Re: [nexa] [Probabile SPF]Re: FreeSw e Recovery Fund
carissimi, chiedo scusa a tutti. Nel raptus che mi ha indottp a mandare decine di mail a amici e associazioni per concordare un messaggio pro freesw al Governo, sono incappato in un virus tedesco che manda centinaia di messaggi a indirizzi tedeschi per me incomprensibili (direi, messaggi di marketing, ma non vi mando un campione per non rischiare di infetttare anche voi). Così ogni tanto ricevo un centinaia di messaggi dal gestore della mia posta (o postmaster) che arrivano dai destinatari dello spam. La cosa più grave è che ho perduto l'intera posta di ieri con moltissimi messaggi a cui ho il dovere e piacere di rispondere. Spero che i sistemisti del Poli mi risolvano presto il problema. Scusate la mia assenza per un po'- Raf Il 23/12/20 09:17, D. Davide Lamanna ha scritto:
On 23/12/20 01:02, Giacomo Tesio wrote:
On Tue, 22 Dec 2020 18:48:05 +0100 D. Davide Lamanna wrote:
Il cloud, come modello architetturale, è l'antitesi del software libero.
Wow! Che frase apodittica! Potresti spiegarla? Semplicemente il cloud impedisce l'accesso al software in esecuzione,
Falso.
Impedire l'accesso al software è una *scelta*, non un *requisito* del Cloud Computing.
I fornitori di Public Cloud di fatto si comportano come dici tu. Per scelta.
Ma io posso farmi il mio Private Cloud e dare accesso a tutto il codice sorgente, sia quello applicativo ospitato dalla mia cloud, sia quello infrastrutturale con cui ho costruito la mia cloud stessa. OpenStack, Kubernetes, Ansible, Docker, GitLab, sono tutti a codice sorgente aperto, ad esempio.
Eseguire un software su un computer inaccessibile sotto il controllo fisico di qualcun'altro può essere economico e comodo, ma di certo NON sicuro o libero.
Esatto. E' proprio per questo che il Public Cloud è il male assoluto, mentre il Private Cloud è una scelta di autonomia e di libertà.
Poi certo, un cloud pubblico come quello che proponesti al GARR sarebbe molto migliore di un cloud privato in mano ad una multinazionale straniera, soprattutto per le pubbliche amministrazioni. E' esattamente il contrario! [...] La confusione viene dall'uso che facciamo in italiano... No, nessuna confusione: io stavo proprio scrivendo in italiano! ;-)
Pubblico:https://www.treccani.it/vocabolario/pubblico1/ Privato: "sottratto al pubblico" (:-D)
Se parliamo di Cloud Computing, Public e Private hanno significati ben precisi, non possiamo usarne di altri senza fare confusione.
Io sto dicendo che "il cloud", l'affidamento dei servizi informatici di una organizzazione cibernetica a terzi, ha senso SOLO fra soggetti pubblici.
Il cloud NON è l'affidamento di servizi informatici a terzi. Quello è il Public Cloud. Il Private Cloud (che è sempre Cloud Computing) è una modalità di gestione dei propri assett fatta da se stessi.
Anche io (e penso tutti e tutte qui) sono convinto che le organizzazioni, specialmente quelle pubbliche, dovrebbero gestire in proprio l'IT. Quello che aggiungo a quanto dici tu è: facciamolo in modalità cloud, Private Cloud. Godendo dei vantaggi del Cloud insieme a quelli del Free Software e della Privacy. Nel caso che riporti, quello in cui più organizzzazioni si dotano di una struttura cloud in proprio, come può essere l'ecosistema della PA, si parla di Community Cloud.
Le parole sono importanti (cit.). A queste parole, corrispondono delle tecnologie molto sofisticate. E open, ovviamente.
Ma non può costituire l'obiettivo ultimo. [...] E' un obiettivo importante e imprescindibile in questa fase storica. Oggi è uno strumento imprescindibile, hai ragione. Se avessimo avuto l'infrastruttura che Giuseppe Attardi aveva proposto al GARR, milioni di studenti italiani non sarebbero stati profilati attentamente da Google, Microsoft e compagnia.
Certo. Tutti noi lo pensiamo questo. C'è un piccolo problema: quella infrastruttura non è sufficiente al fabbisogno delle scuole italiane, di almeno un paio di ordini di grandezza (stima fatta dal GARR stesso). Per questo stiamo suggerendo di estendere quella infrastruttura. Ci vogliono i denari. Tanti. E le competenze. Tantissime.
Ciao,
Davide
--
Ing. D. Davide Lamanna - CTO
mobile: 340 4830930 voip: 06 916504256 fax: 06 233225276 Via Salaria, 292 - 00199 Roma www.binarioetico.it
mi rivolgo sopratutto a Davide e Giacomo che mi hanno insegnato tante cose con quanto hanno detto nel loro interessante dibattito. Sto pensando sopratutto al cloud. Ne parliamo nella nostra richiesta al Governo? Sono conciliabili le vostre posizioni? Cloud pubblico o privato? ecc, ecc, Frazie molte!!!!! Raf Il 23/12/20 10:13, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
carissimi, chiedo scusa a tutti. Nel raptus che mi ha indottp a mandare decine di mail a amici e associazioni per concordare un messaggio pro freesw al Governo, sono incappato in un virus tedesco che manda centinaia di messaggi a indirizzi tedeschi per me incomprensibili (direi, messaggi di marketing, ma non vi mando un campione per non rischiare di infetttare anche voi). Così ogni tanto ricevo un centinaia di messaggi dal gestore della mia posta (o postmaster) che arrivano dai destinatari dello spam. La cosa più grave è che ho perduto l'intera posta di ieri con moltissimi messaggi a cui ho il dovere e piacere di rispondere. Spero che i sistemisti del Poli mi risolvano presto il problema. Scusate la mia assenza per un po'- Raf
Il 23/12/20 09:17, D. Davide Lamanna ha scritto:
On 23/12/20 01:02, Giacomo Tesio wrote:
On Tue, 22 Dec 2020 18:48:05 +0100 D. Davide Lamanna wrote:
Il cloud, come modello architetturale, è l'antitesi del software libero. Wow! Che frase apodittica! Potresti spiegarla? Semplicemente il cloud impedisce l'accesso al software in esecuzione,
Falso.
Impedire l'accesso al software è una *scelta*, non un *requisito* del Cloud Computing.
I fornitori di Public Cloud di fatto si comportano come dici tu. Per scelta.
Ma io posso farmi il mio Private Cloud e dare accesso a tutto il codice sorgente, sia quello applicativo ospitato dalla mia cloud, sia quello infrastrutturale con cui ho costruito la mia cloud stessa. OpenStack, Kubernetes, Ansible, Docker, GitLab, sono tutti a codice sorgente aperto, ad esempio.
Eseguire un software su un computer inaccessibile sotto il controllo fisico di qualcun'altro può essere economico e comodo, ma di certo NON sicuro o libero.
Esatto. E' proprio per questo che il Public Cloud è il male assoluto, mentre il Private Cloud è una scelta di autonomia e di libertà.
Poi certo, un cloud pubblico come quello che proponesti al GARR sarebbe molto migliore di un cloud privato in mano ad una multinazionale straniera, soprattutto per le pubbliche amministrazioni. E' esattamente il contrario! [...] La confusione viene dall'uso che facciamo in italiano... No, nessuna confusione: io stavo proprio scrivendo in italiano! ;-)
Pubblico:https://www.treccani.it/vocabolario/pubblico1/ Privato: "sottratto al pubblico" (:-D)
Se parliamo di Cloud Computing, Public e Private hanno significati ben precisi, non possiamo usarne di altri senza fare confusione.
