sistema di credito sociale - la Cina è vicina (era:Bologna: citizen wallet)
siamo 'semplicemente' qui, con il citizen wallet di Bologna: https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale "Il sistema di credito sociale è un'iniziativa creata dalla Repubblica Popolare Cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini." "Fino a ora, nessun sistema di credito sociale comprensivo ed esteso a tutta la nazione esiste ma ci sono molteplici progetti sperimentali che stanno testando il sistema su scala locale e in alcuni settori dell'economia. Un programma di questo tipo è stato implementato a Shanghai per mezzo dell'app Honest Shanghai, che utilizza un software di riconoscimento facciale per cercare all'interno di archivi del governo, e classifica gli utenti in questo modo. Alcune documentazioni hanno dichiarato che i punteggi potrebbero basarsi anche su informazioni estrapolate dalle abitudini di ricerca online dei cittadini cinesi." in Cina sono partiti con un programma pilota in una grande città. se uno volesse sottrarsi potrebbe farcela a «offuscarsi»? penso a Bologna, e penso a Shanhgai, e penso a me nella mia città Maurizio Il 31/03/22 11:41, Vincenzo Mario Bruno Giorgino <vincenzo.giorgino@unito.it> ha scritto:
Date: Thu, 31 Mar 2022 11:41:36 +0200 From: Vincenzo Mario Bruno Giorgino <vincenzo.giorgino@unito.it> To: Giuseppe Attardi <attardi@di.unipi.it> Cc: Nexa <nexa@server-nexa.polito.it> Subject: Re: [nexa] Bologna: citizen wallet
La tentazione però è forte per le pubbliche amministrazioni, specie "eco progressiste" e orientate al "bene comune". I cittadini elettori verrebbero valutati dall'Amministrazione eletta e sulla quale non avrebbero alcun potere della stessa portata. E il paradosso sarebbe che ciò avviene perchè i dati sul comportamento della popolazione sono chiusi in silos statali controllati dai politici e solo a loro noti (e alle aziende che eventualmente avrebbero l'appalto). Altro paradosso è che ciò avviene anche perchè deve essere garantita la riservatezza... dei dati individuali! Sottratti agli individui per il loro bene. Chissà che ne farebbero...
Vi ricordo il MoM dell'ultimo Governo Renzi con IBM Watson: i dati sanitari dei lombardi (9M) poi di tutti gli italiani in cambio di un centro di ricerca IBM-Watson a Milano con 500-700 ricercatori assunti. "Un vaste programme!"
Se IBM era disposta alla transazione, avrà fatto prima i conti sul valore dei dati, che per E&Y, relativamente alla popolazione della Gran Bretagna, assomma a circa 10 miliardi di sterline all'anno. Tra l'altro, i cittadini, con questo valore in tasca, di conoscenza e, in secondo luogo, economico, non sarebbero più una voce di costo del SSN, ma una voce di entrata e di influenza. Dovrebbero avere voce in capitolo su molti aspetti di questa valorizzazione, magari anche sulla gestione dei dati durante le emergenze come la pandemia, in cui è in gioco la vita senza un'adeguata (rapida) e granulare (dati grezzi anonimizzati, vedi ad es. la proposta di Alex Pentland del MIT già citata qui tempo fa) conoscenza della diffusione del virus.
Per contro, l'Amministrazione Obama varò nel 2010 il programma Blue Botton: tutti i dati sanitari dei beneficiari di Medicare (43M) e dei Veterani (1M) disponibili a loro stessi in formato ASCII. https://obamawhitehouse.archives.gov/open/innovations/BlueButton
Buona riflessione a tutti,
Vincenzo Giorgino
Il giorno gio 31 mar 2022 alle ore 11:10 Giuseppe Attardi < attardi@di.unipi.it> ha scritto:
Una follia: la illustra bene l’episodio “Nose Dive” di Black Mirror.
— Beppe
On 30 Mar 2022, at 20:24, <nexa-request@server-nexa.polito.it> < nexa-request@server-nexa.polito.it> wrote:
From: 380° <g380@biscuolo.net> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: [nexa] Bologna: citizen wallet Message-ID: <87tubfd52t.fsf@xelera.eu> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Buongiorno nexiane,
https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/politica/22_marzo_29/bologna-p...
Bologna, la «patente digitale» per i cittadini virtuosi: punti e premi. E un’app con tutti i servizi
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L’idea è simile al meccanismo di «una raccolta punti del supermercato», come sottolinea lo stesso assessore. «Il cittadino avrà un riconoscimento se differenzia i rifiuti, se usa i mezzi pubblici, se gestisce bene l’energia, se non prende sanzioni dalla municipale, se risulta attivo con la Card cultura». Comportamenti virtuosi che corrisponderanno a un punteggio che i bolognesi potranno poi «spendere» in premi in via di definizione: «Scontistiche Tper, Hera, attività culturali e così via».
La sperimentazione dell’app dopo l’estate
Il progetto del citizen wallet partirà in via sperimentale dopo l’estate, ma resta il nodo della privacy e delle resistenze che potrebbe incontrare tra i cittadini. «Ovviamente nessuno sarà costretto a partecipare, chi vuole darà il consenso scaricando e utilizzando un’apposita applicazione, io credo saranno in tanti ad aderire», scommette l’assessore pentastellato, che punta ad allargare il più possibile i vantaggi per i cittadini virtuosi: «Vogliamo fargli capire che non sono degli “sfigati” ma che i loro comportamenti vengono premiati».
