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utilizzo immagini sigla tv
by Giulia Iozzia
Cari,
Vi disturbo per chiedervi se per caso qualcuno di voi si è mai imbattuto in un filone giurisprudenziale e/o dottrinale con riferimento all'utilizzo dell'immagine di un partecipante ad un programma televisivo all'interno della sigla di detto programma. In particolare, ed assumendo (per quanto dibattuto) che, ai fini del programma televisivo, vi sia un consenso tacito all'utilizzo dell'immagine - derivante dalla partecipazione volontaria al programma stesso - mi chiedo se tale consenso possa "estendersi" alla sigla o se, al contrario, sia necessario a tal fine un consenso esplicito da parte del soggetto interessato.
Vi ringrazio in anticipo per ogni eventuale spunto e/o suggerimento possiate darmi in merito!
Giulia
Feb. 16, 2015
Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
by rassu
Buongiorno.
Grazie per i commenti, a cui rispondo (vedasi sotto, testo in azzurro corsivo).
Cordialmente
antonio l.rassu
----- Original Message -----
From: "Luca Cappelletti" <luca.cappelletti(a)gmail.com>
To: "Lista Nexa Center" <nexa(a)server-nexa.polito.it>
Sent: Saturday, February 14, 2015 10:12 PM
Subject: Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
> Buonasera
>
> 2015-02-14 15:33 GMT+01:00 rassu <rassu(a)c-m.it>:
> ...
>>
>> Un esempio: ciascuna regione ha una propria applicazione di gestione
>> dell’anagrafe diversa da quella delle altre regioni anche se risponde a
>> requisiti normativi che non differiscono da regione a regione. Per giunta,
>> quasi sempre, la singola applicazione non è in grado di dialogare con le
>> altre.
>
> quello che cerco di aspettarmi dagli effetti di un simile emendamento
> sarebbe l'applicazione che possa andare oltre l'invito di una
> metodologia che ha reso Internet quella che è oggi riuscendo a
> resistere ad attacchi fortissimi, che si puo consolidare su due
> aspetti principali:
> - protocolli standard ( procedure, processi, regole di interfacciamento, ...)
> - formati di interscampio aperti (anche come subset del precedente punto)
>
> con soli questi due strumenti si costruiscono basi solide che allo
> stesso tempo lasciano ampie liberta sulle modalita di implementazione
>
> vorrei provare con un esempio sicuramente scontato:
> Anagrafe regione X usa software proprietario chiuso
> Anagrafe regione Y usa SaaS
> Anagrafe regione Z usa software libero a vario titolo
>
> tutti e tre usano formati di interscambio aperti e normati dallo Stato
> tutti e tre usano gli stessi protocolli normati dallo Stato
>
> le famose API (Application Program Interfaces)
>
> Quarto attore si progetta un software in casa per comunicare in modo standard
>
> Risultato:
> l'accesso e l'interscambio è garantito, ovvero l'informazione fluisce
> in modo strutturato e con modalita deterministiche e prevedibili
> indipendentemente dalle implementazioni
>
> a me spannometricamente sembra una soluzione win-win
> si tratterebbe in fondo di copiarte modelli gia consolidati da decenni
> dalle pratiche di sviluppo delle reti
>
> ...
>> Riferendoci all’ampio mondo dell’informatica applicativa, tutti sappiamo che
>> da decenni, un’applicazione di contabilità generale non viene più scritta o
>> gestita custom dagli utilizzatori, ma si usano dei package che, ove
>> necessario, vengono parametrati per attivare funzionalità specifiche. Sia
>> ben chiaro che non sto suggerendo l’adozione di package di questo o di quel
>> produttore. Sto semplicemente affermando che sarebbe bastato che le regioni
>> si fossero messe d’accordo per produrre e avvalersi di uno stesso software,
>> replicato tante volte quanto serve, per evitare di moltiplicare i costi di
>> sviluppo, di mantenimento e di gestione delle interazioni eventuali (che
>
> verissimo, ma prima di tutto, se le regioni avessero avuto un accordo
> vincolante sul formato di interscambio dei dati (forse è gia cosi, non
> so)
>
>> oggi sono manuali). L’alternativa poteva essere quella di disporre di un
>> unico software condiviso, accessibile a ciascuna regione per la parte di
>> competenza. Ci si sarebbe avvalsi perciò di un solo software, se il caso in
>
> utilizzatre un unico software è in generare una forma di point of
> failure in termini di sicurezza ed integrita infrastrutturale,
> basterebbe una parte di codice corrotta che tutto il network ne
> risentirebbe allo stesso modo.
