Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
/Cari Tutti,// // //dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben sapete.// //In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica./ /Federico/ --- Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non pienamente concordi. Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande. 1. Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati. Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti. 2. Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation of technology, business and social innovators” (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee). Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro? 3. Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo. Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”, pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii). Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e imprese. L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di sviluppatori). 4. L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della governance del processo di coordinamento. Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi. W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia dei 100 associati. Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni. Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie. Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017). Per quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato.
alcuni commenti succinti: On 13/02/2015 15:28, Federico Morando wrote:
/Cari Tutti,// // //dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben sapete.// //In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica./
/Federico/
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Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non pienamente concordi.
Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande.
1.
Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati.
Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti.
si, e' l'inizio di un percorso, che non e' obbligatorio. oggi fare un coordinamento di processi e' anticostituzionale, domani non lo sara'.
2.
Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation of technology, business and social innovators” (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee).
Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro?
non tutto deve essere legislativo, la legge può dare un framework.
3.
Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo.
Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”, pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii). Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e imprese.
L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di sviluppatori).
l'emendamento non parla di soluzioni centralizzate ma solo coordinate. sarebbe come affermare che IANA ha il monopolio della costruzione di internet..
4.
L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della governance del processo di coordinamento.
Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi. W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia dei 100 associati.
Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni. Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie.
e' di questi giorni la collecitazione della conf. stato regioni di un coordinamento politico permanente. nel comitato di indirizzo siedono rappresentanti dei principali dicasteri coinvolti, regioni e comuni. idem per commissione SPC, ecc.
Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017). Per quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato.
cosa che non c'entra con l'emendamento, essendo stata fatta l'anno scorso..
in effetti in discussione non è certo il principio del coordinamento, già presente nel testo vigente, ma le forme e gli strumenti attraverso i quali questo coordinamento viene realizzato. per sgombrare il campo da possibili equivoci, vorrei ribadire che sono assolutamente convinto che la normalizzazione delle soluzioni e la condivisione di standard e buone pratiche siano requisiti assolutamente vitali soprattutto per le piccole-micro aziende e per le startup innovative. è su questa base che possiamo oggi disporre di framework e strumenti open source, che alimentano una reale concorrenza di soluzioni e operatori. il punto dirimente che dovrà essere affrontato è come questa esigenza di coordinamento sarà declinata nella pratica. e gli esempi che ho citato (tutti ovviamente precedenti e non "dipendenti" dall'emendamento) stanno secondo me a dimostrare come anche ottimi propositi possano determinare risultati potenzialmente "pericolosi". gb Giovanni Bruno regesta.exe via Monte Zebio, 19 - 00195 - Roma tel.: +390637501056 - fax: +390637410460 mobile: +393487706540 Skype: regesta www.regesta.com gbruno@regesta.com @GiovanniBruno_ | @regesta_com Il giorno 13 febbraio 2015 16:39, Stefano Quintarelli < stefano@quintarelli.it> ha scritto:
alcuni commenti succinti:
On 13/02/2015 15:28, Federico Morando wrote:
/Cari Tutti,// // //dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben sapete.// //In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica./
/Federico/
---
Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non pienamente concordi.
Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande.
1.
Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati.
Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti.
si, e' l'inizio di un percorso, che non e' obbligatorio. oggi fare un coordinamento di processi e' anticostituzionale, domani non lo sara'.
2.
Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation of technology, business and social innovators” (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web- at-25/tim-berners-lee).
Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro?
non tutto deve essere legislativo, la legge può dare un framework.
3.
Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo.
Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”, pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii ). Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e imprese.
L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di sviluppatori).
l'emendamento non parla di soluzioni centralizzate ma solo coordinate. sarebbe come affermare che IANA ha il monopolio della costruzione di internet..
4.
L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della governance del processo di coordinamento.
Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi. W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia dei 100 associati.
Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni. Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie.
e' di questi giorni la collecitazione della conf. stato regioni di un coordinamento politico permanente. nel comitato di indirizzo siedono rappresentanti dei principali dicasteri coinvolti, regioni e comuni. idem per commissione SPC, ecc.
Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017). Per quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato.
cosa che non c'entra con l'emendamento, essendo stata fatta l'anno scorso.. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Scusate se l'avete già visto, ma vi segnalo che qui Quinta ieri ha pubblicato un post in cui illustra in modo più completo il pensiero dietro al suo emendamento: http://stefanoquintarelli.tumblr.com/post/111000924305/di-norme-e-fatti Buona domenica Anna Inviato da iPhone
Il giorno 13/feb/2015, alle ore 16:39, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> ha scritto:
alcuni commenti succinti:
On 13/02/2015 15:28, Federico Morando wrote: /Cari Tutti,// // //dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben sapete.// //In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica./
/Federico/
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Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non pienamente concordi.
Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande.
1.
Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati.
Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti.
si, e' l'inizio di un percorso, che non e' obbligatorio. oggi fare un coordinamento di processi e' anticostituzionale, domani non lo sara'.
2.
Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation of technology, business and social innovators” (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee).
Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro?
non tutto deve essere legislativo, la legge può dare un framework.
3.
Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo.
Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”, pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii). Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e imprese.
L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di sviluppatori).
l'emendamento non parla di soluzioni centralizzate ma solo coordinate. sarebbe come affermare che IANA ha il monopolio della costruzione di internet..
4.
L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della governance del processo di coordinamento.
Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi. W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia dei 100 associati.
Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni. Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie.
e' di questi giorni la collecitazione della conf. stato regioni di un coordinamento politico permanente. nel comitato di indirizzo siedono rappresentanti dei principali dicasteri coinvolti, regioni e comuni. idem per commissione SPC, ecc.
Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017). Per quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato.
cosa che non c'entra con l'emendamento, essendo stata fatta l'anno scorso.. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Buongiorno. Permettetemi di contribuire al dibattito con un banale esempio. Ciascuna regione italiana, attraverso la locale azienda informatica partecipata, ha sviluppato nei decenni passati e mantiene tuttora numerose applicazioni informatiche custom aventi finalità e requisiti del tutto simili a quelle delle altre regioni. Un esempio: ciascuna regione ha una propria applicazione di gestione dell’anagrafe diversa da quella delle altre regioni anche se risponde a requisiti normativi che non differiscono da regione a regione. Per giunta, quasi sempre, la singola applicazione non è in grado di dialogare con le altre. In generale, si tratta di applicazioni cosiddette “commodity”, cioè non legate alle specificità del “business” (in questo caso, per non essere fraintesi, parliamo del servizio erogato da quella regione). Riferendoci all’ampio mondo dell’informatica applicativa, tutti sappiamo che da decenni, un’applicazione di contabilità generale non viene più scritta o gestita custom dagli utilizzatori, ma si usano dei package che, ove necessario, vengono parametrati per attivare funzionalità specifiche. Sia ben chiaro che non sto suggerendo l’adozione di package di questo o di quel produttore. Sto semplicemente affermando che sarebbe bastato che le regioni si fossero messe d’accordo per produrre e avvalersi di uno stesso software, replicato tante volte quanto serve, per evitare di moltiplicare i costi di sviluppo, di mantenimento e di gestione delle interazioni eventuali (che oggi sono manuali). L’alternativa poteva essere quella di disporre di un unico software condiviso, accessibile a ciascuna regione per la parte di competenza. Ci si sarebbe avvalsi perciò di un solo software, se il caso in outsourcing, dotato di opportune profilazioni di accesso in relazione agli utilizzatori. Oggi si potrebbe parlare di Cloud-SaaS, ma in realtà questa è una locuzione recente che, nel caso specifico in esame, non cambia i contenuti. L’autonomia data alle regioni dal dettato costituzionale ha favorito la creazione di barriere verso una qualsiasi razionalizzazione, creando un danno consistente alla società civile. Il primo limite da rimuovere era perciò quello. Naturalmente non basta: ci vorrà buonsenso nell’opera di razionalizzazione. Ma non è scontato. Il fatto stesso che non si sia prestata mai la necessaria attenzione al tema e, peggio, non sia mai stata oggetto di discussione, è un indicatore che il livello del dibattito non affronta sempre i problemi in modo concreto e, magari, anche comprensibile al cittadino attento. Tuttavia, aver fatto un passo avanti così importante, è un