Protect our valuable NHS data from Big Tech
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Molto interessante! :-D In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica... Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario. D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore... Giacomo 2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>:
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Per me non è una questione di soldi. Non sono disposto ad accettare che i miei dati siano utilizzati per generare beni privati se non ad un prezzo molto alto che credo nessuno pagherebbe. Sono invece disponibilissimo a concedere gratis che i miei dati siano utilizzati per generare beni comuni. m.c. In data venerdì 9 febbraio 2018 12:05:18 CET, Giacomo Tesio ha scritto:
Molto interessante! :-D
In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica...
Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario.
D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore...
Giacomo
2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>:
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Si, il valore dei dati è enorme e stiamo assistendo alla corsa al loro rastrellamento. Però mio parere il modello di valorizzazione che proponi è negativo sia per il cittadino, sia per la comunità: A- per il cittadino: la privacy diventerebbe definitivamente un privilegio per chi se lo può permettere ed è cosciente della sua importanza. Cosa che in parte già avviene: ad esempio in Belgio se vuoi che il tuo numero di telefono non venga pubblicato sull'elenco telefonico, oppure non appaia durante le chiamte devi pagare un alto costo aggiuntivo. Le classi meno abbienti accetterebbero questo modello per raggranellare qualche centesimo. B- per la comunità: le informazioni (personali o aggregate) verrebbero acquisiti da poche grosse società (gli oligopolisti dei big-data). Su questi dati farebbero ricerca e addestrerebbero i loro algoritmi. Visto che queste società non sono enti pubblici o società di beneficenza, i risultati sarebbero acessibili solo a fronte di un controvalore (pagamento o ulteriore estrazione di dati) solo da chi può permetterselo. La privatizzazione dei dati e la scomparsa del comncetto di dati come bene comune, affosserebbe definitivamente la ricerca e i servizi pubblici, e consoliderebbe gli oligopoli esistenti. Per me i dati non devono essere privatizzati e devono essere rimanere un bene comune (gestiti rispettando i diritti di privacy: anonimizzandoli, aggregandoli, ...), utili per chiunque voglia utilizzarli per il bene comune (ricerca medica, bisogni dei cittadini, previsioni di traffico, del tempo metereologico, densità alloggi, etc...). Una volta consolidato questo assunto; una volti resi coscienti i cittadini del valore dei loro dati (anche quelli estratti con i sensori dell'IoT) si potrebbe pensare a come tassare il loro utilizzo da parte di chi li utilizza per fare profitto. Francesco , On 09/02/18 12:05, Giacomo Tesio wrote:
Molto interessante! :-D
In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica...
Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario.
D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore...
Giacomo
2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it <mailto:ciurcina@studiolegale.it>>:
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Caro Giacomo, la commercializzazione totale della propria identità e delle proprie interazioni sociali mi pare una cosa da evitare. Ci stan già pensando in molti come la piattaforma BAT https://basicattentiontoken.org/ che è passata all'azione usando la blockchain. E' la gig economy di se stessi, avallata da se stessi, la micro-miniimpreditorialità del proprio sè. Per 25 euro all'anno? E se invece ci concentrassimo sulla sovranità personale del dato e sulla possibilità che esso diventi un commons? Un saluto cordiale, Vincenzo Giorgino Il giorno 9 febbraio 2018 12:05, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Molto interessante! :-D
In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica...
Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario.
D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore...