Mentre, in linea di massima sono d’accordo con molte osservazioni, non lo sono con questa. Non mi risulta che avere un “unico software” costituisca una criticità di per sé. La criticità si ha se non si hanno le capacità di implementarlo/testarlo adeguatamente. Tuttavia vi sono metodi e strumenti che rendono infinitesimale il rischio, come avviene nel caso del software custom, cioè quello denominato “core-business” in alternativa a “commodity”, perché mirato a gestire le problematiche specifiche che caratterizzano il profilo competitivo di una determinata impresa finalizzato a differenziarsi da quelle concorrenti dello stesso settore.
> Diversificare permette di alimentare un
> mercato/concorrenza che esiste e non se ne puo/vuole fare a meno.La
> diversificazione in regime di concorrenza ha come buon effetto quello
> di cercare necessariamente di produrre un codice sempre migliore e se
> anche aperto allora soggetto a valutazione piu ampia (debug piu veloce
> a costi piu ridotti)
Ben venga la concorrenza, non sostengo certo il contrario. Circa il fatto che il software sia aperto, neanche qui ho niente in contrario, almeno di principio. Del resto uno dei due punti che ho formulato, nella risposta alla consultazione pubblica sul tema della crescita digitale 2014-2020 relativa ai piani per l’Agenda Digitale Italiana (consultabile al link:
http://www.agid.gov.it/sites/default/files/iniziative/report_crescita-digit… ),
riguarda proprio l’Open Source e il modello di business che ritengo sostenibile (vedasi a pag 35 del documento che rimanda al link: http://www.rassu.org/AgID/OS-consultazione-AgID.pdf dove è giusto riportato il mio intervento).
Tuttavia nel caso specifico dubito che, per la tipologia di software in questione, il modello di business si possa conciliare con l’economia di mercato senza che si contribuisca economicamente con soldi pubblici. Niente di male, per carità, ma si tratta di software che bisognerebbe definire “pubblico” e non più “libero”. Altrimenti anche per la sanità sarebbe giusto parlare di “sanità libera”e non di “sanità pubblica”. Sarebbe autoreferenziale e non condivisibile modificare l’accezione dei termini, rendendoli ostici alla percezione di molti, fino a causare dannose incomprensioni.
Circa il tema dell’occupazione, come espongo nell’intervento, la si ritiene ampiamente ottenibile attraverso la promozione del servizio di “Migrazione del Sistema Informatico” adottando appunto criteri di riferimento standard, che impediscano anzitutto monopoli costosi e dannosi. Uno degli aspetti più interessanti in questo senso è l’adozione di uno standard di codifica per la piattaforma di elaborazione, attraverso l’abbandono in particolare del criterio di codifica EBCDIC. Si tratta di progetti denominati “rehosting” che consentono di ridurre i costi ricorrenti di gestione del centro (running costs) normalmente di sei volte e producono una grande quantità di lavoro. In Piemonte vi sono forti esperienze su questi temi (per esempio i rehosting sono stati effettuati per Fiat Auto, ora FCA, per IVECO, per Alenia, per Benetton e altri). Un mercato valutato, a livello mondiale, in 50 miliardi di Euro ma che vede molti utilizzatori restii per motivi che non sono di dominio pubblico. Vige quasi sempre l’autoreferenzialità e la non condivisione documentata delle motivazioni. In pratica se ne avvantaggiano pochi interessati a mantenere lo status quo e il monopolista. Forse può essere utile parlarne …….
> ...
>> Tuttavia, aver fatto un passo avanti così importante, è un grande segno di
>> concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi
>> successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando
>> tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
>
> con il solo invito vincolante all'utilizzo di determinati formati e
> protocolli aperti e standard l'occupazione aumenta in quanto si creano
> le classiche premesse di un mercato libero e meno vincolato che lavora
> in regime di concorrenza.