grande segno di concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione). Grazie, Quinta, anche per l’esempio di concretezza che ci hai dato. Cordialmente antonio l.rassu ----- Original Message ----- From: Federico Morando To: Lista Nexa Center Sent: Friday, February 13, 2015 3:28 PM Subject: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato) Cari Tutti, dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento Quintarelli, di cui tutti ben sapete. In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista, per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica. Federico --- Sono un po’ confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto “emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse, con motivazioni e intenti non pienamente concordi. Molti dei commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi che deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande. 1. Partiamo dal contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del 1948 l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non “in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato, definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento “dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche” oltre ai dati. Naturalmente, si tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni rischi concreti. 2. Negli ultimi vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento. Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually ‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation of technology, business and social innovators” (http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee). Questo processo di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla periferia al centro? 3. Nel corso di questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio informativo. Le potenzialità di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”, pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno (http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii). Nella visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi, nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e imprese. L’adozione di soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose esperienze stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni culturali), può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source (rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di sviluppatori). 4. L’ultimo punto che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della governance del processo di coordinamento. Avocare questa materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra, un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi. W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati, centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni l’attività dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena superato la soglia dei 100 associati. Nel caso italiano la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati, processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque, l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni. Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie. Attualmente è in corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi (http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017). Per quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da 500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento di aziende su campi applicativi importanti (big data, interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo, un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile risparmio settoriale immediato. ------------------------------------------------------------------------------ _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Buonasera 2015-02-14 15:33 GMT+01:00 rassu <rassu@c-m.it>: ...
Un esempio: ciascuna regione ha una propria applicazione di gestione dell’anagrafe diversa da quella delle altre regioni anche se risponde a requisiti normativi che non differiscono da regione a regione. Per giunta, quasi sempre, la singola applicazione non è in grado di dialogare con le altre.
quello che cerco di aspettarmi dagli effetti di un simile emendamento sarebbe l'applicazione che possa andare oltre l'invito di una metodologia che ha reso Internet quella che è oggi riuscendo a resistere ad attacchi fortissimi, che si puo consolidare su due aspetti principali: - protocolli standard ( procedure, processi, regole di interfacciamento, ...) - formati di interscampio aperti (anche come subset del precedente punto) con soli questi due strumenti si costruiscono basi solide che allo stesso tempo lasciano ampie liberta sulle modalita di implementazione vorrei provare con un esempio sicuramente scontato: Anagrafe regione X usa software proprietario chiuso Anagrafe regione Y usa SaaS Anagrafe regione Z usa software libero a vario titolo tutti e tre usano formati di interscambio aperti e normati dallo Stato tutti e tre usano gli stessi protocolli normati dallo Stato le famose API (Application Program Interfaces) Quarto attore si progetta un software in casa per comunicare in modo standard Risultato: l'accesso e l'interscambio è garantito, ovvero l'informazione fluisce in modo strutturato e con modalita deterministiche e prevedibili indipendentemente dalle implementazioni a me spannometricamente sembra una soluzione win-win si tratterebbe in fondo di copiarte modelli gia consolidati da decenni dalle pratiche di sviluppo delle reti ...
