Re: Una visione realistica dell’Intelligenza Artificiale - Lettera aperta alla società
On 9 May 2026, at 20:56, nexa-request@server-nexa.polito.it wrote: From: Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it<mailto:nardelli@mat.uniroma2.it>> Subject: [nexa] Re: Una visione realistica dell’Intelligenza Artificiale - Lettera aperta alla società To: nexa@server-nexa.polito.it<mailto:nexa@server-nexa.polito.it> Message-ID: <c2c44e6a-13b6-4804-98ae-3fde3df3c187@mat.uniroma2.it<mailto:c2c44e6a-13b6-4804-98ae-3fde3df3c187@mat.uniroma2.it>> Content-Type: multipart/alternative; boundary="------------DjnuUCGhhuP0y3RT06KmfYa0" Grazie Beppe per il contributo al dibattito. Un paio di osservazioni, anzi tre. 1. Dal mio punto di vista, "senso delle parole" è un'espressione che possiamo usare noi esseri umani, Non farne una questione nominalistica, se vuoi chiamala “rappresentazione multisfaccettata dell’uso, delle similitudini e di altri aspetti del significato delle parole” Ma è il primo risultato basilare ottenuto con l’applicazione delle reti neurali al NLP, che ha consentito tutti i progressi successivi. Filosofi e linguisti hanno dibattuto per millenni su cosa fosse il “senso delle parole”, senza produrre mai una definizione utilizzabile. Una definizione del “senso delle parole”, anche solo approssimata, che sia operabile e non astratta è necessaria per ogni compito di NLP. I word embedding contestuali sono la rappresentazione migliore che abbiamo finora concepito e funzionano bene. ma quando la attribuiamo ad un meccanismo stiamo commettendo esattamente la fallacia di proiezione di cui si sta discutendo qua in lista. Parlare invece di "rete di relazione tra i termini che ne modella la semantica" è tutta un'altra cosa, perché stabilisce chiaramente che stiamo parlando di modelli. Anche perché il senso delle parole per noi umani passa attraverso l'esperienza che il nostro corpo ha fatto delle tante situazioni in cui ha usato o sentito usare o visto usare quella parola. Ovviamente, per i termini più tecnici questo è meno rilevante, ma questi termini tecnici sono, appunto, più precisi e in genere non ambigui, dato il contesto. Posso comprendere che tu abbia un'opinione diversa, ma - come avevo già scritto nel mio primo messaggio - se andiamo su domini vicini all'essere umano e parliamo di sentimenti ed emozioni allora io sicuramente ritengo che "senso delle parole" sia del tutto improprio. Attendo che tu proponga una definizione operativa migliore del “senso delle parole” di quelle che l’umanità ha proposto finora. E, per riallacciarmi ad una tua precedente osservazione, non sono questioni da lasciare ai filosofi. Non possiamo e non dobbiamo, da informatici, occuparci solo degli aspetti tecnici della nostra disciplina trascurandone gli impatti sociali. Certo che dobbiamo fare ricerca, ma farla senza cercare di comprendere la più ampia portata di ciò che si sta facendo è disumano e, come già accaduto in passato, può portare ad aberrazioni inaccettabili per la nostra specie. Stai fraintendendo: sono in prima linea nel segnalare gli impatti socio-economici dell’informatica, faccio parte del Laboratori CINI su Scienza e Società, sono intervenuto a diverse audizioni parlamentari su questioni di tecnologia digitale, ho sostenuto e promosso il tuo progetto Pensiero Computazionale. Ho detto di lasciare ai filosofi questioni come decidere se un AI è senziente o meno, ha coscienza o meno. Ecco quel che ho scritto: Cosa importa se un programma di AI o un robot è senziente o meno, ha coscienza o meno, quando noi stessi non sappiamo bene cosa sia, se non appunto sforzandoci di descriverlo in letteratura? Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo cose più concrete a cui pensare. Saluti — Beppe