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Saluti, 380°
-- 380° (Giovanni Biscuolo public alter ego)
«Noi, incompetenti come siamo, non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché»
Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
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Buongiorno Maurizio e nexiane, maurizio lana <maurizio.lana@uniupo.it> writes:
siamo 'semplicemente' qui, con il citizen wallet di Bologna: https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale "Il sistema di credito sociale è un'iniziativa creata dalla Repubblica Popolare Cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini."
lungi da me fare l'avvocato d'ufficio non richiesto del governo cinese, però ho l'impressione che attorno al /famigerato/ sistema di credito sociale cinese - che per essere chiari, da quello che capisco non mi piace affatto - ci siano "semplicemente" alcune fondamentali misconcezioni: 1. prima misconcezione --8<---------------cut here---------------start------------->8--- the Social Credit System also generated a large amount of misreporting and misconceptions in the media due to translation errors, sensationalism, conflicting information, and lack of comprehensive analysis.[17][38][39][40] The prominent example includes widespread misassumption that Chinese citizens are rewarded and punished based on a numerical score assigned by the system.[12][19][41][42] --8<---------------cut here---------------end--------------->8--- L'estratto l'ho predo dall'introduzione dell'articolo EN: https://en.wikipedia.org/wiki/Social_Credit_System e i riferimenti tra parentesi quadra sono altrettanti link a fonti che approfondiscono l'argomento. Non è quindi del tutto chiaro esattamente /come/ sarebbe così "brutto e cattivo" il sostema di credito sociale cinese, rispetto per esempio a quello bolognese 2. seconda misconcezione Quando giustamente ci indignamo (almeno per come ci viene narrato) del sistema cinese spesso ci scordiamo del sistema occidentale di sorveglianza di massa ai fini di concessione del credito (/quindi/ ai fini di sfruttamento del debito, e qui mi fermo) iniziato sul finire dell'800 (non è un refuso) negli USA [1] --8<---------------cut here---------------start------------->8--- I registri di credito non contenevano solo “black list” di cattivi pagatori o dati relativi alle transazioni finanziarie, ma erano costituiti da dettagliate informazioni circa il tenore di vita del “cliente” e del suo intero nucleo familiare (proprietà, autovetture e hobbies), la carriera lavorativa, le condizioni di salute ed eventuali precedenti giudiziari. I dati erano raccolti manualmente con questionari e test direttamente presso i consumatori, tanto desiderosi di possedere i nuovi beni di consumo quanto del tutto ignari delle insidie per la loro privacy (ops!). Le registrazioni venivano poi condivise da commercianti e negozianti con le diverse organizzazioni a cui erano associati, che rilasciavano i credit reports aggiornati, inizialmente solo ai propri iscritti. Col tempo, la crescente mobilità dei consumatori tra i vari Stati e lo sviluppo delle telecomunicazioni favorì le aggregazioni tra le varie agenzie locali di credito ed il progressivo accentramento delle informazioni in grandi schedari più o meno organizzati. L’introduzione dei primi computer sul finire degli anni ’50 ma prima ancora, negli anni ’40, l’introduzione di metodi analitici con algoritmi matematici e statistici per calcolare il rischio di credito (qui nasce il credit score, il punteggio di credito che ancora ci portiamo addosso) modificarono progressivamente la gestione e il trattamento dell’impressionante mole di dati personali accumulati da queste organizzazioni private in circa 60 anni di attività. --8<---------------cut here---------------end--------------->8--- Come possiamo vedere, questo "vizietto" i nostri /amministratori/ (noi siamo gli amministrati) lo hanno da un sacco di tempo. 3. terza misconcezione Il /mito/ della meritocrazia pervade le culture occidentali (quasi) tanto quanto quelle orientali [2]; principio /fondante/ della meritocrazia è «advancement in such a system is based on performance, as measured through examination or demonstrated achievement.» [3] e da questo principio si arriva /dritti dritti/ ai più disparati sistemi di "scoring", dalle graduatorie per l'accesso alle case popolari fino alla "tessera del bravo cittadino" di Bologna... fino ad arrivare alla "tirannia del merito" di cui parla (anche) Michael Sandel [4] e della quale (se non ricordo male) forse si è parlato anche qui in passato. Se la misura diventa il primato dell’istituzione, dell’organizzazione, dell’efficienza, dell’immediata funzionalità, della mercificazione delle relazioni sociali, allora si perde di vista la comunità di persone, la relazione di fraternità. 4. quarta misconcezione É discretamente apparente la volontà di creazione di scarsità artificiosa di "una cosa" [5] da parte di una parte consistente delle classi dirigenti, scarsità che poi i governi usano per giustificare come inevitabile il fatto che "la cosa" debba essere "razionata" e distribuita secondo infallibili criteri di merito... e si arriva dritti ai sistemi di credito sociale, all'"algoritmo" di selezione dei candidati, al sistema penale "aumentato" dall'AI... Forse le risorse che ci sono potrebbero essere impiegate diversamente, ma «incompetenti come siamo, non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché» [...] Un caro saluto, 380° [1] «L’inizio della sorveglianza di massa negli Stati Uniti», Carlo Blengino, 9 Giugno 2019 https://www.ilpost.it/carloblengino/2019/06/09/la-piu-longeva-e-invasiva-sor... [2] https://en.wikipedia.org/wiki/Myth_of_meritocracy [3] https://en.wikipedia.org/wiki/Meritocracy [4] https://jmp.princeton.edu/events/tyranny-merit-whats-become-common-good [5] petrolio (non doveva esaurirsi venti anni fa?), gas russo, posti in terapia intensiva, case popolari, capienza degli studenti ai corsi di laurea, numero di posti di lavoro a tempo indeterminato per insegnanti (che rimangono precari quasi a vita)... -- 380° (Giovanni Biscuolo public alter ego) «Noi, incompetenti come siamo, non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché» Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
Salve a tutti On Thu, 31 Mar 2022 19:16:07 +0200 maurizio lana wrote:
in Cina sono partiti con un programma pilota in una grande città.