Io sto dicendo che "il cloud", l'affidamento dei servizi informatici di una organizzazione cibernetica a terzi, ha senso SOLO fra soggetti pubblici.
Il cloud NON è l'affidamento di servizi informatici a terzi. Quello è il Public Cloud. Il Private Cloud (che è sempre Cloud Computing) è una modalità di gestione dei propri assett fatta da se stessi.
Anche io (e penso tutti e tutte qui) sono convinto che le organizzazioni, specialmente quelle pubbliche, dovrebbero gestire in proprio l'IT. Quello che aggiungo a quanto dici tu è: facciamolo in modalità cloud, Private Cloud. Godendo dei vantaggi del Cloud insieme a quelli del Free Software e della Privacy. Nel caso che riporti, quello in cui più organizzzazioni si dotano di una struttura cloud in proprio, come può essere l'ecosistema della PA, si parla di Community Cloud.
Le parole sono importanti (cit.). A queste parole, corrispondono delle tecnologie molto sofisticate. E open, ovviamente.
Ma non può costituire l'obiettivo ultimo. [...] E' un obiettivo importante e imprescindibile in questa fase storica. Oggi è uno strumento imprescindibile, hai ragione. Se avessimo avuto l'infrastruttura che Giuseppe Attardi aveva proposto al GARR, milioni di studenti italiani non sarebbero stati profilati attentamente da Google, Microsoft e compagnia.
Certo. Tutti noi lo pensiamo questo. C'è un piccolo problema: quella infrastruttura non è sufficiente al fabbisogno delle scuole italiane, di almeno un paio di ordini di grandezza (stima fatta dal GARR stesso). Per questo stiamo suggerendo di estendere quella infrastruttura. Ci vogliono i denari. Tanti. E le competenze. Tantissime.
Ciao,
Davide
--
Ing. D. Davide Lamanna - CTO
mobile: 340 4830930 voip: 06 916504256 fax: 06 233225276 Via Salaria, 292 - 00199 Roma www.binarioetico.it
Caro Raffaele, per me le nostre posizioni sono più che conciliabili: sono di fatto equivalenti. Per quanto mi riguarda io sono favorevole ad includerle nella richiesta al governo. Ma mi rimetto comunque a quanto concorderemo. Se parliamo di Cloud, suggerirei di parlare di una "Community Cloud" di proprietà e controllo della PA Italiana. Ciao, Davide On 23/12/20 17:39, Angelo Raffaele Meo wrote:
mi rivolgo sopratutto a Davide e Giacomo che mi hanno insegnato tante cose con quanto hanno detto nel loro interessante dibattito. Sto pensando sopratutto al cloud. Ne parliamo nella nostra richiesta al Governo? Sono conciliabili le vostre posizioni? Cloud pubblico o privato? ecc, ecc, Frazie molte!!!!! Raf
Il 23/12/20 10:13, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
carissimi, chiedo scusa a tutti. Nel raptus che mi ha indottp a mandare decine di mail a amici e associazioni per concordare un messaggio pro freesw al Governo, sono incappato in un virus tedesco che manda centinaia di messaggi a indirizzi tedeschi per me incomprensibili (direi, messaggi di marketing, ma non vi mando un campione per non rischiare di infetttare anche voi). Così ogni tanto ricevo un centinaia di messaggi dal gestore della mia posta (o postmaster) che arrivano dai destinatari dello spam. La cosa più grave è che ho perduto l'intera posta di ieri con moltissimi messaggi a cui ho il dovere e piacere di rispondere. Spero che i sistemisti del Poli mi risolvano presto il problema. Scusate la mia assenza per un po'- Raf
Il 23/12/20 09:17, D. Davide Lamanna ha scritto:
On 23/12/20 01:02, Giacomo Tesio wrote:
On Tue, 22 Dec 2020 18:48:05 +0100 D. Davide Lamanna wrote:
Il cloud, come modello architetturale, è l'antitesi del software libero. Wow! Che frase apodittica! Potresti spiegarla? Semplicemente il cloud impedisce l'accesso al software in esecuzione,
Falso.
Impedire l'accesso al software è una *scelta*, non un *requisito* del Cloud Computing.
I fornitori di Public Cloud di fatto si comportano come dici tu. Per scelta.
Ma io posso farmi il mio Private Cloud e dare accesso a tutto il codice sorgente, sia quello applicativo ospitato dalla mia cloud, sia quello infrastrutturale con cui ho costruito la mia cloud stessa. OpenStack, Kubernetes, Ansible, Docker, GitLab, sono tutti a codice sorgente aperto, ad esempio.
Eseguire un software su un computer inaccessibile sotto il controllo fisico di qualcun'altro può essere economico e comodo, ma di certo NON sicuro o libero.
Esatto. E' proprio per questo che il Public Cloud è il male assoluto, mentre il Private Cloud è una scelta di autonomia e di libertà.
Poi certo, un cloud pubblico come quello che proponesti al GARR sarebbe molto migliore di un cloud privato in mano ad una multinazionale straniera, soprattutto per le pubbliche amministrazioni. E' esattamente il contrario! [...] La confusione viene dall'uso che facciamo in italiano... No, nessuna confusione: io stavo proprio scrivendo in italiano! ;-)
Pubblico:https://www.treccani.it/vocabolario/pubblico1/ Privato: "sottratto al pubblico" (:-D)
Se parliamo di Cloud Computing, Public e Private hanno significati ben precisi, non possiamo usarne di altri senza fare confusione.
Io sto dicendo che "il cloud", l'affidamento dei servizi informatici di una organizzazione cibernetica a terzi, ha senso SOLO fra soggetti pubblici.
Il cloud NON è l'affidamento di servizi informatici a terzi. Quello è il Public Cloud. Il Private Cloud (che è sempre Cloud Computing) è una modalità di gestione dei propri assett fatta da se stessi.
Anche io (e penso tutti e tutte qui) sono convinto che le organizzazioni, specialmente quelle pubbliche, dovrebbero gestire in proprio l'IT. Quello che aggiungo a quanto dici tu è: facciamolo in modalità cloud, Private Cloud. Godendo dei vantaggi del Cloud insieme a quelli del Free Software e della Privacy. Nel caso che riporti, quello in cui più organizzzazioni si dotano di una struttura cloud in proprio, come può essere l'ecosistema della PA, si parla di Community Cloud.
Le parole sono importanti (cit.). A queste parole, corrispondono delle tecnologie molto sofisticate. E open, ovviamente.
Ma non può costituire l'obiettivo ultimo. [...] E' un obiettivo importante e imprescindibile in questa fase storica. Oggi è uno strumento imprescindibile, hai ragione. Se avessimo avuto l'infrastruttura che Giuseppe Attardi aveva proposto al GARR, milioni di studenti italiani non sarebbero stati profilati attentamente da Google, Microsoft e compagnia.
Certo. Tutti noi lo pensiamo questo. C'è un piccolo problema: quella infrastruttura non è sufficiente al fabbisogno delle scuole italiane, di almeno un paio di ordini di grandezza (stima fatta dal GARR stesso). Per questo stiamo suggerendo di estendere quella infrastruttura. Ci vogliono i denari. Tanti. E le competenze. Tantissime.
Ciao,
Davide
On Wed, 23 Dec 2020 17:52:11 +0100 D. Davide Lamanna wrote:
per me le nostre posizioni sono più che conciliabili: sono di fatto equivalenti.
Per quanto riguarda il breve periodo, sì.