Però Beppe, come vedi anche dal titolo di questo thread, la tecnologia gronda di filosofia (il realismo, in questo caso), soprattutto quando fa irruzione in problemi ‘hard’ come quelli del significato o della coscienza (due temi, tra l’altro, connessi in modo interessante). Non credo che, quando si arriva al nocciolo di certe questioni aperte, si possa dire “di questo si occupino i filosofi” (sottotesto: inutilmente), perché di fatto in questa apertura ‘intersezionale' ci troviamo tutti a vivere e operare. La vicenda di questo appello mostra bene la questione. I proponenti sottoscrivono una posizione filosofica, quella del realismo aristotelico (la realtà è la stessa per tutti e alle parole non resta che nominare le cose) mentre chi vi si oppone, consapevolmente o meno, apre all’idea che il linguaggio sia (anche? solo?) imitazione e ripetizione (una linea che da Hume porta a Deleuze, dove troviamo a modo suo anche Wittgenstein). Anche gli informatici, a mio avviso, dovrebbero avere un atteggiamento filosofico, cioè problematico, che accetta di sostare nella domanda piuttosto che limitarsi a rispondere. Gli sviluppi recenti dell'AI dicono sicuramente qualcosa sul problema del significato (cioè: come fa la parola a uscire nel mondo?), deponendo, almeno in una certa lettura, a favore di quello che è stato chiamato ’espressivismo’, però non giustificano l’idea che il problema del segno (aliquid stat pro aliquo) sia stato risolto per dissoluzione (gli automi riescono a parlare senza segno, dunque il segno non esiste). La critica realistica ai ‘pappagalli stocastici’ è filosoficamente ingenua e tecnicamente discutibile (almeno nella formulazione dell’appello) ma rivela che il problema del ‘fondamento’ esiste e non può essere ignorato. Il linguaggio è tante cose (qui ancora torna alla mente Wittgenstein) e ci sono molti usi (uno per tutti: giuridico) in cui è necessario che il significato sia non solo spiegato ex-post, ma garantito ex-ante. Si tratta di una questione che la performance neurale non tocca, perché riguarda il titolo del significare, non il suo fatto. Buona domenica, Guido
Il giorno 9 mag 2026, alle ore 22:24, Giuseppe Attardi via nexa <nexa@server-nexa.polito.it> ha scritto:
Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo cose più concrete a cui pensare.
Temo di non poterti seguire su questa strada: il mio invito è proprio a separare la tecnologia in sé dalla filosofia. Specie in questa discussione in cui si insiste su approcci scientifici e galileiani. La fisica è generalmente limitata allo studio di concetti misurabili, osservabili e falsificabili attraverso la sperimentazione empirica, rendendola una scienza basata sull'evidenza piuttosto che filosofica. I concetti che non possono essere quantificati, misurati o osservati direttamente sono in genere considerati al di fuori dell'ambito della fisica, spesso classificati come metafisica. Quindi finché non si stabilisce come possa essere misurabile, osservabile e falsificabile il concetto di coscienza o comprensione umana, non se ne può discutere in termini scientifici. Ovviamente le implicazioni socio-politico-culturali della tecnologia vanno invece affrontate apertamente da tutti. È un errore però utilizzare argomentazioni pseudo-scientifiche come “non comprende in senso umano”, o “non ragiona in senso umano” per trarre delle conclusioni socio-politico-culturali. Il giudizio sui benefici e limiti della tecnologia vanno valutati mediante verifiche approfondite su larga scala, che ciascuno possa interpretare senza pregiudizi. — Beppe On 10 May 2026, at 06:42, Guido Vetere <vetere.guido@gmail.com> wrote: Però Beppe, come vedi anche dal titolo di questo thread, la tecnologia gronda di filosofia (il realismo, in questo caso), soprattutto quando fa irruzione in problemi ‘hard’ come quelli del significato o della coscienza (due temi, tra l’altro, connessi in modo interessante). Non credo che, quando si arriva al nocciolo di certe questioni aperte, si possa dire “di questo si occupino i filosofi” (sottotesto: inutilmente), perché di fatto in questa apertura ‘intersezionale' ci troviamo tutti a vivere e operare. La vicenda di questo appello mostra bene la questione. I proponenti sottoscrivono una posizione filosofica, quella del realismo aristotelico (la realtà è la stessa per tutti e alle parole non resta che nominare le cose) mentre chi vi si oppone, consapevolmente o meno, apre all’idea che il linguaggio sia (anche? solo?) imitazione e ripetizione (una linea che da Hume porta a Deleuze, dove troviamo a modo suo anche Wittgenstein). Anche gli informatici, a mio avviso, dovrebbero avere un atteggiamento filosofico, cioè