Giacomo
2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>:
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-- https://www.palgrave.com/de/book/9783319665917 "One of the great liabilities of life is that all too many people find themselves living amid a great period of social change and yet they fail to develop the new attitudes, the new mental responses that the new situation demands. They end up sleeping through a revolution." - Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution" Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D. Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics University of Torino - Italy
Avete ragione... :-) In particolare sottoscrivo pienamente la posizione di Marco: accetterei che i miei dati venissero utilizzati per creare beni comuni, come una terapia per il cancro liberamente disponibile. Perché non basta dire "con questi dati creeremo la cura per il cancro!" Bene, ma poi visto che i dati erano nostri, anche la cura è nostra... Concordo, 1000 euro a bit a utilizzo sarebbero più appropriati di 10 centesimi se quei bit vengono utilizzati per creare beni privati. RANT ON Non intendevo proporre un modello di commercializzazione del dato personale, solo notare come al momento, questi dati vengono estratti gratuitamente dagli utenti, come fossimo topi da laboratorio. Il ritorno degli utenti è veramente minimale, se confrontato con il valore estratto dal dato. 10 centesimi a bit a utilizzo voleva essere una proposta che non facesse gridare allo scandalo, contemporaneamente disincentivando l'utilizzo. Mi immaginavo politici e lobbysti stracciarsi le vesti in TV gridando "1000 euro a bit? Volete uccidere la new economy? Perdere milioni di posti di lavoro? volete la fine del capitalismo moderno? Comunisti!" :-D Quanto al commons, no è troppo pericoloso. Bastano dati anonimi per creare profili in cui categorizzare precisamente le persone senza avere la loro identità. Bisognerebbe vietarne l'utilizzo, ma chi ha le palle di vietare qualcosa nel 2018? Per il bene comune poi! Vietare sì può, ma solo la creazione di sottotitoli e cose simili... per interessi privati... Mi immagino già il politico di turno a sostenere che vietare l'utilizzo dei dati personali ne farebbe solo crescere l'economia sommersa, con perdita di posti di lavoro e chissà quante tasse! "Pensate ai pericolosi GEEK per le strade che spacciano i vostri Megabyte!" Forse si potrebbe sperare di tassarli salatamente, ma anche qui... per il bene comune? Non va di moda... :-D RANT OFF La strada giusta sarebbe quella proposta da Marco... ma come perseguirla? Giacomo Il giorno 9 febbraio 2018 15:26, Vincenzo Mario Bruno Giorgino < vincenzo.giorgino@unito.it> ha scritto:
Caro Giacomo,
la commercializzazione totale della propria identità e delle proprie interazioni sociali mi pare una cosa da evitare.
Ci stan già pensando in molti come la piattaforma BAT https://basicattentiontoken.org/ che è passata all'azione usando la blockchain. E' la gig economy di se stessi, avallata da se stessi, la micro-miniimpreditorialità del proprio sè. Per 25 euro all'anno? E se invece ci concentrassimo sulla sovranità personale del dato e sulla possibilità che esso diventi un commons?
Un saluto cordiale,
Vincenzo Giorgino
Il giorno 9 febbraio 2018 12:05, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Molto interessante! :-D
In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica...
Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario.
D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore...
Giacomo
2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>:
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"One of the great liabilities of life is that all too many people find themselves living amid a great period of social change and yet they fail to develop the new attitudes, the new mental responses that the new situation demands. They end up sleeping through a revolution." - Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution"
Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D. Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics University of Torino - Italy
Pur con tutti i limiti che man mano scopriamo e scopriremo, tuttavia non vedo perchè considerare non praticabile usare le tecnologie d'archiviazione distribuita (TAD o blockchain) per i commons, come già alcuni progetti europei stanno facendo,. Tra l'altro, se non sbaglio, in uno c'e anche Polito. Il giorno 9 febbraio 2018 15:53, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Avete ragione... :-)
In particolare sottoscrivo pienamente la posizione di Marco: accetterei che i miei dati venissero utilizzati per creare beni comuni, come una terapia per il cancro liberamente disponibile. Perché non basta dire "con questi dati creeremo la cura per il cancro!" Bene, ma poi visto che i dati erano nostri, anche la cura è nostra...
Concordo, 1000 euro a bit a utilizzo sarebbero più appropriati di 10 centesimi se quei bit vengono utilizzati per creare beni privati.
RANT ON
Non intendevo proporre un modello di commercializzazione del dato personale, solo notare come al momento, questi dati vengono estratti gratuitamente dagli utenti, come fossimo topi da laboratorio.
Il ritorno degli utenti è veramente minimale, se confrontato con il valore estratto dal dato. 10 centesimi a bit a utilizzo voleva essere una proposta che non facesse gridare allo scandalo, contemporaneamente disincentivando l'utilizzo. Mi immaginavo politici e lobbysti stracciarsi le vesti in TV gridando "1000 euro a bit? Volete uccidere la new economy? Perdere milioni di posti di lavoro? volete la fine del capitalismo moderno? Comunisti!" :-D
Quanto al commons, no è troppo pericoloso.
Bastano dati anonimi per creare profili in cui categorizzare precisamente le persone senza avere la loro identità.