> I bandi non saranno basati sul brute force dei big vendors ma avendo
> come punti di riferimento i suddetti standard permetterebero un
> accesso anche ad operatori relativamente piccoli ma in grado di
> rispondere con la stessa qualita (sto riducendo troppo il discorso mi
> rendo conto della complessta del problema)
>
> Buona serata
>
> Luca Cappelletti
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>
Feb. 15, 2015
Re: [nexa] Discussione sull'emendamento Quintarelli
by giorgio.giunchi@cctld.it
Lo Stato lo Stato e' "responsabile", lo Stato "risponde" politicamente
ai cittadini - questo e' segno a mio avviso limpidamente autoevidente
e puntuale dello emendamento Quintarelli.
Su quali termini del problema lo Stato "risponde"? Sui suoi termini
"interconnessi" [nel tempo di una interconnessione di reti irrevvocabile
all' incirca come il cannocchiale e la penncillina ..]: dati e processi
e infrastrutture.
Su quale esercizio? Quello appropriato sul quale lo stato e' owner: la
amministrazione della cosa pubblica, la rete cittadini-Stato.
A quale livello di responsabilita' lo Stato risponde? Al livello che
non consente assoluzioni e indecorosi alibi e rinvii di resonsabilita':
il livello ovvbiamente "eminente" - il Parlamento quindi , e con cio' stesso
l' Esecutivo dal Parlamentoconvalidato.
A quale impegnativo rango cio' viene sancito ? Anche qui ovviamente al
rango *eminente*, senno' i conti non tornano, quello Costituzionale.
Lo Stato e' responsabile.
Ancora rinvio alla scrittura lucida e inconfutata [come rimasero
sostanzialmente inconfutare le disamine di Gerace Gallino Soria
Sacerdoti ..] di un percorso amaramente segnato dalla *irresponsabilita'*
di Stato e ragion politica, e dal loro cronicizzato disallineamento da ragion
tecnica ed evoluzione tecnologica
Matta, Meo: "Percorsi dell' informatica italiana, tra politici e non-politica"
http://public.it/politica_scienza/html/i_treni_perduti.html
giorgio
Giulio De Petra <giulio.depetra(a)gmail.com> ha scritto:
> Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento
> Quintarelli. E' una buona cosa.
> Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in
> questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi)
> mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto
> giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno.
> Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e'
> inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano
> non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna
> di frequentare)
>
> 1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti
> positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei
> processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova
> norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi
> esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e
> realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la
> costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione,
> così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione
> nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la
> difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di
> "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il
> coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della
> pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un
> processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il
> cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una
> necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
>
> 2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo
> stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con
> elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si
> sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi
> dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella
> capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e
> comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare
> innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture,
> che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono
> la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open
> Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la
> regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna
> per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato
> ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su
> Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale
> e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per
> la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia
> esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga
> esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di
> innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e
> competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
>
> 3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte
> delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro
> di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che
> nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la
> competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli
> e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita
> in futuro.
> E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi
> rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi
> preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le
> migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di
> fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia
> di Agid.
>
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>
Feb. 15, 2015
Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
by Anna Masera
Scusate se l'avete già visto, ma vi segnalo che qui Quinta ieri ha pubblicato un post in cui illustra in modo più completo il pensiero dietro al suo emendamento:
http://stefanoquintarelli.tumblr.com/post/111000924305/di-norme-e-fatti
Buona domenica
Anna
Inviato da iPhone
> Il giorno 13/feb/2015, alle ore 16:39, Stefano Quintarelli <stefano(a)quintarelli.it> ha scritto:
>
> alcuni commenti succinti:
>
>
>> On 13/02/2015 15:28, Federico Morando wrote:
>> /Cari Tutti,//
>> //
>> //dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi
>> sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere
>> in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben
>> sapete.//
>> //In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano
>> interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti
>> sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di
>> informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste
>> riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona
>> anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio
>> ovviamente a lui qualsiasi replica./
>>
>> /Federico/
>>
>> ---
>>
>> Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto
>> “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono
>> seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un
>> caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche
>> sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso
>> così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari
>> anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non
>> pienamente concordi.
>>
>> Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui
>> vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo
>> delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e
>> piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla
>> piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla
>> normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla
>> giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora
>> calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo
>> intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con
>> un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa
>> introdotta induce a mio parere alcune domande.