problematico, che accetta di sostare nella domanda piuttosto che limitarsi a rispondere. Gli sviluppi recenti dell'AI dicono sicuramente qualcosa sul problema del significato (cioè: come fa la parola a uscire nel mondo?), deponendo, almeno in una certa lettura, a favore di quello che è stato chiamato ’espressivismo’, però non giustificano l’idea che il problema del segno (aliquid stat pro aliquo) sia stato risolto per dissoluzione (gli automi riescono a parlare senza segno, dunque il segno non esiste). La critica realistica ai ‘pappagalli stocastici’ è filosoficamente ingenua e tecnicamente discutibile (almeno nella formulazione dell’appello) ma rivela che il problema del ‘fondamento’ esiste e non può essere ignorato. Il linguaggio è tante cose (qui ancora torna alla mente Wittgenstein) e ci sono molti usi (uno per tutti: giuridico) in cui è necessario che il significato sia non solo spiegato ex-post, ma garantito ex-ante. Si tratta di una questione che la performance neurale non tocca, perché riguarda il titolo del significare, non il suo fatto. Buona domenica, Guido Il giorno 9 mag 2026, alle ore 22:24, Giuseppe Attardi via nexa <nexa@server-nexa.polito.it> ha scritto: Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo cose più concrete a cui pensare.
Il 09/05/2026 22:24, Giuseppe Attardi ha scritto:
Attendo che tu proponga una definizione operativa migliore del “senso delle parole” di quelle che l’umanità ha proposto finora.
Io non propongo, né voglio farlo, una definizione operativa di "senso delle parole" come lo interpretano gli esseri umani. Mi sembra difficile, se non impossibile. Però sostengo che non puoi chiamare "senso delle parole" come lo interpretano gli esseri umani una definizione operativa di un meccanismo che non è dimostrato esista all'interno degli esseri umani. Chiamarlo "word embedding contestuale" e chiarire che è un tentativo di modellare il "senso delle parole" è una posizione concettualmente corretta, secondo me. Dire che sia il "senso delle parole", non lo è.
Ho detto di lasciare ai filosofi questioni come decidere se un AI è senziente o meno, ha coscienza o meno. Ecco quel che ho scritto:
Cosa importa se un programma di AI o un robot è senziente o meno, ha coscienza o meno, quando noi stessi non sappiamo bene cosa sia, se non appunto sforzandoci di descriverlo in letteratura? Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo cose più concrete a cui pensare.
Questo che hai scritto È secondo me una questione estremamente concreta a cui NOI INFORMATICI dobbiamo dare il nostro contributo sulla base delle nostre conoscenze tecnico-scientifiche, perché IMPATTA sugli aspetti socio-economici. Non voglio insistere più di tanto, ma proprio il video di Karen Hao che ha postato Juan Carlos stamattina evidenzia che considerare questi meccanismi senzienti o meno, dotati di coscienza o meno, È RILEVANTE per la società. E le riflessioni di Daniela Tafani sempre di oggi, anche quelle sono chiarissime su questo aspetto. Ciao, Enrico PS Perdonami se sono un rompiscatole, ma sono sempre in attesa di sapere quali sono i controesempi «tra quelli che ho citato, per mostrare che non sanno solo "riorganizzare le informazioni già presenti nei dati”». Puoi cortesemente ripetere i link a questi controesempi? O se qualcun altro che aveva chiesto questi riferimenti li ha trovati me li può inoltrare gliene sono grato. -- -- EN https://www.hoepli.it/libro/la-rivoluzione-informatica/9788896069516.html ====================================================== Prof. Enrico Nardelli Past President di "Informatics Europe" Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma home page: https://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: https://link-and-think.blogspot.it/ tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it online meeting: https://blue.meet.garr.it/b/enr-y7f-t0q-ont ====================================================== --
Ciao Enrico, allora se premetti provo io On Sun, 10 May 2026 20:53:21 +0200 Enrico Nardelli wrote:
Il 09/05/2026 22:24, Giuseppe Attardi ha scritto:
Attendo che tu proponga una definizione operativa migliore del “senso delle parole” di quelle che l’umanità ha proposto finora.
