testarli approfonditamente.
Sicuramente.
Se le aziende effettuassero analisi statica ed investissero in sistemi
di verifica formale automatizzata del software libero, avrebbero molte
meno sorprese.
Perché non lo fanno?
Perché tanto scaricano i rischi sui clienti/utenti.
E quando qualcosa va male è colpa degli sviluppatori cattivi!
Tuttavia è ridicolo pensare che senza una lettura accurata sia
possibile detectare uno spyware ad esempio, che viene progettato per
non essere identificabile: se un software funziona da specifiche ma
invia i dati degli utenti ad un ente ostile potrà facilmente
aggirare i sistemi di controllo automatizzato.
E qualche volta non sarà nemmeno necessario: pensa a Google Chrome che
invia qualsiasi cosa venga scritta nella omnibox prima ancora che venga
premuto il tasto Invio!
Con il giusto marketing, anche il malware diventa una "feature"! :-D
> Su entrambi gli aspetti ci feci ricerca alcuni anni fa, il problema
> è complesso e il tema sembra ancora aperto a giudicare dalle nuove
> pubblicazioni che vedo nei programmi di molte conferenze.
Leggerei volentieri la tua ricerca sul tema e tutte quelle che puoi
condividere.
Tuttavia permettimi di farti notare che con questo problema io ci
convivo quotidianamente da 20 anni! :-D
Quando dico che l'informatica è una disciplina ancora primitiva, faccio
riferimento anche a questo.
Ma perché così tanto software è scritto in un linguaggio ridicolo come
JavaScript? Un hack di 10 giorni di un neolaureato letteralmente
impossibile da sottoporre ad una verifica statica esauriente?
Perché la verifica formale del software non viene mai nemmeno presa in
considerazione da "piccole imprese, no profit, scuola, ecc" ?
Perché la lettura dei sorgenti è "insostenibile"?
Perché si pretende di esternalizzare le competenze.
E l'open source permette di farlo a costo zero.
Ti bastano un paio di programmatori sottopagati per costruire
applicazioni apparentemente funzionanti (ma insicure, instabili etc...)
perché riutilizzi componenti di altissima qualità scritti da
sviluppatori che non paghi.
Ma senza competenze sei vulnerabile. Il tuo software è vulnerabile.
E questo resterà vero sempre: è per questo che tutti dovrebbero
essere in condizione di debuggare il software che eseguono!
Perché altrimenti diventano inevitabilmente ingranaggi vulnerabili!
E nel momento in cui "piccole imprese, no profit, scuola, ecc"
diventano dipendenti da questo sistema di sviluppo, normalizzano
lo sfruttamento che lo caratterizza.
Per questo l'OSI si strappa le vesti: perché ci sono sviluppatori che
OSANO rendere evidente la dinamica di potere e sfruttamento su cui si
basa l'informatica contemporanea! Osano vedere il bluff!
Ma se invece di esternalizzare le competenze cercassimo di acquistarle?
Se trattassimo il software come CULTURA?
Leggere i sorgenti delle proprie dipendenze non sarebbe visto come una
perdita di tempo insostenibile o poco pratica, ma come una attività
fondamentale ed estremamente arricchente non solo per lo sviluppatore,
ma per la comunità/azienda/scuola che lo paga!
E' una fortuna che, ogni tanto, qualche sviluppatore ricordi a tutti
che chi non legge i sorgenti, accetta proprio che il software faccia
quel che gli pare! By design! Nella licenza!
Penso (e spero) che questo tipo di proteste si diffonderà sempre di più.
A poco varranno le lacrime di coccodrillo che scorrono a fiumi.
Ci portiamo i mezzi di produzione saldamente ancorati al collo.
Siamo pronti ad usarli. E siamo capaci. Perché non dovremmo?
Giacomo
[1] https://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html
April 3, 2022
Re: [nexa] On the Weaponization of Open Source
by Damiano Verzulli
Il 03/04/22 19:37, Vetro' Antonio ha scritto:
> [...]
> L'open source è vitale per una varietà di attori (piccole imprese, no profit, scuola, ecc),
> credo che il fattore fiducia/sicurezza sia importante per tutti, e che questo si sia incrinato
Bisognerebbe riflettere sul fatto che questa presunta "frattura" sia da
ricondurre ad una reale alterazione delle dinamiche del mondo F/OSS
oppure, viceversa, ad una presa di coscienze delle relative dinamiche da
parte di quelle stesse categorie di attori (piccole imprese, no profit,
scuola, ecc.)