>>
>> 1.
>>
>> Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl
>> di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento
>> approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti
>> della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo
>> articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale
>> approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117
>> presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni
>> sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con
>> l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001
>> l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo
>> elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione
>> esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo
>> dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e
>> determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e
>> informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale;
>> opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi
>> e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati.
>>
>> Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un
>> percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e
>> dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va
>> considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi
>> bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare
>> efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla
>> Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in
>> questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa
>> enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli,
>> una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa,
>> anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a
>> beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle
>> modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo
>> delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti.
>
> si, e' l'inizio di un percorso, che non e' obbligatorio.
> oggi fare un coordinamento di processi e' anticostituzionale, domani non lo sara'.
>
>>
>> 2.
>>
>> Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un
>> incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e
>> interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo
>> ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web
>> Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will
>> unleash the next generation of technology, business and social
>> innovators”
>> (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee)
>>
>>
>> Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e
>> accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli,
>> buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite,
>> soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale,
>> oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose
>> barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come
>> conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con
>> l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con
>> disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono
>> a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di
>> innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro?
>
> non tutto deve essere legislativo, la legge può dare un framework.
>
>>
>> 3.
>>
>> Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una
>> “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in
>> grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi
>> dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C
>> con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio
>> comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di
>> descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo.
>>
>> Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente
>> ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”,
>> pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno
>> (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii)
>> Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore
>> pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti
>> da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare
>> nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa
>> via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica
>> amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori
>> servizi a cittadini e imprese.
>>
>> L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose
>> esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni
>> culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento,
>> determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo
>> fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi
>> operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei
>> costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del
>> tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se
>> il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza
>> specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti,
>> sostenuto da una comunità di sviluppatori).
>
> l'emendamento non parla di soluzioni centralizzate ma solo coordinate.
> sarebbe come affermare che IANA ha il monopolio della costruzione di internet..
>
>>
>> 4.
>>
>> L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo,
>> della governance del processo di coordinamento.
>>
>> Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me
>> sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato
>> dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso
>> la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi.
>> W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base
>> volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di
>> ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia
>> con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data
>> Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia
>> dei 100 associati.
>>
>> Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in
>> tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà,
>> comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano
>> compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse
>> un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche
>> funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA,
>> si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni.
>> Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie.
>
> e' di questi giorni la collecitazione della conf. stato regioni di un coordinamento politico permanente. nel comitato di indirizzo siedono rappresentanti dei principali dicasteri coinvolti, regioni e comuni. idem per commissione SPC, ecc.
>
>
>
>>
>> Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi
>> evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95
>> miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3
>> miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017) Per
>> quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500
>> milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende
>> su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud
>> computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia
>> di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori
>> impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo
>> tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo
>> a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato.
>
>
> cosa che non c'entra con l'emendamento, essendo stata fatta l'anno scorso..
> _______________________________________________
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> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Feb. 15, 2015
Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
by M. Fioretti
On 2015-02-14 15:33, rassu wrote:
> L’autonomia data alle regioni dal dettato costituzionale ha favorito
> la creazione di barriere verso una qualsiasi razionalizzazione,
> creando un danno consistente alla società civile. Il primo limite da
> rimuovere era perciò quello...
>
> ...un passo avanti così importante, è un grande segno di concretezza
> che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi successivi
> nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando tutti
> gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
sono decenni che "minimizzare gli impatti negativi sull'occupazione" è
un'altra, e non l'ultima, barriera proprio
"verso una qualsiasi razionalizzazione, creando un danno consistente
alla società civile"
e impatti molto negativi proprio sull'occupazione. Ormai nella PA
(anche fuori, certo) ci sono tanti di quei posti di lavoro inutili,
o che possono essere resi inutili, soprattutto nelle aree/funzioni
più migliorabili tramite digitalizzazione e coordinamento informatico,
che qualsiasi razionalizzazione DEVE avere "impatti molto negativi"
su QUELLA occupazione.