Provo ad analizzare l'evoluzione che hai descritto da una prospettiva cibernetica. Ogni componente di un sistema cibernetico (o meglio, ogni membro ed ogni automatismo di una organizzazione cibernetica) è caratterizzato da - uno o più sensori - un controllore - uno o più attuatori Questo vale per la bussola come per il timoniere, per l'App Android come per il gatto di chi l'ha installata. In sperimentazioni come quelle di Bologna o di Shanghai viene introdotto nell'organizzazione cibernetica esistente (la società) un nuovo automatismo cui i membri dell'organizzazione lentamente si abituano. Ogni cittadino che installa liberamente l'App aggiunge un nuovo sensore all'automatismo, che in entrambe le sperimentazioni ha un controllore remoto "nel cloud" (o comunque su un server da qualche parte). Quali sono gli attuatori? In queste sperimentazioni, i vari premi. L'App trasforma il vivere civile in un gioco a punti, con tutte le conseguenze deleteree che una cosa del genere può portare (chi ha esperienza critica di comunità altamente gamificate come stack-overflow o reddit o instagram può capire cosa intendo). Tuttavia la sua portata è inizialmente limitata: anche se spiasse continuamente gli utenti, non disporrebbe di attuatori sufficientemente pericolosi per essi (escludendo temporaneamente problemi di natura prettamente informatica come data breach, privacy etc...) Nel momento in cui però si esce dalla sperimentazione locale e si passa all'applicazione globale e globale da parte di uno stato o di una multinazionale totalitari, cambiano contemporaneamente sensori ed attuatori. Google può spiarci tutti attraverso milioni di sensori sparsi in cellulari, browser, siti web, PA, aziende etc... i suoi attuatori sono gli Ads, le Applicazioni come Google Search o Google News che decidono cosa mostrarci e soprattutto cosa nasconderci etc... A margine di una conferenza cui avevamo partecipato entrambi, avevo discusso con Giuseppe Attardi se fosse meglio risolvere il problema AdTech: - vietando per legge l'invio di dati non strettamente necessari da un punto di vista tecnico per l'erogazione di un servizio da parte di un qualsiasi software (posizione mia) - vietando per legge la pubblicità targettizzata (posizione di Giuseppe) in termini cibernetici, io volevo regolamentare i sensori dei GAFAM, lui gli attuatori. Ma che succede se il controllore di un automatismo del genere diventa lo Stato? I sensori diventano molti di più, annichilendo qualsiasi speranza di riservatezza, ma soprattutto gli attuatori includono l'uso legittimo della violenza. Inoltre viene meno l'utilità di qualunque regolamentazione legale, di cui lo Stato stesso dovrebbe garantire l'applicazione. Il risultato più probabile è un sistema totalitario che può controllare ciascun cittadino 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e discriminare con qualsiasi scusa e su vasta scala chi dice la cosa sbagliata. Assumendo che l'assessore bolognese all'agenda digitale abbia una vaga idea di cosa sta facendo mentre invoca l'uso di Big Data per premiare i cittadini virtuosi, possiamo dire certamente che la sua analisi delle conseguenze è estremamente miope. Quando fra qualche anno, per interesse personale o politico rivendicherà la sperimentazione come un successo (sebbene sia altamete probabile che non se lo fili nessuno) porrà le basi per giustificare "una sperimentazione più ampia, di livello nazionale" al prossimo governo autoritario del Paese. L'unico modo per evitare che questo accada è fornire ai cittadini gli strumenti culturali per comprendere questa differenza di scala.
se uno volesse sottrarsi potrebbe farcela a «offuscarsi»?
Nessuno può salvarsi da solo. Per fortuna! ;-) Giacomo
Il giorno ven 1 apr 2022 alle ore 01:48 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
L'unico modo per evitare che questo accada è fornire ai cittadini gli strumenti culturali per comprendere questa differenza di scala.
In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza via. Una gestione anonimizzata dei dati dei cittadini. Questo è lo scopo del progetto DECODE, finanziato con fondi europei. https://decodeproject.eu/ Qui una descrizione in italiano del progetto http://effimera.org/codici-aperti-e-senza-controllo-di-jaromil/ Interessante che il progetto Decode sia guidato da Francesca Bria (il cui marito è Evgenij Morozov) che è il presidente del Fondo Nazionale per l'Innovazione finanziato da Cassa Depositi e Prestiti
Sarebbe utile avere una definizione chiara delle tre vie indicate. A me pare ce ne sia una sola con varianti interne, ma dipende naturalmente dai criteri di lettura. Il Ven 1 Apr 2022, 10:46 Marco Giustini <info@marcogiustini.info> ha scritto:
Il giorno ven 1 apr 2022 alle ore 01:48 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
L'unico modo per evitare che questo accada è fornire ai cittadini gli strumenti culturali per comprendere questa differenza di scala.
In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza via. Una gestione anonimizzata dei dati dei cittadini. Questo è lo scopo del progetto DECODE, finanziato con fondi europei.
Qui una descrizione in italiano del progetto http://effimera.org/codici-aperti-e-senza-controllo-di-jaromil/
Interessante che il progetto Decode sia guidato da Francesca Bria (il cui marito è Evgenij Morozov) che è il presidente del Fondo Nazionale per l'Innovazione finanziato da Cassa Depositi e Prestiti
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
On Fri, 1 Apr 2022 17:03:25 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
Il Ven 1 Apr 2022, 10:46 Marco Giustini ha scritto:
In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza via.
Sarebbe utile avere una definizione chiara delle tre vie indicate.