Se parliamo di Cloud, suggerirei di parlare di una "Community Cloud" di proprietà e controllo della PA Italiana.
Sono d'accordo: è urgente, ne abbiamo bisogno entro febbraio 2020. :-) Però Raffaele, se parliamo di un fondo che, come notava Marco Ciurcina, "guarda al futuro, alle prossime generazioni e dovrà essere realizzato attuando i valori dell'UE", allora limitarci a chiedere la realizzazione di una "Community Cloud" basata su software libero... mi sembra un po' miope. Una solida infrastruttura informatica per la PA ci servirebbe come il pane e chi di voi mi conosce può avere un'idea di quanto mi sia battuto per proteggere le scuole delle mie figlie dai GAFAM. Ma vorrei che guardassimo anche più in là. Vi faccio degli esempi concreti. Come vedreste la realizzazione di un grande piano educativo che permetta di integrare l'Informatica nello sviluppo formativo sin dalle elementari? Niente computer alle elementari: gli insegnamo la differenza fra informazione e dato, fra algoritmo e programma, gli insegnamo cos'è un bug, gli insegnamo il routing IP facendoli giocare a fare il router, gli insegniamo come funziona un DNS usando un'agenda telefonica, ed in quinta elementare gli facciamo implementare un filesystem con carta e matita, usando un blocco notes come disco fisso (i fogli sono i settori, sostanzialmente fanno un indice nome file -> numero foglio, dimensione) e gli insegnamo a cifrare i dati in modo sicuro (One Time Pad implementato con l'aritmetica modulare) e magari anche le basi della analisi delle frequenze. Alle medie a quel punto sono pronti per iniziare a capire cos'è un elaborazione, cos'è un processo, cos'è un'applicazione, cos'è una porta TCP, cos'è un kernel... possiamo insegnarli ad usare una shell, telnet (sì lo so... ma è didattica! :-D), HTTP, FTP, SMTP... possiamo permettergli di costruire una pagina HTML (MA MAI JavaScript! >:-( ) sul sito della scuola, possiamo offrirgli un ambiente social protetto dove sperimentare (e sbagliare!) Alle superiori potremmo iniziare ad installare un sistema operativo, a compilare i programmi da sorgente, a pasticciarli, romperli, sistemarli. Per la fine del percorso, avremmo giovani cittadini cibernetici capaci di usare gli automatismi che li circondano senza esserne manipolati. Come vedreste un sistemista Linux in ogni scuola/plesso? I suoi compiti consisterebbero nel: - gestire la rete scolastica: - firewall - DMZ con i servizi raggiungibili dall'esterno (Moodle, Jitsi, Riot, sito web della scuola, registro elettronico, mailing lists etc... tutto software libero) - firewall - intranet scolastica, installando e manutenendo i desktop Linux con il software libero necessario - tenere corsi per i docenti in modo da metterli in condizione di essere autonomi nelle attività che li riguardano - aggiornare il sito con i materiali didattici che realizzano - amministrare le mailing list di loro competenza etc... - tenere lezioni di informatica per gli studenti (anzitutto reti e programmazione) Come vedreste la realizzazione di una rete di insegnanti che si scambiano materiali didattici (Creative Commons) organizzati per ciclo e materia e ospitati su un Community Cloud del Ministero dell'Istruzione (OVVIAMENTE senza Google Analytics ad osservare loro e gli studenti, come avviene oggi sul sito del Ministero: https://www.miur.gov.it/) Come vedreste lo sviluppo di un sistema operativo distribuito libero basato su seL4, sviluppato DA ZERO (tanto poi si possono riusare i driver Linux eseguendolo come un processo) per essere LEGGIBILE. Non dovrebbe essere compatibile con lo schifo che ci circonda, ma nel lungo periodo dovrebbe fornire funzionalità ancora migliori e componibili, comprensibili, leggibili, modificabili. Come vedreste la progettazione di nuovi protocolli di comunicazione, progettati per essere SEMPLICI, comprensibili, debuggabili e sicuri? Insomma, se provassimo davvero a pensare alla prossima generazione di europei ed italiani? Se provassimo a chiederci: "cosa gli servirà?" e ne deducessimo cosa dobbiamo preparare per loro? Proviamo ad immaginare come l'informatica potrà servire i nostri figli? Giacomo
Proviamo ad immaginare come l'informatica potrà servire i nostri figli?
Mi aggancio a questa tua ultima frase per rafforzarla e a questa vorrei aggiungere alcune riflessioni personali sul software libero. Intanto premetto di aver letto con attenzione i vostri interventi e li condivido in pieno. Ho apprezzato, tra l'altro, le tue parole sulle reti, da ex sistemista non declarerò mai abbastanza l'importanza della loro conoscenza. Purtroppo, "annebbiati" dalla Nuvola, se ne parla sempre meno, Mi è piaciuto l'intervento di Davide su Open Stack, e poi quelli di Giovanni e di tutti gli altri. Sono assolutamente in linea con il mio pensiero. A distanza di oltre ventanni dalle mie prime righe di codice rilasciate con licenza libera, c'è qualcosa che non mi torna. Prendiamo il caso del progetto di software libero che conosco meglio, OpenSSL (altri scritti su OpenSSL li trovate qui blia.it/blog). Con l'uso massiccio della crittografia (il più classico, l'https), una libreria SSL deve necessariamente essere presente in ogni dispositivo che si connetta in rete. Non solo pc e server ovviamente, ma smartphone, tablet, router casalinghi e qualsiasi altro "oggetto" della IoT. Parliamo di miliardi di dispositivi e, considerato che OpenSSL, è la libreria più diffusa si fa presto ad immaginarne la pervasività. Bene, immaginiamoci per un istante che il software libero non esista. Il costruttore del routerino X dovrebbe scriversi il codice SSL da solo o comprarne la licenza, il costo sarebbe ovviamente più alto. Se Tommaso Campanella tornasse in vita, nella sua "Città del Sole" aggiornata al 2020, lui che disprezzava il commercio e la proprietà privata, avrebbe scritto che nella sua città ideale tutto il software doveva necessariamente essere libero. Nella realtà, l'economia del dono (ottimamente descritta nel libro "Informatica solidale" del "nostro" Raffaele e di Mariella Berra) non ha mai funzionato se non tra le menti socialmente più portate all'altruismo. Nella mia lunghissima esperienza, raramente mi è capitato di discutere con gente che si sia mai posto il problema di chi finanzia il software libero, di chi, ad esempio paga gli sviluppatori di OpenSSL. Perchè non vogliono sentirsi in colpa, non vogliono sentirsi dire che tu stai rubando loro tempo e denaro, perchè stai appofittando del loro impegno, dello studio, dell'abnegazione, perchè hai fatto man bassa di software (per te solamente gratuito) senza minimamente contribuire in alcun modo e senza esserti nemmeno posto il dubbio di chi ricompensa quelle persone. Magari sei convinto che queste persone siano ottimamente stipendiate da qualche fondazione, o che siano dei nobili, come Don Fabrizio del Gattopardo che si dedicava all'astronomia, qui invece si dedicano al software. Qualche tempo fa, ad un giovane sviluppatore che voleva "convincermi" a tutti i costi che il futuro fosse Javascript dicendomi che in Rete si trova una innumerevole quantità di software gratutito per realizzare in pochissimo tempo qualsiasi cosa, lato client e lato server, ho risposto, ma tu hai mai pubblicato niente su Github o piattaforme simili? E' rimasto senza parole. Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. So solo che c'è un'enorme ingiustizia in atto. Da un lato milioni di individui che per vari motivi realizza qualcosa senza chiederne, materialmente, nulla in cambio, dall'altro altrettante entità, siano essi Big Tech o piccole software house, aziende statali o liberi professionisti che prendono "voracemente" e non restituiscono nulla se non, per lavarsi la coscienza, qualche contributo sporadico. Antonio
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/ Se si attuasse la proposta prevedendo un equo compenso obbligatorio e irrinunciabile da parte degli autori del software, si attiverebbe un meccanismo di contribuzione per chi scrive software libero. IMHO sarebbe utile iniziare a discutere di riformare il diritto d'autore mettendo al centro la persona e i suoi diritti fondamentali. m.c.