E' inutile girarci intorno. O illudersi e illudere che quelli che
ne saranno colpiti potranno essere riqualificati (parliamo di
quelli che stampano i PDF per scansionarli) o ricollocati in mansioni
di pari livello, se non in minima parte. O che la digitalizzazione
creerà più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Perché anche SE è
vero, è vero su tempi molto più lunghi di quelli che queste persone
riuscirebbero a sopravvivere senza stipendio, o è vero per lavori
per cui quasi tutte quelle persone non riuscirebbero mai a
riqualificarsi.
"Tranquillo, FINALMENTE digitalizziamo tutto e quindi non ci servirà
più chi stampa PDF, ma tranquillo: per gestire il nuovo sistema
serviranno 10 amministratori di sistema esperti di Java+Ruby+MySql...
il PROSSIMO MESE, fai domanda per quelli"
Poi per carità: ogni settore è diverso, bisogna valutarli uno per
uno con molto buon senso, e soprattutto NON si deve lasciar morire
di fame, o in mezzo alla strada sfrattato, o privo di assistenza
medica seria NESSUNO. Ma quello è un altro discorso, gli impatti
MOLTO negativi su certa "occupazione" come si fa a evitarli? E
soprattutto: perché si dovrebbe farlo?
Marco
--
http://mfioretti.com
Feb. 15, 2015
Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
by Luca Cappelletti
Buonasera
2015-02-14 15:33 GMT+01:00 rassu <rassu(a)c-m.it>:
...
>
> Un esempio: ciascuna regione ha una propria applicazione di gestione
> dell’anagrafe diversa da quella delle altre regioni anche se risponde a
> requisiti normativi che non differiscono da regione a regione. Per giunta,
> quasi sempre, la singola applicazione non è in grado di dialogare con le
> altre.
quello che cerco di aspettarmi dagli effetti di un simile emendamento
sarebbe l'applicazione che possa andare oltre l'invito di una
metodologia che ha reso Internet quella che è oggi riuscendo a
resistere ad attacchi fortissimi, che si puo consolidare su due
aspetti principali:
- protocolli standard ( procedure, processi, regole di interfacciamento, ...)
- formati di interscampio aperti (anche come subset del precedente punto)
con soli questi due strumenti si costruiscono basi solide che allo
stesso tempo lasciano ampie liberta sulle modalita di implementazione
vorrei provare con un esempio sicuramente scontato:
Anagrafe regione X usa software proprietario chiuso
Anagrafe regione Y usa SaaS
Anagrafe regione Z usa software libero a vario titolo
tutti e tre usano formati di interscambio aperti e normati dallo Stato
tutti e tre usano gli stessi protocolli normati dallo Stato
le famose API (Application Program Interfaces)
Quarto attore si progetta un software in casa per comunicare in modo standard
Risultato:
l'accesso e l'interscambio è garantito, ovvero l'informazione fluisce
in modo strutturato e con modalita deterministiche e prevedibili
indipendentemente dalle implementazioni
a me spannometricamente sembra una soluzione win-win
si tratterebbe in fondo di copiarte modelli gia consolidati da decenni
dalle pratiche di sviluppo delle reti
...
> Riferendoci all’ampio mondo dell’informatica applicativa, tutti sappiamo che
> da decenni, un’applicazione di contabilità generale non viene più scritta o
> gestita custom dagli utilizzatori, ma si usano dei package che, ove
> necessario, vengono parametrati per attivare funzionalità specifiche. Sia
> ben chiaro che non sto suggerendo l’adozione di package di questo o di quel
> produttore. Sto semplicemente affermando che sarebbe bastato che le regioni
> si fossero messe d’accordo per produrre e avvalersi di uno stesso software,
> replicato tante volte quanto serve, per evitare di moltiplicare i costi di
> sviluppo, di mantenimento e di gestione delle interazioni eventuali (che
verissimo, ma prima di tutto, se le regioni avessero avuto un accordo
vincolante sul formato di interscambio dei dati (forse è gia cosi, non
so)
> oggi sono manuali). L’alternativa poteva essere quella di disporre di un
> unico software condiviso, accessibile a ciascuna regione per la parte di
> competenza. Ci si sarebbe avvalsi perciò di un solo software, se il caso in
utilizzatre un unico software è in generare una forma di point of
failure in termini di sicurezza ed integrita infrastrutturale,
basterebbe una parte di codice corrotta che tutto il network ne
risentirebbe allo stesso modo.Diversificare permette di alimentare un
mercato/concorrenza che esiste e non se ne puo/vuole fare a meno.La
diversificazione in regime di concorrenza ha come buon effetto quello
di cercare necessariamente di produrre un codice sempre migliore e se
anche aperto allora soggetto a valutazione piu ampia (debug piu veloce
a costi piu ridotti)
...