In estrema sintesi potremmo dire che le 3 vie sono: - USA: i dati alle aziende ed ai governi cui ne concedono l'utilizzo - China: i dati al governo ed alle aziende cui ne condedono l'utilizzo - hacker: i dati SOLO alle persone che li creano (contenuti, software) o emettono (dati personali) che possono decidere di concedere puntualmente l'uso di alcuni di essi a terze parti. La terza via è quella più stretta e difficile, perché richiede anzitutto un'approfondita educazione informatica di massa da cui siamo lontanissimi. Senza, i cittadini non sanno interpretare i dati che emettono o selezionare quali condividere, con chi e per quali finalità. Le altre due sono più facili... e ci portano dritti dritti alla distopia peggiore della storia. ALLA distopia, perché alla fine, chiunque vinca il controllo di questi strumenti, imporrà lo stesso regime oppressivo e totalitario senza vie di fuga. Che strumentalizzi la libertà o la comunionione, chi persegue il potere vuole sempre le stesse cose. Quella di Barcellona ed Amsterdam è una sperimentazione che si colloca a cavallo di queste tre vie: i dati vengono raccolti in forma anonima (ma per chi vi ha accesso è SEMPRE possibile de-anonimizzarli, volendo veramente farlo) e la loro elaborazione è trasparente (software libero, etc...) ma NON è eseguita in prima persona dai cittadini, bensi dal governo della città e dai suoi partner privati. Insomma questa "consapevolezza del citizens' data management" sarà pure consapevolezza del management sul valore dei dati dei cittadini, ma NON è consapevolezza dei cittadini su come gestire i propri dati! Naturalmente è un bene che si provino strade nuove. E ben vengano iniziative che rendono evidente la questione. Ma finché accettiamo l'assunto che in fondo il popolo vuole rimanere ignorante, non potremo mai avere democrazie compiute. Per questo temo che, nel lungo periodo, anche questa sperimentazione potrà essere strumentalizzata per giustificare l'adozione su più vasta scala della prima o della seconda via. Giacomo
Caro Giacomo, la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons" (PS), ma non sono certo che sia la strada intrapresa a Barcellona ed Amsterdam. Le vedo più simili al caso cinese, ma certo la cosa va approfondita e non mi pare in nodo centrale della discussione. Non credo che la strada sia lunghissima, né che ci vogliano anni di formazione e educazione civica. Quanto ci è voluto per passare dal cavallo all'automobile? O meglio: quanti corsi abbiamo fatto per usare la posta elettronica? e gli smartphone? L'*Internet dei valori* può entrare nella nostra vita con la stessa scioltezza, basta l'occasione giusta... Comunque, tu ne parli come se potesse accadere in un futuro prossimo, ma le sperimentazioni ci sono già e sono centinaia, A fine mese documenterò questo processo in corso, su cui sto lavorando da un po' con alcuni collaboratori. L'esperienza di Decode non è l'unica, ce ne sono altre. Comprendo le ragioni ideologiche e di interesse che hanno portato alla scelta di questo modello: esso si adatta ad un sistema politico che si considera al centro della gestione del benessere locale e che vede i cittadini come utenti, magari attivi (la "co-produzione" può diventare una modalità ambigua), ma sempre utenti. La democrazia rappresentativa non è messa in discussione, non se ne colgono i limiti rispetto allo stato attuale delle cose. Si guarda a nuovi problemi con le vecchie idee, mantenendo server centralizzati oppure addomesticando tecnologie che nascono distribuite per riaccentrarle (ad esempio permissioned blockchain, "stable cryptocoins" ancorate ad una moneta nazionale, etc..). Quando i cittadini sono considerati produttori, magari di dati, allora la musica cambia. *Lo scrivo apposta con l'indicativo presente.* Esiste anche un altro approccio, pienamente "commons", che a livello europeo pare aver perso per ora la partita. Non vuol dire che non possa risorgere in altre forme: porto ad esempio la piattaforma Ubiquitous Commons di Salvatore Iaconesi http://www.ubiquitouscommons.org/ Ma ce ne sono altre... Le forme tecniche ed organizzative (e quindi legali) che questi *common pool *di dati possono prendere è varia e su questo mi sto concentrando, soprattutto perchè la pandemia e le altre emergenze mi hanno convinto del tutto che le istituzioni locali non ce la fanno ad agire con prontezza ed essere efficaci. Mi riferisco alla protezione della vita umana ed a ridurre la sofferenza evitabile. Non si tratta di usare argomenti contingenti del genere "i servizi sotto finanziati perchè il neoliberismo ha ridotto il welfare" e "dobbiamo rilanciare l'occupazione pubblica e finanziare grandi programmi d'intervento statale"... Si tratta di sperimentare - ove si possa farlo - una nuova forma diffusa di governo delle risorse. Pensando che siamo una "società di individui", sottraendo alla definizione ogni tentazione giudicante (di solito in negativo), possiamo facilmente riconoscere che le indebolite forme di solidarietà nate nella società industriale, con non pochi sforzi, lotte e drammi, non possano rispondere al tipo di protezione sociale necessaria in questo sistema post-industriale. Ma a volerlo vedere, il nuovo è già tra noi, solo che non abbiamo le parole per dirlo e gli occhi per vederlo. D'altro canto, quanto più innoviamo, anche eco-consapevolmente, tanto più riduciamo consumi e PIL, generando disoccupazione tecnologica (l'occupazione che si crea non corrisponde in quantità a quella persa e non lo è nemmeno nella forma/qualità: la flessibilità non è solo frutto del vituperato neoliberismo e delle malefiche aziende piattaforma il cui "modo ancor m’offende", "generatrici di precariato e della scomparsa del piccolo commercio sottocasa" oltre che di altre nefandezze, ben documentate in questa newsletter, ma in ogni iniziativa di rete P2P e orientata al commons; la flessibilità è un modus operandi e vivendi dei partecipanti, è nel loro DNA sociale). La disoccupazione tecnologica non è né congiunturale, né strutturale in senso classico: è generata dalla potenziale liberazione dal lavoro salariato e non. Vuol dire che cambia anche il significato di impresa, dell'essere imprenditore e anche del volontariato così come li conosciamo. Conviene anche pensare che siamo sistematicamente in relazione con delle emergenze di varia natura, per le quali la ricerca della sostenibilità (ambientale, economica, sociale etc...) non basta più. Occorre creare forme di *adattamento consapevole*: a livello ambientale e climatico non si torna più indietro, o per lo meno non del tutto. Credo convenga farsene una ragione. Se no, continuiamo a lasciare il tema ai quindicenni, come già sta avvenendo dal 2018. Si può partire da piccole esperienze. In esse non solo i "dati" digitalizzati, ma è lo stesso processo di *knowledge provisioning *ad essere oggetto di attenzione consapevole da parte dei partecipanti. Chi sente di condividere almeno in parte quanto sopra e fosse interessato a sviluppare azioni concrete, può contattarmi: sarò molto lieto di condividere le iniziative in corso. Un caro saluto a tutti, Vincenzo Giorgino PS: qui non è il caso di discutere la tenuta degli altri due tipi, USA e Cina: ci tornerò più avanti. Ma richiamo comunque il caso di Blue Botton per gli USA, che già mi pare contraddirla... Il giorno ven 1 apr 2022 alle ore 17:40 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
On Fri, 1 Apr 2022 17:03:25 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
Il Ven 1 Apr 2022, 10:46 Marco Giustini ha scritto:
In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza via.
Sarebbe utile avere una definizione chiara delle tre vie indicate.
In estrema sintesi potremmo dire che le 3 vie sono:
- USA: i dati alle aziende ed ai governi cui ne concedono l'utilizzo
- China: i dati al governo ed alle aziende cui ne condedono l'utilizzo
- hacker: i dati SOLO alle persone che li creano (contenuti, software) o emettono (dati personali) che possono decidere di concedere puntualmente l'uso di alcuni di essi a terze parti.
