Ok, non è il primo, né sarà l'ultimo a tuonare contro la rete.
Ma ci andrei cauto a derubricare sbrigadivamente il suo pensiero
come neo-luddista.
Franco Ferrarotti, sociologo, da oltre sessanta anni "osserva" la società.
E' stato a fianco di Adriano Olivetti per dodici anni nel tentativo di
dare un corso nuovo alla storia, poi ... sappiamo come è finita.
Qui di seguito (è lungo ma ne vale la pena) il prologo di un libro di
Ferrarotti del 2018: "Il viaggiatore sedentario - Internet e la
società irretita".
Buona lettura.
Antonio
La definivano liquida, cablata, tecnicamente progredita ed
elettronicamente assistita. No. E' solo una società - o quel che ne
resta - irretita, sempre interconnessa, ansiogena, nevrotizzante e
fragilissima.
Si può comunicare tutto a tutti, in tempo reale, su scala planetaria.
Ma non c'è più nulla da comunicare. Nulla di umanamente significativo,
dal profondo, a faccia a faccia.
Si comunica "a". Non si comunica più "con". E' venuta meno la base
comune: unione, comunione, comunicazione, comunità.
Sono andati persi il contatto diretto, il linguaggio del corpo, il
fatto e l'antefatto, il peso e la complessità dell'esperire umano.
Tutto è semplificato, alleggerito, velocizzato. Basta cliccare. Ma
l'uomo numerico è preciso e svuotato nello stesso tempo. E' rapido.
Veloce. Perpetuamente nomade o navigatore nell'oceano-pattumiera del
web, ma sedentario. Vede tutto e non tocca niente. E' frenetico e
immobile nello stesso tempo, informato di tutto e concentrato su
niente. Indifferente al principio di non contraddizione e alla
consecutio temporum. E' ancora l'homo sapiens d'ascendenza socratica?
Oppure, semplicemente una simia insipiens?
Non credo che si tratti di una trovata letteraria. Il rischio non è
fantomatico. Il rischio c'è. Computer, internet, telefoni cellulari,
smartphone e youtube, facebook e così via, hanno invaso la vita. La
stanno cambiando. E' vero: si cambia. Ma si ha l'impressione che, come
dicono i francesi, più si cambia più è la stessa cosa (plus ca change,
plus c'este la meme chose). Cambiano i panorami, le facce, le lingue.
Ma l'appiattimento, cioè una potente, misteriosa tendenza isomorfica,
è all'opera, investe ormai tutto il pianeta.
Si viaggia. Si viaggia ancora. Anche oggi, nell'epoca del nomadismo
sedentario e della navigazione, sonnolenta e immobile, nella rete.
Anzi, con i low-cost fares, si viaggia anche di più. Ma è venuto meno
il viaggio nel senso vero, profondo della parola. Si viene catapultati
da un luogo all'altro, anche lontani centinaia di migliaia di
chilometri, in una manciata di ore, ma la vera sostanza del viaggio è
nel transito. Il viaggio è un passaggio. In effetti, la lingua è una
spia preziosa. In inglese, passage vuol dire il biglietto di viaggio,
specialmente via nave. La catapulta di oggi è efficiente. Bastano
poche ore. Anche durante il viaggio si è occupati, ma isolati, chini
sui cellulari come in confessionale. Nessuno si parla più. Gli atomi
umani non si aggregano. Piove un silenzio enorme. S'ode solo un
bisbiglio, sordo, sussurrato. La suoneria di qualche aggeggio
elettronico. Una volta, al compagno di viaggio, al casuale
dirimpettaio, cui magari si pestava inavvertitamente un piede, si
raccontavano cose intime, forse proprio perché era un perfetto
sconosciuto. Era come parlare a una finestra aperta sul vuoto. Non si
parlava. Si attaccava bottone. Si scambiava qualche biglietto da
visita. Oggi è diverso. L'ho già detto ma mi piace ripeterlo, perché
mi sembra importante. Tutti viaggiamo, siamo tutti in viaggio, si
dice. Bastano poche ore per sorvolare montagne e oceani. Grazie al
fuso orario, si può anche arrivare prima di essere partiti. Ma ancora
una volta il senso comune ha torto. Tutti viaggiano, si muovono,
ipercinetici e ansiosi. Nient'affatto. Il viaggio è scomparso. Come
esperienza vissuta, è del tutto sconosciuto. Oggi non c'è più il
viaggio. C'è naturalmente il traspoerto: veloce, più o meno sicuro, da
un luogo all'altro del globo. Si è trasportati, meccanicamente, chiusi
in quelle bare improprie che sono lel fusoliere degli aerei, con
l'aria a circuito chiuso, autentici contenitori a tenuta stagna di
infezioni aspecifiche. Il viaggio è stato aoristicamente contratto
fino alla sua scomparsa. Ma, in essenza, cos'è il viaggio? Viaggio
vuol dire sofferenza. Travel da travail, "travaglio", fatica e ansia,
partenze e arrivi, attese causate da ritardi imprevisti, coincidenze
mancate. Questo viaggio in senso pieno non c'è più. Tutto si risolve
in poche ore, magari con qualche conato emetico.
L'innovazione tecnica c'è, incide sulla vita delle moltitudini. Non
posso certo negarlo. Ma so che il "progresso" non è una fatalità
cronologica. E che ha un prezzo. Forse, con le migliori intenzioni, è
stata violata l'unità del vivente. Quali sono i costi sociali, le
"ricadute" dell'odierna sbornia elettronica?
