Cari Tutti,
dopo una chiacchierata con l'amico Giovanni Bruno di
Regesta.exe, mi sono permesso di sollecitare un suo contributo
scritto, da condividere in lista Nexa, in merito all'Emendamento
Quintarelli, di cui tutti ben sapete.
In calce trovate le riflessioni di Giovanni Bruno, che penso
siano interessanti, e non prive di spunti concreti, anche per i
convinti sostenitori di una strategia di coordinamento nazionale
in tema di informatica: mi è sembrato giusto inviare personalmente
queste riflessioni in lista, avendole sollecitate, ma l'occasione
è stata buona anche per far iscrivere Giovanni alla nostra lista,
per cui lascio ovviamente a lui qualsiasi replica.
Federico
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Sono un po’
confuso. Dall’unanimità del voto parlamentare sul cosiddetto
“emendamento Quintarelli” e dall’unanimismo dei commenti che ne
sono seguiti sui social network e su diverse testate on line. Si
tratta di un caso assolutamente eccezionale (è stato ricordato, ad
esempio, che anche sull’abolizione della pena di morte non si era
raggiunto un consenso così assoluto): il voto favorevole è arrivato
da settori parlamentari anche molto distanti tra di loro e, forse,
con motivazioni e intenti non pienamente concordi.
Molti dei
commenti pubblicati in questi giorni hanno insistito sui vantaggi
che
deriverebbero dall’attribuzione allo Stato e al governo delle
competenze di coordinamento su dati, processi, infrastrutture e
piattaforme grazie all’eliminazione di duplicazioni e sprechi, alla
piena interoperabilità delle soluzioni (o della soluzione), alla
normalizzazione di interfacce e funzioni. Senza nulla togliere alla
giusta soddisfazione del promotore, che, riprendendo la metafora
calcistica che lo stesso onorevole Quintarelli ha usato nel suo
intervento alla Camera, ha saputo cogliere un risultato inaspettato
con un grandioso contropiede, la lettura dell’innovazione
legislativa introdotta induce a mio parere alcune domande.
1.
Partiamo dal
contesto. In discussione alla Camera è attualmente il ddl di
revisione costituzionale predisposto dal governo; l’emendamento
approvato incide sull’articolo 117, dove vengono definiti gli
ambiti della potestà legislativa di Stato e Regioni. La riscrittura
di questo articolo ha rappresentato il cuore della revisione
costituzionale approvata nel 2001: nella versione originaria del
1948
l’articolo 117 presentava uno stringato elenco di materie sulle
quali le Regioni sarebbero state chiamate a legiferare purché non
“in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre
Regioni”; nel 2001 l’impianto è stato interamente rovesciato,
definendo un ben più corposo elenco di materie sulle quali lo Stato
ha potere di “legislazione esclusiva”. L’emendamento
dell’onorevole Quintarelli modifica il testo dell’elenco di
materie comprese nel comma r) nel 2001 (“pesi, misure e
determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e
informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e
locale; opere dell'ingegno”): introducendo anche il coordinamento
“dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme
informatiche” oltre ai dati.
Naturalmente, si
tratta solo di un primo passo all’interno di un percorso ancora
lungo prima dell’approvazione definitiva e dell’eventuale
successivo referendum confermativo. Così come va considerato che il
principio definito nel testo costituzionale avrà poi bisogno di una
conseguente legislazione ordinaria per diventare efficace: per
rendere effettivo l’istituto regionale previsto dalla Costituzione
del 1948 abbiamo dovuto attendere 22 anni; speriamo che in questo
caso i tempi siano più ragionevoli. Ma la possibilità che questa
enunciazione possa rappresentare, come è negli auspici di
Quintarelli, una “leva importante per l'efficacia della macchina
amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni,
sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese” resta
largamente delegata alle modalità della sua concreta attuazione. A
me sembra che su questo delicatissimo snodo possano celarsi alcuni
rischi concreti.
2.
Negli ultimi
vent’anni la rete e il Web hanno rappresentato un incredibile
terreno di innovazione, una piattaforma di condivisione e
interoperabilità, fondata sui concetti di apertura e decentramento.
Lo ha ricordato in occasione delle iniziative per
i primi 25 anni del Web Tim Berners-Lee: “By continually
‘re-decentralising’ the web, we will unleash the next generation
of technology, business and social innovators”
(http://www.wired.co.uk/magazine/archive/2014/03/web-at-25/tim-berners-lee).