La terza via è quella più stretta e difficile, perché richiede anzitutto un'approfondita educazione informatica di massa da cui siamo lontanissimi.
Senza, i cittadini non sanno interpretare i dati che emettono o selezionare quali condividere, con chi e per quali finalità.
Le altre due sono più facili... e ci portano dritti dritti alla distopia peggiore della storia. ALLA distopia, perché alla fine, chiunque vinca il controllo di questi strumenti, imporrà lo stesso regime oppressivo e totalitario senza vie di fuga. Che strumentalizzi la libertà o la comunionione, chi persegue il potere vuole sempre le stesse cose.
Quella di Barcellona ed Amsterdam è una sperimentazione che si colloca a cavallo di queste tre vie: i dati vengono raccolti in forma anonima (ma per chi vi ha accesso è SEMPRE possibile de-anonimizzarli, volendo veramente farlo) e la loro elaborazione è trasparente (software libero, etc...) ma NON è eseguita in prima persona dai cittadini, bensi dal governo della città e dai suoi partner privati.
Insomma questa "consapevolezza del citizens' data management" sarà pure consapevolezza del management sul valore dei dati dei cittadini, ma NON è consapevolezza dei cittadini su come gestire i propri dati!
Naturalmente è un bene che si provino strade nuove. E ben vengano iniziative che rendono evidente la questione.
Ma finché accettiamo l'assunto che in fondo il popolo vuole rimanere ignorante, non potremo mai avere democrazie compiute.
Per questo temo che, nel lungo periodo, anche questa sperimentazione potrà essere strumentalizzata per giustificare l'adozione su più vasta scala della prima o della seconda via.
Giacomo
-- A new book https://www.palgrave.com/de/book/9783319665917 "One of the great liabilities of life is that all too many people find themselves living amid a great period of social change and yet they fail to develop the new attitudes, the new mental responses that the new situation demands. They end up sleeping through a revolution." - Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution" Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D. Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics University of Torino - Italy
On Sat, Apr 02, 2022 12:05:02 PM +0200, Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
Non credo che la strada sia lunghissima, né che ci vogliano anni di formazione e educazione civica. Quanto ci è voluto per passare dal cavallo all'automobile? O meglio: quanti corsi abbiamo fatto per usare la posta elettronica? e gli smartphone?
Il paragone calzerebbe se oggi i non-hacker, cioe' il 95% della popolazione, email e smartphone li SAPESSERO usare con consapevolezza. Grazie sulle interessanti considerazioni sulla disoccupazione tecnologica. Marco -- Help me write my NEXT MILLION WORDS for digital awareness: https://stop.zona-m.net/2021/10/funding-2021-2022/
Ciao Vincenzo, On Sat, 2 Apr 2022 12:05:02 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons"
Non credo che le due vie coincidano. Un approccio hacker alla gestione dei dati è anzitutto caratterizzata da un accesso esclusivo del soggetto emittente/esprimente di TUTTI i dati che lo riguardano o che esprime. I "dati come commons" sono caratterizzati invece dalla loro condivisione. Nell'approccio hacker il data subject (nei termini del GDPR) ha sempre il completo controllo fisico e logico dei dati che lo riguardano ed ha piena consapevolezza di quali abbandonano tale controllo e perché. Ad esempio, ha il controllo e la consapevolezza di quali richieste partono dal proprio browser o dal proprio smartphone e nessun dato non strettamente necessario per l'erogazione di un servizio remoto lascia mai il device. Un navigatore satellitare che adotti questo approccio scarica le mappe di vaste aree e calcola localmente i tragitti [1] in modo da non inviare dati di localizzazione fuori dal device. I dati personali raccolti localmente da un dispositivo hacker-friendly (che poi sono anche user-friendly, ma si tratta di un'amicizia interessata) POSSONO poi essere condivisi, dopo un esame ed una eventuale alterazione da parte del data-subject. Immagina un glucometro indossabile: se invia automaticamente dati a terzi, fossero anche "anonimizzati", fosse anche il Papa impegnato a trovare una cura definitiva e gratuita al diabete (e quindi arricchire i common), non è un dispositivo che segue l'approccio hacker. Un glucometro indossabile hacker, oltre ad essere completamente trasparente (hardware e software), detiene i propri dati solo localmente e li fornisce solo al paziente, proteggendoli da qualsiasi accesso non autorizzato o cessione a terzi. Poi il paziente può decidere SE e come condividerli con chi, trasformandoli di fatto da dati personali (emissioni inconsapevoli) a contenuti (espressioni consapevoli di sé). Un'altra differenza sostanziale dell'approcio hacker alla gestione dei dati è che questo presuppone una assoluta reciprocità. Poiché la condivisione dei dati di un hacker è finalizzata alla creazione di nuova conoscenza, TUTTA la conoscenza che ne viene derivata deve essere ricondivisa. Ciò significa che se quei dati vengono usati per sviluppare una nuova molecola farmacologica, quel farmaco dovrà essere protetto da qualsiasi forma di privatizzazione e dovrà restare esso stesso bene comune. E ogni farmaco che ne deriverà, con eccipienti diversi etc... AFAIK questo vincolo di TOTALE reciprocità non è presente nei commons. Né negli open-data. Questo è un enorme limite di queste "filosofie dei dati" per la comunità: si accumulano grandi quantità di dati... per poi lasciare che le aziende li capitalizzino senza dare nulla indietro.
