La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete"
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi. I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi. ciao, juan carlos *Libertà di stampa oggi significa libera Rete* JUAN CARLOS DE MARTIN La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti. Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel. Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione. In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra. [...] Continua qui: http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blo...
Chiarissimo, complimenti. Fondamentale il "problema degli attori", che è importante spiegare - come hai fatto - al sessantenne lettore medio de LaStampa. Grande! :) Il giorno 09/dic/2010 09.31, "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> ha scritto:
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
*Libertà di stampa oggi significa libera Rete*
JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
[...]
Continua qui:
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blo...
Grazie molte, Marco. In proposito agli attori e' molto istruttivo leggere l'articolo di Marco Bardazzi che affianca il mio sul giornale: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID... juan carlos On 09/12/10 09:42, Marco De Rossi wrote:
Chiarissimo, complimenti. Fondamentale il "problema degli attori", che è importante spiegare - come hai fatto - al sessantenne lettore medio de LaStampa. Grande! :)
Il giorno 09/dic/2010 09.31, "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto:
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
*Libertà di stampa oggi significa libera Rete*
JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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Caro Juan Carlos, in attesa di leggere questo pomeriggio il tuo articolo, segnalo (sulla libertà di parola) l'articolo di oggi sul NYT: http://www.nytimes.com/2010/12/09/technology/09net.html?_r=1&hp u.p.
------------------ Messaggio originale ------------------- Oggetto: Re: [nexa]La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete" Da: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> Data: Gio, 9 Dicembre 2010, 9:52 am A: nexa@server-nexa.polito.it ----------------------------------------------------------
Grazie molte, Marco.
In proposito agli attori e' molto istruttivo leggere l'articolo di Marco Bardazzi che affianca il mio sul giornale: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID...
juan carlos
On 09/12/10 09:42, Marco De Rossi wrote:
Chiarissimo, complimenti. Fondamentale il "problema degli attori", che è importante spiegare - come hai fatto - al sessantenne lettore medio de LaStampa. Grande! :)
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
*Libertà di stampa oggi significa libera Rete*
JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni
Il giorno 09/dic/2010 09.31, "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto: 70) a oggi: da una
parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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Il 09/12/2010 09:52, J.C. DE MARTIN ha scritto:
Grazie molte, Marco.
In proposito agli attori e' molto istruttivo leggere l'articolo di Marco Bardazzi che affianca il mio sul giornale: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID...
juan carlos
Mah, l'articolo di Bardazzi è istruttivo nel senso che ci insegna che scrivono di Wikileaks anche coloro che non hanno la minima idea di cosa WL ha fatto e stia facendo e di come elabora i documenti? Ciao, Paolo
Caro Juan Carlos, condivido riga per riga il tuo articolo. Fa infatti impressione che il 2010 abbia avuto inizio con Hillary Clinton filosofa del diritto sulla libertà dinternet (vi ricorderete: http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm), e termini con la stessa Clinton che qualifica il servizio informativo di Wikileaks un attacco alla comunità internazionale che mette a rischio gente innocente. Fa peraltro specie che un premio Pulitzer come il reporter Steve Coll, sullultimo The New Yorker, parli del giornalismo Wikileaks come vandalismo ( ) sovversivo ispirato al Primo emendamento, mentre un altro veterano, David Brooks su The Times, liquida Assange come un anarchico vecchio stile che danneggia il dialogo mondiale. Digital divide al quale porre rimedio semplicemente eliminando il digital? No pasaran? Questa, infatti, la posta ormai in gioco. Come dici tu, cè da sperare non ci siano dubbi al riguardo, u.p.
------------------ Messaggio originale ------------------- Oggetto: [nexa] La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete" Da: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> Data: Gio, 9 Dicembre 2010, 9:07 am A: "Center Nexa" <nexa@server-nexa.polito.it> ----------------------------------------------------------
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
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ciao,
juan carlos
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La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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Sempre su wikileaks segnalo questo articolo di Daniele Bellasio sul sole24ore. una lettura critica e non "giustificazionista", che coinvolge anche la libertà (non assoluta) della rete. ciao http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-12-08/wikileaks-assange-... Il giorno 09 dicembre 2010 15:02, <ugo.pagallo@unito.it> ha scritto:
Caro Juan Carlos,
condivido riga per riga il tuo articolo. Fa infatti impressione che il 2010 abbia avuto inizio con Hillary Clinton filosofa del diritto sulla libertà d’internet (vi ricorderete: http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm), e termini con la stessa Clinton che qualifica il servizio informativo di Wikileaks “un attacco alla comunità internazionale” che mette a rischio “gente innocente”. Fa peraltro specie che un premio Pulitzer come il reporter Steve Coll, sull’ultimo The New Yorker, parli del giornalismo Wikileaks come “vandalismo (…) sovversivo ispirato al Primo emendamento”, mentre un altro veterano, David Brooks su The Times, liquida Assange come “un anarchico vecchio stile” che “danneggia il dialogo mondiale”. Digital divide al quale porre rimedio semplicemente eliminando… il digital? No pasaran? Questa, infatti, la posta ormai in gioco. Come dici tu, c’è da sperare “non ci siano dubbi” al riguardo, u.p.