Dal mio punto di vista, quello che è recentemente accaduto _NON_ altera
neanche di un epsilon lo scenario: il software è lo stesso. Chi lo
sviluppa è lo stesso. Le forme di "controllo" di chi lo sviluppa, sono
le stesse. _NON_ è cambiato nulla... salvo il fatto che qualche
sviluppatore ha deciso di trasferire alcune sopravvenute acidita' di
stomaco... sul codice che sviluppa.
Trovo particolarmente grave, da parte di chi usa quei software
[indipendentemente dal fatto che ne sia cosciente o meno], che ci si
accorga solo ora che --di fatto-- si è "dipendenti" di qualcuno che non
si conosce... con il quale non si ha alcun rapporto di
subordinazione/contrattuale... e che, proprio per questo, .... puo' fare
benissimo come gli pare!
Prova ne è la numerosità di "easter-egg" noti da tempo [1]
> Detto questo, non credo sia pratico né sostenibile leggersi il codice di tutti i componenti aperti che si vogliono riusare.
Non sarei cosi' tranciante. Sarà perché mi è capitato piu' volte di
mettere le mani nei "sorgenti" di vari applicativi e librerie che uso...
che l'idea di "guardare" e "capire", magari ex-ante... non la trovo
affatto "da scartare".
Chiaramente è una questione di trade-off:
* se sto scrivendo il codice per supportare la tombolata del prossimo
Natale, con tanto di Text-To-Speach, e quindi uso PERL e FESTIVAL...
non mi preoccuperei troppo di un "bug". Mi basta una macro-occhiata
ai parametri fondamentali di quello che uso [autore; eta' e versione
delle librerie; data ultimo update; numero di commit; numero di
contributori; etc. etc.]
viceversa...
* se sto contrattualizzando l'acquisto di un sistema missilistico con
riconoscimento dei target, allora _VOGLIO_ avere accesso a tutto lo
stack software utilizzato, fino ai disegni di tutti i PCB coinvolti
ed al firmware di tutti i microcontrollori usati e di tutta la
componentistica. L'obiettivo --fra gli altri-- sarebbe di verificare
se --ad esempio-- chi mi vende il sistema non abbia
(casualmente....) aggiunto delle feature che evitino la detonazione
quando il target è nel paese del venditore (rilevato via coordinate
simil-GPS, ad esempio)
o, senza arrivare a tanto:
* se sono una grossa software house (quelle di SOGEI? INPS? AGID?
Dipartimento Innovazione?) allora _TUTTE_ le "dipendenze" dei miei
software, dovrebbero stare "a casa mia" ed il processo di
importazione/aggiornamento dovrebbe passare uno step di verifica
esplicita. Insomma: non ti tiri giu' da Docker-Hub, GitHub o da NPM
l'ultima release del componente e lo infili, senza colpo ferire, nel
_TUO_ software. Quello che fai è: recupero i sorgenti, faccio il
"diff", sottopongo il "diff" ad un umano e, quando questo umano
preme un bottone... rimpacchetto il tutto e lo metto a disposizione
per l'incorporazione.
Tutto questo è tecnicamente difficile? È organizzativamente difficile?
...non credo proprio. Di fatto, è "banalità". Basta solo _VOLERLO_ fare.
Ovviamente soltanto _DOPO_ che si è _SAPUTO_ che è possibile farlo...
(Piccola nota a margine: questo approccio è _IMPOSSIBILE_ quando si
utilizza software proprietario...)
> Invece una via di mezzo dalla cieca adozione è analizzarli con strumenti che possano verificare qualità del software,
> inclusa la sicurezza, e poi testarli approfonditamente.
È certamente possibile automatizzare alcuni test di salubrita' del
codice. E per software minimamente importanti potrebbero essere
sufficienti. Non li vedo, pero', esaustivi: semplicemente rappresentano
un punto sulla scala che va dal software non-critico al software
super-critico:
* non critico: import diretto dall'esterno, senza controllo
* minimamente critico: import dall'esterno + verifica automatizzata
del "diff"
* critico: import dall'esterno + verifica automatizzata del "diff" +
notifica del "diff" a team di "revisione"
* molto critico: livello precedente, applicato anche alle componenti
hardware
sull'ultimo punto --che a qualcuno potrebbe apparire eccessivo o,
peggio, infattibile-- faccio notare che... Amazon, a suo tempo, lo
fece... e trovo' cose interessanti [2]
Niente di impossibile quindi. Basta solo volerlo/doverlo fare...