la piattaforma Ubiquitous Commons di Salvatore Iaconesi http://www.ubiquitouscommons.org/
Ad una rapidissima occhiata, oltre a tutti i limiti degli approcci "Commons" suddetti che di fatto non proteggono i dati come bene comune ma li rendono disponibili come spazzatura (una protezione legale è una protezione inesistente, perché la copia dei dati non lascia tracce) si aggiunge la blockchain, vetta insuperabile del fumo negli occhi tecnologico. Personalmente condivido gli obbiettivi politici che descrivi. So però purtroppo che non è possibile raggiungerli senza un approccio radicalmente diverso all'informatica. E questo approccio NON verrà dalla blockchain. Giacomo [1] vedi ad esempio https://wiki.openstreetmap.org/wiki/Organic_Maps
Caro Giacomo, apprezzo molto il tuo contributo che salvo a parte per una prossima (entro il mese) ulteriore riflessione, visto che chiuderò un volume sul Wise commoning con un capitolo sui dati. In realtà, il termine che io uso è commoning, che indica il processo del *mettere in comune* e non una proprietà di una risorsa (naturale o digitale) che sia. Ciò vuol dire che solo un'analisi empirica di casi concreti farà emergere le proprietà di quel commoning, in cui possono esserci composizioni diverse. La tua versione potrebbe essere un estremo di un arco di possibilità. Allego un breve articolo di poche pagine, che sto costruendo sulla base di un intervento del 2019, con cui ho definito questo processo per fare chiarezza, prima di tutto con me stesso. Spero possa essere utile. I dati di una persona ad es. sanitari, anagrafici ecc.. sono in possesso di quella persona e non sono un commons, su questo concordo. Se quella persona, mantenendo sempre autonomia di scelta su cosa farne, con chi per quanto tempo ecc.. decide di metterli in un *common pool*, per un certo periodo, solo una parte di essi del proprio data vault ecc.. per uno scopo comune. Ad esempio, si potrebbero raccogliere i dati personali e sapere a livello di comune, di quartiere o di codice postale come si evolve la pandemia. Oggi ciò ci è precluso. Lo stesso common pool potrebbe decidere di donare i suoi dati per una ricerca o invece di venderli. Chiunque tra i partecipanti al pool, ogni volta potrebbe negare la propria adesione. Tecnicamente le soluzioni possono essere varie e non escluderei le tecnologie di archiviazione distribuita (TAD) a priori. Su questo punto, il termine blockchain mi pare fuorviante: credo che tutti abbiano in mente la bitcoin blockchain cioè il protocollo che permette l'applicazione bitcoin attraverso la validazione tramite Proof of Work (allego un rapporto sul tema). Ma ad es. Ethereum blockchain funziona sulla base di una Proof of Stake e la Holochain esce del tutto da questi sistemi incentivanti e si basa sul mutuo credito (allego una bozza di un rapporto che sarà pronto a breve, chiedo solo di non farlo circolare perché deve essere modificato e integrato: ogni commento è ben accetto 😊). Poiché produrre i dati, mantenerli aggiornati, curarne la sicurezza e l'affidabilità ecc.. costa impegno e risorse, non vedo perché debba essere gratis, non credo che ciò snaturi l'approccio hacker... Spero tu sia d'accordo. La reciprocità è uno dei principi, non l'unico perché ci si muove in un mondo in cui esistono diversi modi di provisioning delle risorse. E ciò che serve è la possibilità di passare da un modo all'altro, in quanto tra economia domestica (30-50% del PIL mondiale), economia capitalista, economia statale e commons le relazioni ci sono e sono di tipo diverso (conflitto, cooperazione, indifferenza...). Ogni situazione richiede una valutazione ad hoc. Tra l'altro, i compensi per il lavoro svolto potrebbero avvenire in una forma che esclude monete nazionali o criptovalute centralizzate ed essere inseriti in un circuito anch'esso autogestito, con criteri ad hoc di valutazione del lavoro impiegato, vale a dire un sistema condiviso di accounting tra pari. Probabilmente tu immagini un utente in un mondo di server centralizzati, così come mi pare faccia la normativa GDPR. Varrebbe la pena considerare la possibilità di impiegare server distribuiti. Richiamavo l'esempio USA del Blue Botton program perché in quel caso un'amministrazione centralizzata permette ai suoi utenti di entrare in possesso dei propri dati sanitari e di farne ciò che preferiscono. Certo, potrebbero scegliere di venderli individualmente, ma potrebbero anche costituire un common pool nella logica di cui sopra. Il common pool potrebbe essere una cooperativa o un trust, nel contesto della common law. Da noi credo, ma non ne sono certo, il trust potrebbe corrispondere ad una fondazione (forse.. ). Dal punto di vista tecnico, proprio le TAD sono alla base del capovolgimento di logica che Alex Pentland applica al modello Enigma proposto all'MIT e adottabile da una cooperativa di produttori di dati: I dati personali non sono catturati da un server centralizzato e trattati da algoritmi proprietari, ma restano dove sono, sotto il completo controllo dei singoli nodi che, come common pool, possono utilizzare temporaneamente gli algoritmi utili per l'elaborazione ritenuta utile per lo scopo precipuo condiviso. Un processo che si sviluppa in direzione contraria a quello attuale... grazie alla "blockchain"! Avevo già fatto cenno in questa newsletter a tutti questi argomenti più di un anno fa, e sono comunque lieto di richiamarli. Un saluto, Vincenzo Giorgino Il giorno lun 4 apr 2022 alle ore 11:50 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Ciao Vincenzo,
On Sat, 2 Apr 2022 12:05:02 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons"
Non credo che le due vie coincidano.
Un approccio hacker alla gestione dei dati è anzitutto caratterizzata da un accesso esclusivo del soggetto emittente/esprimente di TUTTI i dati che lo riguardano o che esprime.
I "dati come commons" sono caratterizzati invece dalla loro condivisione.
Nell'approccio hacker il data subject (nei termini del GDPR) ha sempre il completo controllo fisico e logico dei dati che lo riguardano ed ha piena consapevolezza di quali abbandonano tale controllo e perché.
Ad esempio, ha il controllo e la consapevolezza di quali richieste partono dal proprio browser o dal proprio smartphone e nessun dato non strettamente necessario per l'erogazione di un servizio remoto lascia mai il device.
Un navigatore satellitare che adotti questo approccio scarica le mappe di vaste aree e calcola localmente i tragitti [1] in modo da non inviare dati di localizzazione fuori dal device.
I dati personali raccolti localmente da un dispositivo hacker-friendly (che poi sono anche user-friendly, ma si tratta di un'amicizia interessata) POSSONO poi essere condivisi, dopo un esame ed una eventuale alterazione da parte del data-subject.
