scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025&ID_sezione=&sezione=<http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025&ID_sezione=&sezione> non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera<http://www.lastampa.it/masera> ________________________________ Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli
Il 25/02/2010 20:27, Masera Anna ha scritto: (nel quote il lettore di Anna Masera)
Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio).
I reati perpetrati dai soggetti che hanno vessato il ragazzo con disabilità sono possibili in una miriade di altri modi in Rete e fuori dalla Rete. In rete, tramite qualsiasi altra piattaforma UGC, tramite disseminazione nei newsgroups, tramite disseminazione su siti propri, su portali serverless, tramite disseminazione in p2p, per mezzo di IRC, tramite Gopher, tramite un servizio di file repository, tramite Darknet. Credo che il lettore confonda Internet con una frazione minuscola della stessa, cioè il World Wide Web, anzi quella parte del World Wide Web "occupata" da Google. L'analogia con l'autostrada regge perché il "reato originale" è quello della vessazione e del maltrattamento, e successivamente della disseminazione del contenuto. Inoltre, dobbiamo anche considerare che un reato commesso all'interno della rete autostradale (per esempio un incidente mortale provocato da un autista in stato di ebbrezza) non comporta la responsabilità dei dirigenti della società che gestisce le autostrade, esattamente perché la societa è un mere conduit (con la dovuta diligenza: manto d'asfalto curato, recinzioni ecc.), sebbene lucri sull'utilizzo della propria infrastruttura in maniera certamente più diretta di Google Video (i clienti della società autostrade pagano direttamente in denaro, gli utenti che usfruiscono dei servizi di Google Video pagano indirettamente con la propria attenzione verso banner pubblicitari o non pagano affatto). Il rispetto della rimozione dei contenuti è stato ottemperato, contrariamente a quanto dice il lettore, perché i contenuti sono stati rimossi 120 minuti dopo la segnalazione appropriata. Non mi pare fondata la tesi del PM secondo la quale la rimozione è stata tardiva perché vi sarebbero stati dei commenti al video che invitavano alla rimozione, in quanto quei commenti sono parte integrante dei contenuti che Google non ha l'obbligo di monitorare; questo sembrerebbe confermato inoltre dall'assoluzione dall'imputazione di diffamazione per i dirigenti di Google. In ogni caso qui andrebbe fatta maggior chiarezza, perché come segnalava David Orban, in Google Video nel 2006 non si potevano proprio immettere commenti ai video. Fra parentesi, vorrei anche far notare che quel reato è venuto a galla, e i colpevoli sono stati identificati, grazie a Google: sono convinto che dal momento del fatto ci siano stati centinaia e centinaia di altri fenomeni di bullismo di cui non sappiamo niente e i cui responsabili non sono stati perseguiti. Seguendo la politica dello struzzo, il lettore forse insinua che è meglio non sapere?
Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.).
Google pretende di non essere soggetto ad un obbligo generale di sorveglianza non per i propri interessi commerciali, ma per impossibilità tecnica e soprattutto in base a precise disposizioni di legge (art. 15 direttiva 2000/31/EC). Ancora, nell'analogia con la società di gestione delle autostrade, per lo stato di mere conduit la stessa non è obbligata a sottoporre ad alcool test tutti i clienti che utilizzano la rete, né ne avrebbe la possibilità tecnica. L'alcool test è di esclusiva competenza delle forze dell'ordine.
In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è).
La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero.