Io non propongo, né voglio farlo, una definizione operativa di "senso delle parole" come lo interpretano gli esseri umani.
Il significato (o senso) di un atto comunicativo è l'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile [1] che l'autore dell'atto stesso prevede di produrre nelle menti di coloro che percepiranno tale atto alla luce di altre esperienze precedentemente condivise con essi. Ad esempio il significato del paragrafo precedente è l'esperienza del significato di un atto comunicativo che vivo nella mia mente e che spero di condividere con i membri della lista Nexa assumendo che comprendano tutti la lingua italiana. Lingue e linguaggi (e dunque anche le parole che li caratterizzano) definiscono protocolli di sincronizzazione fra le menti umane adeguatamente efficienti per il rispettivo contesto di utilizzo. "Casa" "Logaritmo" "Su" "Bosone" "Cibernetica" "</html>" "Con" Ciascuna di queste parole determina un'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile nelle vostre menti (ancorché parziale). E ciascuna di esse, in frasi di senso compiuto che ne includono altre, contribuiscono a determinare altre esperienze soggettive di pensiero comunicabile che il mittente intende condividere. "Non ho idea di cosa sia un logaritmo". "Bosone fa rima con nasone". Per questo il significato di una parola può variare a seconda del contesto: oltre all'ambito di utilizzo, ciò che cambia è anzitutto il mittente e la sua conoscenza dei destinatari. [2] Si tratta di una definizione "operativa"? Direi di sì: ci permette di esprimere chiaramente la differenza fra l'espressione di un essere umano, le cui parole si susseguono sulla base di relazioni semantiche tramite le quali quell'essere umano intende esprimere un'informazione, e l'output di un LLM, i cui token si susseguono sulla base di relazioni statistiche calcolate a partire da testi scritti dall'uomo [3], ma senza veicolare alcuna esperienza soggettiva di pensiero comunicabile (in assenza di una soggettività), e dunque senza veicolare alcun significato. Giacomo [1] anche detta "informazione" [2] L'efficacia dei diversi linguaggi, la corrispondenza fra le esperienze soggettive di mittente e destinatario, varia molto fra di essi così come la loro efficienza: l'assembly è un linguaggio molto efficace ma poco efficiente, le formule matematiche sono solitamente sia molto efficaci che molto efficienti. Tuttavia ogni termine dell'assembly ha un significato perché i programmatori dell'assembler (il software che traduce l'assembly in binario) hanno deciso di associare quella specifica sequenza di lettere ad una specifica sequenza di byte eseguibili dal processore. E si noti che anche nel caso dell'assembly, la comunicazione espressa nel software non è fra programmatore e macchina, ma fra programmatori. Non solo perché il codice è sempre scritto per essere (ri)letto da esseri umani: anche l'atto di compilare un programma (assemblare, nel caso dell'assembly) è un atto di comunicazione asincrona fra il programmatore che scrive il programma da compilare e il programmatore che ha scritto il compilatore. Il compilatore non fa altro che automatizzare ciò che chi l'ha programmato potrebbe fare manualmente se il programmatore del programma da compilare gli inviasse il sorgente. [3] ignoriamo al momento model collapse e (doveroso) data poisinig
Giacomo, ancora io. Il senso delle parole, in senso ASSOLUTO (parola che aborro) -- ricordo che "la comunicazione comincia dall'ascolto" (per chi vuole capire il senso della frase, e non si mette a fare il pierino) -- è quello che capisce chi ascolta o legge, ed è in grado di trarne qualche semantica / significato. Quello che ci voleva scrivere lo scrivente, pensante o meno, è IRRILEVANTE (se la cosa si ferma lì). Diventa rilevante se lo scrivente organizza un omicidio su commissione, e l'altro capisce, ovvero se nasce una "connessione" fra trasmittente e ricevente (come sarebbe sensato pensare, ...MA NON SEMPRE SI DÀ). Il 2026-05-11 01:03 Giacomo Tesio via nexa ha scritto:
Ciao Enrico, allora se premetti provo io
On Sun, 10 May 2026 20:53:21 +0200 Enrico Nardelli wrote:
Il 09/05/2026 22:24, Giuseppe Attardi ha scritto:
Attendo che tu proponga una definizione operativa migliore del “senso delle parole” di quelle che l’umanità ha proposto finora.