Immagina un glucometro indossabile: se invia automaticamente dati a terzi, fossero anche "anonimizzati", fosse anche il Papa impegnato a trovare una cura definitiva e gratuita al diabete (e quindi arricchire i common), non è un dispositivo che segue l'approccio hacker.
Un glucometro indossabile hacker, oltre ad essere completamente trasparente (hardware e software), detiene i propri dati solo localmente e li fornisce solo al paziente, proteggendoli da qualsiasi accesso non autorizzato o cessione a terzi.
Poi il paziente può decidere SE e come condividerli con chi, trasformandoli di fatto da dati personali (emissioni inconsapevoli) a contenuti (espressioni consapevoli di sé).
Un'altra differenza sostanziale dell'approcio hacker alla gestione dei dati è che questo presuppone una assoluta reciprocità.
Poiché la condivisione dei dati di un hacker è finalizzata alla creazione di nuova conoscenza, TUTTA la conoscenza che ne viene derivata deve essere ricondivisa.
Ciò significa che se quei dati vengono usati per sviluppare una nuova molecola farmacologica, quel farmaco dovrà essere protetto da qualsiasi forma di privatizzazione e dovrà restare esso stesso bene comune. E ogni farmaco che ne deriverà, con eccipienti diversi etc...
AFAIK questo vincolo di TOTALE reciprocità non è presente nei commons. Né negli open-data.
Questo è un enorme limite di queste "filosofie dei dati" per la comunità: si accumulano grandi quantità di dati... per poi lasciare che le aziende li capitalizzino senza dare nulla indietro.
la piattaforma Ubiquitous Commons di Salvatore Iaconesi http://www.ubiquitouscommons.org/
Ad una rapidissima occhiata, oltre a tutti i limiti degli approcci "Commons" suddetti che di fatto non proteggono i dati come bene comune ma li rendono disponibili come spazzatura (una protezione legale è una protezione inesistente, perché la copia dei dati non lascia tracce) si aggiunge la blockchain, vetta insuperabile del fumo negli occhi tecnologico.
Personalmente condivido gli obbiettivi politici che descrivi. So però purtroppo che non è possibile raggiungerli senza un approccio radicalmente diverso all'informatica.
E questo approccio NON verrà dalla blockchain.
Giacomo
[1] vedi ad esempio https://wiki.openstreetmap.org/wiki/Organic_Maps
-- A new book https://www.palgrave.com/de/book/9783319665917 "One of the great liabilities of life is that all too many people find themselves living amid a great period of social change and yet they fail to develop the new attitudes, the new mental responses that the new situation demands. They end up sleeping through a revolution." - Martin Luther King, Jr., "Remaining Awake Through a Great Revolution" Vincenzo Mario Bruno Giorgino, Ph.D. Dept. of Economic and Social Sciences, Mathematics and Statistics University of Torino - Italy
Ciao Vincenzo, sperando che la nostra conversazione non sia di disturbo alla lista, mi permetto di chiarire solo un paio di punti. Anzitutto un bene fisico messo in comune è automaticamente protetto da leggi della fisica che non esistono per i dati, cui si aggiungono le regole stabilite dalla comunità (e che definiscono la comunità stessa). I dati invece, per essere messi in comune, necessitano di molte più regole e protocolli per essere protetti e mantenuti in comune. Mettere in un calderone unico oggetti fisici, informazioni e dati è un errore fondamentale: è lo stesso processo propagandato da chi vuole applicare la proprietà privata alle informazioni espresse da qualcuno ("intellectual property") che invece esistono per essere comunicate. On Mon, 4 Apr 2022 19:02:41 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
I dati di una persona ad es. sanitari, anagrafici ecc.. sono in possesso di quella persona...
Dalla mia prospettiva i dati emessi da una persona vanno considerati come parte di quella persona, esattamente come il cuore o il cervello. Solo i dati espressi _consapevolmente_ da una persona possono essere oggetto di scambio e/o condivisione. Affinché un dato personale possa essere condiviso o scambiato, chi lo ha emesso deve prenderne visione (letteralmente: leggerlo) e decidere puntualmente di condividerlo dopo averlo eventualmente alterato. In questo modo lo trasforma consapevolmente in espressione di sé e dunque in contenuto che può essere inviato a terzi. Se questa possibilità di controllo puntuale e consapevole viene meno, la sottrazione di un dato personale andrebbe considerata e punita come una sorta di mutilazione. Esattamente come se viene meno la possibilità di alterare il dato, ovvero se uno dei riceventi può in qualche modo stabilirne la veridicità.
Ad esempio, si potrebbero raccogliere i dati personali e sapere a livello di comune, di quartiere o di codice postale come si evolve la pandemia.
Tutto dipende da chi detiene ed elabora i dati ovvero da chi controlla l'hardware ed il software che li elabora.
Oggi ciò ci è precluso.
Per nulla: il medico di famiglia e l'ASL tengono traccia delle quarantene, delle positività, delle guarigioni etc... Il problema non è che sia precluso, ma che avviene indipendentemente dalla volontà dei cittadini coinvolti e che i dati raccolti possono essere usati anche per altre finalità (legalmente o meno è irrilevante: la copia dei dati non lascia tracce). Ora, rispetto allo stato di cose attuale, in cui l'elaborazione dei dati epidemiologici è relativamente centralizzata ed avviene dispondendo dell'identità del paziente e di tutti i suoi altri dati, sarebbe certamente possibile concepire un sistema che garantisca la raccolta centralizzata di dati epidemiologici corretti e completi senza rivelare l'identità delle persone coinvolte, minimizzando cosi il danno cibernetico che queste subiscono. Non si è fatto a causa dell'ignoranza informatica dei cittadini (che nemmeno sanno di aver subito una sottrazione irreversibile) e delle istituzioni (che nemmeno potevano concepire le alternative... o se ci hanno pensato, hanno deciso che volevano appropriarsi di quei dati). Comunque personalmente avrei trovato accettabile un simile bilanciamento dei diritti, in grado di garantire sia riservatezza sia salute pubblica, minimizzando il danno individuale e massimizzando il beneficio collettivo.
Chiunque tra i partecipanti al pool, ogni volta potrebbe negare la propria adesione.
Tutto dipende da chi detiene ed elabora i dati ovvero da chi controlla l'hardware ed il software che li elabora e dalla possibilità di mentire.