------------------ Messaggio originale ------------------- Oggetto: [nexa] La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete" Da: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> Data: Gio, 9 Dicembre 2010, 9:07 am A: "Center Nexa" <nexa@server-nexa.polito.it> ----------------------------------------------------------
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
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JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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-- Annalisa Chirico www.annalisachirico.com cell. +39 3281152854
ho scritto anche io qualcosina sul mio blog... trovo queste discussioni abbastanza futili. ci si chieda "è evitabile by design il leakage di informazioni ?" con lo sviluppo dell'elettronica, solo eliminando le reti always on. ciao, s, -- www.reeplay.it www.eximia.it Il giorno 09/dic/2010, alle ore 15.06, Annalisa Chirico <chiricoannalisa@gmail.com> ha scritto:
Sempre su wikileaks segnalo questo articolo di Daniele Bellasio sul sole24ore. una lettura critica e non "giustificazionista", che coinvolge anche la libertà (non assoluta) della rete. ciao
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-12-08/wikileaks-assange-...
Il giorno 09 dicembre 2010 15:02, <ugo.pagallo@unito.it> ha scritto: Caro Juan Carlos,
condivido riga per riga il tuo articolo. Fa infatti impressione che il 2010 abbia avuto inizio con Hillary Clinton filosofa del diritto sulla libertà d’internet (vi ricorderete: http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm), e termini con la stessa Clinton che qualifica il servizio informativo di Wikileaks “un attacco alla comunità internazionale” che mette a rischio “gente innocente”. Fa peraltro specie che un premio Pulitzer come il reporter Steve Coll, sull’ultimo The New Yorker, parli del giornalismo Wikileaks come “vandalismo (…) sovversivo ispirato al Primo emendamento”, mentre un altro veterano, David Brooks su The Times, liquida Assange come “un anarchico vecchio stile” che “danneggia il dialogo mondiale”. Digital divide al quale porre rimedio semplicemente eliminando… il digital? No pasaran? Questa, infatti, la posta ormai in gioco. Come dici tu, c’è da sperare “non ci siano dubbi” al riguardo, u.p.
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Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
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JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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-- Annalisa Chirico www.annalisachirico.com cell. +39 3281152854 _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
L'autore dell'articolo scrive: "perché i collaboratori di Assange vengono cacciati alla prima critica (per esempio quando si ribellarono contro la pubblicazioni dei nomi di chi collaborava con gli Usa a Kabul, poveretti verosimilmente già spacciati dai killer)". Frutto e/o sorgente di disinformazione Bellastio che perpetua questa bufala colossale. I documenti concernenti l'Afghanistan sono stati esaminati uno ad uno e da essi sono stati cancellati prima del rilascio: nomi, date, luoghi e qualsiasi altro elemento che potesse portare anche indirettamente e per confronto incrociato all'identificazione di qualsiasi informatore delle forze alleate (non solo degli USA, quindi). Ogni documento è stato rivisto due volte per sicurezza aggiuntiva, nel caso che al primo redattore fosse sfuggita la cancellazione di qualche elemento che potesse far risalire all'identità. Questo peraltro è il motivo principale per cui i documenti sull'Afghanistan hanno richiesto l'impegno di centinaia e centinaia di persone fidate e sono stati rilasciati con un ritardo notevole rispetto alla data in cui WikiLeaks li aveva acquisiti. I quattro collaboratori vicini ai vertici di WL se ne sono andati per contrasti PERSONALI con Assange, non sono stati cacciati, non c'entra nulla il motivo fantastico inventato dal giornalista e sarebbe auspicabile che prima di inventarsi le cose su un quotidiano nazionale chi scrive facesse una minima verifica. Infine, più volte WikiLeaks ha chiesto al Dipartimento della Difesa sia di rivedere i documenti prima del rilascio, sia di collaborare al loro editing, sia di mostrare quali documenti avrebbero messo a rischio l'incolumità degli informatori delle forze alleate, ma in ogni occasione il DoD non ha saputo rispondere se non con latrati. Ciao, Paolo Il 09/12/2010 15:06, Annalisa Chirico ha scritto:
Sempre su wikileaks segnalo questo articolo di Daniele Bellasio sul sole24ore. una lettura critica e non "giustificazionista", che coinvolge anche la libertà (non assoluta) della rete. ciao
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Il giorno 09 dicembre 2010 15:02, <ugo.pagallo@unito.it> ha scritto:
Caro Juan Carlos,
condivido riga per riga il tuo articolo. Fa infatti impressione che il 2010 abbia avuto inizio con Hillary Clinton filosofa del diritto sulla libertà d’internet (vi ricorderete: http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm), e termini con la stessa Clinton che qualifica il servizio informativo di Wikileaks “un attacco alla comunità internazionale” che mette a rischio “gente innocente”. Fa peraltro specie che un premio Pulitzer come il reporter Steve Coll, sull’ultimo The New Yorker, parli del giornalismo Wikileaks come “vandalismo (…) sovversivo ispirato al Primo emendamento”, mentre un altro veterano, David Brooks su The Times, liquida Assange come “un anarchico vecchio stile” che “danneggia il dialogo mondiale”. Digital divide al quale porre rimedio semplicemente eliminando… il digital? No pasaran? Questa, infatti, la posta ormai in gioco. Come dici tu, c’è da sperare “non ci siano dubbi” al riguardo, u.p.
------------------ Messaggio originale ------------------- Oggetto: [nexa] La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete" Da: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> Data: Gio, 9 Dicembre 2010, 9:07 am A: "Center Nexa" <nexa@server-nexa.polito.it> ----------------------------------------------------------
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
*Libertà di stampa oggi significa libera Rete*
JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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Stefano Quintarelli -
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