Io non propongo, né voglio farlo, una definizione operativa di "senso delle parole" come lo interpretano gli esseri umani.
Il significato (o senso) di un atto comunicativo è l'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile [1] che l'autore dell'atto stesso prevede di produrre nelle menti di coloro che percepiranno tale atto alla luce di altre esperienze precedentemente condivise con essi.
Ad esempio il significato del paragrafo precedente è l'esperienza del significato di un atto comunicativo che vivo nella mia mente e che spero di condividere con i membri della lista Nexa assumendo che comprendano tutti la lingua italiana.
Lingue e linguaggi (e dunque anche le parole che li caratterizzano) definiscono protocolli di sincronizzazione fra le menti umane adeguatamente efficienti per il rispettivo contesto di utilizzo.
"Casa" "Logaritmo" "Su" "Bosone" "Cibernetica" "</html>" "Con"
Ciascuna di queste parole determina un'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile nelle vostre menti (ancorché parziale).
E ciascuna di esse, in frasi di senso compiuto che ne includono altre, contribuiscono a determinare altre esperienze soggettive di pensiero comunicabile che il mittente intende condividere.
"Non ho idea di cosa sia un logaritmo". "Bosone fa rima con nasone".
Per questo il significato di una parola può variare a seconda del contesto: oltre all'ambito di utilizzo, ciò che cambia è anzitutto il mittente e la sua conoscenza dei destinatari. [2]
Si tratta di una definizione "operativa"?
Direi di sì: ci permette di esprimere chiaramente la differenza fra l'espressione di un essere umano, le cui parole si susseguono sulla base di relazioni semantiche tramite le quali quell'essere umano intende esprimere un'informazione, e l'output di un LLM, i cui token si susseguono sulla base di relazioni statistiche calcolate a partire da testi scritti dall'uomo [3], ma senza veicolare alcuna esperienza soggettiva di pensiero comunicabile (in assenza di una soggettività), e dunque senza veicolare alcun significato.
Giacomo
[1] anche detta "informazione"
[2] L'efficacia dei diversi linguaggi, la corrispondenza fra le esperienze soggettive di mittente e destinatario, varia molto fra di essi così come la loro efficienza: l'assembly è un linguaggio molto efficace ma poco efficiente, le formule matematiche sono solitamente sia molto efficaci che molto efficienti.
Tuttavia ogni termine dell'assembly ha un significato perché i programmatori dell'assembler (il software che traduce l'assembly in binario) hanno deciso di associare quella specifica sequenza di lettere ad una specifica sequenza di byte eseguibili dal processore. E si noti che anche nel caso dell'assembly, la comunicazione espressa nel software non è fra programmatore e macchina, ma fra programmatori. Non solo perché il codice è sempre scritto per essere (ri)letto da esseri umani: anche l'atto di compilare un programma (assemblare, nel caso dell'assembly) è un atto di comunicazione asincrona fra il programmatore che scrive il programma da compilare e il programmatore che ha scritto il compilatore.