Poiché produrre i dati, mantenerli aggiornati, curarne la sicurezza e l'affidabilità ecc.. costa impegno e risorse, non vedo perché debba essere gratis, non credo che ciò snaturi l'approccio hacker... Spero tu sia d'accordo.
Non è questione di costo è questione di controllo. Se i dati vengono elaborati da altri o su computer di altri rispetto a chi li emette, sono già di per sé effetto di una violenza.
La reciprocità è uno dei principi, non l'unico perché ci si muove in un mondo in cui esistono diversi modi di provisioning delle risorse.
Questo può essere vero per le risorse fisiche. I dati però rappresentano informazioni e veicolano conoscenza. L'etica hacker si fonda sulla curiosità. Se un hacker dona i propri dati personali lo fa anzitutto per permettere la creazione di nuova conoscenza cui vuole che tutti possano accedere (per poter creare nuova conoscenza, ricorsivamente). TUTTA la conoscenza deve essere libera. Dunque sì, indipendentemente dai dettagli implementativi, la "via hacker" alla gestione dei dati impone reciprocità assoluta. L'unica eccezione a questa regola potrebbe essere dovuta alla presenza di un attore ostile che, qualora ottenesse un determinato dato, lo userebbe per impedire l'accesso ad altri dati. Solo in tal caso è etico omettere di condividere un dato (ad esempio un software).
Tra l'altro, i compensi per il lavoro svolto potrebbero avvenire in una forma che esclude monete nazionali o criptovalute centralizzate ed essere inseriti in un circuito anch'esso autogestito, con criteri ad hoc di valutazione del lavoro impiegato, vale a dire un sistema condiviso di accounting tra pari.
Ne riparliamo dopo il crash delle criptovalute esistenti. ;-)
Probabilmente tu immagini un utente in un mondo di server centralizzati
NO ! ! ! Io immagino un utente che ha pieno controllo fisico e amministrativo di tutti gli automatismi che utilizza, siano essi fisici (server, cellulari, pc...) sia virtuali (ogni singolo software). Quindi il mondo che immagino io è un mondo in cui tutti i cittadini hanno pieno controllo dei propri dati e di come vengano elaborati. Un mondo di protocolli peer-to-peer o federati e spesso cifrati end-to-end. Ma non c'è posto per le criptomenate in quel mondo, perché tutti comprendono il teorema di Brewer.
Richiamavo l'esempio USA del Blue Botton program perché in quel caso un'amministrazione centralizzata permette ai suoi utenti di entrare in possesso dei propri dati sanitari e di farne ciò che preferiscono.
Prima ti stacco un pezzo di cervello e poi te lo restituisco perché tu ci possa fare cio che preferisci. Una soluzione molto liberista! :-D No, il problema è che il dato sanitario dovrebbe stare su un device di cui io ho il pieno controllo fisico ed amministrativo sin dall'inizio.
Dal punto di vista tecnico, proprio le TAD sono alla base del capovolgimento di logica...
Non capovolgono niente. I dati sono sempre in un altrove, elaborati in un modo che è opaco per l'utente che non ha nemmeno le competenze per comprendere il problema. E' un approccio neolitico ad una realtà cibernetica. Siamo in un epoca nuova: solo la conoscenza e la comprensione approfondita dell'informatica diffusa può renderla democratica. Senza tale comprensione, qualunque artificio legale o tecnico è destinato a produrre comunque un sistema distopico senza precedenti.
Un processo che si sviluppa in direzione contraria a quello attuale... grazie alla "blockchain"!
Marketing. Non voglio dubitare della tua buona fede [1], ma ti hanno fregato di brutto. La blockchain riproduce le dinamiche di potere più violente in circolazione. [2] Non è un caso che anche gli USA si stiano lanciando in quella mischia! https://www.whitehouse.gov/briefing-room/presidential-actions/2022/03/09/exe... Giacomo [1] In genere a chi mi propaganda qualunque applicazione della blockchain chiedo quanto sia esposto in criptovalute. Di solito, quando stanno perdendo molti soldi, sono estremamente attivi nel decantare le lodi delle magnifiche sorti e progressive che la blockchain porterà ad un mondo senza stati. Talvolta sembrano quasi COMUNISTI ! ! ! :-D Ma gli servono solo nuovi suckers per far risalire i prezzi. [2] https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2022-January/022956.html
Buonasera Marco, Marco Giustini <info@marcogiustini.info> writes:
Il giorno ven 1 apr 2022 alle ore 01:48 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
L'unico modo per evitare che questo accada è fornire ai cittadini gli strumenti culturali per comprendere questa differenza di scala.
In città europee avanzate nella consapevolezza del citizens' data management come Barcellona e Amsterdam, si è profilata una terza via. Una gestione anonimizzata dei dati dei cittadini. Questo è lo scopo del progetto DECODE, finanziato con fondi europei.
Giusto citare il progetto DECODE per richiamare l'attenzione sul fatto che un altro modo di utilizzare i dati esiste: come /bene comune/. Non vorrei che la critica dei sistemi di credito sociale a la "carta dei virtuosi" di Bologna venga /fraintesa/ per una critica all'utilità dei dati, in particolare ai tanto preziosi Open Linked Data, che sono un elemento /fondamentale/ per la "informatic agency" di ogni persona e organizzazione. Per esempio è da /anni/ che sogno di poter mettere le mani su un dataset che includa indirizzi e orari di tutti gli esercizi pubblici, magari anche corredati dei listini al pubblico [1] :-O Qui però stiamo parlando di /dati personali/ (quindi non anonimi) che sono appositamente raccolti e trattati per /profilare/ le persone /e/ applicare tecniche di /social nudging/ come se piovesse. Non c'è una "terza via" alla meritocrazia e al nudging :-D [...] Grazie, 380° [1] i negozi e i bar sono ancora obbligati ad esporre il listino dei prezzi, se non vado errato -- 380° (Giovanni Biscuolo public alter ego) «Noi, incompetenti come siamo, non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché» Disinformation flourishes because many people care deeply about injustice but very few check the facts. Ask me about <https://stallmansupport.org>.
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Vincenzo Mario Bruno Giorgino