Bye,
DV
[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Easter_egg_(media)#Software
[2]
https://www.bloomberg.com/news/features/2018-10-04/the-big-hack-how-china-u…
recentemente ripreso e sviluppato anche qui:
https://www.bloomberg.com/features/2021-supermicro/
--
Damiano Verzulli
e-mail:damiano@verzulli.it
---
possible?ok:while(!possible){open_mindedness++}
---
"...I realized that free software would not generate the kind of
income that was needed. Maybe in USA or Europe, you may be able
to get a well paying job as a free software developer, but not
here [in Africa]..." -- Guido Sohne - 1973-2008
http://ole.kenic.or.ke/pipermail/skunkworks/2008-April/005989.html
April 3, 2022
Re: [nexa] On the Weaponization of Open Source
by Vetro' Antonio
Caro Giacomo,
premetto che quando segnalo un articolo non significa che ne condivida per forza le prese di posizione.
L'open source è vitale per una varietà di attori (piccole imprese, no profit, scuola, ecc),
credo che il fattore fiducia/sicurezza sia importante per tutti,
e che questo si sia incrinato anche per la c.d. “big corporate catture”
che tu stesso hai denunciato in questa lista più volte.
Detto questo, non credo sia pratico né sostenibile leggersi il codice di tutti i componenti aperti che si vogliono riusare.
Invece una via di mezzo dalla cieca adozione è analizzarli con strumenti che possano verificare qualità del software,
inclusa la sicurezza, e poi testarli approfonditamente. Su entrambi gli aspetti ci feci ricerca alcuni anni fa, il problema è complesso
e il tema sembra ancora aperto a giudicare dalle nuove pubblicazioni che vedo nei programmi di molte conferenze.
Un caro saluto
antonio
> Il giorno 2 apr 2022, alle ore 11:14, Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> ha scritto:
>
> Ciao Antonio,
>
> On Sat, 2 Apr 2022 05:41:04 +0000 Vetro' Antonio wrote:
>
>> My problem is that this weaponization is killing off trust.
>
> sì sono in molti che si strappano le vesti quando gli informatici si
> accorgono di avere un potere enorme.
>
> Anche la Open Washing Initiatiative ha scritto:
>
>> Understandably, this has caused outrage. We share that outrage.
>> Protest is an important element of free speech that should be
>> protected. Openness and inclusivity are cornerstones of the culture
>> of open source, and the tools of open source communities are designed
>> for global access and participation. Collectively, the very culture
>> and tooling of open source—issue tracking, messaging systems,
>> repositories—offer a unique signaling channel that may route around
>> censorship imposed by tyrants to hold their power.
>>
>> Instead of malware, a better approach to free expression would be to
>> use messages in commit logs to send anti-propaganda messages and to
>> issue trackers to share accurate news inside Russia of what is really
>> happening in Ukraine at the hands of the Russian military, to cite
>> two obvious possibilities. There are so many outlets for open source
>> communities to be creative without harming everyone who happens to
>> load the update.
>
> https://opensource.org/blog/open-source-protestware-harms-open-source
>
>
> Insomma va bene "weaponizzare" l'open source, ma non il codice!
> Quello serve alle aziende!
>
> Aziende che ovviamente NON VOGLIONO LEGGERE IL CODICE CHE RIVENDONO!
>
> Perché le 4 libertà non sono la ragione per cui l'open source esiste:
> l'open source esiste per sfruttare il lavoro non pagato di migliaia di
> sviluppatori.
>
> Altrimenti le aziende leggerebbero i sorgenti!
>
>
> Insomma tutti sanno che la Linux's law [1] è una favoletta.
> L'open source è pieno di backdoor, miner di criptovalute, spyware che
> nessuno controlla. Prendete Android! O Chrome!
>
> Ma protestare attraverso il software, farsi notare, NO!
> Questo sì che è DAVVERO SCANDALOSO!
> Mina tutta la NARRAZIONE!
> Incrina la PROPAGANDA!
>
> Tornate tutti ad iniettare backdoor invisibili, per pietà!!! :-D
> Ne va del futuro dell'open source initiative!
>
>> push organizations back into seeking refuge in commercial software
>> with all its opaqueness and obscurity
>
> ROFTL ! ! !
>
> Per le aziende che non leggono il codice, l'OSS è indistinguibile dal
> software proprietario... eccetto per il prezzo, ovviamente.
>
>
> Dunque non temente.