Il compilatore non fa altro che automatizzare ciò che chi l'ha programmato potrebbe fare manualmente se il programmatore del programma da compilare gli inviasse il sorgente.
[3] ignoriamo al momento model collapse e (doveroso) data poisinig
Ciao Alfredo, Il 11 Maggio 2026 10:07:17 UTC, abregni <abregni@iperv.it> ha scritto:
Il senso delle parole [...] è quello che capisce chi ascolta o legge
No. Anzitutto tu leggi questa mail perché vuoi acquisire un'informazione, presente nella mia mente che io ho tentato di esprimere attraverso queste parole. Se da questa casella email venissero sequenze di token privi di significato prodotti da una scimmia dotata di correttore ortografico, probabilmente non la leggeresti e molti si lamenterebbero della casella con gli amministratori di sistema. In altri termini, ciò che cerci di ottenere da questo testo è il significato che io ho cercato di esprimere. Se la comunicazione ha successo, ovvero se le mie parole, interpretate dalla (ovvero proiettate ed integrate nella) tua mente, riescono a riprodurre un'esperienza di pensiero comunicabile analoga a quella che io intendevo esprimere, otteniamo una sincronizzazione (parziale e imperfetta) fra le nostre menti. Se la comunicazione fallisce, l'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile che le mie parole producono per la tua mente sarà molto diversa e del tutto scorrelata rispetto a quella che intendevo esprimere. Tale fallimento avviene frequentemente, per ragioni riconducibili a due categorie principali: una differenza molto elevata fra le esperienze degli interlocutori entro cui il messaggio ricevuto viene integrato, oppure assunzioni errate da parte del mittente sulle esperienze condivise con il destinatario che rendono l'atto comunicativo inadatto a veicolare l'informazione desiderata. È però sempre il mittente che sceglie le parole affinché vengano interpretate dal destinatario. Dunque il significato del mesaggio potrebbe non essere affatto quello che un altro destinatario, ignaro delle esperienze condivise fra gli interlocutori interpreterebbe. Una coppia di amici anni fa, trovando troppo banale e conformista dirsi "ti amo" avevano iniziato a dirsi, invece, "ti odio". Ed era effettivamente tenero, per noi che conoscevamo bene questa loro convenzione, osservarli dirsi "ti odio" con occhi sorridenti e pieni di affetto. Così come era divertente osservare le reazioni di chi, invece, non li conosceva. Il significato è l'informazione che il mittente cerca di esprimere. Di conseguenza (e _solo_ come conseguenza) è l'informazione che il destinatario cerca di ottenere interpretando il testo. Ma il destinatario non interpreterebbe il testo se non fosse per sincronizzare (pur parzialmente ed in modo imperfetto) la propria mente con quella del mittente. Per facilitare questa sincronizzazione abbiamo sviluppato lingue e linguaggi sempre più complessi e raffinati (inclusa la matematica), così da massimizzare (almeno in determinati ambiti) l'efficacia della comunicazione. E i messaggi espressi in determinati linguaggi (tipicamente quelli per cui siamo "madrelingua") ci danno l'impressione di avere un significato perfettamente disambiguo ed intrinseco. Ma è solo un'illusione derivata dalla consuetudine (e da ovvi bias cognitivi). Giacomo
Tu non "parli" mai con un foglio Excel? Io una volta mi sono accorto che avrei voluto impostare le cose in un modo nuovo, e stavo ricadendo invece nella solita prassi... Voglio dire che: 1. Gli strumenti sono strumenti. Se ci trovi semantica, ...vuol dire che esiste anche una semantica diversa da quella che insisti a vedere tu (da trasmittente umano a ricevente umano; butti metà del significato dell'arte astratta; ti perdi la bellezza di un tramonto...; cerco solo di farmi capire: non c'è solo il messaggio interumano ben codificato); 2. Gli strumenti ti servono: una mela, vista come strumento di indagine scientifica, è servita a Newton (che di semantica ce ne ha letta anche troppo), mentre una mela uguale, ma non in caduta è servita molto diversamente a Guglielmo Tell; 3. Esistono anche le associazioni di idee (talvolta rivelatrici), dove la semantica ce la mette tutta il ricevente, e il trasmittente non sa nemmeno cosa ha detto di significativo, oppure ancor più banalmente ...non c'è. Potrei andare avanti. Il punto, molto secco, è che NON PUOI partire dalla TUA definizione delle cose, pensando che rappresenti tutto il mondo possibile. Il 2026-05-11 14:24 Giacomo Tesio ha scritto:
Ciao Alfredo,
Il 11 Maggio 2026 10:07:17 UTC, abregni <abregni@iperv.it> ha scritto:
Il senso delle parole [...] è quello che capisce chi ascolta o legge
No.
