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The new digital divide is between people who opt out of algorithms and
by J.C. DE MARTIN
https://www.fastcompany.com/90336381/the-new-digital-divide-is-between-peop…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 28, 2019
Re: [nexa] Amazon's system for tracking its warehouse workers can automatically fire them - MIT Technology Review
by Andrea Glorioso
Caro Juan Carlos,
grazie per aver condiviso questo articolo.
Mi sono letto l'articolo originario di The Verge (
https://www.theverge.com/2019/4/25/18516004/amazon-warehouse-fulfillment-ce…)
e anche la lettera inviata dall'avvocato di Amazon alla National Labor
Relations Board (
https://cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_asset/file/16190209/amazon_terminati…)
e vorrei suggerire che sia l'articolo del MIT Technology Review che di The
Verge abbiano "mancato il bersaglio".
Mi pare infatti che il problema centrale non sia di per sè il controllo
tramite meccanismi più o meno automatici dei tempi di lavoro. Si tratta
senz'altro di una questione importante, ma non è certo un fenomeno nuovo.
Per altro vorrei segnalare che almeno due grandi confederazioni sindacali
europee (ETUC e IndustriALL) hanno in più occasioni sostenuto che il
problema non sia la misurazione delle attività sul posto di lavoro in sé
(poiché tali misurazioni spesso possono anche portare all'identificazione
per esempio di "colli di bottiglia" dannosi per i lavoratori stessi e/o
fornire dati utili a negoziare con il datore di lavoro su un piano di
parità) quanto la definizione condivisa, con la partecipazione dei
lavoratori, di cosa si debba misurare e come, nonché di chi abbia accesso e
possa legalmente usare i dati risultanti. Di nuovo, questioni non
particolarmente nuove.
Mi pare anche che l'articolo accentui troppo, credo per una questione di
visibilità mediatica, il supposto "licenziamento automatico" dei
lavoratori. In realtà, ad una lettura più attenta, si legge che ciò che
vengono generate automaticamente sono delle "termination notices" che
devono comunque passare per una serie di controlli "manuali" da parte dei
supervisori. E poi, da un punto di vista legale, è comunque il
rappresentante legale di Amazon e/o dei suoi fornitori a firmare
l'eventuale lettera di licenziamento e a prendersene la responsabilità.
Sicuramente la maggiore automazione delle analisi sottostante ad una
decisione del caso è un problema importante, ma non credo sia così centrale
come l'articolo pare suggerire.
Ciò che secondo me emerge in maniera prepotente dalla lettura dei documenti
del caso è l'assoluta assenza di un'azione a livello collettivo (sindacale
o meno) da parte dei lavoratori coinvolti nella vertenza, nonché l'assunto
(da parte dei legali di Amazon, beninteso) che le lamentele e/o obiezioni
da parte del singolo lavoratore, anche in presenza di obiezioni equivalenti
da parte di altri lavoratori, non possano costituire una "attività
concertata protetta" ("concerted protected activity"). In altri termini
Amazon, certamente non da sola nel panorama industriale statunitense (e non
solo) alza significativamente l'asticella e rende molto più difficile
l'azione collettiva e sindacale.
Accettare un approccio di questo tipo sarebbe estremamente problematico non
solo per le realtà lavorative "tradizionali", come i centri di smistaggio
di Amazon tutto sommato sono, ma ancor più per moltissimi lavoratori che
usano le cosiddette "online labour platform" e che sono spesso non solo
monitorati più intensamente e in modo meno trasparente degli
impacchettatori di Amazon, ma che soffrono anche di un isolamento fisico e
comunicativo rispetto agli altri lavoratori in simili condizioni,
isolamento che tali piattaforme sono spesso volutamente progettate per
acuire. E' la vecchia tattica del "divide et impera".
I sindacati (italiani e non) hanno delle enormi responsabilità nel non aver
voluto comprendere, soprattutto negli anni '90 / primi anni 2000, i
cambiamenti strutturali dei mercati del lavoro causati (anche) dalla
digitalizazione, e per aver di fatto ignorato una forza lavoro emergente
che non rientrava nei classici schemi industriali. Detto questo, molti
sindacati europei - e non solo, ma non conosco bene la situazione nel resto
del mondo - si stanno attivando per essere più presenti anche in realtà a
loro aliene (e viceversa). Un'analisi interessante, tra le altre, la si
trova in questo articolo dell'Organizzazione Internationale del Lavoro:
https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_protect/---protrav/---travai…
.
In sintesi, a me pare che la vera questione strategica qui non sia il
controllo dei tempi di lavoro, o la supposta automatizzazione dei
licenziamenti, quanto l'esistenza (o meno) e la natura dell'organizzazione
collettiva dei lavoratori e dei risultanti rapporti di forza con i datori
di lavoro. Per altro, avere una rappresentanza sindacale bene organizzata è
spesso un vantaggio anche per il datore di lavoro stesso, almeno sul medio
periodo.
A presto,
Andrea
On Fri, Apr 26, 2019 at 2:43 PM J.C. DE MARTIN <demartin(a)polito.it> wrote:
>
>
> https://www.technologyreview.com/f/613434/amazons-system-for-tracking-its-w…
>
>
> (Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
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April 28, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Andrea Glorioso
Caro Giacomo,
mi pare che la conversazione abbia preso una direzione troppo lontana
rispetto a quelli che io ritengo siano gli scopi della lista Nexa, così
come li intendo io.
Penso dunque sia meglio evitare di continuare questo scambio, che mi pare
in ogni caso stia diventando ripetitivo.
Ciò al di là del fatto che, con tutto il dovuto rispetto, sinceramente
trovo troppi dei tuoi argomenti poco convincenti e/o eccessivamente
manichei (per esempio, che "il comportamento umano [sia] in realtà guidato
da impulsi totalmente irrazionali" o che " la massimizzazione del profitto
aziendale ci porta dritti verso scenari apocalittici").
Naturalmente sostengo pienamente il tuo diritto di avere il tuo pensiero in
materia, ma non credo che ci siano le condizioni, almeno per me, per
arrivare ad una sintesi utile.
In ogni caso grazie per il confronto.
A presto,
Andrea
On Sat, Apr 27, 2019 at 11:24 PM Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> wrote:
> On 27/04/2019, Andrea Glorioso <andrea(a)digitalpolicy.it> wrote:
> > Caro Giacomo,
> >
> > grazie per il tempo che hai dedicato a rispondere alle mie brevi
> > osservazioni.
>
> Caro Andrea, è un piacere! :-)
>
> > La prima considerazione è che il concetto di "razionalità", così come
> usato
> > nelle scienze sociali (ivi compresa l'economia, tranne che nelle sue
> derive
> > "matematicistiche" più estreme) è spesso frainteso. [...]
> > In realtà nella maggior parte dei casi ci
> > si riferisce al semplice fatto che gli "agenti sociali" agiscono nel
> > tentativo di raggiungere uno o più obbiettivi che essi ritengono "utili"
> > secondo criteri vari e molteplici
>
>
> Scusami, non sono stato chiaro.
> So cosa si intenda in Economia per "scelta razionale".
>
> Io contesto proprio che nelle proprie azioni economiche gli esseri
> umani agiscano "nel tentativo di raggiungere uno o più obbiettivi che
> essi ritengono 'utili'".
>
> In altri termini, affermo che la "Razionalità in base al Fine" alla
> base delle teorie economiche "ortodosse" sia quasi sempre una
> RAZIONALIZZAZIONE EX POST del comportamento umano, in realtà guidato
> da impulsi totalmente irrazionali.
>
> La razionalità che l'economia presuppone non è di questo mondo.
> Altrimenti le pubblicità sarebbero fondate su fatti non su emozioni.
>
>
> Venendo meno questo postulato, tutte le teorie che vi si fondano
> perdono completamente qualunque valore predittivo e si rivelano come
> fragili razionalizzazioni, giustificazioni di un sistema economico...
> che non funziona.
>
> > Sia il giudizio di cosa sia "utile", sia l'individuazione degli
> obbiettivi
> > del caso, sia la scelta delle azioni che dovrebbero portare a tali
> > obbiettivi, sia la capacità di valutare le conseguenze immediate e
> future,
> > vicine e lontane, di tali azioni sono fortemente influenzati
> dall'ambiente
> > in cui si viene "socializzati" (termine tecnico) e risentono di
> fortissimi
> > limiti, cognitivi e no, che sono strutturali all'essere umano individuale
> > e/o alle maniera in cui gli esseri umani interagiscono gli uni con gli
> > altri. Il dibattito su quale tra i due fattori strutturali sia il più
> > importante è oggetto di discussioni feroci dalla notte dei tempi,
> > discussioni che non riapro qui.
>
> Un ottimo dibattito per l'Accademia: non terminerà mai visto che il
> suo scopo è spiegare i limiti di qualcosa che non esiste. :-D
>
> Come ogni tanto spiego ai miei colleghi più giovani, il bug più
> difficile da trovare in un software è quello che non c'è.
>
> > esiste anche una responsabilità, da parte di chi prende decisioni che
> > vadano ad impattare (molte) altre persone, di valutare il più
> > oggettivamente possibile e ragionevole gli effetti di tali decisioni.
>
> Certamente.
> Ma esiste anche una responsabilità nel NON decidere.
>
> E' vero che è più difficile identificare i colpevoli di una omissione
> che di un'azione, ma la responsabilità rimane. E soprattutto rimangono
> le conseguenze catastrofiche.
>
> > "Intelligenza" e "buon senso" in sé e per sé non sono criteri molto
> utili...
>
> Non intendevo che dobbiamo discutere su cosa sia intelligente e di
> buon senso in questo contesto. Intendevo che dobbiamo usare la nostra
> intelligenza e il nostro buon senso per ideare alternative al
> Capitalismo... in fretta.
>
> > La terza considerazione, forse un po' démodé oggigiorno, è che il
> > capitalismo come sistema economico e sociale è riuscito a generare un
> > progresso concreto e reale per moltissime persone (e non parlo solo dei
> > paesi oggi industrializzati).
>
> Di nuovo, temo che questa sia una razionalizzazione.
> Una razionalizzazione molto attraente per chi appartiene ai percentili
> più ricchi della popolazione mondiale.
>
> In realtà il progresso di cui parli è per lo più riconducibile a
>
> - innovazione tecnologica
> - sfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili
> - sfruttamento intensivo di lavoro sottopagato
>
> Di queste, una è immorale, una è insostenibile, e una non dipende
> necessariamente dal capitalismo.
>
> > Il capitalismo ha anche dei grandi limiti, alcuni dei quali "incidentali"
> > e alcuni "strutturali".
>
> Fra i limiti strutturali c'è la massimizzazione del profitto/potere
> come obbiettivo di impresa che scarica sulla società tutte le
> esternalità non misurabili monetariamente.
>
> Inquinamento, cambiamento climatico, riduzione della biodiversità,
> malattie professionali, morti sul lavoro, spesa pubblica sanitaria
> (per effetti del fumo ad esempio), sorveglianza, crisi democratica,
> impoverimento culturale, polarizzazione politica, varie catastrofi
> ambientali, aumento delle tensioni sociali, pressione migratoria di
> natura economica...
>
> Questo singolo limite strutturale, la massimizzazione del profitto
> aziendale ci porta dritti verso scenari apocalittici.