All'opposto della presunta legge della giungla citata, le direttive europee armonizzano il mercato interno creando un bilanciamento fra le esigenze imprenditoriali e i diritti fondamentali e civili dei cittadini. A dirla tutta, Google è attualmente sbilanciato verso posizioni censorie, perché rimuove (per esempio da YouTube) contenuti dichiarati illegali non dalle autorità, ma da attori privati (per esempio sedicenti possessori di monopolio intellettuale su opere di remix e mashup e su opere che godrebbero dell'esenzione dal copyright per il diritto di cronaca o di satira) senza offrire preventiva possibilità di replica alla controparte (la segnalazione va comunque inviata tramite i canali appropriati, non certo tramite un commentino al video). L'auspicata costruzione delle "norme per organizzare l'esercizio della libertà", che come formulazione suona un po' pericolosa (chi controlla i controllori? chi si arroga il diritto di scrivere ancora altre norme per organizzare l'esercizio delle libertà? non bastano le carte costituzionali e le convenzioni sui diritti umani? perché il lettore sente l'esigenza di ri-organizzare e ri-codificare l'esercizio delle libertà?), viene in ogni caso distrutta da questa sentenza, che affida allo stesso soggetto imputato il ruolo di controllore preventivo dei contenuti. Lungi dall'essere una punizione per gli imprenditori Malvagi contro i buoni e bravi cittadini, questa sentenza può avere come effetto una sostanziale riduzione della libertà di espressione dei cittadini a favore del controllo privato sulla stessa libertà d'espressione da parte delle grandi corporazioni o addirittura di appositi organismi creati ad hoc dai governi.
Paolo Brini wrote:
Non mi pare fondata la tesi del PM secondo la quale la rimozione è stata tardiva perché vi sarebbero stati dei commenti al video che invitavano alla rimozione, in quanto quei commenti sono parte integrante dei contenuti che Google non ha l'obbligo di monitorare; questo sembrerebbe confermato inoltre dall'assoluzione dall'imputazione di diffamazione per i dirigenti di Google.
Esatto, pare acclarato che non sia questa la base della decisione
In ogni caso qui andrebbe fatta maggior chiarezza, perché come segnalava David Orban, in Google Video nel 2006 non si potevano proprio immettere commenti ai video.
Non so, non ricordo, mi fido di David; se questo, quindi, e' vero, si puo' dire che c'e' molto rumore di fondo...
All'opposto della presunta legge della giungla citata, le direttive europee armonizzano il mercato interno creando un bilanciamento fra le esigenze imprenditoriali e i diritti fondamentali e civili dei cittadini.
Bravo'.
A dirla tutta, Google è attualmente sbilanciato verso posizioni censorie, perché rimuove (per esempio da YouTube) contenuti dichiarati illegali non dalle autorità, ma da attori privati (per esempio sedicenti possessori di monopolio intellettuale su opere di remix e mashup e su opere che godrebbero dell'esenzione dal copyright per il diritto di cronaca o di satira) senza offrire preventiva possibilità di replica alla controparte
...e questo lo pone in una situazione "strana", ma va segnalato il "attualmente" e non "nel 2006" pero' c'e' una differenza con il copyright, da quanto capisco. il comportamento richiamato da Paolo sopra, mi pare, sarebbe addirittura piu' consono per informazioni personali. infatti, io posso chiedere la rimozione di informazioni personali che mi riguardano, senza l'intervento di un giudice, proprio perche' sono mie informazioni personali. e' corretto ? -- blog.quintarelli.it www.eximia.it www.reeplay.it
In un suo recente articolo Ugo Pagallo citava la seguente frase: “Mi vantavo del fatto di poter spiegare a chiunque pressoché qualsiasi cosa, ad un livello sufficientemente semplice, sulla base di analogie. Orbene, ho cambiato idea” (Piet Hut 2009, 70) Internet pone a dura prova ogni tentativo di schematizzazione e semplificazione. Tuttavia la metafora o l'analogia rimane un buon metodo per scomporre ed analizare situazioni nuove e complesse. Inoltre talvolta per salvare un principio o un'idea che si ritiene fondamentale è necessario esser settari, poco sottili e forse grossolani affinchè il messaggio di fondo passi senza fraintendimenti. La metafora dell'autostrada si presta a mille obiezioni ma consente valide argomentazioni. Provo a contrastare le tesi, per altro assai degne del Tuo interlocutore. sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita: sulle autostrade circola la droga che grazie all'efficienza della rete può diffondersi in ogni dove. Circolano i rifiuti tossici e le armi.......