Anzitutto tu leggi questa mail perché vuoi acquisire un'informazione, presente nella mia mente che io ho tentato di esprimere attraverso queste parole.
Se da questa casella email venissero sequenze di token privi di significato prodotti da una scimmia dotata di correttore ortografico, probabilmente non la leggeresti e molti si lamenterebbero della casella con gli amministratori di sistema.
In altri termini, ciò che cerci di ottenere da questo testo è il significato che io ho cercato di esprimere.
Se la comunicazione ha successo, ovvero se le mie parole, interpretate dalla (ovvero proiettate ed integrate nella) tua mente, riescono a riprodurre un'esperienza di pensiero comunicabile analoga a quella che io intendevo esprimere, otteniamo una sincronizzazione (parziale e imperfetta) fra le nostre menti.
Se la comunicazione fallisce, l'esperienza soggettiva di pensiero comunicabile che le mie parole producono per la tua mente sarà molto diversa e del tutto scorrelata rispetto a quella che intendevo esprimere.
Tale fallimento avviene frequentemente, per ragioni riconducibili a due categorie principali: una differenza molto elevata fra le esperienze degli interlocutori entro cui il messaggio ricevuto viene integrato, oppure assunzioni errate da parte del mittente sulle esperienze condivise con il destinatario che rendono l'atto comunicativo inadatto a veicolare l'informazione desiderata.
È però sempre il mittente che sceglie le parole affinché vengano interpretate dal destinatario. Dunque il significato del mesaggio potrebbe non essere affatto quello che un altro destinatario, ignaro delle esperienze condivise fra gli interlocutori interpreterebbe.
Una coppia di amici anni fa, trovando troppo banale e conformista dirsi "ti amo" avevano iniziato a dirsi, invece, "ti odio". Ed era effettivamente tenero, per noi che conoscevamo bene questa loro convenzione, osservarli dirsi "ti odio" con occhi sorridenti e pieni di affetto. Così come era divertente osservare le reazioni di chi, invece, non li conosceva.
Il significato è l'informazione che il mittente cerca di esprimere. Di conseguenza (e _solo_ come conseguenza) è l'informazione che il destinatario cerca di ottenere interpretando il testo.
Ma il destinatario non interpreterebbe il testo se non fosse per sincronizzare (pur parzialmente ed in modo imperfetto) la propria mente con quella del mittente.
Per facilitare questa sincronizzazione abbiamo sviluppato lingue e linguaggi sempre più complessi e raffinati (inclusa la matematica), così da massimizzare (almeno in determinati ambiti) l'efficacia della comunicazione.
E i messaggi espressi in determinati linguaggi (tipicamente quelli per cui siamo "madrelingua") ci danno l'impressione di avere un significato perfettamente disambiguo ed intrinseco. Ma è solo un'illusione derivata dalla consuetudine (e da ovvi bias cognitivi).
Giacomo
participants (5)
-
abregni -
Enrico Nardelli -
Giacomo Tesio -
Giuseppe Attardi -
Guido Vetere