Riferendoci all’ampio mondo dell’informatica applicativa, tutti sappiamo che da decenni, un’applicazione di contabilità generale non viene più scritta o gestita custom dagli utilizzatori, ma si usano dei package che, ove necessario, vengono parametrati per attivare funzionalità specifiche. Sia ben chiaro che non sto suggerendo l’adozione di package di questo o di quel produttore. Sto semplicemente affermando che sarebbe bastato che le regioni si fossero messe d’accordo per produrre e avvalersi di uno stesso software, replicato tante volte quanto serve, per evitare di moltiplicare i costi di sviluppo, di mantenimento e di gestione delle interazioni eventuali (che
verissimo, ma prima di tutto, se le regioni avessero avuto un accordo vincolante sul formato di interscambio dei dati (forse è gia cosi, non so)
oggi sono manuali). L’alternativa poteva essere quella di disporre di un unico software condiviso, accessibile a ciascuna regione per la parte di competenza. Ci si sarebbe avvalsi perciò di un solo software, se il caso in
utilizzatre un unico software è in generare una forma di point of failure in termini di sicurezza ed integrita infrastrutturale, basterebbe una parte di codice corrotta che tutto il network ne risentirebbe allo stesso modo.Diversificare permette di alimentare un mercato/concorrenza che esiste e non se ne puo/vuole fare a meno.La diversificazione in regime di concorrenza ha come buon effetto quello di cercare necessariamente di produrre un codice sempre migliore e se anche aperto allora soggetto a valutazione piu ampia (debug piu veloce a costi piu ridotti) ...
Tuttavia, aver fatto un passo avanti così importante, è un grande segno di concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
con il solo invito vincolante all'utilizzo di determinati formati e protocolli aperti e standard l'occupazione aumenta in quanto si creano le classiche premesse di un mercato libero e meno vincolato che lavora in regime di concorrenza. I bandi non saranno basati sul brute force dei big vendors ma avendo come punti di riferimento i suddetti standard permetterebero un accesso anche ad operatori relativamente piccoli ma in grado di rispondere con la stessa qualita (sto riducendo troppo il discorso mi rendo conto della complessta del problema) Buona serata Luca Cappelletti
Buongiorno. Grazie per i commenti, a cui rispondo (vedasi sotto, testo in azzurro corsivo). Cordialmente antonio l.rassu ----- Original Message ----- From: "Luca Cappelletti" <luca.cappelletti@gmail.com> To: "Lista Nexa Center" <nexa@server-nexa.polito.it> Sent: Saturday, February 14, 2015 10:12 PM Subject: Re: [nexa] Sull'Emendamento Quintarelli (comma 117.r della Costituzione: competenze esclusiva nel coordinamento informatico allo Stato)
Buonasera
2015-02-14 15:33 GMT+01:00 rassu <rassu@c-m.it>: ...
Un esempio: ciascuna regione ha una propria applicazione di gestione dell’anagrafe diversa da quella delle altre regioni anche se risponde a requisiti normativi che non differiscono da regione a regione. Per giunta, quasi sempre, la singola applicazione non è in grado di dialogare con le altre.
quello che cerco di aspettarmi dagli effetti di un simile emendamento sarebbe l'applicazione che possa andare oltre l'invito di una metodologia che ha reso Internet quella che è oggi riuscendo a resistere ad attacchi fortissimi, che si puo consolidare su due aspetti principali: - protocolli standard ( procedure, processi, regole di interfacciamento, ...) - formati di interscampio aperti (anche come subset del precedente punto)
con soli questi due strumenti si costruiscono basi solide che allo stesso tempo lasciano ampie liberta sulle modalita di implementazione
vorrei provare con un esempio sicuramente scontato: Anagrafe regione X usa software proprietario chiuso Anagrafe regione Y usa SaaS Anagrafe regione Z usa software libero a vario titolo
tutti e tre usano formati di interscambio aperti e normati dallo Stato tutti e tre usano gli stessi protocolli normati dallo Stato
le famose API (Application Program Interfaces)
Quarto attore si progetta un software in casa per comunicare in modo standard
Risultato: l'accesso e l'interscambio è garantito, ovvero l'informazione fluisce in modo strutturato e con modalita deterministiche e prevedibili indipendentemente dalle implementazioni
a me spannometricamente sembra una soluzione win-win si tratterebbe in fondo di copiarte modelli gia consolidati da decenni dalle pratiche di sviluppo delle reti
...