è peggio sulle autostrade. i siti non sono caselli autostradali: vero. Non tutti i siti sono caselli autostradali ma alcuni lo sono eccome. Se la metafora è certamente lacunosa, anche l'affermazione è semplicistica. Molti siti si limitano a dare accesso alla rete a contenuti degli utenti, proprio come fossero camion che entrano in circolazione coi loro carichi. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. L'illecito trattamento dei dati nel caso di cui si parla preesisteva eccome a Google, tant'è che l'autore del video è stato processato immediatamente dal Tribunale di Torino. La diffamazione o il trattamento illecito nei servizi di mero hosting, ovvero negli user generated content, quasi sempre sono commessi dall'utente a monte, sono legati al contenuto, esattamente come per il trasporto di droga. La rete, o l'isp che come un casello dà accesso e visibilità, agisce esattamente come un'autostrada che di fatto amplifica e agevola il trasporto delle merci (talvolta illecite). non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. Questo è errato. In fatto Google ha rimosso il video poche ore dopo la prima segnalazione. Nessuno aveva segnalato il video per due mesi: vi erano stati commenti stupidi e commenti indignati, ma entro 24 ore dal primo flag-in il video è stato rimosso. Non vi è per altro contestazione specifica sul punto da parte della Procura. non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Concordo. Google non può fare ciò che vuole, e non solo in questo caso. E' per questo che Google, che ha assunto una posione dominante nella veicolazione dei contenuti, non può esser destinataria di un dovere/potere che le consenta di decidere ciò che va bene e ciò che è male, filtrando i contenuti della rete. Auguri con il tuo arguto interlocutore Carlo -----Original Message----- From: Masera Anna <Anna.MASERA@lastampa.it> To: "'nexa@server-nexa.polito.it'" <nexa@server-nexa.polito.it>, "'nexa-fellows@server-nexa.polito.it'" <nexa-fellows@server-nexa.polito.it> Date: Thu, 25 Feb 2010 20:27:32 +0100 Subject: [nexa-fellows] I: Libertà e responsabilità scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025... non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli
Anna, my 2 cents,
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l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno).
Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge.
Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso.
Perdona l'iperbole: anche gli omicidi sono possibili solo in quanto esistono le armi ma questo non fa dei fabbricanti di armi dei corresponsabili degli omicidi. Carlo (Blengino) certamente potrebbe dircelo più dottamente di quanto non mi consentano i miei ormai risalenti studi universitari ma, non basta che il comportamento di un soggetto sia causalmente legato all'evento dannoso nel senso che la rimozione (in un giudizio teorico ex post) di tale comportamento renda impossibile il verificarsi del fatto, per far di tale soggetto un responsabile. In ogni caso non è vero che senza Google quella condotta non avrebbe potuto consumarsi. Quel video avrebbe potuto essere diffuso online in centinaia di modi diversi.
Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio).
Ha già risposto Carlo. Lo ha sostenuto Emilio Tosi in un'intervista a repubblica.tv ma sembrerebbe trattarsi di una tesi priva di fondamento. Google è stato tempestivo, salvo a non voler ipotizzare che si calcoli "il ritardo" a far data dai commenti più o meno seri pubblicati - ammesso che ciò fosse possibile su Google Video - da qualche utente. Questa tesi sarebbe, però, davvero difficile da sostenere e davvero preoccupante perché darebbe ad ogni singolo utente il potere di vita o di morte su un contenuto.
Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.).
L'equazione profitto = responsabilità, francamente non mi convince e non la ritrovo in nessuna norma di legge. Al massimo può discutersi di profitto = maggior responsabilità (accade, ad esempio, nella disciplina sul diritto d'autore). Gli intermediari di cui parla la disciplina europea - che Google rientri o non rientri nelle tre categorie enucleate e che, come evidenziava Carlo, questa disciplina sia o meno applicabile al caso di specie - sono, cmq soggetti, imprenditori che agiscono allo scopo di trarre un profitto eppure è fuor di dubbio che il legislatore li abbia sollevati da ogni responsabilità. Buon lavoro, guido s.
In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è).
La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero.