Perché non se ne occupano, a fondo, i sociologi? E che cosa fanno i
curatori d'anime, i preti, gli educatori, i professori, i genitori? Il
loro silenzio mi allarma. E' mai possibile che bastino i grandi
bilanci delle società multinazionali, specializzate nella propduzione
di massa degli strumenti elettronici, a farli ammutolire?
Sto forse esagerando? Forse, una volta di più, cedo alla mia tendenza
iperbolica, donchisciottesca. Ma i computer, internet, youtube,
smartphone e così via, cosa sono? Giganti o mulini a vento?
Può ben darsi che i saggi della scuola salernitana abbiano ragione e
che la veccchiaia altro non finisca per essere, di per sé, che una
malattia: senectus ipsa est morbus.
Vorrei sottrarmi ad alcune note conseguenze di questo malanno.
Confido, spero ardentemente, che questo libro non venga inteso come
un'acritica laudatio temporis acti, anche se è forte e scarsamente
resistibile la tendenza a idealizzare i propri anni giovanili,
tingendoli di un azzurro che forse, nella maggioranza dei casi, non si
meritano. Con riguardo al passato prossimo, gli argomenti di questo
libro mi richiamano le garbate polemiche - garbate nella forma, dure
nella sostanza - con Pier Paolo Pasolini, da ultimo in un dibattito
televisivo, consule l'elegante Sergio Zavoli, quando gli rimproveravo
di confondere, lui, non a caso laureato con una tesi sul "fanciullino"
di Giovanni Pascoli, lo sviluppo con l'espansione, l'appiattimento
inevitabile come primo passo verso una maggiore eguaglianza sociale
con l'"omologazione culturale". Gli rimproveravo, lo ammetto, con un
briciolo di sarcasmo, di criticare il consumismo con la stessa
facilità di coloro che da sempre l'hanno criticato, avendo già, però,
consumato, e quindi a stomaco pieno, e infine di sognare una mitica
civiltà contadina, sospesa fra l'idillio rustico virgiliano e
l'Arcadia di Jacopo Sannazaro, di cui lui stesso, figlio di un
militare di carriera, non aveva alcuna realistica idea.
Questo libro vorrebbe essere altra cosa. In primo luogo, la
continuazione e, spero, l'approfondimento di altri miei lavori e non
solo l'ennesima conferma di una grafomania furiosa.
La società - totalmente amministrata, cablata, ansiogena,
esteriorizzata e deconcentrata, egolatrica, asociale, tendenzialmente
antisociale - ce l'abbiamo sotto gli occhi. Nessun dubbio che internet
e computer possano compiere operazioni molto complicate alla
sbalorditiva velocità di pochi secondi, ma sono macchine stupide
perché non sanno indugiare, non conoscono il dubbio. Il dubbio è
l'anima dello spirito critico, ma anche la precondizione della vita
interiore.
Nel trattare temi di così grande rilevanza, da cui vedo dipendere
l'avvenire dell'umanità e il senso della sua presenza nell'universo,
può ben darsi che la vis polemica mi abbia preso la mano: ormai mi
conosco, presumo, abbastanza bene. Ho convissuto con me stesso assai a
lungo. E tuttavia non so se basterà all'incirca un secolo affinché
impari a sottrarmi ai miei auto-inganni. So di essere capace di
incredibili sotterfugi. Forse non ho fatto altro che passare la vita
ad auto-ingannarmi nella spasmodica tensione e alla costante ricerca
di una verità essenzialmente elusiva.
Mi sono trovato a essere grande dirigente industriale, diplomatico
internazionale, uomo politico indipendente, con in mano un voto
decisivo, dirimente, uno scopritore di nuove scienze. E forse altro
non ero che un poeta, vittima docile, sensibile ai richiami dell'altra
sponda, proteso verso il bisogno di una lingua assoluta e le esaltanti
vertigini del pensiero puro.
Nessuna meraviglia che la grande differenza fra il modo di procedere
dei ricercatori sociali di oggi e quello che da tempo vengo proponendo
come "con-ricerca" sia forse più di ordine morale che scientifico.
Mi domando se è possibile trattare un'autentica storia di vita -
raccolta in un rapporto di fiducia, a faccia a faccia, fra ricercatore
e ricercato, e quindi, per così dire, in un corto circuito
ermeneutico, in cui lo stesso ricercatore è un ricercato - come freddo
e impersonale "materiale di ricerca", marmorizzato, inerte, da
manipolare a fini numerici; mi domando ancora se è possibile ignorare
l'unitarietà del vivente smembrandolo a pezzi, elettronicamente, con
un'attenzione, peraltro lodevole, e apprezzata nei concorsi
accademici, che finisce per far convergere il perito settore e il
ricercatore sociale.
Sembra evidente che cioò è possibile qualora si intrattenga, ai fini
di assoluta scientificità, una "concezione giudiziaria" della ricerca.
Il ricercatore è sovrastante, nella posizione, se non sul piedistallo,
di un pubblico ministero che agisce, decide, interroga, interpreta gli
"oggetti" della ricerca, vale a dire i ricercati, al modo del gidice
nei riguardi degli indiziati, se non degli imputati.
Questo rigore, lo so bene, viene da lontano. Nessuno ha dimenticato la
phisique des moeurs, la fisica dei costumi, di cui amava scrivere
Emile Durkheim, non del tutto liberato dal paleo-positivismo
fattualistico.
Ma il tardo Durkheim, il teorizzatore dell'"effervescenza", nelle
"Forme elementari della vita religiosa" tornava ai fondamenti
filosofici della ricerca sociale, che in verità non aveva mai
abbandonato.