Riferendoci all’ampio mondo dell’informatica applicativa, tutti sappiamo che da decenni, un’applicazione di contabilità generale non viene più scritta o gestita custom dagli utilizzatori, ma si usano dei package che, ove necessario, vengono parametrati per attivare funzionalità specifiche. Sia ben chiaro che non sto suggerendo l’adozione di package di questo o di quel produttore. Sto semplicemente affermando che sarebbe bastato che le regioni si fossero messe d’accordo per produrre e avvalersi di uno stesso software, replicato tante volte quanto serve, per evitare di moltiplicare i costi di sviluppo, di mantenimento e di gestione delle interazioni eventuali (che
verissimo, ma prima di tutto, se le regioni avessero avuto un accordo vincolante sul formato di interscambio dei dati (forse è gia cosi, non so)
oggi sono manuali). L’alternativa poteva essere quella di disporre di un unico software condiviso, accessibile a ciascuna regione per la parte di competenza. Ci si sarebbe avvalsi perciò di un solo software, se il caso in
utilizzatre un unico software è in generare una forma di point of failure in termini di sicurezza ed integrita infrastrutturale, basterebbe una parte di codice corrotta che tutto il network ne risentirebbe allo stesso modo.
Mentre, in linea di massima sono d’accordo con molte osservazioni, non lo sono con questa. Non mi risulta che avere un “unico software” costituisca una criticità di per sé. La criticità si ha se non si hanno le capacità di implementarlo/testarlo adeguatamente. Tuttavia vi sono metodi e strumenti che rendono infinitesimale il rischio, come avviene nel caso del software custom, cioè quello denominato “core-business” in alternativa a “commodity”, perché mirato a gestire le problematiche specifiche che caratterizzano il profilo competitivo di una determinata impresa finalizzato a differenziarsi da quelle concorrenti dello stesso settore.
Diversificare permette di alimentare un mercato/concorrenza che esiste e non se ne puo/vuole fare a meno.La diversificazione in regime di concorrenza ha come buon effetto quello di cercare necessariamente di produrre un codice sempre migliore e se anche aperto allora soggetto a valutazione piu ampia (debug piu veloce a costi piu ridotti)
Ben venga la concorrenza, non sostengo certo il contrario. Circa il fatto che il software sia aperto, neanche qui ho niente in contrario, almeno di principio. Del resto uno dei due punti che ho formulato, nella risposta alla consultazione pubblica sul tema della crescita digitale 2014-2020 relativa ai piani per l’Agenda Digitale Italiana (consultabile al link: http://www.agid.gov.it/sites/default/files/iniziative/report_crescita-digita... ), riguarda proprio l’Open Source e il modello di business che ritengo sostenibile (vedasi a pag 35 del documento che rimanda al link: http://www.rassu.org/AgID/OS-consultazione-AgID.pdf dove è giusto riportato il mio intervento). Tuttavia nel caso specifico dubito che, per la tipologia di software in questione, il modello di business si possa conciliare con l’economia di mercato senza che si contribuisca economicamente con soldi pubblici. Niente di male, per carità, ma si tratta di software che bisognerebbe definire “pubblico” e non più “libero”. Altrimenti anche per la sanità sarebbe giusto parlare di “sanità libera”e non di “sanità pubblica”. Sarebbe autoreferenziale e non condivisibile modificare l’accezione dei termini, rendendoli ostici alla percezione di molti, fino a causare dannose incomprensioni. Circa il tema dell’occupazione, come espongo nell’intervento, la si ritiene ampiamente ottenibile attraverso la promozione del servizio di “Migrazione del Sistema Informatico” adottando appunto criteri di riferimento standard, che impediscano anzitutto monopoli costosi e dannosi. Uno degli aspetti più interessanti in questo senso è l’adozione di uno standard di codifica per la piattaforma di elaborazione, attraverso l’abbandono in particolare del criterio di codifica EBCDIC. Si tratta di progetti denominati “rehosting” che consentono di ridurre i costi ricorrenti di gestione del centro (running costs) normalmente di sei volte e producono una grande quantità di lavoro. In Piemonte vi sono forti esperienze su questi temi (per esempio i rehosting sono stati effettuati per Fiat Auto, ora FCA, per IVECO, per Alenia, per Benetton e altri). Un mercato valutato, a livello mondiale, in 50 miliardi di Euro ma che vede molti utilizzatori restii per motivi che non sono di dominio pubblico. Vige quasi sempre l’autoreferenzialità e la non condivisione documentata delle motivazioni. In pratica se ne avvantaggiano pochi interessati a mantenere lo status quo e il monopolista. Forse può essere utile parlarne …….