Carissimi, innanzi tutto vi ringrazio per la sollecitudine e l’impegno con cui avete risposto alla mia proposta. Sfortunatamente, il demonio, nella sua veste di santo protettore del software proprietario, nella serata del giorno successivo a quello in cui vi ho inviato il mio mail, mi ha colpito con un virus che ha cancellato sul mio computer tutti i mail che mi avevate inviato e fortunatamente avevo già letto. Per non perdere tempo, vi invio comunque una prima bozza della lettera al Presidente del Consiglio che ho scritto sulla base di quanto ricordo di aver letto. Sfortunatamente, non so se per colpa del demonio o dell’età, il mio cervello negli ultimi anni ha perso cento milioni di neuroni e soprattutto trecentomila miliardi di sinapsi, per cui ho certamente dimenticato o mal interpretato molte delle vostre osservazioni. Vi prego quindi di integrare o emendare il testo che vi trasmetto in allegato. Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Come forse saprete, alcuni mesi or sono io inviai una lettera alla Ministra Azzolina, ma non ho mai ricevuto alcuna risposta. E’ ovvio. Io sono solo un vecchio professore in pensione. Pertanto penso sia conveniente far firmare quella lettera da personaggi noti come, ad esempio, Stefano Quinterelli o dai responsabili di istituzioni o associazioni scientifiche a nome delle stesse. Altri nomi, come il mio, potrebbero essere aggiunti al fondo nella lista dei firmatari. Ancora molti ringraziamenti. Raff. Il 26/12/20 17:16, Marco Ciurcina ha scritto:
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/
Se si attuasse la proposta prevedendo un equo compenso obbligatorio e irrinunciabile da parte degli autori del software, si attiverebbe un meccanismo di contribuzione per chi scrive software libero.
IMHO sarebbe utile iniziare a discutere di riformare il diritto d'autore mettendo al centro la persona e i suoi diritti fondamentali.
m.c. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Al periodo finale: "A questo proposito, ci permettiamo di richiedere che i programmi di formazione nell’area informatica non siano basati prevalentemente sull’uso del computer, come nella nota ECDL, ma riguardino sopratutto i fondamenti concettuali dell’informatica, compresa la programmazione in un linguaggio avanzato" io aggiungerei anche la "conoscenza e l'uso delle reti informatiche" Come ha ben illustrato Giacomo nei suoi interventi una formazione elementare sulle reti si può fare anche senza computer. Antonio On 12/28/20, Angelo Raffaele Meo <meo@polito.it> wrote:
Carissimi, innanzi tutto vi ringrazio per la sollecitudine e l’impegno con cui avete risposto alla mia proposta. Sfortunatamente, il demonio, nella sua veste di santo protettore del software proprietario, nella serata del giorno successivo a quello in cui vi ho inviato il mio mail, mi ha colpito con un virus che ha cancellato sul mio computer tutti i mail che mi avevate inviato e fortunatamente avevo già letto. Per non perdere tempo, vi invio comunque una prima bozza della lettera al Presidente del Consiglio che ho scritto sulla base di quanto ricordo di aver letto. Sfortunatamente, non so se per colpa del demonio o dell’età, il mio cervello negli ultimi anni ha perso cento milioni di neuroni e soprattutto trecentomila miliardi di sinapsi, per cui ho certamente dimenticato o mal interpretato molte delle vostre osservazioni. Vi prego quindi di integrare o emendare il testo che vi trasmetto in allegato. Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Come forse saprete, alcuni mesi or sono io inviai una lettera alla Ministra Azzolina, ma non ho mai ricevuto alcuna risposta. E’ ovvio. Io sono solo un vecchio professore in pensione. Pertanto penso sia conveniente far firmare quella lettera da personaggi noti come, ad esempio, Stefano Quinterelli o dai responsabili di istituzioni o associazioni scientifiche a nome delle stesse. Altri nomi, come il mio, potrebbero essere aggiunti al fondo nella lista dei firmatari. Ancora molti ringraziamenti.
Raff.
Il 26/12/20 17:16, Marco Ciurcina ha scritto:
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/
Se si attuasse la proposta prevedendo un equo compenso obbligatorio e irrinunciabile da parte degli autori del software, si attiverebbe un meccanismo di contribuzione per chi scrive software libero.
IMHO sarebbe utile iniziare a discutere di riformare il diritto d'autore mettendo al centro la persona e i suoi diritti fondamentali.
m.c. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
In data lunedì 28 dicembre 2020 12:59:04 CET, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Allego con correzioni evidenziate con la funzione "registra le modifiche".
Oltre alle correzioni relative agli aspetti più strettamente giuridici (ed a qualche refuso) ho: - ampliato il riferimento al Next Generation EU riferendolo a tutte le spese in software, - incluso un riferimento all'architettura distribuita e federata dei servizi. Come suggerito, è bene indirizzare la lettera anche ai ministri competenti. m.c.
propoongo di cambiare la frase dal dominio assoluto di poche aziende statunitensi sul mercato dei progetti e dei servizi informatici. in dalla assoluta mancanza di presenza italiana nel mercato di applicazioni e servizi informatici cosi' include anche sap, atos, ecc., per dire.. On 29/12/20 14:33, Marco Ciurcina wrote:
In data lunedì 28 dicembre 2020 12:59:04 CET, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Allego con correzioni evidenziate con la funzione "registra le modifiche".
Oltre alle correzioni relative agli aspetti più strettamente giuridici (ed a qualche refuso) ho: - ampliato il riferimento al Next Generation EU riferendolo a tutte le spese in software, - incluso un riferimento all'architettura distribuita e federata dei servizi.
Come suggerito, è bene indirizzare la lettera anche ai ministri competenti.
m.c.
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
altro punto: n seconda luogo, noi riteniamo che nell’ambito delle attività finanziate con il fondo per la ripresa “Next Generation EU”, non possano essere riconosciuti i costi relativi a software proprietario se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera. io mi limiterei al sw sviluppato dalla/per la PA ciao, s. On 29/12/20 14:33, Marco Ciurcina wrote:
In data lunedì 28 dicembre 2020 12:59:04 CET, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Allego con correzioni evidenziate con la funzione "registra le modifiche".
Oltre alle correzioni relative agli aspetti più strettamente giuridici (ed a qualche refuso) ho: - ampliato il riferimento al Next Generation EU riferendolo a tutte le spese in software, - incluso un riferimento all'architettura distribuita e federata dei servizi.
Come suggerito, è bene indirizzare la lettera anche ai ministri competenti.
m.c.
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
On December 29, 2020 2:04:54 PM UTC, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> wrote:
se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera.
Io lo trovo invece ragionevole e perfino strategico. Se ne potrebbe fare persino un brand, in cui Made In Italy significa qualità e sicurezza grazie pieno controllo sul software (la Cultura!) che controlla la macchina. Ti immagini il vantaggio competitivo? Right to repair, long term support... tutto grazie alla disponibilità dei sorgenti ed alle libertà concretamente garantite agli acquirenti! Giacomo
Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> writes:
On December 29, 2020 2:04:54 PM UTC, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> wrote:
se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera.