>
> > Io non sono convinto che i limiti strutturali del capitalismo
> > siano tali da impedire una regolazione appropriata dei limiti incidentali
> > tali da, per esempio, evitare guerre mondiali o meno
>
> Su questo non siamo evidentemente d'accordo.
>
> Vorrei che avessi ragione tu, ma temo che ti sbagli di brutto.
>
> > [guerre] che per altro esistevano anche prima del capitalismo
>
> Ma tu non parlavi di progresso? :-D
>
> Le guerre avvengono per il Potere che il Capitale rappresenta.
> Ed avvenivano prima per lo stesso Potere ma con altre scuse.
>
> > né mi pare che i sistemi socialisti
> > che abbiamo sperimentato sinora come specie siano stati tutti e
> > necessariamente pacifisti o quanto meno pacifici
>
> Ma perché quando uno critica il Capitalismo tutti pensano che sia
> Socialista o Comunista.
>
> Ragazzi un po' di fantasia! :-D
>
> > o evitare una catastrofe ecologica.
>
> No quella è effetto diretto ed inevitabile dell'applicazione ricorsiva
> della funzione di massimizzazione del profitto.
>
> 1. massimizzi il profitto ignorando tutte le esternalità non
> misurabili monetariamente
> 2. disponi di nuovi capitali su cui far leva
> 3. GOTO 1
>
> La catastrofe ecologica è inevitabile fin tanto che alle aziende (o a
> chiunque altro) è permesso di guadagnare più di quanto il pianeta
> terra può produrre per le persone che vi lavorano.
>
>
> > Viviamo nel migliore dei mondi possibile? Certamente no.
>
> Retorica. Per milioni di persone questo mondo è un'inferno.
>
> Pensa che siamo a livelli così distopici che molte donne vengono
> convinte che abortire i propri figli sia un atto di auto
> determinazione, in modo che non pretendano un supporto sociale ed
> economico dallo Stato per sé e i bambini, supporto che richiederebbe
> un welfare solido e dunque tasse sul patrimonio.
>
>
> > Rimango intellettualmente e politicamente aperto ad alternative
>
> Se ti capita l'occasione, fai un giro a Grosseto:
> https://www.nomadelfia.it/contattaci/
>
> Qualcosa mi dice che non te ne pentirai. ;-)
>
>
> > ma preferisco evitare la "nirvana fallacy"
> > (https://en.wikipedia.org/wiki/Nirvana_fallacy)
>
> Ti consiglio di evitare anche la "Fallacious fallacy".
>
>
> Non c'è una pagina su Wikipedia, ma prima o poi trovo il tempo e la scrivo.
>
>
> E' una fallacia informale in cui si riconduce erroneamente un
> ragionamento ad una fallacia categorizzata su Wikipedia. ;-)
>
> Si tratta di una fallacia molto frequente nei dialoghi con
> statunitensi e con gli adepti di sette di vario tipo.
> Correla, ma non è causata, dall'assenza di argomenti a sostegno di una
> tesi.
>
> La "Fallacious fallacy" è potenzialmente ricorsiva (o meglio, lo sarà
> una volta che sarà descritta su Wikipedia): è dunque importante
> sottolineare sempre le differenze fra il ragionamento cui viene
> contestata una fallacia e la fallacia stessa.
>
>
> In questo caso, ad esempio, la "Nirvana fallacy" è irrilevante per
> diversi motivi.
>
> Anzitutto io non ho proposto alcuna alternativa, sto solo dicendo
> semplicemente che il Capitalismo è strutturalmente distruttivo e
> dobbiamo sostituirlo con qualcosa di completamente diverso.
>
> E l'unica alternativa che ho _nominato_ (non proposto, perché non l'ho
> studiata abbastanza), è Nomadelfia che non è uno scenario idilliaco
> immaginario, ma una comunità reale di circa 300 persone.
>
>
> Dunque ok, evita pure la Nirvana fallacy... come sto facendo io.
>
> Ma attento anche ai falli fallaci! :-p
>
>
> > Ciao,
> >
> > Andrea
>
> A presto!
>
>
> Giacomo
>
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Andrea Glorioso
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April 28, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo Tesio
On 27/04/2019, Andrea Glorioso <andrea(a)digitalpolicy.it> wrote:
> Caro Giacomo,
>
> grazie per il tempo che hai dedicato a rispondere alle mie brevi
> osservazioni.
Caro Andrea, è un piacere! :-)
> La prima considerazione è che il concetto di "razionalità", così come usato
> nelle scienze sociali (ivi compresa l'economia, tranne che nelle sue derive
> "matematicistiche" più estreme) è spesso frainteso. [...]
> In realtà nella maggior parte dei casi ci
> si riferisce al semplice fatto che gli "agenti sociali" agiscono nel
> tentativo di raggiungere uno o più obbiettivi che essi ritengono "utili"
> secondo criteri vari e molteplici
Scusami, non sono stato chiaro.
So cosa si intenda in Economia per "scelta razionale".
Io contesto proprio che nelle proprie azioni economiche gli esseri
umani agiscano "nel tentativo di raggiungere uno o più obbiettivi che
essi ritengono 'utili'".
In altri termini, affermo che la "Razionalità in base al Fine" alla
base delle teorie economiche "ortodosse" sia quasi sempre una
RAZIONALIZZAZIONE EX POST del comportamento umano, in realtà guidato
da impulsi totalmente irrazionali.
La razionalità che l'economia presuppone non è di questo mondo.
Altrimenti le pubblicità sarebbero fondate su fatti non su emozioni.
Venendo meno questo postulato, tutte le teorie che vi si fondano
perdono completamente qualunque valore predittivo e si rivelano come
fragili razionalizzazioni, giustificazioni di un sistema economico...
che non funziona.
> Sia il giudizio di cosa sia "utile", sia l'individuazione degli obbiettivi
> del caso, sia la scelta delle azioni che dovrebbero portare a tali
> obbiettivi, sia la capacità di valutare le conseguenze immediate e future,
> vicine e lontane, di tali azioni sono fortemente influenzati dall'ambiente
> in cui si viene "socializzati" (termine tecnico) e risentono di fortissimi
> limiti, cognitivi e no, che sono strutturali all'essere umano individuale
> e/o alle maniera in cui gli esseri umani interagiscono gli uni con gli
> altri. Il dibattito su quale tra i due fattori strutturali sia il più
> importante è oggetto di discussioni feroci dalla notte dei tempi,
> discussioni che non riapro qui.
Un ottimo dibattito per l'Accademia: non terminerà mai visto che il
suo scopo è spiegare i limiti di qualcosa che non esiste. :-D
Come ogni tanto spiego ai miei colleghi più giovani, il bug più
difficile da trovare in un software è quello che non c'è.
> esiste anche una responsabilità, da parte di chi prende decisioni che
> vadano ad impattare (molte) altre persone, di valutare il più
> oggettivamente possibile e ragionevole gli effetti di tali decisioni.
Certamente.
Ma esiste anche una responsabilità nel NON decidere.
E' vero che è più difficile identificare i colpevoli di una omissione
che di un'azione, ma la responsabilità rimane. E soprattutto rimangono
le conseguenze catastrofiche.
> "Intelligenza" e "buon senso" in sé e per sé non sono criteri molto utili...
Non intendevo che dobbiamo discutere su cosa sia intelligente e di
buon senso in questo contesto. Intendevo che dobbiamo usare la nostra
intelligenza e il nostro buon senso per ideare alternative al
Capitalismo... in fretta.
> La terza considerazione, forse un po' démodé oggigiorno, è che il
> capitalismo come sistema economico e sociale è riuscito a generare un
> progresso concreto e reale per moltissime persone (e non parlo solo dei
> paesi oggi industrializzati).
Di nuovo, temo che questa sia una razionalizzazione.
Una razionalizzazione molto attraente per chi appartiene ai percentili
più ricchi della popolazione mondiale.
In realtà il progresso di cui parli è per lo più riconducibile a
- innovazione tecnologica
- sfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili
- sfruttamento intensivo di lavoro sottopagato
Di queste, una è immorale, una è insostenibile, e una non dipende
necessariamente dal capitalismo.
> Il capitalismo ha anche dei grandi limiti, alcuni dei quali "incidentali"
> e alcuni "strutturali".
Fra i limiti strutturali c'è la massimizzazione del profitto/potere
come obbiettivo di impresa che scarica sulla società tutte le
esternalità non misurabili monetariamente.
Inquinamento, cambiamento climatico, riduzione della biodiversità,
malattie professionali, morti sul lavoro, spesa pubblica sanitaria
(per effetti del fumo ad esempio), sorveglianza, crisi democratica,
impoverimento culturale, polarizzazione politica, varie catastrofi
ambientali, aumento delle tensioni sociali, pressione migratoria di
natura economica...
Questo singolo limite strutturale, la massimizzazione del profitto
aziendale ci porta dritti verso scenari apocalittici.
> Io non sono convinto che i limiti strutturali del capitalismo
> siano tali da impedire una regolazione appropriata dei limiti incidentali
> tali da, per esempio, evitare guerre mondiali o meno
Su questo non siamo evidentemente d'accordo.
Vorrei che avessi ragione tu, ma temo che ti sbagli di brutto.
> [guerre] che per altro esistevano anche prima del capitalismo
Ma tu non parlavi di progresso? :-D
Le guerre avvengono per il Potere che il Capitale rappresenta.
Ed avvenivano prima per lo stesso Potere ma con altre scuse.
> né mi pare che i sistemi socialisti
> che abbiamo sperimentato sinora come specie siano stati tutti e
> necessariamente pacifisti o quanto meno pacifici
Ma perché quando uno critica il Capitalismo tutti pensano che sia
Socialista o Comunista.
Ragazzi un po' di fantasia! :-D
> o evitare una catastrofe ecologica.
No quella è effetto diretto ed inevitabile dell'applicazione ricorsiva
della funzione di massimizzazione del profitto.
1. massimizzi il profitto ignorando tutte le esternalità non
misurabili monetariamente
2. disponi di nuovi capitali su cui far leva
3. GOTO 1
La catastrofe ecologica è inevitabile fin tanto che alle aziende (o a
chiunque altro) è permesso di guadagnare più di quanto il pianeta
terra può produrre per le persone che vi lavorano.
> Viviamo nel migliore dei mondi possibile? Certamente no.
Retorica. Per milioni di persone questo mondo è un'inferno.
Pensa che siamo a livelli così distopici che molte donne vengono
convinte che abortire i propri figli sia un atto di auto
determinazione, in modo che non pretendano un supporto sociale ed
economico dallo Stato per sé e i bambini, supporto che richiederebbe
un welfare solido e dunque tasse sul patrimonio.
> Rimango intellettualmente e politicamente aperto ad alternative
Se ti capita l'occasione, fai un giro a Grosseto:
https://www.nomadelfia.it/contattaci/
Qualcosa mi dice che non te ne pentirai. ;-)
> ma preferisco evitare la "nirvana fallacy"
> (https://en.wikipedia.org/wiki/Nirvana_fallacy)
Ti consiglio di evitare anche la "Fallacious fallacy".
Non c'è una pagina su Wikipedia, ma prima o poi trovo il tempo e la scrivo.
E' una fallacia informale in cui si riconduce erroneamente un
ragionamento ad una fallacia categorizzata su Wikipedia. ;-)
Si tratta di una fallacia molto frequente nei dialoghi con
statunitensi e con gli adepti di sette di vario tipo.