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Tuttavia, aver fatto un passo avanti così importante, è un grande segno di concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
con il solo invito vincolante all'utilizzo di determinati formati e protocolli aperti e standard l'occupazione aumenta in quanto si creano le classiche premesse di un mercato libero e meno vincolato che lavora in regime di concorrenza. I bandi non saranno basati sul brute force dei big vendors ma avendo come punti di riferimento i suddetti standard permetterebero un accesso anche ad operatori relativamente piccoli ma in grado di rispondere con la stessa qualita (sto riducendo troppo il discorso mi rendo conto della complessta del problema)
Buona serata
Luca Cappelletti _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
On 2015-02-14 15:33, rassu wrote:
L’autonomia data alle regioni dal dettato costituzionale ha favorito la creazione di barriere verso una qualsiasi razionalizzazione, creando un danno consistente alla società civile. Il primo limite da rimuovere era perciò quello...
...un passo avanti così importante, è un grande segno di concretezza che ci deve indurre a ritenere che si possano fare i passi successivi nel modo più giusto, considerando attentamente e minimizzando tutti gli impatti negativi che potrebbero derivarne (penso all’occupazione).
sono decenni che "minimizzare gli impatti negativi sull'occupazione" è un'altra, e non l'ultima, barriera proprio "verso una qualsiasi razionalizzazione, creando un danno consistente alla società civile" e impatti molto negativi proprio sull'occupazione. Ormai nella PA (anche fuori, certo) ci sono tanti di quei posti di lavoro inutili, o che possono essere resi inutili, soprattutto nelle aree/funzioni più migliorabili tramite digitalizzazione e coordinamento informatico, che qualsiasi razionalizzazione DEVE avere "impatti molto negativi" su QUELLA occupazione. E' inutile girarci intorno. O illudersi e illudere che quelli che ne saranno colpiti potranno essere riqualificati (parliamo di quelli che stampano i PDF per scansionarli) o ricollocati in mansioni di pari livello, se non in minima parte. O che la digitalizzazione creerà più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Perché anche SE è vero, è vero su tempi molto più lunghi di quelli che queste persone riuscirebbero a sopravvivere senza stipendio, o è vero per lavori per cui quasi tutte quelle persone non riuscirebbero mai a riqualificarsi. "Tranquillo, FINALMENTE digitalizziamo tutto e quindi non ci servirà più chi stampa PDF, ma tranquillo: per gestire il nuovo sistema serviranno 10 amministratori di sistema esperti di Java+Ruby+MySql... il PROSSIMO MESE, fai domanda per quelli" Poi per carità: ogni settore è diverso, bisogna valutarli uno per uno con molto buon senso, e soprattutto NON si deve lasciar morire di fame, o in mezzo alla strada sfrattato, o privo di assistenza medica seria NESSUNO. Ma quello è un altro discorso, gli impatti MOLTO negativi su certa "occupazione" come si fa a evitarli? E soprattutto: perché si dovrebbe farlo? Marco -- http://mfioretti.com
Saluti nexiani, vi segnalo una mia valutazione sulla "IANA setwardship transition" pubblicata su www.agendadigitale.eu, tema del quale si e' discusso in occasione del meeting di ICANN della settimana scorsa. Il progetto per la transizione in questione dovra' essere concordato e trasmesso al governo USA entro il mese di giugno prossimo. Richieste di chiarimenti e commenti benvenuti. Stefano Trumpy -- _________________________________________________________ Stefano Trumpy Presidente Internet Society Italia Via del Poggio 27, Livorno, Italia phone: +39 0586579212 mobile: +39 3488218618 e-mail: stefano@trumpy.eu skype: stetru _________________________________________________________
participants (8)
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Federico Morando -
Giovanni Bruno -
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M. Fioretti -
Presidente Internet Society Italia -
rassu -
Stefano Quintarelli