Bisognerebbe vietarne l'utilizzo, ma chi ha le palle di vietare qualcosa nel 2018? Per il bene comune poi! Vietare sì può, ma solo la creazione di sottotitoli e cose simili... per interessi privati...
Mi immagino già il politico di turno a sostenere che vietare l'utilizzo dei dati personali ne farebbe solo crescere l'economia sommersa, con perdita di posti di lavoro e chissà quante tasse! "Pensate ai pericolosi GEEK per le strade che spacciano i vostri Megabyte!"
Forse si potrebbe sperare di tassarli salatamente, ma anche qui... per il bene comune? Non va di moda... :-D
RANT OFF
La strada giusta sarebbe quella proposta da Marco... ma come perseguirla?
Giacomo
Il giorno 9 febbraio 2018 15:26, Vincenzo Mario Bruno Giorgino < vincenzo.giorgino@unito.it> ha scritto:
Caro Giacomo,
la commercializzazione totale della propria identità e delle proprie interazioni sociali mi pare una cosa da evitare.
Ci stan già pensando in molti come la piattaforma BAT https://basicattentiontoken.org/ che è passata all'azione usando la blockchain. E' la gig economy di se stessi, avallata da se stessi, la micro-miniimpreditorialità del proprio sè. Per 25 euro all'anno? E se invece ci concentrassimo sulla sovranità personale del dato e sulla possibilità che esso diventi un commons?
Un saluto cordiale,
Vincenzo Giorgino
Il giorno 9 febbraio 2018 12:05, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Molto interessante! :-D
In questi giorni riflettevo sul valore dei dati personali che inconsapevolmente emettiamo durante la nostra operatività tecnologica...
Secondo me bisognerebbe stabilire un tot a bit informativo utilizzato. Forse un euro è troppo, ma probabilmente 10 centesimi è ragionevole... Io mio sesso è un bit, i miei gusti sessuali un altro bit, quanti figli ho direi può richiedere 5 bit... per ogni bit che utilizzi devi pagare un tot al proprietario.
D'altro canto il valore che puoi trarre da quei bit è molto maggiore...
Giacomo
2018-02-09 1:16 GMT+01:00 Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>:
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"One of the great liabilities of life is that all too many people find themselves living amid a great period of social change and yet they fail to develop the new attitudes, the new mental responses that the new situation demands. They end up sleeping through a revolution." - Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution"
Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D. Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics University of Torino - Italy
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Il giorno 9 febbraio 2018 16:24, Vincenzo Mario Bruno Giorgino <vincenzo. giorgino@unito.it> ha scritto:
Pur con tutti i limiti che man mano scopriamo e scopriremo, tuttavia non vedo perchè considerare non praticabile usare le tecnologie d'archiviazione distribuita (TAD o blockchain) per i commons, come già alcuni progetti europei stanno facendo,. Tra l'altro, se non sbaglio, in uno c'e anche Polito.
L'acronimo TAD mi e' nuovo. Google non mi dice molto in proposito. A che tecnologie ti riferisci? Il termine blockchain purtroppo no. Anzitutto il punto non e' l'archiviazione ma il considerare proprietà comune le informazioni (identificabili o anonime) generate dalle persone durante la loro vita. Che vengano poi archiviati sul cloud, su un disco fisso o su filecoin poco importa. Le informazioni su di me sono mie. Dovrebbe essere ovvio che per utilizzarle a qualsiasi scopo devi avere un permesso esplicito (a meno che non siano di interesse pubblico e tu non sia un giornalista). Nel merito dell'archiviare attraverso blockchain, ricorda: non esiste la blockchain, solo una enorme struttura dati copiata su tanti computer. Vale quanto vale per il cloud: i tuoi dati (foto, video, documenti...) non sono mai "sul cloud" (o "sulla blockchain"), ma sul computer di un altro (o di altri, per la blockchain). Altro limite intrinseco della tecnologia blockchain e' l'enorme spreco di energia. Etica a parte, non e' molto furbo archiviare su una piattaforma che non e' economicamente sostenibile sul lungo periodo, visto che l'archiviazione ha come scopo proprio mantenere i dati disponibili nel lungo periodo. Giacomo
participants (4)
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Francesco Nachira -
Giacomo Tesio -
Marco Ciurcina -
Vincenzo Mario Bruno Giorgino