Correla, ma non è causata, dall'assenza di argomenti a sostegno di una tesi.
La "Fallacious fallacy" è potenzialmente ricorsiva (o meglio, lo sarà
una volta che sarà descritta su Wikipedia): è dunque importante
sottolineare sempre le differenze fra il ragionamento cui viene
contestata una fallacia e la fallacia stessa.
In questo caso, ad esempio, la "Nirvana fallacy" è irrilevante per
diversi motivi.
Anzitutto io non ho proposto alcuna alternativa, sto solo dicendo
semplicemente che il Capitalismo è strutturalmente distruttivo e
dobbiamo sostituirlo con qualcosa di completamente diverso.
E l'unica alternativa che ho _nominato_ (non proposto, perché non l'ho
studiata abbastanza), è Nomadelfia che non è uno scenario idilliaco
immaginario, ma una comunità reale di circa 300 persone.
Dunque ok, evita pure la Nirvana fallacy... come sto facendo io.
Ma attento anche ai falli fallaci! :-p
> Ciao,
>
> Andrea
A presto!
Giacomo
April 27, 2019
Regolamentare Internet...
by Carlo Blengino
espungere il male, prevenire ogni devianza, da Internet e dal mondo.
Bel pezzo di Fabio Chiusi.
Ricordo solo che tutte le battaglie per i diritti civili, tutte, sono
iniziate infrangendo regole, scardinando concetti consolidati e ritenuti
dai più giusti e sacrosanti, spesso sono stati commessi reati per
permettere all'umanità di fare un passo avanti. Rosa Park fu arrestata
legittimamente per aver violato il posto riservato dalla legge ai bianchi
(nell'IOT di domani probabilmente un software non l'avrebbe neppure
lasciata salire sul bus) e meno di 30 anni fa decine di giovani italiani
rischiarono la galera rifiutandosi di fare il servizio militare...per dire.
Grazie Fabio
https://www.valigiablu.it/internet-politica-regole/
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Andrea Glorioso
Caro Giacomo,
grazie per il tempo che hai dedicato a rispondere alle mie brevi
osservazioni.
Dato che temo sinceramente che una reazione approfondita a tutti i punti
che sollevi ci porterebbe davvero in altri lidi rispetto a quelli che penso
siano i temi, certamente numerosi ma non infiniti, di cui ci si occupa in
questa lista di discussione (per inciso non mi convince molto la tua logica
in materia, dato che con la stessa, qui si potrebbe facilmente parlare
praticamente di tutto) mi limito ad alcune considerazioni generali. Per
chiarezza questa è semplicemente una mia scelta personale, non intendo
certo imporre ad altri il mio pensiero su cosa si possa o non si possa
discutere in questa lista.
La prima considerazione è che il concetto di "razionalità", così come usato
nelle scienze sociali (ivi compresa l'economia, tranne che nelle sue derive
"matematicistiche" più estreme) è spesso frainteso. Al di fuori delle
discipline suddette si pensa spesso che lo si usi per riferirsi ad un
ragionamento logico "perfetto". In realtà nella maggior parte dei casi ci
si riferisce al semplice fatto che gli "agenti sociali" agiscono nel
tentativo di raggiungere uno o più obbiettivi che essi ritengono "utili"
secondo criteri vari e molteplici (dal fare una palanca di soldi al
guadagnarsi un posto in Paradiso - Max Weber ipotizzava che agli albori del
capitalismo i due fossero strettamente collegati).
Sia il giudizio di cosa sia "utile", sia l'individuazione degli obbiettivi
del caso, sia la scelta delle azioni che dovrebbero portare a tali
obbiettivi, sia la capacità di valutare le conseguenze immediate e future,
vicine e lontane, di tali azioni sono fortemente influenzati dall'ambiente
in cui si viene "socializzati" (termine tecnico) e risentono di fortissimi
limiti, cognitivi e no, che sono strutturali all'essere umano individuale
e/o alle maniera in cui gli esseri umani interagiscono gli uni con gli
altri. Il dibattito su quale tra i due fattori strutturali sia il più
importante è oggetto di discussioni feroci dalla notte dei tempi,
discussioni che non riapro qui.
La seconda considerazione è che, se è vero che non si può pretendere la
dimostrazione scientifica di quali sarebbero gli effetti di ogni scelta che
produca cambiamenti in un assetto socio-politico dato (né, per essere
chiari, solitamente tali dimostrazioni vengono richieste, e non era ciò che
intendevo quando ho parlato di "esperimenti concreti") d'altro canto esiste
anche una responsabilità, da parte di chi prende decisioni che vadano ad
impattare (molte) altre persone, di valutare il più oggettivamente
possibile e ragionevole gli effetti di tali decisioni. "Intelligenza" e
"buon senso" in sé e per sé non sono criteri molto utili da questo punto di
vista, dato che per mia esperienza è pressoché impossibile trovare due
persone che siano d'accordo come si debbano interpretare tali concetti in
un caso individuale e concreto, figuriamoci quando si parla di dibattiti
che coinvolgono milioni di persone.
La terza considerazione, forse un po' démodé oggigiorno, è che il
capitalismo come sistema economico e sociale è riuscito a generare un
progresso concreto e reale per moltissime persone (e non parlo solo dei
paesi oggi industrializzati). Il capitalismo ha anche dei grandi limiti,
alcuni dei quali "incidentali" (ovvero correggibili tramite norme e regole
appropriate) e alcuni "strutturali" (non si può avere capitalismo senza
accumulo di capitale, e i meccanismi che lo permettono, con tutto ciò che
ne consegue). Io non sono convinto che i limiti strutturali del capitalismo
siano tali da impedire una regolazione appropriata dei limiti incidentali
tali da, per esempio, evitare guerre mondiali o meno (che per altro
esistevano anche prima del capitalismo, né mi pare che i sistemi socialisti
che abbiamo sperimentato sinora come specie siano stati tutti e
necessariamente pacifisti o quanto meno pacifici) o evitare una catastrofe
ecologica.
Viviamo nel migliore dei mondi possibile? Certamente no. Rimango
intellettualmente e politicamente aperto ad alternative, ma preferisco
evitare la "nirvana fallacy" (https://en.wikipedia.org/wiki/Nirvana_fallacy
).
Ciao,
Andrea
On Sat, Apr 27, 2019 at 5:05 PM Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> wrote:
> On 27/04/2019, Andrea Glorioso <andrea(a)digitalpolicy.it> wrote:
> > Non sono sicurissimo che questa discussione sia del tutto in tema con la
> > lista, ma non spetta a me decidere in merito.
>
> In effetti non spetta neanche a me, ma è un obiezione molto interessante.
> Sperando che sia utile, provo a condividere il ragionamento che mi ha
> spinto a proporre questa lettura.
>
> Il nome dell'organizzazione che gestisce questa lista è
>
> Nexa Center for Internet & Society
>
> L'articolo mette in discussione la sostenibilità ecologica del
> Capitalismo nella sua incarnazione odierna (che è però una evoluzione
> delle incarnazioni precedenti).
>
> Mi è sembrato rilevante per l'elaborazione condivisa che avviene in
> questi anfratti perché:
>
> - una società esiste in un ambiente
> - il sistema economico determina una parte rilevante delle dinamiche
> di una società (ed il Capitalismo di Sorveglianza espande
> radicalmente l'influenza dell'economia su tali dinamiche, mostrando
> tutti i limiti del Capitalismo stesso)
> - almeno dal 1995 Internet è (anche, ma qualcuno vorrebbe esclusivamente)
> un mercato globale
> - il Capitalismo determina e/o veicola molte delle aberrazioni tecniche,
> sociali ed economiche di Internet
>
> Dunque, dal mio punto di vista, la riflessione che l'articolo propone
> è assolutamente rilevante sia per la Società che per Internet e dunque
> ho pensato potesse essere di interesse per gli altri membri della
> comunità Nexa.
>
> Naturalmente, mi scuso se così non è stato.
>
>
> > Detto questo, forse sarebbe il caso di cercare di capirsi sui termini.
>
> Ok! :-)
>
> > Il "mercato", per come la vedo io, è il risultato aggregato delle
> dinamiche
> > sociali generate da un insieme di entità (persone e/o organizzazioni
> > pubbliche e private) più o meno informate, che nei limiti della
> razionalità
> > umana prendono decisioni su ciò che vogliono scambiare con altre entità.
>
> Eliminerei ogni riferimento alla Razionalità da tale definizione.
>
> Anzitutto, per molto tempo la razionalità delle scelte individuali è
> stato un postulato fondamentale delle teorie economiche liberali e
> capitaliste. Quando è risultato evidente che tali scelte non sono
> affatto razionali, e che tale postulato non era semplicemente
> attinente alla realtà, invece di abbandonare le teorie, l'ideologia e
> le pratiche che su tale postulato si erano basate, si è deciso che
> tale postulato... è importante ma non troppo.
> D'altronde, possiamo dire che l'Economia sia una Scienza? :-p
>
> E se il limite massimo della razionalità umana si evidenziasse nel
> mercato, saremmo veramente messi male! :-D
>
>
> Inoltre il mercato non è il risultato di dinamiche sociali aggregate,
> ma è costituito dalle dinamiche stesse.
> Cioè non è uno stato, ma un divenire. La differenza è sottile ma è
> rilevante nel momento in cui si vuole intervenire su di esso: bisogna
> sempre considerarlo nella sua complessità dinamica, evolutiva,
> altrimenti non risolviamo i problemi ma li normaliziamo, rendendone
> non misurabili gli effetti... fino alla prossima crisi (come vediamo
> in questo preciso momento storico con il cambiamento climatico o con
> il capitalismo di sorveglianza, ad esempio).
>
>
> Infine, se il mercato di cui parliamo è quello esistente, allora
> parliamo di un mercato capitalista.
>
>
> > La "politica", sempre per come la vedo io, è il risultato aggregato delle
> > dinamiche sociali generate da un insieme di entità che (come sopra per
> non
> > ripetere troppo) prendono decisioni su come vogliono organizzare la
> propria
> > vita in comune, ivi compreso dunque le regole e i limiti del suddetto
> > "mercato".
>
> Questa definizione soffre di nuovo delle limitazioni di cui sopra
>
> - l'azione Politica dell'individuo non è necessariamente "razionale"
> perché per alcuni esprime anche un sistema di valori morali che
> ne costituiscono il fondamento (come sociologo avrai certamente
> sentito parlare di voto normativo)
> - la Politica è poi di nuovo la dinamica sociale aggregata in se stessa,
> non il suo risultato
> - e tale dinamica non si genera autonomamente ma è espressione di una
> azione consapevole, di una scelta libera, volontaria.
> (puoi infatti esimerti dal partecipare alla decisione su come organizzare
> la vita in comune)
>
> Inoltre questa definizione, a valle delle correzioni suddette, è molto
> generale ed astratta, avulsa dal contesto organizzativo ed
> istituzionale in cui viviamo.
>
> In una Democrazia rappresentativa, per esempio, una Politica
> particolarmente rilevante è anche l'attività che si svolge all'interno
> delle istituzioni. Una Politica così importante in questo tipo di
> assetto istituzionale, da produrre un nuovo significato nella parola
> stessa.
>
> A questo secondo significato credo facesse riferimento Stefano nel
> commento cui ho risposto:
>
> On 27/04/2019, Stefano Quintarelli <Stefano(a)quintarelli.it> wrote:
> > Aggiungo che è la politica a dover stabilire gli incentivi giusti per il
> mercato
>
> Credo che facesse riferimento alla Politica come viene svolta nelle
> istituzioni (infatti citava in seguito una organizzazione dell'ONU).