> Tuttavia, aver fatto un passo avanti così importante, è un grande segno di
> concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi
> successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando
> tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
con il solo invito vincolante all'utilizzo di determinati formati e
protocolli aperti e standard l'occupazione aumenta in quanto si creano
le classiche premesse di un mercato libero e meno vincolato che lavora
in regime di concorrenza.
I bandi non saranno basati sul brute force dei big vendors ma avendo
come punti di riferimento i suddetti standard permetterebero un
accesso anche ad operatori relativamente piccoli ma in grado di
rispondere con la stessa qualita (sto riducendo troppo il discorso mi
rendo conto della complessta del problema)
Buona serata
Luca Cappelletti
Feb. 14, 2015
Re: [nexa] Discussione sull'emendamento Quintarelli
by Stefano Quintarelli
sottoscerivo 100%
dire "non rubare senno' ti ingabbio" non e' sufficiente ad evitare i furti
occorre una pressione sociale forte, distribuita
On 14/02/2015 18:13, Giovanni Bruno wrote:
> Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma
> costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un
> lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una
> promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento
> delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e
> di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi
> Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da
> Piemonte e Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo
> augurarci che l’unanimità della Camera sui temi del digitale si
> trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative.
Feb. 14, 2015
Re: [nexa] Discussione sull'emendamento Quintarelli
by Giorgio Ventre
Perdonate se invece vedo nell'approvazione di questa norma un passo
decisamente in avanti.
Elimina gli alibi "autonomistici" che molto spesso erano il velo ad una
mera gestione di una fetta di potere.
E rende possibile la successiva emanazione di norme operative che
rendano concreto il coordinamento.
Un cordiale saluto
Giorgio
========================================================================
Prof. Ing. Giorgio Ventre
Dipartimento di Ingegneria Elettrica e Tecnologie dell'Informazione
Università degli Studi di Napoli Federico II
Via Claudio 21
80125, Napoli, Italy
Tel: +39 081 7683908 Fax: +39 081 7683816 Mob: +39 3807679372
E-mail: giorgio(a)unina.it
http://www.comics.unina.it
http://www.docenti.unina.it/giorgio.ventre
========================================================================
On 14/02/2015 18:13, Giovanni Bruno wrote:
>
> Gli esempi proposti da Quintarelli di “buone pratiche” di
> coordinamento possono aiutarci a capire in che modo superare quella
> frammentazione dell’IT pubblico che finisce per rappresentare una
> tassa occulta per i cittadini e gli operatori economici.
>
> Ben venga la definizione di criteri di progettazione e valutazione dei
> servizi digitali prodotti dalla PA e di standard di riferimento per il
> loro sviluppo. Ben venga il progetto di un portale del cittadino,
> inteso come “ambiente accogliente” per applicazioni distribuite. Ma la
> domanda è perché queste cose non sono state fatte? E quindi, quale può
> essere la strada migliore per affrontare queste resistenze e questi
> ritardi?
>
> La passività del settore pubblico in Italia sui temi dell’innovazione
> tecnologica (perché non solo di amministrazione, né solo di burocrazia
> si tratta; non solo di periferia, ma anche di centro) può ben essere
> illustrata dall’approccio al problema dell’Open Data, oggi fattore
> assolutamente decisivo per lo sviluppo. In questo caso, l’assegnazione
> allo Stato del coordinamento “informatico dei dati
> dell'amministrazione statale” è già prevista esplicitamente in
> costituzione dal 2001. E anche a livello di legislazione ordinaria il
> percorso è stato già da tempo avviato con l’introduzione del principio
> dell’”open by default” introdotto dal governo Monti (se non sbaglio);
> così come esistono linee guida prodotte dall’AgID
> sull’interoperabilità semantica.