Io lo trovo invece ragionevole e perfino strategico.
Soprattutto per chi produce le macchine che funzionano grazie al software, che NON è in grado di tenere sotto controllo da solo l'intera catena di build che genera il binario (i dirigenti raramente lo comprendono). Non esagero e non scherzo. [1] Anche l'industria, soprattutto per gli aspetti cibernetici, ha _molto_ bisogno di più collaborazione invece che di competizione. Il software è un bene (anche) infrastrutturale di dieci ordini di grandezza più importante di autostrade, ferrovie, ponti e grandi opere simili, che sono ormai universalmente riconosciute come commons e per questo (dovrebbero essere) sottoposte a regole adeguate. [...]
Right to repair, long term support... tutto grazie alla disponibilità dei sorgenti ed alle libertà concretamente garantite agli acquirenti!
Ecco perché chi decide le regole del mercato dovrebbe comprendere che dare accesso alla conoscenza del funzionamento delle macchine "comandate" via software è un diritto fondamentale di cittadinanza, che ha _anche_ ripercussioni economiche. [...] Saluti, Giovanni. [1] tipo avete presente quando per far funzionare una stampante occorre installare un pezzo di software proprietario che dopo cinque anni, con alcuni aggiornamenti del sistema operativo, semplicemente non funziona più E non viene aggiornato [2]? So che ogni sistemista con un po' di esperienza avrebbe una galleria degli orrori analoghi da raccontare, anche (soprattutto?) nelle macchine industriali. [2] tanto che non sono affatto rari casi in cui i clienti sono costretti ad utilizzare sistemi operativi vecchi di decine d'anni e ormai non più supportati pur di poter continuare ad usare le loro preziose macchine. -- Giovanni Biscuolo
in alcuni casi si, in altri casi assolutamente no. On 29/12/20 15:35, Giacomo Tesio wrote:
On December 29, 2020 2:04:54 PM UTC, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> wrote:
se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera.
Io lo trovo invece ragionevole e perfino strategico.
Se ne potrebbe fare persino un brand, in cui Made In Italy significa qualità e sicurezza grazie pieno controllo sul software (la Cultura!) che controlla la macchina.
Ti immagini il vantaggio competitivo?
Right to repair, long term support... tutto grazie alla disponibilità dei sorgenti ed alle libertà concretamente garantite agli acquirenti!
Giacomo
On Tue, 29 Dec 2020 17:42:16 +0100 Stefano Quintarelli wrote:
On 29/12/20 15:35, Giacomo Tesio wrote:
On December 29, 2020 2:04:54 PM UTC, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> wrote:
se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera.
Io lo trovo invece ragionevole e perfino strategico.
in alcuni casi si, in altri casi assolutamente no.
Non stiamo parlando di vietare lo sviluppo di software proprietario, ma di scegliere QUALE software finanziare con fondi destinati alla (e ripagati dalla) prossima generazione di italiani. Le aziende che legittimamente vogliono tenere privato il proprio codice sorgente, possono continuare a svilupparlo con fondi privati. Ma il principio "public money, public code" costituisce un'ottima guida su come utilizzare il Next Generation EU, visto che il software libero continua ad evolvere ed essere usabile per decenni. Giacomo PS: se il vantaggio competitivo di una azienda si basa esclusivamente sul software che installa nell'hardware che vende, quel vantaggio competitivo verrà azzerato rapidamente, con o senza i sorgenti.
Concordo al 100% con quanto affermato da Desio, Saluti Dino Bortolotto Il 29/12/2020 17:58, Giacomo Tesio ha scritto:
On Tue, 29 Dec 2020 17:42:16 +0100 Stefano Quintarelli wrote:
On 29/12/20 15:35, Giacomo Tesio wrote:
On December 29, 2020 2:04:54 PM UTC, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> wrote:
se faccio macchine per imballare scatole o per fare sequenziamento genomico, non e' ragionevole che mi si ponga come condizione, per accedere ai finanziamenti del next gen EU, che io debba rilasciare il software che produco con una licenza libera. Io lo trovo invece ragionevole e perfino strategico. in alcuni casi si, in altri casi assolutamente no. Non stiamo parlando di vietare lo sviluppo di software proprietario, ma di scegliere QUALE software finanziare con fondi destinati alla (e ripagati dalla) prossima generazione di italiani.
Le aziende che legittimamente vogliono tenere privato il proprio codice sorgente, possono continuare a svilupparlo con fondi privati.
Ma il principio "public money, public code" costituisce un'ottima guida su come utilizzare il Next Generation EU, visto che il software libero continua ad evolvere ed essere usabile per decenni.
Giacomo
PS: se il vantaggio competitivo di una azienda si basa esclusivamente sul software che installa nell'hardware che vende, quel vantaggio competitivo verrà azzerato rapidamente, con o senza i sorgenti. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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Ciao Marco, in aggiunta alle tue ottime correzioni, io sottolineerei l'importanza di evitare completamente l'uso di software proprietario (anche "as a Service") nella Scuola, per evitare di sottoporre studenti e docenti ad un lock-in che danneggerebbe la concorrenza nel breve e nel lungo periodo. Si tratta di un aspetto particolarmente importante nel lungo periodo anche in termini economici: chi può rischiare di sfidare un Big Tech come Microsoft o Google se alla prossima generazione viene insegnato come usare i loro prodotti? Chi scommetterebbe su un'impresa pronta a farlo in tali condizioni? Meglio insegnargli invece ad utilizzare software libero, che rimarrà nella loro piena disponibilità indipendentemente dal loro reddito futuro e potrebbe comunque essere sfidato (o integrato) da aziende innovative europee. In questo senso il software libero potrebbe costituire il terreno comune della prossima generazione di europei, in grado di mitigare digital divide di natura territoriale ed economica. Giacomo PS: occorrerebbe anche correggere un typo "In seconda luogo".
Ciao Marco e ciao a tutti. Vi scrivo ancora una volta su questo tema perché mi sono appena reso conto di un'altra piccola lacuna nel testo della lettera: non abbiamo considerato i contenuti liberi! Oltre agli investimenti in infrastruttura e software, un buon modo di spendere in tre anni fondi destinati alla prossima generazione di italiani, potrebbe essere la creazione di materiali didattico audiovideo ed ipertestuali di alta qualità ed in italiano per le diverse materie ed i diversi cicli scolastici. Materiale la cui produzione, ovviamente, sarebbe da proteggere dall'appropriazione indebita (:-D) attraverso una licenza Commons come CC-BY-SA. Insomma: public money, public code, public contents. Non so se sia troppo tardi per questa aggiunta, ma forse varrebbe la pena integrarla. In fondo, tali materiali didattici resterebbero utili per decenni, possono essere prodotti in tre anni e grazie alla pandemia sappiamo bene quanto possano essere utili, anche nel combattere il digital divide territoriale e le diseguaglianze economiche grazie alla natura asincrona del proprio utilizzo. Inoltre, si potrebbe osservare che tali materiali potrebbero essere ospitati e distribuiti attraverso l'infrastruttura cloud pubblica GARR-like di cui già si accenna nella lettera, preservando la privacy degli studenti ed insegnanti, non più costretti a ripiegare su YouTube. Giacomo On Tue, 29 Dec 2020 18:17:42 +0100 Giacomo Tesio wrote:
Ciao Marco,
in aggiunta alle tue ottime correzioni, io sottolineerei l'importanza di evitare completamente l'uso di software proprietario (anche "as a Service") nella Scuola, per evitare di sottoporre studenti e docenti ad un lock-in che danneggerebbe la concorrenza nel breve e nel lungo periodo.