>
> > Non ho mai ben capito cosa significhi esattamente che "il mercato è un
> > postulato indiscutibile"
>
> Non dirlo a me! Io lo metto in discussione continuamente! :-D
>
> Nella mia risposta intendevo semplicemente sottolineare come Stefano,
> limitando l'azione della Politica nel dover "stabilire gli incentivi
> giusti per il mercato", tenesse il mercato come punto fermo.
>
> Inoltre credo che Stefano facesse riferimento al mercato capitalista
> semplicemente perché
>
> - oggetto dell'articolo iniziale
> - largamente predominante
> - fortemente disfunzionale e dunque necessitante di correzioni
>
>
> > e/o cosa sia la "sudditanza" della politica e della cultura rispetto al
> "mercato"
>
> Io ho parlato di (cito) "sudditanza fra Cultura (e dunque Politica) e
> Capitalismo".
>
> Provarla è facile: misura la percentuale di papers scritti in
> conflitto di interesse su PubMed.
> Certamente dipende dal tema, ma quando ho aiutato mia moglie a
> raccogliere il materiale per la sua tesi di laurea e di nuovo per la
> sua tesi di specialità, abbiamo scartato un buon 70% degli articoli
> per questa ragione. Un lavoro frustrante e deprimente.
>
> La sudditanza è inevitabile nel momento in cui il Capitale determina
> direttamente o indirettamente (attraverso l'influenza che ha sulla
> Politica) quali ricerche vengono finanziate, quali spettacoli vengono
> proposti, quali libri vengono pubblicati etc...
>
> Oggi poi determina anche quali informazioni il politico (inteso come
> membro delle istituzioni) riceve quando cerca qualcosa su internet,
> quindi l'influenza del Capitale sulla Politica non è mai stata tanto
> forte.
>
>
> > (da ex sociologo trovo difficile separare le due [politica e cultura],
> ma non
> > complichiamoci la vita)
>
> Come ex-informatico però dovrebbe essere facile. ;-)
>
> La Cultura è l'insieme delle Informazioni che una popolazione elabora
> e condivide.
>
> La Politica (secondo la prima definizione, generale ed astratta) è una
> diretta espressione di tale insieme di Informazioni.
>
> Come tale, chi controlla la Cultura, controlla la Politica.
>
> Sarebbe compito delle istituzioni Politiche impedire che nessun gruppo
> possa controllare la Cultura... ma come noi italiani sappiamo bene
> dopo oltre vent'anni di cazzeggio sul Conflitto di Interessi, è facile
> comprometterle se si dispone del Capitale. ;-)
>
> > In ultima analisi, e lo dico con tutto il rispetto possibile, non mi è
> > chiaro cosa significhi in pratica una "economia diversa"
>
> Qualsiasi economia (buona gestione della casa) che non si basi sulla
> massimizzazione del profitto è diversa da quella attuale.
>
> In questo il Capitalismo di Sorveglianza rappresenta già un esempio,
> perché se è vero che i campioni di questa nuova economia dei dati
> hanno ottimi profitti, ancora prima del denaro perseguono il Potere
> che deriva dall'accumulo dei dati.
>
> > quali siano i criteri in base ai quali si può giudicare se tale
> > "economia diversa" funzioni meglio o peggio della "economia di adesso"
>
> Beh, diciamo che non distruggere l'ecosistema potrebbe essere un primo
> criterio, che ne pensi?
>
> Anche evitare l'estinzione della nostra specie non farebbe schifo. Almeno
> a me.
>
> Evitare una quarta guerra mondiale potrebbe essere un secondo criterio.
>
> Interrompere la terza guerra mondiale (in corso sul terreno
> Informatico) potrebbe essere un terzo.
>
> Ridurre le tensioni sociali (senza sterminare la maggioranza della
> popolazione umana) potrebbe essere un altro criterio di valutazione
> utile.
>
> > (assumendone la possibile esistenza, rimango del tutto aperto alla
> > possibilità)
>
> Beh, comprendo i tuoi dubbi: il Capitalismo di Sorveglianza non è
> veramente diverso dal Capitalismo. Il Capitalismo infatti non persegue
> VERAMENTE l'accumulo di Capitale, ma l'accumulo di POTERE che il
> Capitale sublima e rende meno riconoscibile, mascherandolo con
> un'aurea di razionalità numerica.
>
> In quest'ottica, un'economia è veramente diversa se non persegue la
> massimizzazione del Potere né attraverso il Capitale, né attraverso
> altri mezzi.
>
> Tuttavia posso confermarti che sistemi di questo tipo esistono.
>
> Il mio esempio preferito è Nomadelfia:
> https://www.nomadelfia.it/come-viviamo/
>
>
> > e in che modo si possano condurre esperimenti concreti
> > per arrivare alle conclusioni del caso.
>
> :-D
>
> Tu lo sai cosa fa un Politico quando NON vuole intraprendere un
> percorso sociale?
> Chiede evidenze SCIENTIFICHE all'Economia.
>
> Di colpo si fa fautore delle "Scienze Esatte" e vuole esperimenti che
> provino al di là di ogni ragionevole dubbio la validità del percorso.
>
> Non è sicuramente il tuo caso, non fraintendermi, ma mi è capitato in
> passato di ridere sguaiatamente a questo tipo di obbiezione.
>
>
> Qualcuno ha fatto esperimenti di globalizzazione su un'altro pianeta
> prima di avviare la globalizzazione dei mercati di questo?
>
> O magari siamo noi l'esperimento? :-O
> Dici che la "Guida galattica per gli autostoppisti" è il più
> importante leak della nostra storia?
> Povero Assange... tutto sto casino per essere oscurato da Douglas Adams!
> :-D
>
>
> Non credo che qualcuno abbia avuto bisogno di esperimenti per
> introdurre il Capitalismo.
> Per contro, i danni sono evidenti mentre i benefici puzzano di
> razionalizzazione.
>
>
> Mi rifiuto di definire una comunità viva come Nomadelfia "esperimento".
> E non credo che si possa veramente creare comunità "in vitro" come
> succede in certi film e romanzi. Non credo dunque che si possano fare
> gli esperimenti che chiedi. Ne che sarebbe etico nei confronti dei
> soggetti osservati (quanto meno secondo la mia etica, che da grande
> valore alla libertà).
>
>
> Dunque non credo che potremo aspettare certezze per sostituire il
> Capitalismo.
> E dovremmo anzi dubitarne, perché le certezze ci hanno portato qui.
>
> Dobbiamo agire affidandoci ad Intelligenza e Buon Senso.
>
>
> Davvero non ci bastano i problemi che vediamo?
>
>
> Giacomo
>
--
--
Andrea Glorioso
Twitter: @andreaglorioso
Facebook: https://www.facebook.com/andrea.glorioso
LinkedIn: http://www.linkedin.com/profile/view?id=1749288&trk=tab_pro
April 27, 2019
La competizione tecnologica che l’Europa sta perdendo – Aspenia Online
by J.C. DE MARTIN
https://www.aspeniaonline.it/la-competizione-tecnologica-europa-sta-perdend…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 27, 2019
The Case Against Quantum Computing - IEEE Spectrum
by J.C. DE MARTIN
https://spectrum.ieee.org/computing/hardware/the-case-against-quantum-compu…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo Tesio
On 27/04/2019, Andrea Glorioso <andrea(a)digitalpolicy.it> wrote:
> Non sono sicurissimo che questa discussione sia del tutto in tema con la
> lista, ma non spetta a me decidere in merito.
In effetti non spetta neanche a me, ma è un obiezione molto interessante.
Sperando che sia utile, provo a condividere il ragionamento che mi ha
spinto a proporre questa lettura.
Il nome dell'organizzazione che gestisce questa lista è
Nexa Center for Internet & Society
L'articolo mette in discussione la sostenibilità ecologica del
Capitalismo nella sua incarnazione odierna (che è però una evoluzione
delle incarnazioni precedenti).
Mi è sembrato rilevante per l'elaborazione condivisa che avviene in
questi anfratti perché:
- una società esiste in un ambiente
- il sistema economico determina una parte rilevante delle dinamiche
di una società (ed il Capitalismo di Sorveglianza espande
radicalmente l'influenza dell'economia su tali dinamiche, mostrando
tutti i limiti del Capitalismo stesso)
- almeno dal 1995 Internet è (anche, ma qualcuno vorrebbe esclusivamente)
un mercato globale
- il Capitalismo determina e/o veicola molte delle aberrazioni tecniche,
sociali ed economiche di Internet
Dunque, dal mio punto di vista, la riflessione che l'articolo propone
è assolutamente rilevante sia per la Società che per Internet e dunque
ho pensato potesse essere di interesse per gli altri membri della
comunità Nexa.
Naturalmente, mi scuso se così non è stato.
> Detto questo, forse sarebbe il caso di cercare di capirsi sui termini.
Ok! :-)
> Il "mercato", per come la vedo io, è il risultato aggregato delle dinamiche
> sociali generate da un insieme di entità (persone e/o organizzazioni
> pubbliche e private) più o meno informate, che nei limiti della razionalità
> umana prendono decisioni su ciò che vogliono scambiare con altre entità.
Eliminerei ogni riferimento alla Razionalità da tale definizione.
Anzitutto, per molto tempo la razionalità delle scelte individuali è
stato un postulato fondamentale delle teorie economiche liberali e
capitaliste. Quando è risultato evidente che tali scelte non sono
affatto razionali, e che tale postulato non era semplicemente
attinente alla realtà, invece di abbandonare le teorie, l'ideologia e
le pratiche che su tale postulato si erano basate, si è deciso che
tale postulato... è importante ma non troppo.
D'altronde, possiamo dire che l'Economia sia una Scienza? :-p
E se il limite massimo della razionalità umana si evidenziasse nel
mercato, saremmo veramente messi male! :-D
Inoltre il mercato non è il risultato di dinamiche sociali aggregate,
ma è costituito dalle dinamiche stesse.
Cioè non è uno stato, ma un divenire. La differenza è sottile ma è
rilevante nel momento in cui si vuole intervenire su di esso: bisogna
sempre considerarlo nella sua complessità dinamica, evolutiva,
altrimenti non risolviamo i problemi ma li normaliziamo, rendendone
non misurabili gli effetti... fino alla prossima crisi (come vediamo
in questo preciso momento storico con il cambiamento climatico o con
il capitalismo di sorveglianza, ad esempio).
Infine, se il mercato di cui parliamo è quello esistente, allora
parliamo di un mercato capitalista.
> La "politica", sempre per come la vedo io, è il risultato aggregato delle
> dinamiche sociali generate da un insieme di entità che (come sopra per non
> ripetere troppo) prendono decisioni su come vogliono organizzare la propria
> vita in comune, ivi compreso dunque le regole e i limiti del suddetto
> "mercato".
Questa definizione soffre di nuovo delle limitazioni di cui sopra
- l'azione Politica dell'individuo non è necessariamente "razionale"
perché per alcuni esprime anche un sistema di valori morali che
ne costituiscono il fondamento (come sociologo avrai certamente
sentito parlare di voto normativo)
- la Politica è poi di nuovo la dinamica sociale aggregata in se stessa,
non il suo risultato
- e tale dinamica non si genera autonomamente ma è espressione di una
azione consapevole, di una scelta libera, volontaria.