> Finché potranno continuare a sfruttare impunemente il lavoro non pagato
> di migliaia di sviluppatori, continueranno ad usarlo.
>
>
> Giacomo
>
> [1] https://en.wikipedia.org/wiki/Linus%27s_law
April 3, 2022
BMJ 2022;376:o702: The illusion of evidence based medicine
by 380°
Buongiorno nexiane,
sarà OT qui?
«The illusion of evidence based medicine»
(di sicuro l'illusione non è limitata alla medicina, n.d.r)
BMJ 2022; 376
doi: https://doi.org/10.1136/bmj.o702
(Published 16 March 2022)
https://www.bmj.com/content/376/bmj.o702
Questi alcuni estratti arbitrariamente selezionati da me, ma l'articolo
non può essere riassunto.
--8<---------------cut here---------------start------------->8---
Evidence based medicine has been corrupted by corporate interests,
failed regulation, and commercialisation of academia, argue these
authors
The advent of evidence based medicine was a paradigm shift intended to
provide a solid scientific foundation for medicine. The validity of this
new paradigm, however, depends on reliable data [...]
The release into the public domain of previously confidential
pharmaceutical industry documents has given the medical community
valuable insight into the degree to which industry sponsored clinical
trials are misrepresented. Until this problem is corrected,
evidence based medicine will remain an illusion.
The philosophy of critical rationalism, advanced by the philosopher Karl
Popper, famously advocated for the integrity of science and its role in
an open, democratic society. [...]
Scientific progress is thwarted by the ownership of data and knowledge
because industry suppresses negative trial results, fails to report
adverse events, and does not share raw data with the academic research
community. [...]
The pharmaceutical industry’s responsibility to its shareholders means
that priority must be given to their hierarchical power structures,
product loyalty, and public relations propaganda over scientific
integrity. [...]
As a result, university departments become instruments of industry:
through company control of the research agenda and ghostwriting of
medical journal articles and continuing medical education, academics
become agents for the promotion of commercial products. [...]
The corporate university also compromises the concept of academic
leadership. Deans who reached their leadership positions by virtue of
distinguished contributions to their disciplines have in places been
replaced with fundraisers and academic managers, who are forced to
demonstrate their profitability or show how they can attract corporate
sponsors. [...] for example, physicians are selected based on their
influence on prescribing habits of other physicians. [...]
Ironically, industry sponsored KOLs (key opinion leaders, n.d.r.) appear
to enjoy many of the advantages of academic freedom, supported as they
are by their universities, the industry, and journal editors for
expressing their views, even when those views are incongruent with the
real evidence. While universities fail to correct misrepresentations of
the science from such collaborations, critics of industry face
rejections from journals, legal threats, and the potential destruction
of their careers. [...]
Regulators receive funding from industry and use industry funded and
performed trials to approve drugs, without in most cases seeing the raw
data. [...] Unconcerned governments and captured regulators are unlikely to initiate
necessary change to remove research from industry altogether and clean
up publishing models that depend on reprint revenue, advertising, and
sponsorship revenue.
Our proposals for reforms include: [...]
--8<---------------cut here---------------end--------------->8---
Ometto le proposte di riforma degli autori (se vi interessano potete
facilmente trovarle voi) perché mi interessano veramente poco, è la
diagnosi che conta, ma che è ancora /ampiamente/ ignorata, contrastata,
misconosciuta e perfino negata: la "evidence based"-qualcosa è **una
illusione**, la scienza (la medicina è scienza?!?) è /altra cosa/ (con
buona pace di Popper e dei positivisti, ma non divaghiamo)
Saluti, 380°
P.S.: per una analisi, completa di comoda rappresentazione grafica, su
quali sono i meccanismi e gli "input" attraverso i quali si giunga alla
illusione scientifica (chiamata scientific halucination nel testo) si
veda https://nooscope.ai/
--
380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo,
non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice
but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
April 3, 2022
Re: [nexa] sistema di credito sociale - la Cina è vicina (era:Bologna: citizen wallet)
by M. Fioretti
On Sat, Apr 02, 2022 12:05:02 PM +0200, Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
> Non credo che la strada sia lunghissima, né che ci vogliano anni di
> formazione e educazione civica. Quanto ci è voluto per passare dal
> cavallo all'automobile? O meglio: quanti corsi abbiamo fatto per
> usare la posta elettronica? e gli smartphone?
Il paragone calzerebbe se oggi i non-hacker, cioe' il 95% della
popolazione, email e smartphone li SAPESSERO usare con consapevolezza.