Si tratta di un aspetto particolarmente importante nel lungo periodo anche in termini economici: chi può rischiare di sfidare un Big Tech come Microsoft o Google se alla prossima generazione viene insegnato come usare i loro prodotti? Chi scommetterebbe su un'impresa pronta a farlo in tali condizioni?
Meglio insegnargli invece ad utilizzare software libero, che rimarrà nella loro piena disponibilità indipendentemente dal loro reddito futuro e potrebbe comunque essere sfidato (o integrato) da aziende innovative europee.
In questo senso il software libero potrebbe costituire il terreno comune della prossima generazione di europei, in grado di mitigare digital divide di natura territoriale ed economica.
Giacomo PS: occorrerebbe anche correggere un typo "In seconda luogo". _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
come coautore di un archivio contenente oltre 2mila learning objects free (compresi interi libri di testo) sono pienamente d'accordo. Temo soltanto che questa scelta non piaccia a molti colleghi. Raf Il 30/12/20 20:29, Giacomo Tesio ha scritto:
Ciao Marco e ciao a tutti.
Vi scrivo ancora una volta su questo tema perché mi sono appena reso conto di un'altra piccola lacuna nel testo della lettera: non abbiamo considerato i contenuti liberi!
Oltre agli investimenti in infrastruttura e software, un buon modo di spendere in tre anni fondi destinati alla prossima generazione di italiani, potrebbe essere la creazione di materiali didattico audiovideo ed ipertestuali di alta qualità ed in italiano per le diverse materie ed i diversi cicli scolastici.
Materiale la cui produzione, ovviamente, sarebbe da proteggere dall'appropriazione indebita (:-D) attraverso una licenza Commons come CC-BY-SA.
Insomma: public money, public code, public contents.
Non so se sia troppo tardi per questa aggiunta, ma forse varrebbe la pena integrarla.
In fondo, tali materiali didattici resterebbero utili per decenni, possono essere prodotti in tre anni e grazie alla pandemia sappiamo bene quanto possano essere utili, anche nel combattere il digital divide territoriale e le diseguaglianze economiche grazie alla natura asincrona del proprio utilizzo.
Inoltre, si potrebbe osservare che tali materiali potrebbero essere ospitati e distribuiti attraverso l'infrastruttura cloud pubblica GARR-like di cui già si accenna nella lettera, preservando la privacy degli studenti ed insegnanti, non più costretti a ripiegare su YouTube.
Giacomo
On Tue, 29 Dec 2020 18:17:42 +0100 Giacomo Tesio wrote:
Ciao Marco,
in aggiunta alle tue ottime correzioni, io sottolineerei l'importanza di evitare completamente l'uso di software proprietario (anche "as a Service") nella Scuola, per evitare di sottoporre studenti e docenti ad un lock-in che danneggerebbe la concorrenza nel breve e nel lungo periodo.
Si tratta di un aspetto particolarmente importante nel lungo periodo anche in termini economici: chi può rischiare di sfidare un Big Tech come Microsoft o Google se alla prossima generazione viene insegnato come usare i loro prodotti? Chi scommetterebbe su un'impresa pronta a farlo in tali condizioni?
Meglio insegnargli invece ad utilizzare software libero, che rimarrà nella loro piena disponibilità indipendentemente dal loro reddito futuro e potrebbe comunque essere sfidato (o integrato) da aziende innovative europee.
In questo senso il software libero potrebbe costituire il terreno comune della prossima generazione di europei, in grado di mitigare digital divide di natura territoriale ed economica.
Giacomo PS: occorrerebbe anche correggere un typo "In seconda luogo". _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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On December 30, 2020 10:22:13 PM UTC, Angelo Raffaele Meo wrote:
Insomma: public money, public code, public contents.
come coautore di un archivio contenente oltre 2mila learning objects free (compresi interi libri di testo) sono pienamente d'accordo. Temo soltanto che questa scelta non piaccia a molti colleghi.
Sarei felicissimo di sentire le loro argomentazioni. D'altro canto, vale ciò che è stato detto per il software: nulla vieta di creare materiali didattici proprietari... con soldi privati. Si chiama rischio d'impresa, se non erro. Ma dovendo massimizzare il ROI intergenerazionale e minimizzare il rischio di sprechi, mi sembra razionale finanziare solo quei progetti che massimizzano la probabilità di mantenere effetti positivi per un lungo periodo, potendo evolvere sulla base delle esigenze della collettività. Pensate a come sarebbe stata più flessibile la DAD se tali contenuti fossero stati disponibili ed adattabili da gennaio 2020 su server del GARR (o di Fare... naturalmente). Peraltro, la licenza CC-BY-NA non preclude nemmeno la pubblicazione cartacea da parte di un editore! Giacomo
Cari tutti propongo, nel capoverso finale che inizia con "Infine, noi apprezziamo la decisione del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza di destinare all’istruzione dieci miliardi del Recovery Fund." di sostituire quanto segue --- A questo proposito, ci permettiamo di richiedere che i programmi di formazione nell’area informatica non siano basati prevalentemente sull’uso del computer, come nella nota ECDL, ma riguardino sopratutto i fondamenti concettuali dell’informatica, compresa la programmazione in un linguaggio avanzato. Inoltre riteniamo, in accordo con un rapporto OCSE, che tale insegnamento debba essere impartito a partire dalla scuola primaria. --- con questa mia formulazione alternativa --- A questo proposito, ci permettiamo di richiedere che i programmi di rafforzamento delle competenze digitali [NdA: purtroppo questa è la terminologia che conoscono e che quindi noi dobbiamo usare] (1) riguardino soprattutto i fondamenti scientifico-tecnologici e di impatto sociale dell'informatica come descritti - ad esempio - nel "National Curriculum in England: Computing programmes of study", (2) siano impartiti a partire dalla scuola primaria e (3) vedano un adeguato investimento nella formazione dei docenti. --- Alcune note aggiuntive (perdonate se sono sintetico ma alcuni temi sono più adatti ad essere discussi in un dibattito che per mail) Nota 1. La comunità universitaria italiana ha proposto una versione italiana del curriculum inglese citato nella lettera (accessibile qui https://www.consorzio-cini.it/images/Proposta-Indicazioni-Nazionali-Informat... per i più curiosi) ma ritengo sia meglio riferirsi all'argomento in modo più internazionale Nota 2. Parlare di "programmazione in un linguaggio avanzato" non è secondo me opportuno in un documento di questo tipo, è come se fosse arabo. Nota 3. Se parliamo di un rapporto OCSE va citato. Io di un rapporto che pari di insegnamento dell'informatica nella scuola in modo esplicito (ovvero non parli di coding o di pensiero computazionale o di ICT) non ho contezza. Nota 4. Anche l'espressione "conoscenza e uso delle reti informatiche" (proposto mi pare da Marco Ciurcina) mi sembra eccessiva qua. Parlare di "fondamenti scientifico-tecnologici dell'informatica" copre anche questi aspetti. Nota 5: sposterei il discorso sulla "rete nazionale della scuola" presente alla fine del capoverso precedente in questo in cui si parla dei dieci miliardi per l'istruzione, usando l'espressione "infrastruttura cloud pubblica per la scuola utilizzabile a supporto della teledidattica" e rimarcando che deve essere (1) basata su software libero, (2) consentire di ospitare (come suggerito da Giacomo Tesio) contenuti liberi (CC-BY-SA) prodotti dai docenti che lo vogliono, (3) accompagnata da investimenti in personale tecnico-informatico da immettere in pianta organica, (4) supportata da finanziamenti per consentire le sintonizzazioni sulla base delle specifiche esigenze locali. Buon anno a tutti! Enrico Il 28/12/2020 12:59, Angelo Raffaele Meo ha scritto:
Carissimi, innanzi tutto vi ringrazio per la sollecitudine e l’impegno con cui avete risposto alla mia proposta. Sfortunatamente, il demonio, nella sua veste di santo protettore del software proprietario, nella serata del giorno successivo a quello in cui vi ho inviato il mio mail, mi ha colpito con un virus che ha cancellato sul mio computer tutti i mail che mi avevate inviato e fortunatamente avevo già letto. Per non perdere tempo, vi invio comunque una prima bozza della lettera al Presidente del Consiglio che ho scritto sulla base di quanto ricordo di aver letto. Sfortunatamente, non so se per colpa del demonio o dell’età, il mio cervello negli ultimi anni ha perso cento milioni di neuroni e soprattutto trecentomila miliardi di sinapsi, per cui ho certamente dimenticato o mal interpretato molte delle vostre osservazioni. Vi prego quindi di integrare o emendare il testo che vi trasmetto in allegato. Prego soprattutto Marco Ciurcina di verificare quanto ho scritto dal punto di vista giuridico. Come forse saprete, alcuni mesi or sono io inviai una lettera alla Ministra Azzolina, ma non ho mai ricevuto alcuna risposta. E’ ovvio. Io sono solo un vecchio professore in pensione. Pertanto penso sia conveniente far firmare quella lettera da personaggi noti come, ad esempio, Stefano Quinterelli o dai responsabili di istituzioni o associazioni scientifiche a nome delle stesse. Altri nomi, come il mio, potrebbero essere aggiunti al fondo nella lista dei firmatari. Ancora molti ringraziamenti.