(puoi infatti esimerti dal partecipare alla decisione su come organizzare
la vita in comune)
Inoltre questa definizione, a valle delle correzioni suddette, è molto
generale ed astratta, avulsa dal contesto organizzativo ed
istituzionale in cui viviamo.
In una Democrazia rappresentativa, per esempio, una Politica
particolarmente rilevante è anche l'attività che si svolge all'interno
delle istituzioni. Una Politica così importante in questo tipo di
assetto istituzionale, da produrre un nuovo significato nella parola
stessa.
A questo secondo significato credo facesse riferimento Stefano nel
commento cui ho risposto:
On 27/04/2019, Stefano Quintarelli <Stefano(a)quintarelli.it> wrote:
> Aggiungo che è la politica a dover stabilire gli incentivi giusti per il mercato
Credo che facesse riferimento alla Politica come viene svolta nelle
istituzioni (infatti citava in seguito una organizzazione dell'ONU).
> Non ho mai ben capito cosa significhi esattamente che "il mercato è un
> postulato indiscutibile"
Non dirlo a me! Io lo metto in discussione continuamente! :-D
Nella mia risposta intendevo semplicemente sottolineare come Stefano,
limitando l'azione della Politica nel dover "stabilire gli incentivi
giusti per il mercato", tenesse il mercato come punto fermo.
Inoltre credo che Stefano facesse riferimento al mercato capitalista
semplicemente perché
- oggetto dell'articolo iniziale
- largamente predominante
- fortemente disfunzionale e dunque necessitante di correzioni
> e/o cosa sia la "sudditanza" della politica e della cultura rispetto al "mercato"
Io ho parlato di (cito) "sudditanza fra Cultura (e dunque Politica) e
Capitalismo".
Provarla è facile: misura la percentuale di papers scritti in
conflitto di interesse su PubMed.
Certamente dipende dal tema, ma quando ho aiutato mia moglie a
raccogliere il materiale per la sua tesi di laurea e di nuovo per la
sua tesi di specialità, abbiamo scartato un buon 70% degli articoli
per questa ragione. Un lavoro frustrante e deprimente.
La sudditanza è inevitabile nel momento in cui il Capitale determina
direttamente o indirettamente (attraverso l'influenza che ha sulla
Politica) quali ricerche vengono finanziate, quali spettacoli vengono
proposti, quali libri vengono pubblicati etc...
Oggi poi determina anche quali informazioni il politico (inteso come
membro delle istituzioni) riceve quando cerca qualcosa su internet,
quindi l'influenza del Capitale sulla Politica non è mai stata tanto
forte.
> (da ex sociologo trovo difficile separare le due [politica e cultura], ma non
> complichiamoci la vita)
Come ex-informatico però dovrebbe essere facile. ;-)
La Cultura è l'insieme delle Informazioni che una popolazione elabora
e condivide.
La Politica (secondo la prima definizione, generale ed astratta) è una
diretta espressione di tale insieme di Informazioni.
Come tale, chi controlla la Cultura, controlla la Politica.
Sarebbe compito delle istituzioni Politiche impedire che nessun gruppo
possa controllare la Cultura... ma come noi italiani sappiamo bene
dopo oltre vent'anni di cazzeggio sul Conflitto di Interessi, è facile
comprometterle se si dispone del Capitale. ;-)
> In ultima analisi, e lo dico con tutto il rispetto possibile, non mi è
> chiaro cosa significhi in pratica una "economia diversa"
Qualsiasi economia (buona gestione della casa) che non si basi sulla
massimizzazione del profitto è diversa da quella attuale.
In questo il Capitalismo di Sorveglianza rappresenta già un esempio,
perché se è vero che i campioni di questa nuova economia dei dati
hanno ottimi profitti, ancora prima del denaro perseguono il Potere
che deriva dall'accumulo dei dati.
> quali siano i criteri in base ai quali si può giudicare se tale
> "economia diversa" funzioni meglio o peggio della "economia di adesso"
Beh, diciamo che non distruggere l'ecosistema potrebbe essere un primo
criterio, che ne pensi?
Anche evitare l'estinzione della nostra specie non farebbe schifo. Almeno a me.
Evitare una quarta guerra mondiale potrebbe essere un secondo criterio.
Interrompere la terza guerra mondiale (in corso sul terreno
Informatico) potrebbe essere un terzo.
Ridurre le tensioni sociali (senza sterminare la maggioranza della
popolazione umana) potrebbe essere un altro criterio di valutazione
utile.
> (assumendone la possibile esistenza, rimango del tutto aperto alla
> possibilità)
Beh, comprendo i tuoi dubbi: il Capitalismo di Sorveglianza non è
veramente diverso dal Capitalismo. Il Capitalismo infatti non persegue
VERAMENTE l'accumulo di Capitale, ma l'accumulo di POTERE che il
Capitale sublima e rende meno riconoscibile, mascherandolo con
un'aurea di razionalità numerica.
In quest'ottica, un'economia è veramente diversa se non persegue la
massimizzazione del Potere né attraverso il Capitale, né attraverso
altri mezzi.
Tuttavia posso confermarti che sistemi di questo tipo esistono.
Il mio esempio preferito è Nomadelfia: https://www.nomadelfia.it/come-viviamo/
> e in che modo si possano condurre esperimenti concreti
> per arrivare alle conclusioni del caso.
:-D
Tu lo sai cosa fa un Politico quando NON vuole intraprendere un
percorso sociale?
Chiede evidenze SCIENTIFICHE all'Economia.
Di colpo si fa fautore delle "Scienze Esatte" e vuole esperimenti che
provino al di là di ogni ragionevole dubbio la validità del percorso.
Non è sicuramente il tuo caso, non fraintendermi, ma mi è capitato in
passato di ridere sguaiatamente a questo tipo di obbiezione.
Qualcuno ha fatto esperimenti di globalizzazione su un'altro pianeta
prima di avviare la globalizzazione dei mercati di questo?
O magari siamo noi l'esperimento? :-O
Dici che la "Guida galattica per gli autostoppisti" è il più
importante leak della nostra storia?
Povero Assange... tutto sto casino per essere oscurato da Douglas Adams! :-D
Non credo che qualcuno abbia avuto bisogno di esperimenti per
introdurre il Capitalismo.
Per contro, i danni sono evidenti mentre i benefici puzzano di
razionalizzazione.
Mi rifiuto di definire una comunità viva come Nomadelfia "esperimento".
E non credo che si possa veramente creare comunità "in vitro" come
succede in certi film e romanzi. Non credo dunque che si possano fare
gli esperimenti che chiedi. Ne che sarebbe etico nei confronti dei
soggetti osservati (quanto meno secondo la mia etica, che da grande
valore alla libertà).
Dunque non credo che potremo aspettare certezze per sostituire il Capitalismo.
E dovremmo anzi dubitarne, perché le certezze ci hanno portato qui.
Dobbiamo agire affidandoci ad Intelligenza e Buon Senso.
Davvero non ci bastano i problemi che vediamo?
Giacomo
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Andrea Glorioso
Non sono sicurissimo che questa discussione sia del tutto in tema con la
lista, ma non spetta a me decidere in merito.
Detto questo, forse sarebbe il caso di cercare di capirsi sui termini.
Il "mercato", per come la vedo io, è il risultato aggregato delle dinamiche
sociali generate da un insieme di entità (persone e/o organizzazioni
pubbliche e private) più o meno informate, che nei limiti della razionalità
umana prendono decisioni su ciò che vogliono scambiare con altre entità.
La "politica", sempre per come la vedo io, è il risultato aggregato delle
dinamiche sociali generate da un insieme di entità che (come sopra per non
ripetere troppo) prendono decisioni su come vogliono organizzare la propria
vita in comune, ivi compreso dunque le regole e i limiti del suddetto
"mercato".
Non ho mai ben capito cosa significhi esattamente che "il mercato è un
postulato indiscutibile" e/o cosa sia la "sudditanza" della politica e
della cultura (da ex sociologo trovo difficile separare le due, ma non
complichiamoci la vita) rispetto al "mercato".
In ultima analisi, e lo dico con tutto il rispetto possibile, non mi è
chiaro cosa significhi in pratica una "economia diversa", quali siano i
criteri in base ai quali si può giudicare se tale "economia diversa"
(assumendone la possibile esistenza, rimango del tutto aperto alla
possibilità) funzioni meglio o peggio della "economia di adesso" e in che
modo si possano condurre esperimenti concreti per arrivare alle conclusioni
del caso.
A presto,
Andrea
On Sat, Apr 27, 2019 at 11:16 AM Giacomo <giacomo(a)tesio.it> wrote:
> On April 26, 2019 9:46:28 PM UTC, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net>
> wrote:
> >Caro Giacomo,
> >la questione di certo è complessa.
> >Fare industria senza capitale credo sia molto difficile. Le macchine
> >costano... Questo è il motivo per cui capitalismo e processi
> >industriali non sono di fatto ortogonali... Inoltre il capitale è
> >spesso di Stato anche nelle economie capitaliste.
> >
> >In Cina il "capitalismo" pare pilotato in una economia tecnocratica
> >pianificata, in cui il partito controlla sia il processo produttivo che
> >il mercato del lavoro.
> >"Socialism with Chinese characteristics" comporta concentrare capitale
> >potere da una parte e generate ineguaglianza dall'altra, e il
> >partito-stato "surfa" l'onda del conflitto di classe: mi pare uno sport
> >decisamente estremo. Finché partito e capitale non entrano in conflitto
> >e il controllo sociale tiene, tutto torna, ma stanno caricando una
> >molla: occorre ricordare che l'unica rivoluzione vinta davvero è quella
> >borghese del 1789.
> >
> >Dal punto di vista strettamente climatico cosa renderebbe la produzione
> >industriale capitalista più colpevole di quella pianificata?
> >Mi viene in mente (forse è ciò a cui alludi) solo l'inefficienza della
> >produzione "inutile" indotta non dalla domanda ma dall'offerta. Cioè
> >spinta dal marketing e dai brevetti nel cassetto. Prodotti di infima
> >qualità o di cui nessuno ha bisogno.
> >Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo
> >"capitalisti", e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali
> >e sociali.
> >Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
> >A quanto mi pare, la differenza tra sistemi capitalisti e non sono le
> >razionalizzazioni per accettare le esternalità ambientali e sociali,
> >non il fatto che queste ci siano.
> >
> >Non è facile...
> >
> >Per i riferimenti:
> >
> >Ivan illich, La convivialità. 1973
> >
> >Su Humboldt ho apprezzato molto la biografia di Andrea Wulf
> >"L'invenzione della natura" 2017
> >
> >Ciao,
> >
> >Alberto
> >
> >
> >
> >On April 26, 2019 3:24:15 PM UTC, Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it>
> >wrote:
> >>On 26/04/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
> >>> Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo
> >sicuri
> >>> che sia sufficiente?
> >>
> >>Certo, superare il Capitalismo è condizione necessaria, non
> >>sufficiente.
> >>
> >>Credo che però il punto dell'articolo non fosse proporre Comunismo o
> >>Socialismo, ma semplicemente sottolineare che è urgente e necessario
> >>un radicale ripensamento della società intera a livello globale.
> >>
> >>> Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
> >>> contigue ma diverse, se non ortogonali.