Grazie sulle interessanti considerazioni sulla disoccupazione
tecnologica.
Marco
--
Help me write my NEXT MILLION WORDS for digital awareness:
https://stop.zona-m.net/2021/10/funding-2021-2022/
April 2, 2022
Re: [nexa] sistema di credito sociale - la Cina è vicina (era:Bologna: citizen wallet)
by Vincenzo Mario Bruno Giorgino
Caro Giacomo,
la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons" (PS), ma
non sono certo che sia la strada intrapresa a Barcellona ed Amsterdam. Le
vedo più simili al caso cinese, ma certo la cosa va approfondita e non mi
pare in nodo centrale della discussione.
Non credo che la strada sia lunghissima, né che ci vogliano anni di
formazione e educazione civica.
Quanto ci è voluto per passare dal cavallo all'automobile?
O meglio: quanti corsi abbiamo fatto per usare la posta elettronica? e gli
smartphone?
L'*Internet dei valori* può entrare nella nostra vita con la stessa
scioltezza, basta l'occasione giusta...
Comunque, tu ne parli come se potesse accadere in un futuro prossimo, ma le
sperimentazioni ci sono già e sono centinaia, A fine mese documenterò
questo processo in corso, su cui sto lavorando da un po' con alcuni
collaboratori.
L'esperienza di Decode non è l'unica, ce ne sono altre. Comprendo le
ragioni ideologiche e di interesse che hanno portato alla scelta di questo
modello: esso si adatta ad un sistema politico che si considera al centro
della gestione del benessere locale e che vede i cittadini come utenti,
magari attivi (la "co-produzione" può diventare una modalità ambigua), ma
sempre utenti. La democrazia rappresentativa non è messa in discussione,
non se ne colgono i limiti rispetto allo stato attuale delle cose. Si
guarda a nuovi problemi con le vecchie idee, mantenendo server
centralizzati oppure addomesticando tecnologie che nascono distribuite per
riaccentrarle (ad esempio permissioned blockchain, "stable cryptocoins"
ancorate ad una moneta nazionale, etc..).
Quando i cittadini sono considerati produttori, magari di dati, allora la
musica cambia. *Lo scrivo apposta con l'indicativo presente.*
Esiste anche un altro approccio, pienamente "commons", che a livello
europeo pare aver perso per ora la partita. Non vuol dire che non possa
risorgere in altre forme: porto ad esempio la piattaforma Ubiquitous
Commons di Salvatore Iaconesi http://www.ubiquitouscommons.org/
Ma ce ne sono altre...
Le forme tecniche ed organizzative (e quindi legali) che questi *common
pool *di dati possono prendere è varia e su questo mi sto concentrando,
soprattutto perchè la pandemia e le altre emergenze mi hanno convinto del
tutto che le istituzioni locali non ce la fanno ad agire con prontezza ed
essere efficaci. Mi riferisco alla protezione della vita umana ed a
ridurre la sofferenza evitabile.
Non si tratta di usare argomenti contingenti del genere "i servizi sotto
finanziati perchè il neoliberismo ha ridotto il welfare" e "dobbiamo
rilanciare l'occupazione pubblica e finanziare grandi programmi
d'intervento statale"...
Si tratta di sperimentare - ove si possa farlo - una nuova forma diffusa
di governo delle risorse. Pensando che siamo una "società di individui",
sottraendo alla definizione ogni tentazione giudicante (di solito in
negativo), possiamo facilmente riconoscere che le indebolite forme di
solidarietà nate nella società industriale, con non pochi sforzi, lotte e
drammi, non possano rispondere al tipo di protezione sociale necessaria in
questo sistema post-industriale. Ma a volerlo vedere, il nuovo è già tra
noi, solo che non abbiamo le parole per dirlo e gli occhi per vederlo.
D'altro canto, quanto più innoviamo, anche eco-consapevolmente, tanto più
riduciamo consumi e PIL, generando disoccupazione tecnologica
(l'occupazione che si crea non corrisponde in quantità a quella persa e
non lo è nemmeno nella forma/qualità: la flessibilità non è solo frutto del
vituperato neoliberismo e delle malefiche aziende piattaforma il cui "modo
ancor m’offende", "generatrici di precariato e della scomparsa del piccolo
commercio sottocasa" oltre che di altre nefandezze, ben documentate in
questa newsletter, ma in ogni iniziativa di rete P2P e orientata al
commons; la flessibilità è un modus operandi e vivendi dei partecipanti, è
nel loro DNA sociale).