I migliori saluti
Raffaello Morelli
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Anna, queste sono le mie riflessioni, in attesa di leggere la sentenza. La condanna in primo grado dei responsabili di Google Italia per violazione della privacy equivale a considerare responsabili di molestie sessuali o di dileggio da branco bullismo i dirigenti dell'azienda dei trasporti municipali, anch'essi veicoli pubblicitari. E' necessario definire e discutere il modello di business di Google evitando il rischio di ridurre piattaforme digitali di scambio disintermediato a modelli editoriali broadcasting. La Direttiva Europea sul commercio elettronico 2000/31/CE esonera da qualsiasi responsabilità gli intermediari che hanno un ruolo passivo che provvedono al "trasporto" di informazioni provenienti da terzi, limita la responsabilità dei prestatori di servizi per altre attività intermediarie come l'archiviazione delle informazioni. Gli Stati membri e la Commissione incoraggiano l'elaborazione, da parte di associazioni professionali e delle associazioni dei consumatori, di codici di condotta a livello comunitario volti a contribuire all'efficace applicazione della direttiva. (art. 16). Il tribunale di Milano ha invece ha ritenuto il provider del sevizio online altrettanto responsabile di contenuti messi online e che violano la legge. Per la verità GOOGLE, insieme a molte altre corporation, ha adottato un codice sulla privacy, ma anche qui occorre un processo multistakeholder per una definizione corresponsabilizzante. Ancora una volta l'Italia rischia di tradurre una direttiva europea attraverso una giurisprudenza che ne discute i presupposti. Già il "Decreto Urbani" equiparava il peer to peer di materiale coperto da diritto d'autore a fini non commerciali alla contraffazione, un'equiparazione che la direttiva europea esplicitamente negava. Un illecito penale con una sanzione pecuniaria in luogo del carcere grazie all'azione emendativa condotta in Parlamento insieme a migliaia di naviganti in rete. Non preoccupa il necessario adattamento e le conseguenti trasformazioni, per altro in atto, nel mercato dell'editoria. Occorre considerare l'ampliamento del concetto di privacy nell'era della pervasività digitale, con la possibilità di tracciabilità pressoché assoluta quindi di conseguente profilazione e previsionalità ben oltre l'advertising, bensì legata alle espressioni identitarie, culturali, sociali, sessuali, religiose e politiche. Ciò che occorre è la definizione di un codice di autoregolamentazione della privacy definito attraverso un processo multistakeholder e non solo da parte delle azienze, come Google, Microsoft ed altre hanno fatto insieme.L'accusa nel caso "Vividown" ha sostenuto che il video era stato classificato come "funny" , inserito in un sistema "taggato", quindi con un trattamento illecito di dati personali sensibili. Il problema è dunque questo: oggi strumenti automatici possono svolgere un servizio che esami dei contenuti, attraverso la semantica, con indicizzazioni, classificazioni, organizzazioni. Un servizio con ricavi economici derivati da questa attività può essere un "mere conduit"? All'IGF-ONU di Rio nel 2007 una dichiarazione congiunta dei governi brasiliano e italiano che indicava proprio nell'Internet Bill of Rights, la Carta dei Diritti per Internet, lo strumento per garantire libertà e diritti nel più grande spazio pubblico mai conosciuto. La stessa Commissione sulle Libertà Civili e la Giustizia del Parlamento Europeo aveva già esortato un anno fa tutti gli stakeholders della Rete all'impegno nel processo in corso per la carta dei Diritti di Internet Pochi giorni fa in Brasile il Comitato per la Gestione di Internet ha approvato i principi guida utilizzati nel processo aperto, coordinato dal Ministero della Giustizia, per direttive e regolamenti. Al punto 7 dice:" - La responsabilità delle attività illecite è personale e non di chi offre i servizi di connessione e le piattaforme di comunicazione." In Brasile, appunto. ciao Fiorello ________________________________ Da: nexa-bounces@server-nexa.polito.it [mailto:nexa-bounces@server-nexa.polito.it] Per conto di Masera Anna Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 20.28 A: 'nexa@server-nexa.polito.it'; 'nexa-fellows@server-nexa.polito.it' Oggetto: [nexa] I: Libertà e responsabilità Priorità: Alta scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025... <http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025...> non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera ________________________________ Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli
Provo a dare ad Anna qualche spunto per ripondere al suo lettore. Non tocco aspetti giuridici, non è il mio campo. Mi ha colpito l'enfasi sull'idea di responsabilità, evocata dal ettore. Una visione vecchia del concetto. Che cosa è la responsabilità nel Web 2.0? Non dovrebbe svilupparsi proprio una nuova modalità responsabile di essere utenti? O sempre e comunque il concetto di responsabilità deve essere solo di di tipo gerarchico? E funziona, può funzionare una delega tout court, sulla responsabilità? Ho riflettuto anche sul fatto che il mondo sta leggendo una notizia in cui, anche se solo come elemento di sfondo, si parla di scuola italiana e di uso delle tecnologie a scuola. Non mi riferisco ai "danni d'immagine", ma alla profonda mancanza di cultura della rete che emerge da questa storia. Quello che mi ha colpito, in una lettura "lateriale" dell'episodio, sono state tre cose: 1. Che il bullismo è ormai entrato nel lessico quotidiano della nostra scuola, come i soffitti che crollano - non fa notizia 2. La totale impreparazione del mondo scolastico a capire i tempi e di modi di penetrazione dell'ICT, tempi e modi che vanno per conto proprio e non seguono i tempi dei convegni sui nativi digitali, multimediali, etc. Ho più volte avuto l'impressione che parte dello sgomento (e dunque della necessità di evocare strumenti gerarchici censori) derivi dallo scoprire che, nonostante la maggior parte delle aule delle nostre scuole sia priva di collegamento ad Internet e che la banda larga (vera) resti un miraggio, l'ICT nella scuola c'è entrata, anche se a modo suo. 3. Che l'impreparazione culturale e civile nell'uso della rete si sposano con le carenze infrastrutturali più di quanto sembri. In altre parole: ci voleva un episodio come questo per fare capire che ci vuole consapevolezza di quello che si fa in Internet e che da quello che si fa derivano delle conseguenze? I video discutibili, le foto di cui si perde il controllo e poi diventano boomerang, sono solo uno dei tanti risvolti a cui i social network ci espongono e ci esporranno, sempre di più e a tutte le età. Esposizione a cui nessuno può sottrarsi. E nei cui confronti l'unica arma di difesa è la consapevolezza. Ma l'uso consapevole implica la conoscenza dei meccanismi, delle dinamiche, della rete, non la delega ad altri. Anche la consapevolezza che acquisire dei mezzi di comunicazione potenti in giovane età espone, si voglia o no. Non basta mettere il casco ai giovani motociclisti: per non farsi male bisogna anche saper andare bene in moto. Ed è molto pericoloso regalare una moto a qualcuno che non sa andare in bicicletta (giusto per restare in tema di metafore autostradali). Forse, questa brutta storia (da qualunque lato la si guardi) ha un risvolto positivo: quello di avere dato un esempio di come la rete abbia una sua memoria, che l'informazione scorre in mille rivoli, che una volta entrata non è più controllabile, che espone anche al giudizio. E qui veniamo ad un alto aspetto, legata a ciò che noi chiamiamo reputation, ma che nel mondo di un adolescente è "accettazione". E qui entra in gioco la responsabilità 2.0. Il video ha suscitato disaprovvazione! I tempi di riposta saranno anche stati lunghi, a norma di codice, ma hanno creato nelle coscienze un feedback che ha sortito l'effetto di farlo ritirare non perchè c'era il grande supervisore, ma un diffuso e consapevole senso di disapprovazione. In parole povere: Di avere fatto fare una pubblica figuraccia a chi lo aveva pubblicato. Reponsabilità 2.0, appunto. Scusami l'off topics ed il ragionamento un po' contorto... Giovanna Sissa Il 25 febbraio 2010 20.27, Masera Anna <Anna.MASERA@lastampa.it> ha scritto:
scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025...
non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera ________________________________ Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità
l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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