> >>> Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
> >>> produzione industriale può essere sia capitalista che non
> >>capitalista.
> >>> Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico
> >ma
> >>> non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
> >>> parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
> >>> industriale che sul capitalismo...
> >>
> >>Discorso complesso.
> >>Il fatto che la Cina sia ancora Comunista / Socialista è da
> >dimostrare.
> >>Xi Jinping dice di sì. Ma direbbe il contrario se così non fosse?
> >>
> >>La produzione industriale può non essere capitalista, a senza
> >>capitalismo è necessariamente limitata dall'utilità oggettiva del
> >>prodotto, dal suo valore d'uso.
> >>Il Capitalismo invece permette di manipolare la domanda attraverso il
> >>marketing, incrementando il valore di scambio del prodotto (il prezzo)
> >>ed incentivando la produzione per massimizzare il profitto.
> >>
> >>Dunque credo che il modo di produrre (industriale) diventi
> >>problematico in funzione del perché produci e dunque del cosa e del
> >>quanto.
> >>
> >>Il Capitalismo poi può non essere industriale, ma tipicamente per
> >>adattarsi ad un'ambiente: se massimizza il profitto produrrà comunque
> >>esternalità sociali ed ecologiche semplicemente perché non rientrano
> >>nel computo da massimizzare.
> >>
> >>Per cui rimango convinto che il maggiore problema dei nostri giorni
> >>sia il Capitalismo.
> >>
> >>> Diverso sarebbe il discorso se consideriamo l'ineguaglianza.
> >>
> >>Naturalmente, ma comprendere l'importanza sociale di eguaglianza e
> >>solidarietà richiede lungimiranza. Il Capitalismo premia le startup
> >>che vengono vendute prima che la garanzia dei loro prodotti scada. :-D
> >>
> >>> Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale
> >>(á
> >>> la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
> >>> socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e
> >un
> >>> pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto
> >>antico
> >>> (penso a von Humboldt) di quello socialista.
> >>
> >>Molto interessante, mi scopro ignorante su entrambi.
> >>Cercherò di porre rimedio: hai letture da consigliare?
> >>
> >>
> >>Giacomo
>
> Grazie mille Alberto dei riferimenti.
>
> Quanto scrivi è vero, e sì: facevo riferimento alla "domanda artificiale"
> prodotta dall'offerta attraverso marketing manipolativo, che ritengo
> produca un buon 60% della produzione ed un buon 95% della spazzatura
> mondiale.
> Stima intuitiva, ovviamente: nessuno finanzierebbe mai uno studio
> scientifico serio che si ponga come obbiettivo di misurare quanta
> spazzatura è completamente riconducibile al marketing.
>
> Questa sudditanza fra Cultura (e dunque Politica) e Capitalismo è a sua
> volta una aberrazione che ha ritardato la presa di coscienza dei problemi
> ecologici che oggi sono diventati urgentissimi.
>
>
> Tuttavia c'è molto di più da considerare.
> Per esempio, in un'economia Capitalista, l'obsolescenza programmata è
> fondamentale a mantenere alti i livelli di profitto.
>
> Per contro in un'economia diversa, la produzione industriale potrebbe
> massimizzare la durata dei prodotti. Noi invece fatichiamo a rendere
> effettivo il diritto di riparare ciò che si possiede.
>
>
> On April 26, 2019 9:46:28 PM UTC, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net>
> wrote:
> >Prodotti di infima qualità o di cui nessuno ha bisogno.
> >Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo
> >"capitalisti", e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali e
> sociali.
> >Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
>
> Perché quei prodotti industriali vengono prodotti?
>
> Per soddisfare la domanda del mercato Capitalista a cui la Cina si è messa
> al servizio.
>
> Dunque di chi è la responsabilità ultima?
>
>
> Giacomo
> _______________________________________________
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April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo
On April 26, 2019 9:46:28 PM UTC, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
>Caro Giacomo,
>la questione di certo è complessa.
>Fare industria senza capitale credo sia molto difficile. Le macchine
>costano... Questo è il motivo per cui capitalismo e processi
>industriali non sono di fatto ortogonali... Inoltre il capitale è
>spesso di Stato anche nelle economie capitaliste.
>
>In Cina il "capitalismo" pare pilotato in una economia tecnocratica
>pianificata, in cui il partito controlla sia il processo produttivo che
>il mercato del lavoro.
>"Socialism with Chinese characteristics" comporta concentrare capitale
>potere da una parte e generate ineguaglianza dall'altra, e il
>partito-stato "surfa" l'onda del conflitto di classe: mi pare uno sport
>decisamente estremo. Finché partito e capitale non entrano in conflitto
>e il controllo sociale tiene, tutto torna, ma stanno caricando una
>molla: occorre ricordare che l'unica rivoluzione vinta davvero è quella
>borghese del 1789.
>
>Dal punto di vista strettamente climatico cosa renderebbe la produzione
>industriale capitalista più colpevole di quella pianificata?
>Mi viene in mente (forse è ciò a cui alludi) solo l'inefficienza della
>produzione "inutile" indotta non dalla domanda ma dall'offerta. Cioè
>spinta dal marketing e dai brevetti nel cassetto. Prodotti di infima
>qualità o di cui nessuno ha bisogno.
>Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo
>"capitalisti", e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali
>e sociali.
>Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
>A quanto mi pare, la differenza tra sistemi capitalisti e non sono le
>razionalizzazioni per accettare le esternalità ambientali e sociali,
>non il fatto che queste ci siano.
>
>Non è facile...
>
>Per i riferimenti:
>
>Ivan illich, La convivialità. 1973
>
>Su Humboldt ho apprezzato molto la biografia di Andrea Wulf
>"L'invenzione della natura" 2017
>
>Ciao,
>
>Alberto
>
>
>
>On April 26, 2019 3:24:15 PM UTC, Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it>
>wrote:
>>On 26/04/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
>>> Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo
>sicuri
>>> che sia sufficiente?
>>
>>Certo, superare il Capitalismo è condizione necessaria, non
>>sufficiente.
>>
>>Credo che però il punto dell'articolo non fosse proporre Comunismo o
>>Socialismo, ma semplicemente sottolineare che è urgente e necessario
>>un radicale ripensamento della società intera a livello globale.
>>
>>> Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
>>> contigue ma diverse, se non ortogonali.
>>> Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
>>> produzione industriale può essere sia capitalista che non
>>capitalista.
>>> Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico
>ma
>>> non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
>>> parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
>>> industriale che sul capitalismo...
>>
>>Discorso complesso.
>>Il fatto che la Cina sia ancora Comunista / Socialista è da
>dimostrare.
>>Xi Jinping dice di sì. Ma direbbe il contrario se così non fosse?
>>
>>La produzione industriale può non essere capitalista, a senza
>>capitalismo è necessariamente limitata dall'utilità oggettiva del
>>prodotto, dal suo valore d'uso.
>>Il Capitalismo invece permette di manipolare la domanda attraverso il
>>marketing, incrementando il valore di scambio del prodotto (il prezzo)
>>ed incentivando la produzione per massimizzare il profitto.
>>
>>Dunque credo che il modo di produrre (industriale) diventi
>>problematico in funzione del perché produci e dunque del cosa e del
>>quanto.
>>
>>Il Capitalismo poi può non essere industriale, ma tipicamente per
>>adattarsi ad un'ambiente: se massimizza il profitto produrrà comunque
>>esternalità sociali ed ecologiche semplicemente perché non rientrano
>>nel computo da massimizzare.
>>
>>Per cui rimango convinto che il maggiore problema dei nostri giorni
>>sia il Capitalismo.
>>
>>> Diverso sarebbe il discorso se consideriamo l'ineguaglianza.
>>
>>Naturalmente, ma comprendere l'importanza sociale di eguaglianza e
>>solidarietà richiede lungimiranza. Il Capitalismo premia le startup
>>che vengono vendute prima che la garanzia dei loro prodotti scada. :-D
>>
>>> Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale
>>(á
>>> la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
>>> socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e
>un
>>> pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto
>>antico
>>> (penso a von Humboldt) di quello socialista.
>>
>>Molto interessante, mi scopro ignorante su entrambi.
>>Cercherò di porre rimedio: hai letture da consigliare?
>>
>>
>>Giacomo
Grazie mille Alberto dei riferimenti.
Quanto scrivi è vero, e sì: facevo riferimento alla "domanda artificiale" prodotta dall'offerta attraverso marketing manipolativo, che ritengo produca un buon 60% della produzione ed un buon 95% della spazzatura mondiale.
Stima intuitiva, ovviamente: nessuno finanzierebbe mai uno studio scientifico serio che si ponga come obbiettivo di misurare quanta spazzatura è completamente riconducibile al marketing.
Questa sudditanza fra Cultura (e dunque Politica) e Capitalismo è a sua volta una aberrazione che ha ritardato la presa di coscienza dei problemi ecologici che oggi sono diventati urgentissimi.
Tuttavia c'è molto di più da considerare.
Per esempio, in un'economia Capitalista, l'obsolescenza programmata è fondamentale a mantenere alti i livelli di profitto.
Per contro in un'economia diversa, la produzione industriale potrebbe massimizzare la durata dei prodotti. Noi invece fatichiamo a rendere effettivo il diritto di riparare ciò che si possiede.
On April 26, 2019 9:46:28 PM UTC, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
>Prodotti di infima qualità o di cui nessuno ha bisogno.
>Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo
>"capitalisti", e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali e sociali.
>Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
Perché quei prodotti industriali vengono prodotti?
Per soddisfare la domanda del mercato Capitalista a cui la Cina si è messa al servizio.
Dunque di chi è la responsabilità ultima?
Giacomo
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo
On April 27, 2019 6:49:24 AM UTC, Stefano Quintarelli <Stefano(a)Quintarelli.it> wrote:
>Aggiungo che è la politica a dover stabilire gli incentivi giusti per
>il mercato
Fintanto che il mercato è un postulato indiscutibile, la Politica può solo stabilire incentivi (e sperare che funzionino) o regole (e sperare che non vengano aggirate).
Tuttavia questo è vero da quando il mercato esiste e sta portando il pianeta al collasso e la disuguaglianza alle stelle (in buona parte perché la volontà politica facilmente si allinea con quella degli attori economici più potenti, per diverse ragioni).
L'autore sostiene che questo lavoro di lima non è più compatibile con l'emergenza ecologica attuale.
E se mettiamo in discussione il mercato, il ruolo della Politica diventa molto più importante, soprattutto se non vogliamo rinunciare alla Democrazia e alla Libertà.
Ma se continuiamo ad assumere il mercato come punto fermo, se non cerchiamo di ideare e realizzare un sistema diverso, saremo costretti ad accettare un sistema totalitario globale per permettere alla nostra specie di sopravvivere.
È questo il compito più urgente che dovrebbe orientare la nostra azione Politica.
Non so dire quanto tempo abbiamo, ma di questo passo direi che siamo spacciati.
La guerra intanto è già in corso.
Giacomo
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Stefano Quintarelli
Aggiungo che è la politica a dover stabilire gli incentivi giusti per il
mercato
In seno al unsdsn.org molto lavoro è legato a ciò
In data 26 aprile 2019 11:46:43 PM Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> ha
scritto:
> Caro Giacomo,
> la questione di certo è complessa.
> Fare industria senza capitale credo sia molto difficile. Le macchine
> costano... Questo è il motivo per cui capitalismo e processi industriali
> non sono di fatto ortogonali... Inoltre il capitale è spesso di Stato anche
> nelle economie capitaliste.