>
> A fronte di un quadro normativo e regolamentare assolutamente concorde
> (e, almeno parzialmente, efficace) bisogna però registrare un’assoluta
> frammentarietà nella disponibilità dei dati. Non solo per l’imperfetta
> adozione di queste pratiche (con la maggior parte delle
> amministrazioni che ancora non vi hanno ottemperato), ma anche per le
> grandi differenza di qualità, formati, attendibilità dei dati oggi
> disponibili. Io non credo che queste insufficienze siano risolvibili
> con soluzioni centralistiche (“fare un db e invitare le
> amministrazioni a metterci i dati”), né selezionando un fornitore
> unico (come si rischia di fare con la gara SPC Cloud); ma credo che
> abbiamo anche tutti gli strumenti tecnologici e normativi, tutte le
> competenze e le capacità, per promuovere una necessaria armonizzazione
> dei dati prodotti da soggetti (pubblici e privati) differenti.
>
> Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma
> costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è
> un lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e
> regolamentare, una promozione attiva attraverso iniziative coordinate,
> il coinvolgimento delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di
> organismi tecnici e di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi
> sembra anche Gianluigi Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la
> normativa promossa da Piemonte e Veneto) esperienze del genere si
> vanno diffondendo. Possiamo augurarci che l’unanimità della Camera sui
> temi del digitale si trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto
> sostegno a queste iniziative.
>
>
> gb
>
>
>
> Giovanni Bruno
>
> regesta.exe
> via Monte Zebio, 19 - 00195 - Roma
> tel.: +390637501056 - fax: +390637410460
> mobile: +393487706540
> Skype: regesta
>
> www.regesta.com <http://www.regesta.com>
> gbruno(a)regesta.com <mailto:gbruno@regesta.com>
> @GiovanniBruno_ | @regesta_com
>
> Il giorno 14 febbraio 2015 13:11, Giulio De Petra
> <giulio.depetra(a)gmail.com <mailto:giulio.depetra@gmail.com>> ha scritto:
>
> Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento
> Quintarelli. E' una buona cosa.
> Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché
> in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti
> successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti
> dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa
> lista Giovanni Bruno.
> Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e'
> inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di
> Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho
> la fortuna di frequentare)
>
> 1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti
> positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali
> nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova
> norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi
> esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e
> realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la
> costituzione a garantire l'adesione di ogni singola
> amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate
> in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non
> c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe
> nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di
> modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei
> percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una
> questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la
> capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la
> riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il
> suo superamento
>
> 2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce
> allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare,
> con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si
> sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi
> successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta
> nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali
> (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di
> realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le
> infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i
> tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione
> Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital
> Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda
> Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il
> coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e'
> indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi
> paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso
> non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua
> qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia
> esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più
> lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di
> innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e
> competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
>
> 3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da
> parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al
> centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura
> pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le
> altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano
> Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e'
> assolutamente garantita in futuro.
> E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi
> rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi
> preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le
> migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di
> fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di
> regia di Agid.
>
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it <mailto:nexa@server-nexa.polito.it>
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>
>
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Feb. 14, 2015
Re: [nexa] Discussione sull'emendamento Quintarelli
by Giovanni Bruno
Gli esempi proposti da Quintarelli di “buone pratiche” di coordinamento
possono aiutarci a capire in che modo superare quella frammentazione
dell’IT pubblico che finisce per rappresentare una tassa occulta per i
cittadini e gli operatori economici.
Ben venga la definizione di criteri di progettazione e valutazione dei
servizi digitali prodotti dalla PA e di standard di riferimento per il loro
sviluppo. Ben venga il progetto di un portale del cittadino, inteso come
“ambiente accogliente” per applicazioni distribuite. Ma la domanda è perché
queste cose non sono state fatte? E quindi, quale può essere la strada
migliore per affrontare queste resistenze e questi ritardi?
La passività del settore pubblico in Italia sui temi dell’innovazione
tecnologica (perché non solo di amministrazione, né solo di burocrazia si
tratta; non solo di periferia, ma anche di centro) può ben essere
illustrata dall’approccio al problema dell’Open Data, oggi fattore
assolutamente decisivo per lo sviluppo. In questo caso, l’assegnazione allo
Stato del coordinamento “informatico dei dati dell'amministrazione statale”
è già prevista esplicitamente in costituzione dal 2001. E anche a livello
di legislazione ordinaria il percorso è stato già da tempo avviato con
l’introduzione del principio dell’”open by default” introdotto dal governo
Monti (se non sbaglio); così come esistono linee guida prodotte dall’AgID
sull’interoperabilità semantica.