Questo processo
di innovazione continua si è mosso per strappi e accelerazioni; si è
nutrito di condivisione (di standard, protocolli, buone pratiche) e
pluralismo (di attori, piattaforme distribuite, soluzioni). La
ricchezza e la diversità di questo ecosistema digitale, oggi
minacciato proprio dall’espandersi di monopoli e di artificiose
barriere nazionali, sono stati il primo motore di cambiamento. Come
conciliare l’esigenza di preservare questo ambiente dinamico con
l’obbligo di conformarsi in tema di infrastrutture e piattaforme
con disposizioni e regolamenti legislativi (che per definizione
intervengono a normare fattispecie esistenti)? Senza escludere la PA
dal processo di innovazione, che tipicamente si muove dalla
periferia
al centro?
3.
Nel corso di
questi venticinque anni il Web si è evoluto da una “collection of
interlinked static documents” ad un universo di dati, in grado di
alimentare una varietà di applicazioni per i più diversi
dispositivi. Le regole di interoperabilità dei dati disegnate dal
W3C con la famiglia di standard del Semantic Web identificano uno
spazio comune alimentato in modo autonomo dai singoli fornitori, in
grado di descrivere tutta la ricchezza del proprio patrimonio
informativo.
Le potenzialità
di un approccio “data driven” sono state recentemente ribadite
dalla nuova versione del “National Information Infrastructure”,
pubblicato dall’Open Data User Group UK all’inizio di quest’anno
(http://data.gov.uk/library/odug-national-information-infrastructure-nii).
Nella
visione dell’ODUG è nella disponibilità di dati aperti del
settore pubblico - accessibili liberamente a tutti per il riuso e
indipendenti da specifiche architetture IT - il requisito
inderogabile per creare nuove opportunità, nuovi prodotti e servizi,
nuovo lavoro; e per questa via raggiungere gli obiettivi di
accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione, favorire il
contenimento dei costi, offrire maggiori servizi a cittadini e
imprese.
L’adozione di
soluzioni software centralizzate (o comuni), come numerose
esperienze
stanno a dimostrare (penso, ad esempio, al mondo dei beni
culturali),
può risolversi in una scarsa capacità di aggiornamento, determinare
un vincolo implicito dell’amministrazione verso il singolo
fornitore della soluzione, innalzare barriere all’ingresso di nuovi
operatori e, alla fine, mancare anche gli obiettivi di riduzione dei
costi. L’obbligo di rilascio del codice sorgente è una condizione
del tutto insufficiente a consentire una reale concorrenza di
fornitori, se il software prodotto non sia già Open Source
(rilasciato con licenza specifica, utilizzato da una pluralità di
utilizzatori indipendenti, sostenuto da una comunità di
sviluppatori).
4.
L’ultimo punto
che vorrei toccare è quello, assolutamente decisivo, della
governance del processo di coordinamento.
Avocare questa
materia alla potestà legislativa statale introduce, a me sembra,
un’anomalia in un contesto il cui sviluppo è governato dall’azione
di organismi indipendenti e autonomi, che operano attraverso la
pubblicazione di linee guida, raccomandazioni, standard condivisi.
W3C, RIPE, IEFT sono tutte organizzazioni no profit, partecipate su
base volontaria da una pluralità di soggetti (operatori privati,
centri di ricerca, istituti statali); in Gran Bretagna il governo
inglese finanzia con 10 milioni di sterline in cinque anni
l’attività
dell’Open Data Institute, un network internazionale che ha appena
superato la soglia dei 100 associati.
Nel caso italiano
la previsione di una esclusiva competenza statale in tema di dati,
processi, infrastrutture e piattaforme richiederà, comunque,
l’individuazione di un organismo tecnico al quale competano compiti
di istruttoria e di controllo. Se questo soggetto fosse un’agenzia
governativa come l’AgID, alla quale sono attribuite anche funzioni
di spesa, attraverso l’emanazione di bandi di gara per la PA, si
potrebbe determinare un ulteriore centralizzazione delle decisioni.
Con la tentazione di imboccare facili scorciatoie.
Attualmente è in
corso una procedura di gara per “sviluppare servizi evoluti per la
PA, razionalizzando processi e costi” del valore di 1,95 miliardi
di Euro per cinque anni, da cui è atteso un risparmio di 3 miliardi
(http://www.consip.it/news_ed_eventi/2014/9/notizia_0017).
Per
quanto la gara sia suddivisa in 4 lotti (quindi, 4 mega gare da
500 milioni di Euro), l’individuazione di un unico raggruppamento
di aziende su campi applicativi importanti (big data,
interoperabilità, cloud computing), anche per la rilevanza delle
risorse messe in campo, rischia di restringere per lungo tempo la
possibile platea di operatori impegnati su alcune delle frontiere
strategiche dell’attuale sviluppo tecnologico. Inducendo, temo,
un’inefficienza sistemica di medio periodo a fronte di un possibile
risparmio settoriale immediato.