>
> In Cina il "capitalismo" pare pilotato in una economia tecnocratica
> pianificata, in cui il partito controlla sia il processo produttivo che il
> mercato del lavoro.
> "Socialism with Chinese characteristics" comporta concentrare capitale
> potere da una parte e generate ineguaglianza dall'altra, e il partito-stato
> "surfa" l'onda del conflitto di classe: mi pare uno sport decisamente
> estremo. Finché partito e capitale non entrano in conflitto e il controllo
> sociale tiene, tutto torna, ma stanno caricando una molla: occorre
> ricordare che l'unica rivoluzione vinta davvero è quella borghese del 1789.
>
> Dal punto di vista strettamente climatico cosa renderebbe la produzione
> industriale capitalista più colpevole di quella pianificata?
> Mi viene in mente (forse è ciò a cui alludi) solo l'inefficienza della
> produzione "inutile" indotta non dalla domanda ma dall'offerta. Cioè spinta
> dal marketing e dai brevetti nel cassetto. Prodotti di infima qualità o di
> cui nessuno ha bisogno.
> Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo "capitalisti",
> e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali e sociali.
> Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
> A quanto mi pare, la differenza tra sistemi capitalisti e non sono le
> razionalizzazioni per accettare le esternalità ambientali e sociali, non il
> fatto che queste ci siano.
>
> Non è facile...
>
> Per i riferimenti:
>
> Ivan illich, La convivialità. 1973
>
> Su Humboldt ho apprezzato molto la biografia di Andrea Wulf "L'invenzione
> della natura" 2017
>
> Ciao,
>
> Alberto
>
>
>
> On April 26, 2019 3:24:15 PM UTC, Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> wrote:
>> On 26/04/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
>> > Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo sicuri
>> > che sia sufficiente?
> >
>> Certo, superare il Capitalismo è condizione necessaria, non
>> sufficiente.
> >
>> Credo che però il punto dell'articolo non fosse proporre Comunismo o
>> Socialismo, ma semplicemente sottolineare che è urgente e necessario
>> un radicale ripensamento della società intera a livello globale.
> >
>> > Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
>> > contigue ma diverse, se non ortogonali.
>> > Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
>> > produzione industriale può essere sia capitalista che non
>> capitalista.
>> > Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico ma
>> > non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
>> > parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
>> > industriale che sul capitalismo...
> >
>> Discorso complesso.
>> Il fatto che la Cina sia ancora Comunista / Socialista è da dimostrare.
>> Xi Jinping dice di sì. Ma direbbe il contrario se così non fosse?
> >
>> La produzione industriale può non essere capitalista, a senza
>> capitalismo è necessariamente limitata dall'utilità oggettiva del
>> prodotto, dal suo valore d'uso.
>> Il Capitalismo invece permette di manipolare la domanda attraverso il
>> marketing, incrementando il valore di scambio del prodotto (il prezzo)
>> ed incentivando la produzione per massimizzare il profitto.
> >
>> Dunque credo che il modo di produrre (industriale) diventi
>> problematico in funzione del perché produci e dunque del cosa e del
>> quanto.
> >
>> Il Capitalismo poi può non essere industriale, ma tipicamente per
>> adattarsi ad un'ambiente: se massimizza il profitto produrrà comunque
>> esternalità sociali ed ecologiche semplicemente perché non rientrano
>> nel computo da massimizzare.
> >
>> Per cui rimango convinto che il maggiore problema dei nostri giorni
>> sia il Capitalismo.
> >
>> > Diverso sarebbe il discorso se consideriamo l'ineguaglianza.
> >
>> Naturalmente, ma comprendere l'importanza sociale di eguaglianza e
>> solidarietà richiede lungimiranza. Il Capitalismo premia le startup
>> che vengono vendute prima che la garanzia dei loro prodotti scada. :-D
> >
>> > Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale
>> (á
>> > la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
>> > socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e un
>> > pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto
>> antico
>> > (penso a von Humboldt) di quello socialista.
> >
>> Molto interessante, mi scopro ignorante su entrambi.
>> Cercherò di porre rimedio: hai letture da consigliare?
> >
> >
>> Giacomo
>
>
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(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 27, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Alberto Cammozzo
Caro Giacomo,
la questione di certo è complessa.
Fare industria senza capitale credo sia molto difficile. Le macchine costano... Questo è il motivo per cui capitalismo e processi industriali non sono di fatto ortogonali... Inoltre il capitale è spesso di Stato anche nelle economie capitaliste.
In Cina il "capitalismo" pare pilotato in una economia tecnocratica pianificata, in cui il partito controlla sia il processo produttivo che il mercato del lavoro.
"Socialism with Chinese characteristics" comporta concentrare capitale potere da una parte e generate ineguaglianza dall'altra, e il partito-stato "surfa" l'onda del conflitto di classe: mi pare uno sport decisamente estremo. Finché partito e capitale non entrano in conflitto e il controllo sociale tiene, tutto torna, ma stanno caricando una molla: occorre ricordare che l'unica rivoluzione vinta davvero è quella borghese del 1789.
Dal punto di vista strettamente climatico cosa renderebbe la produzione industriale capitalista più colpevole di quella pianificata?
Mi viene in mente (forse è ciò a cui alludi) solo l'inefficienza della produzione "inutile" indotta non dalla domanda ma dall'offerta. Cioè spinta dal marketing e dai brevetti nel cassetto. Prodotti di infima qualità o di cui nessuno ha bisogno.
Però sono cose che anche i cinesi producono, pur non essendo "capitalisti", e anzi subendone direttamente le esternalità ambientali e sociali.
Per cui ancora una volta: chi inquina? Capitalismo o industria?
A quanto mi pare, la differenza tra sistemi capitalisti e non sono le razionalizzazioni per accettare le esternalità ambientali e sociali, non il fatto che queste ci siano.
Non è facile...
Per i riferimenti:
Ivan illich, La convivialità. 1973
Su Humboldt ho apprezzato molto la biografia di Andrea Wulf "L'invenzione della natura" 2017
Ciao,
Alberto
On April 26, 2019 3:24:15 PM UTC, Giacomo Tesio <giacomo(a)tesio.it> wrote:
>On 26/04/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
>> Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo sicuri
>> che sia sufficiente?
>
>Certo, superare il Capitalismo è condizione necessaria, non
>sufficiente.
>
>Credo che però il punto dell'articolo non fosse proporre Comunismo o
>Socialismo, ma semplicemente sottolineare che è urgente e necessario
>un radicale ripensamento della società intera a livello globale.
>
>> Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
>> contigue ma diverse, se non ortogonali.
>> Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
>> produzione industriale può essere sia capitalista che non
>capitalista.
>> Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico ma
>> non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
>> parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
>> industriale che sul capitalismo...
>
>Discorso complesso.
>Il fatto che la Cina sia ancora Comunista / Socialista è da dimostrare.
>Xi Jinping dice di sì. Ma direbbe il contrario se così non fosse?
>
>La produzione industriale può non essere capitalista, a senza
>capitalismo è necessariamente limitata dall'utilità oggettiva del
>prodotto, dal suo valore d'uso.
>Il Capitalismo invece permette di manipolare la domanda attraverso il
>marketing, incrementando il valore di scambio del prodotto (il prezzo)
>ed incentivando la produzione per massimizzare il profitto.
>
>Dunque credo che il modo di produrre (industriale) diventi
>problematico in funzione del perché produci e dunque del cosa e del
>quanto.
>
>Il Capitalismo poi può non essere industriale, ma tipicamente per
>adattarsi ad un'ambiente: se massimizza il profitto produrrà comunque
>esternalità sociali ed ecologiche semplicemente perché non rientrano
>nel computo da massimizzare.
>
>Per cui rimango convinto che il maggiore problema dei nostri giorni
>sia il Capitalismo.
>
>> Diverso sarebbe il discorso se consideriamo l'ineguaglianza.
>
>Naturalmente, ma comprendere l'importanza sociale di eguaglianza e
>solidarietà richiede lungimiranza. Il Capitalismo premia le startup
>che vengono vendute prima che la garanzia dei loro prodotti scada. :-D
>
>> Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale
>(á
>> la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
>> socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e un
>> pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto
>antico
>> (penso a von Humboldt) di quello socialista.
>
>Molto interessante, mi scopro ignorante su entrambi.
>Cercherò di porre rimedio: hai letture da consigliare?
>
>
>Giacomo
April 26, 2019
Statement of the FinTech Council concerning the blockchain strategy of the German government in the context of public consultations
by Giacomo
https://www.bundesfinanzministerium.de/Content/EN/Downloads/2019-04-17-stat…
Bitcoin is now ten years old and illustrates the potential, the successes and the problems of new blockchain technologies and DLT. It is problematic for the existing legal and economic system that this technology eludes regulatory intervention by operating on a distributed, dynamic and transnational basis. The idea of using the rules technically coded into the system as an absolute reference point instead of a legal framework appears attractive at first glance but is highly problematic. Every logical system is incomplete, as has been demonstrated using formal proofs (e.g. Gödel’s incompleteness theorem). This could also be true for DLT systems. The example of “The DAO” clearly shows that not all cases can be considered in advance and that errors exist in the system. However these systems do not provide for dealing with these cases or eliminating errors. In a way, the technical system resists a legal arrangement or correction and undermines the sovereignty of the legal system, in that users participate anonymously in a system without owner or operator. In this respect, this new technology disrupts the foundations of the existing economic and legal system.
The question is whether, in the course of technological progress , the further development of operator-less blockchain technology, can create the possibilities of intervening in the technology which is necessary for the legal system, or whether the conflict between the legal system and the technical systems remains unresolved. In any case, the question arises regarding which system can prevail over the other. Morally, human sovereignty over the technical system is to be demanded; in practical terms, it remains to be seen which allegiances will form and whether humans are ready to prefer technical malfunctions to human misjudgments. At present, many societies seem to be more inclined to put their faith in technology.
April 26, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo Tesio
On 26/04/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa(a)zeromx.net> wrote:
> Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo sicuri
> che sia sufficiente?
Certo, superare il Capitalismo è condizione necessaria, non sufficiente.
Credo che però il punto dell'articolo non fosse proporre Comunismo o
Socialismo, ma semplicemente sottolineare che è urgente e necessario
un radicale ripensamento della società intera a livello globale.
> Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
> contigue ma diverse, se non ortogonali.
> Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
> produzione industriale può essere sia capitalista che non capitalista.
> Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico ma
> non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
> parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
> industriale che sul capitalismo...
Discorso complesso.
Il fatto che la Cina sia ancora Comunista / Socialista è da dimostrare.
Xi Jinping dice di sì. Ma direbbe il contrario se così non fosse?
La produzione industriale può non essere capitalista, a senza
capitalismo è necessariamente limitata dall'utilità oggettiva del
prodotto, dal suo valore d'uso.
Il Capitalismo invece permette di manipolare la domanda attraverso il
marketing, incrementando il valore di scambio del prodotto (il prezzo)
ed incentivando la produzione per massimizzare il profitto.
Dunque credo che il modo di produrre (industriale) diventi
problematico in funzione del perché produci e dunque del cosa e del
quanto.
Il Capitalismo poi può non essere industriale, ma tipicamente per
adattarsi ad un'ambiente: se massimizza il profitto produrrà comunque
esternalità sociali ed ecologiche semplicemente perché non rientrano
nel computo da massimizzare.