A fronte di un quadro normativo e regolamentare assolutamente concorde (e,
almeno parzialmente, efficace) bisogna però registrare un’assoluta
frammentarietà nella disponibilità dei dati. Non solo per l’imperfetta
adozione di queste pratiche (con la maggior parte delle amministrazioni che
ancora non vi hanno ottemperato), ma anche per le grandi differenza di
qualità, formati, attendibilità dei dati oggi disponibili. Io non credo che
queste insufficienze siano risolvibili con soluzioni centralistiche (“fare
un db e invitare le amministrazioni a metterci i dati”), né selezionando un
fornitore unico (come si rischia di fare con la gara SPC Cloud); ma credo
che abbiamo anche tutti gli strumenti tecnologici e normativi, tutte le
competenze e le capacità, per promuovere una necessaria armonizzazione dei
dati prodotti da soggetti (pubblici e privati) differenti.
Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma
costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un
lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una
promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento delle
comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e di
indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi Cogo
ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da Piemonte e
Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo augurarci che
l’unanimità della Camera sui temi del digitale si trasformi in un fattivo,
quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative.
gb
Giovanni Bruno
regesta.exe
via Monte Zebio, 19 - 00195 - Roma
tel.: +390637501056 - fax: +390637410460
mobile: +393487706540
Skype: regesta
www.regesta.com
gbruno(a)regesta.com
@GiovanniBruno_ | @regesta_com
Il giorno 14 febbraio 2015 13:11, Giulio De Petra <giulio.depetra(a)gmail.com>
ha scritto:
> Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli.
> E' una buona cosa.
> Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo
> caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra
> relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente,
> secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno.
> Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile
> premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in
> parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
>
> 1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi.
> Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di
> innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se
> addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano
> (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo
> dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola
> amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa
> direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la
> difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre"
> formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento,
> soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non
> è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la
> capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la
> riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo
> superamento
>
> 2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato
> centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di
> indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni
> e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli
> ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune
> amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello
> stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le
> infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti
> esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open
> Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione
> Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete
> civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e'
> indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi
> paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo
> per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto
> di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni
> locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono
> occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e
> competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
>
> 3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle
> agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze
> di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia
> ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di
> esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e'
> assolutamente garantita in futuro.
> E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura
> come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come
> cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni,
> proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri
> come coordinatore della cabina di regia di Agid.
>
> _______________________________________________
> nexa mailing list
> nexa(a)server-nexa.polito.it
> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
>
Feb. 14, 2015
Re: [nexa] p.s.
by Stefano Quintarelli
Il 14 febbraio 2015 14:32:20 luca menini <menini.luca(a)gmail.com> ha scritto:
> Il 13 febbraio 2015 16:48, Stefano Quintarelli
> <stefano(a)quintarelli.it> ha scritto:
> > gli attuali sistemi sono solo il frutto della meccanizzazione: quando i
> > comuni gestivano l'anagrafe sulla carta non poteva che essere così.
>
> Questo e' sicuramente vero.
> Pero' non credo che lo "stato" non abbiamo prodotto, per esempio, un
> unico software di protocollo informatico perche' glielo "impediva" la
> Costituzione :-)
> Giusto?
No, anche per quello.
>
>
> > al giorno d'oggi non DEVE più essere così e per farlo occorre coordinamento.
>
> Gia' oggi pero' nessuno "impedisce" il coordinamento.
> Purtroppo e' vero che, in tutti i settori, non solo nell'informatica
> della PA, si preferisce il "campanile" al "coordinamento".
> O sbaglio?
>
>
> > e per poterlo consentire occorreva togliere il tappo che lo rendeva
> > incostituzionale.
>
> Quest'affermazione mi pare, sinceramente, un po' esagerata ...
> Non credo che prima di questa riforma fosse "incostituzionale"
> coordinarsi tra "stato", "regioni" ed "enti locali".
> O sbaglio?
Era incostituzionale fare norme che imponessero un coordinamento, vedi caso
siope da mail precedente. Per cui coopera solo chi vuole
>
> luca
>
> --
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Feb. 14, 2015