Raff.
Il 26/12/20 17:16, Marco Ciurcina ha scritto:
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/
Se si attuasse la proposta prevedendo un equo compenso obbligatorio e irrinunciabile da parte degli autori del software, si attiverebbe un meccanismo di contribuzione per chi scrive software libero.
IMHO sarebbe utile iniziare a discutere di riformare il diritto d'autore mettendo al centro la persona e i suoi diritti fondamentali.
m.c. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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-- EN ===================================================================== Prof. Enrico Nardelli Dipartimento di Matematica - Universita' di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it home page: http://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/enardelli/ http://link-and-think.blogspot.it/ ===================================================================== --
Ciao Enrico, trovo le modifiche e le considerazioni che proponi molto convincenti. Giacomo On Thu, 31 Dec 2020 17:45:51 +0100 Enrico Nardelli wrote:
Cari tutti
propongo, nel capoverso finale che inizia con "Infine, noi apprezziamo la decisione del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza di destinare all’istruzione dieci miliardi del Recovery Fund."
di sostituire quanto segue --- A questo proposito, ci permettiamo di richiedere che i programmi di formazione nell’area informatica non siano basati prevalentemente sull’uso del computer, come nella nota ECDL, ma riguardino sopratutto i fondamenti concettuali dell’informatica, compresa la programmazione in un linguaggio avanzato. Inoltre riteniamo, in accordo con un rapporto OCSE, che tale insegnamento debba essere impartito a partire dalla scuola primaria. ---
con questa mia formulazione alternativa --- A questo proposito, ci permettiamo di richiedere che i programmi di rafforzamento delle competenze digitali [NdA: purtroppo questa è la terminologia che conoscono e che quindi noi dobbiamo usare] (1) riguardino soprattutto i fondamenti scientifico-tecnologici e di impatto sociale dell'informatica come descritti - ad esempio - nel "National Curriculum in England: Computing programmes of study", (2) siano impartiti a partire dalla scuola primaria e (3) vedano un adeguato investimento nella formazione dei docenti. ---
Alcune note aggiuntive (perdonate se sono sintetico ma alcuni temi sono più adatti ad essere discussi in un dibattito che per mail)
Nota 1. La comunità universitaria italiana ha proposto una versione italiana del curriculum inglese citato nella lettera (accessibile qui https://www.consorzio-cini.it/images/Proposta-Indicazioni-Nazionali-Informat... per i più curiosi) ma ritengo sia meglio riferirsi all'argomento in modo più internazionale
Nota 2. Parlare di "programmazione in un linguaggio avanzato" non è secondo me opportuno in un documento di questo tipo, è come se fosse arabo.
Nota 3. Se parliamo di un rapporto OCSE va citato. Io di un rapporto che pari di insegnamento dell'informatica nella scuola in modo esplicito (ovvero non parli di coding o di pensiero computazionale o di ICT) non ho contezza.
Nota 4. Anche l'espressione "conoscenza e uso delle reti informatiche" (proposto mi pare da Marco Ciurcina) mi sembra eccessiva qua. Parlare di "fondamenti scientifico-tecnologici dell'informatica" copre anche questi aspetti.
Nota 5: sposterei il discorso sulla "rete nazionale della scuola" presente alla fine del capoverso precedente in questo in cui si parla dei dieci miliardi per l'istruzione, usando l'espressione "infrastruttura cloud pubblica per la scuola utilizzabile a supporto della teledidattica" e rimarcando che deve essere (1) basata su software libero, (2) consentire di ospitare (come suggerito da Giacomo Tesio) contenuti liberi (CC-BY-SA) prodotti dai docenti che lo vogliono, (3) accompagnata da investimenti in personale tecnico-informatico da immettere in pianta organica, (4) supportata da finanziamenti per consentire le sintonizzazioni sulla base delle specifiche esigenze locali.
Buon anno a tutti!
Enrico
Il 26/12/20 17:16, Marco Ciurcina ha scritto:
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/
ciao Marco :) domanda: e' normale chiedere di postare online gli estremi della Carta Identita' per firmare il sostegno all'inizitiva? che tipo di sicurezza informatica fornisce il sito a difesa dei dati ultrapersonali via web? grazie, abbraccio. lilo
In data martedì 2 febbraio 2021 12:56:40 CET, lilo ha scritto:
Il 26/12/20 17:16, Marco Ciurcina ha scritto:
In data sabato 26 dicembre 2020 13:11:04 CET, Antonio Iacono ha scritto:
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero.
Ci sono diverse tecniche per ottenere questo risultato.