Per cui rimango convinto che il maggiore problema dei nostri giorni
sia il Capitalismo.
> Diverso sarebbe il discorso se consideriamo l'ineguaglianza.
Naturalmente, ma comprendere l'importanza sociale di eguaglianza e
solidarietà richiede lungimiranza. Il Capitalismo premia le startup
che vengono vendute prima che la garanzia dei loro prodotti scada. :-D
> Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale (á
> la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
> socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e un
> pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto antico
> (penso a von Humboldt) di quello socialista.
Molto interessante, mi scopro ignorante su entrambi.
Cercherò di porre rimedio: hai letture da consigliare?
Giacomo
April 26, 2019
Re: [nexa] Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Alberto Cammozzo
Non dico che non sia vero e probabilmente necessario, ma siamo sicuri
che sia sufficiente?
Confonde capitalismo e produzione industriale, che sono due cose
contigue ma diverse, se non ortogonali.
Il capitalismo può essere sia industriale che non industriale e la
produzione industriale può essere sia capitalista che non capitalista.
Visto che anche il comunismo sovietico (industriale e tecnocratico ma
non capitalista) ha fatto la sua brava parte con il clima (per non
parlare di quello cinese), punterei più il dito sulla produzione
industriale che sul capitalismo... Diverso sarebbe il discorso se
consideriamo l'ineguaglianza.
Forse le critiche all'industrializzazione e alla civiltà industriale (á
la Ivan Illich) sono molto meno politicamente consolidate di quelle
socialiste al capitalismo, che di per se però non hanno una base e un
pensiero ecologista e sistemico, pur essendo questo altrettanto antico
(penso a von Humboldt) di quello socialista.
ciao,
Alberto
On 26/04/2019 15:44, Giacomo Tesio wrote:
> https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/mar/18/ending-climate-change…
>
> Climate change activism is increasingly the domain of the young, such
> as 16-year-old Greta Thunberg, the unlikely face of the school strike
> for climate movement, which has seen many thousands of children walk
> out of school to demand that their parents’ generation takes
> responsibility for leaving them a planet to live on. In comparison,
> the existing political establishment looks more and more like an
> impediment to change. [...]
>
> Today’s children, as they become more politically aware, will be much
> more radical than their parents, simply because there will be no other
> choice for them. This emergent radicalism is already taking people by
> surprise. The Green New Deal (GND), a term presently most associated
> with 29-year-old US representative Alexandria Ocasio-Cortez, has
> provoked a wildly unhinged backlash from the “pro free market” wing,
> who argue that it’s a Trojan horse, nothing more than an attempt to
> piggyback Marxism onto the back of climate legislation.
>
> The criticism feels ridiculous. [...] Climate change is the result of
> our current economic and industrial system. GND-style proposals marry
> sweeping environmental policy changes with broader socialist reforms
> because the level of disruption required to keep us at a temperature
> anywhere below “absolutely catastrophic” is fundamentally, on a deep
> structural level, incompatible with the status quo.
>
> Right now we can, with a massive investment of effort by 2030, just
> about keep the warming level below 1.5C. This is “bad, but manageable”
> territory. Failing to put that effort in sees the world crossing more
> severe temperature barriers that would lead to outcomes like ecosystem
> collapse, ocean acidification, mass desertification, and coastal
> cities being flooded into inhabitability.
>
> We will simply have to throw the kitchen sink at this. Policy tweaks
> such as a carbon tax won’t do it. We need to fundamentally re-evaluate
> our relationship to ownership, work and capital. [...]
>
> It’s the Marxism of Groucho rather than Karl: “Who are you going to
> believe? The serious political professionals or your own lying eyes?”
>
> US Senator Dianne Feinstein’s meeting with schoolchildren petitioning
> her to take action over the issue went viral because of the way she
> condescended to them for, basically, asking her to leave them a planet
> behind to live on. “I’ve been doing this for 30 years,” she said, “I
> know what I’m doing.” The obvious response is, of course, that messing
> something up for 30 years is quite long enough, thanks. Long tenure
> without results is not the same thing as expertise.
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
April 26, 2019
Implications of Quantum Computing for Encryption Policy - Carnegie Endowment for International Peace
by Alberto Cammozzo
<https://carnegieendowment.org/2019/04/25/implications-of-quantum-computing-…>
[...]
The security of encryption systems relies on the use of operations that
can be done quickly by someone who knows a secret key but requires
vastly more time for someone who does not know it. An encryption
algorithm typically has an adjustable key size, and the algorithm is
designed so that a modest increase in the key size causes a modest
increase in decryption time for those who know the key, but a massive
increase in decryption time for those who don’t know it. This ensures
that the key size can be made large enough so that decryption becomes
massively, prohibitively expensive for those who do not know the key,
but remains very practical for keyholders. The security of a
cryptographic algorithm depends on maintaining a very large gap between
the effect of a key size increase on those that know the key versus
those that do not know it.
Decryption without knowing the key amounts, in practice, to a kind of
brute-force search: it requires searching an extremely large space of
possible secret keys, trying different keys in turn until finding one
that unlocks the encrypted data. On a classical computer, the expected
time required to do this is proportional to the number of possible keys
that exist—the searcher must try half of the possible keys to have a
fifty-fifty chance of trying the correct one.
The effect of quantum computing on the security of an encryption
algorithm depends on how large of an effect quantum computing will have
on the time required for nonkeyholders to find the secret key.
Encryption Algorithms That Quantum Will Thoroughly Compromise
For some encryption algorithms, quantum computing might allow those
without the key to sidestep entirely the need to do brute-force search
by, for example, enabling a key extraction algorithm that can find the
decryption key directly without a blind search. For instance, the
popular Rivest-Shamir-Adleman (RSA) encryption algorithm relies on the
assumption that factoring a large number is very difficult. In RSA, the
secret key is essentially a pair of large prime numbers, P and Q. The
product of multiplying P and Q is published, but it is assumed that an
adversary who knows the product of P and Q cannot derive the factors P
and Q from that product except by a variant of brute-force search.
Factoring appears to be very time-consuming for classical computers, but
a quantum computer could quickly extract the factors P and Q by using a
method called Shor’s Algorithm. In a world with large quantum computers,
RSA would not be secure because someone without the key who knows the
publicly available product of P and Q could quickly recover the secret key.
Encryption Algorithms That Can Be Kept Secure By Increasing Key Size
Other encryption algorithms are not prone to being defeated so
thoroughly by a method like Shor’s Algorithm. For these methods, quantum
computing is not a fatal threat, because an adversary must still engage
in brute-force search. But there is a quantum shortcut, called Grover’s
Algorithm, that can speed up any brute-force search substantially,
allowing a space of a given size to be searched in an amount of time
proportional to the square root of that size. This approach would be
enough to defeat many encryption methods if they are not adjusted.
In this case, it is possible to compensate for the effect of quantum
computing by increasing the key size, expanding the space that must be
searched by brute force, so as to counteract the effect of Grover’s
Algorithm. For many encryption algorithms, doubling the key size, say
from 128 bits to 256 bits, has the effect of squaring the size of the
key space that someone without the key would have to search. This
countermeasure exactly offsets the square-root effect of Grover’s
Algorithm, restoring the security level of the pre-quantum algorithm.
One consequence is that data that was encrypted before the emergence of
viable quantum computing—with the original smaller key size—will become
susceptible to decryption when quantum computing does become available,
but data encrypted with the larger quantum-safe key size will continue
to be secure. (Like classical computers, quantum computers would be
expected to get faster over time, necessitating the same kinds of
generational increases in key size that have been necessary in the
pre-quantum computing era.)
[...]
April 26, 2019
Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?
by Giacomo Tesio
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/mar/18/ending-climate-change…
Climate change activism is increasingly the domain of the young, such
as 16-year-old Greta Thunberg, the unlikely face of the school strike
for climate movement, which has seen many thousands of children walk
out of school to demand that their parents’ generation takes
responsibility for leaving them a planet to live on. In comparison,
the existing political establishment looks more and more like an
impediment to change. [...]
Today’s children, as they become more politically aware, will be much
more radical than their parents, simply because there will be no other
choice for them. This emergent radicalism is already taking people by
surprise. The Green New Deal (GND), a term presently most associated
with 29-year-old US representative Alexandria Ocasio-Cortez, has
provoked a wildly unhinged backlash from the “pro free market” wing,
who argue that it’s a Trojan horse, nothing more than an attempt to
piggyback Marxism onto the back of climate legislation.
The criticism feels ridiculous. [...] Climate change is the result of
our current economic and industrial system. GND-style proposals marry
sweeping environmental policy changes with broader socialist reforms
because the level of disruption required to keep us at a temperature
anywhere below “absolutely catastrophic” is fundamentally, on a deep
structural level, incompatible with the status quo.
Right now we can, with a massive investment of effort by 2030, just
about keep the warming level below 1.5C. This is “bad, but manageable”
territory. Failing to put that effort in sees the world crossing more
severe temperature barriers that would lead to outcomes like ecosystem
collapse, ocean acidification, mass desertification, and coastal
cities being flooded into inhabitability.
We will simply have to throw the kitchen sink at this. Policy tweaks
such as a carbon tax won’t do it. We need to fundamentally re-evaluate
our relationship to ownership, work and capital. [...]
It’s the Marxism of Groucho rather than Karl: “Who are you going to
believe? The serious political professionals or your own lying eyes?”
US Senator Dianne Feinstein’s meeting with schoolchildren petitioning
her to take action over the issue went viral because of the way she
condescended to them for, basically, asking her to leave them a planet
behind to live on. “I’ve been doing this for 30 years,” she said, “I
know what I’m doing.” The obvious response is, of course, that messing
something up for 30 years is quite long enough, thanks. Long tenure
without results is not the same thing as expertise.
April 26, 2019
The Tech Industry’s Psychological War on Kids – Richard Freed – Medium
by J.C. DE MARTIN
https://medium.com/@richardnfreed/the-tech-industrys-psychological-war-on-k…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 26, 2019
Bundeskartellamt - Homepage - Bundeskartellamt prohibits Facebook from combining user data from different sources
by J.C. DE MARTIN
https://www.bundeskartellamt.de/SharedDocs/Meldung/EN/Pressemitteilungen/20…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 26, 2019
Amazon's system for tracking its warehouse workers can automatically fire them - MIT Technology Review
by J.C. DE MARTIN
https://www.technologyreview.com/f/613434/amazons-system-for-tracking-its-w…
(Sent from my wireless device; please excuse brevity and typos (if any))
April 26, 2019
Skip the Surveillance By Opting Out of Face Recognition At Airports
by gianluca quaglia
By Jason Kelley
April 24, 2019
Government agencies and airlines have ignored years of warnings from
privacy groups and Senators that using face recognition technology on
travelers would massively violate their privacy. Now, the passengers are
in revolt as well, and they’re demanding answers.
Last week, a lengthy exchange on Twitter between a traveler who was
concerned about her privacy and a spokesperson for the airline JetBlue
went viral, and many of the questions asked by the traveler and others
were the same ones that we’ve posed to Customs and Border Protection
(CBP) officials: Where did you get my data? How is it protected? Which
airports will use this? Where in the airports will it be used? Most
importantly, how do I opt-out?
[...]
continua qui
https://www.eff.org/deeplinks/2019/04/skip-surveillance-opting-out-face-rec…
April 26, 2019