Grazie per i commenti, a cui rispondo (vedasi sotto, testo in azzurro corsivo).
Cordialmente
antonio l.rassu
Mentre, in linea
di massima sono d’accordo con molte osservazioni, non lo sono con questa. Non mi
risulta che avere un “unico software” costituisca una criticità di per sé. La
criticità si ha se non si hanno le capacità di implementarlo/testarlo
adeguatamente. Tuttavia vi sono metodi e strumenti che rendono infinitesimale il
rischio, come avviene nel caso del software custom, cioè quello denominato
“core-business” in alternativa a “commodity”, perché mirato a gestire le
problematiche specifiche che caratterizzano il profilo competitivo di una
determinata impresa finalizzato a differenziarsi da quelle concorrenti dello
stesso settore.
Ben venga la concorrenza, non sostengo certo
il contrario. Circa il fatto che il software sia aperto, neanche qui ho niente
in contrario, almeno di principio. Del resto uno dei due punti che ho formulato,
nella risposta alla consultazione pubblica sul tema della crescita digitale
2014-2020 relativa ai piani per l’Agenda Digitale Italiana (consultabile al
link:
http://www.agid.gov.it/sites/default/files/iniziative/report_crescita-digitale_2014_4.pdf ),
riguarda proprio l’Open Source e il modello di business che
ritengo sostenibile (vedasi a pag 35 del documento che rimanda al
link: http://www.rassu.org/AgID/OS-consultazione-AgID.pdf
dove è
giusto riportato il mio intervento).
Tuttavia nel caso specifico dubito che, per la tipologia
di software in questione, il modello di business si possa conciliare con
l’economia di mercato senza che si contribuisca economicamente con soldi
pubblici. Niente di male, per carità, ma si tratta di software che bisognerebbe
definire “pubblico” e non più “libero”. Altrimenti anche per la sanità sarebbe
giusto parlare di “sanità libera”e non di “sanità pubblica”. Sarebbe
autoreferenziale e non condivisibile modificare l’accezione dei termini,
rendendoli ostici alla percezione di molti, fino a causare dannose
incomprensioni.
Circa il tema dell’occupazione, come espongo
nell’intervento, la si ritiene ampiamente ottenibile attraverso la promozione
del servizio di “Migrazione del Sistema Informatico” adottando appunto criteri
di riferimento standard, che impediscano anzitutto monopoli costosi e dannosi.
Uno degli aspetti più interessanti in questo senso è l’adozione di uno standard
di codifica per la piattaforma di elaborazione, attraverso l’abbandono in
particolare del criterio di codifica EBCDIC. Si tratta di progetti denominati
“rehosting” che consentono di ridurre i costi ricorrenti di gestione del centro
(running costs) normalmente di sei volte e producono una grande quantità di
lavoro. In Piemonte vi sono forti esperienze su questi temi (per esempio i
rehosting sono stati effettuati per Fiat Auto, ora FCA, per IVECO, per Alenia,
per Benetton e altri). Un mercato valutato, a livello mondiale, in 50 miliardi
di Euro ma che vede molti utilizzatori restii per motivi che non sono di dominio
pubblico. Vige quasi sempre l’autoreferenzialità e la non condivisione
documentata delle motivazioni. In pratica se ne avvantaggiano pochi interessati
a mantenere lo status quo e il monopolista. Forse può essere utile parlarne
…….