Una di queste si colloca nel quadro dell'iniziativa sulla legalizzazione del file sharing partita qualche giorno fa https://freesharing.eu/
ciao Marco :)
domanda: e' normale chiedere di postare online gli estremi della Carta Identita' per firmare il sostegno all'inizitiva? Purtroppo, è un requisito obbligatorio per l'Italia (ed altri paesi UE, ma non tutti) che hanno richiesto che la dichiarazione di sostegno contenga l'indicazione di un numero d'identificazione personale/numero di documento d'identificazione personale, ai sensi dell'art. 9.4 del Regolamento (UE) 2019/788.
che tipo di sicurezza informatica fornisce il sito a difesa dei dati ultrapersonali via web? Non conosco i dettagli, ma ti posso dire che il sistema rispetta i requisiti previsti dall'art. 11.4 del Regolamento (UE) 2019/788 e relative norme di attuazione. Il sistema è stato certificato dalla Bundesamt für Sicherheit in der Informationstechnik (BSI) https://freesharing.eu/certification/ (qui https:// imgur.com/a/v2cnxjM una versione più leggibile: la stanno sostituendo sul sito).
ciao, m.c.
grazie, abbraccio.
lilo
Buongiorno a Tutti Proviamo ad immaginare come l'informatica potrà servire i nostri figli? Da molto tempo stiamo cercando il modo, un aggancio, di proporre un progetto a Voi di NEXA. Noi del Banco dei Cittadini Volontari. Un contatto con Raffaele e qualcun altro c’è stato, tempo addietro con insufficiente forza di esposizione. Oggi l’argomento Libertà Democrazia, riduzione della povertà, retribuzione alle attività solidali, estrazione di valore dalle attività volontarie, sospingendo quel valore a circolare perché su quel valore non dovrà essere mai possibile speculare…. I tempi si fanno più pressanti, in questo periodo di ulteriori ristrettezze riusciamo ad intravedere il valore espresso da tutte le persone che volontariamente mettono a disposizione della collettività , e al contempo che non è più possibile andare tanto oltre in un sistema dove il --1° settore PUBBLICO (stato con le sue istituzioni, beni comuni, servizi pubblici gratuiti) afferma di non avere quattrini. -- Il 2° settore PRIVATO (albi professionali, istituzioni economiche e finanziarie) li presterebbe su garanzia dei beni comuni del paese. Di fatto depredando quanto non depredato fino ad ora. -- il terzo settore (NO PROFIT) dovrebbe intervenire solo in casi eccezionali.(non programmabili in quanto tali) di fatto fagocitato dal primo settore e sfruttato dal secondo. Terzo Settore, insufficientemente preparato per non soccombere? manipolato quanto basta per usufruirne con assiduità? Forse… o Forse NO. Di fatto servizi ne circolano pochi e sono sempre più ridotti da un pensiero speculativo che ha invaso ogni cosa e non mette in circolo quel valorizzatore numerico che chiamiamo denaro. Denaro.. quella bella invenzione non ancora del tutto scoperta. Il coraggio di proporvi un progetto dei Cittadini Volontari lo cogliamo ora partendo dal argomento: "Proviamo ad immaginare come l'informatica potrà servire i nostri figli?" Informatica non solo in quanto tale ma in quanto ogni aspetto vitale è permeato e deve far conto ed è sospinto ad utilizzarla. MA PER QUALI FINALITA? E la “lettera” di Antono Iacono, di cui riporto.. “Nella realtà, l'economia del dono (ottimamente descritta nel libro "Informatica solidale" del "nostro" Raffaele e di Mariella Berra) non ha mai funzionato se non tra le menti socialmente più portate all'altruismo. Nella mia lunghissima esperienza, raramente mi è capitato di discutere con gente che si sia mai posto il problema di chi finanzia il software libero, di chi, ad esempio paga gli sviluppatori di OpenSSL. Ebbene su questa base, Noi del Banco dei cittadini Volontari del Progetto Val.Az.Co. vogliamo retribuire gli sviluppatori del software sociale libero. Un po' di utopia.. certo, ma abbiamo i piedi per terra. Noi con Voi abbiamo le forze le competenze per realizzare …. Per uscire dalla conflittualità del primo settore PUBBLICO contro i l secondo settore PRIVATO. Siamo...Cittadini Volontari inevitabilmente indotti a ricorrere alla Vostra preparazione tecnica ma abbiamo una visione complessiva dei sistemi di scambio e della necessità di trovare soluzioni per il futuro dei nostri figli. Abbiamo necessità di trovare soluzioni informatiche finalizzate ad uscire dalle ristrettezze prodotte da un sistema economico speculativo che per sua finalità non è più in grado di fornire. Il terzo settore ha ancora finalità solidali coesive e voglia di realizzare benessere e prosperità con le tecnologie più avanzate. Ringrazio tutti per l’attenzione Carlo Antonello Promotore del Banco dei Cittadini Volontari. http://www.cittadini-volontari.it/420622668
Il 26/12/2020 13:11 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> ha scritto:
Proviamo ad immaginare come l'informatica potrà servire i nostri figli?
Mi aggancio a questa tua ultima frase per rafforzarla e a questa vorrei aggiungere alcune riflessioni personali sul software libero. Intanto premetto di aver letto con attenzione i vostri interventi e li condivido in pieno. Ho apprezzato, tra l'altro, le tue parole sulle reti, da ex sistemista non declarerò mai abbastanza l'importanza della loro conoscenza. Purtroppo, "annebbiati" dalla Nuvola, se ne parla sempre meno, Mi è piaciuto l'intervento di Davide su Open Stack, e poi quelli di Giovanni e di tutti gli altri. Sono assolutamente in linea con il mio pensiero.
A distanza di oltre ventanni dalle mie prime righe di codice rilasciate con licenza libera, c'è qualcosa che non mi torna.
Prendiamo il caso del progetto di software libero che conosco meglio, OpenSSL (altri scritti su OpenSSL li trovate qui blia.it/blog). Con l'uso massiccio della crittografia (il più classico, l'https), una libreria SSL deve necessariamente essere presente in ogni dispositivo che si connetta in rete. Non solo pc e server ovviamente, ma smartphone, tablet, router casalinghi e qualsiasi altro "oggetto" della IoT. Parliamo di miliardi di dispositivi e, considerato che OpenSSL, è la libreria più diffusa si fa presto ad immaginarne la pervasività. Bene, immaginiamoci per un istante che il software libero non esista. Il costruttore del routerino X dovrebbe scriversi il codice SSL da solo o comprarne la licenza, il costo sarebbe ovviamente più alto. Se Tommaso Campanella tornasse in vita, nella sua "Città del Sole" aggiornata al 2020, lui che disprezzava il commercio e la proprietà privata, avrebbe scritto che nella sua città ideale tutto il software doveva necessariamente essere libero. Nella realtà, l'economia del dono (ottimamente descritta nel libro "Informatica solidale" del "nostro" Raffaele e di Mariella Berra) non ha mai funzionato se non tra le menti socialmente più portate all'altruismo. Nella mia lunghissima esperienza, raramente mi è capitato di discutere con gente che si sia mai posto il problema di chi finanzia il software libero, di chi, ad esempio paga gli sviluppatori di OpenSSL. Perchè non vogliono sentirsi in colpa, non vogliono sentirsi dire che tu stai rubando loro tempo e denaro, perchè stai appofittando del loro impegno, dello studio, dell'abnegazione, perchè hai fatto man bassa di software (per te solamente gratuito) senza minimamente contribuire in alcun modo e senza esserti nemmeno posto il dubbio di chi ricompensa quelle persone. Magari sei convinto che queste persone siano ottimamente stipendiate da qualche fondazione, o che siano dei nobili, come Don Fabrizio del Gattopardo che si dedicava all'astronomia, qui invece si dedicano al software. Qualche tempo fa, ad un giovane sviluppatore che voleva "convincermi" a tutti i costi che il futuro fosse Javascript dicendomi che in Rete si trova una innumerevole quantità di software gratutito per realizzare in pochissimo tempo qualsiasi cosa, lato client e lato server, ho risposto, ma tu hai mai pubblicato niente su Github o piattaforme simili? E' rimasto senza parole.
Io non ho proposte, non so il modo di ricompensare chi scrive software libero. So solo che c'è un'enorme ingiustizia in atto. Da un lato milioni di individui che per vari motivi realizza qualcosa senza chiederne, materialmente, nulla in cambio, dall'altro altrettante entità, siano essi Big Tech o piccole software house, aziende statali o liberi professionisti che prendono "voracemente" e non restituiscono nulla se non, per lavarsi la coscienza, qualche contributo sporadico.
Antonio _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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