La disoccupazione tecnologica non è né congiunturale, né strutturale in
senso classico: è generata dalla potenziale liberazione dal lavoro
salariato e non. Vuol dire che cambia anche il significato di impresa,
dell'essere imprenditore e anche del volontariato così come li conosciamo.
Conviene anche pensare che siamo sistematicamente in relazione con delle
emergenze di varia natura, per le quali la ricerca della sostenibilità
(ambientale, economica, sociale etc...) non basta più. Occorre creare forme
di *adattamento consapevole*: a livello ambientale e climatico non si torna
più indietro, o per lo meno non del tutto. Credo convenga farsene una
ragione. Se no, continuiamo a lasciare il tema ai quindicenni, come già sta
avvenendo dal 2018.
Si può partire da piccole esperienze. In esse non solo i "dati"
digitalizzati, ma è lo stesso processo di *knowledge provisioning *ad
essere oggetto di attenzione consapevole da parte dei partecipanti.
Chi sente di condividere almeno in parte quanto sopra e fosse interessato a
sviluppare azioni concrete, può contattarmi: sarò molto lieto di
condividere le iniziative in corso.
Un caro saluto a tutti,
Vincenzo Giorgino
PS: qui non è il caso di discutere la tenuta degli altri due tipi, USA e
Cina: ci tornerò più avanti.
Ma richiamo comunque il caso di Blue Botton per gli USA, che già mi pare
contraddirla...
Il giorno ven 1 apr 2022 alle ore 17:40 Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> ha
scritto:
> On Fri, 1 Apr 2022 17:03:25 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
>
> > Il Ven 1 Apr 2022, 10:46 Marco Giustini ha scritto:
> > > In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data
> > > management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza
> > > via.
> >
> > Sarebbe utile avere una definizione chiara delle tre vie indicate.
>
> In estrema sintesi potremmo dire che le 3 vie sono:
>
> - USA: i dati alle aziende ed ai governi cui ne concedono l'utilizzo
>
> - China: i dati al governo ed alle aziende cui ne condedono l'utilizzo
>
> - hacker: i dati SOLO alle persone che li creano (contenuti, software) o
> emettono (dati personali) che possono decidere di concedere
> puntualmente l'uso di alcuni di essi a terze parti.
>
> La terza via è quella più stretta e difficile, perché richiede anzitutto
> un'approfondita educazione informatica di massa da cui siamo
> lontanissimi.
>
> Senza, i cittadini non sanno interpretare i dati che emettono o
> selezionare quali condividere, con chi e per quali finalità.
>
>
> Le altre due sono più facili... e ci portano dritti dritti alla distopia
> peggiore della storia. ALLA distopia, perché alla fine, chiunque vinca
> il controllo di questi strumenti, imporrà lo stesso regime oppressivo e
> totalitario senza vie di fuga. Che strumentalizzi la libertà o la
> comunionione, chi persegue il potere vuole sempre le stesse cose.
>
>
> Quella di Barcellona ed Amsterdam è una sperimentazione che si colloca a
> cavallo di queste tre vie: i dati vengono raccolti in forma anonima (ma
> per chi vi ha accesso è SEMPRE possibile de-anonimizzarli, volendo
> veramente farlo) e la loro elaborazione è trasparente (software libero,
> etc...) ma NON è eseguita in prima persona dai cittadini, bensi dal
> governo della città e dai suoi partner privati.
>
> Insomma questa "consapevolezza del citizens' data management" sarà pure
> consapevolezza del management sul valore dei dati dei cittadini, ma NON
> è consapevolezza dei cittadini su come gestire i propri dati!
>
>
> Naturalmente è un bene che si provino strade nuove.
> E ben vengano iniziative che rendono evidente la questione.
>
> Ma finché accettiamo l'assunto che in fondo il popolo vuole rimanere
> ignorante, non potremo mai avere democrazie compiute.
>
> Per questo temo che, nel lungo periodo, anche questa sperimentazione
> potrà essere strumentalizzata per giustificare l'adozione su più vasta
> scala della prima o della seconda via.
>
>
> Giacomo
>
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"One of the great liabilities of life is that all too many people find
themselves living amid a great period of social change and yet they fail
to develop the new attitudes, the new mental responses that the new
situation demands. They end up sleeping through a revolution."
- Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution"
Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D.
Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics
University of Torino - Italy
April 2, 2022