Impatto del digitale su studenti e processi di apprendimento
Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della commissione istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e 2021. Due estratti: «Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.» «Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù». Il testo integrale è sotto, il doc originale qua https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica, beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021 a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento. I RISULTATI DELL’INDAGINE Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione,depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica... Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche. È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle Forze dell’ordine auditi. Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a peggiorare. C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi italiani guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal secondo dopoguerra, agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il nostro sguardo abbandona le nazioni occidentali per volgersi ad Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone. Sono questi, oggi, i nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni quanto a diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici, su di noi e di conseguenza sulla società in cui viviamo. I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i dieci e i diciannove anni è classificato come «troppo dipendente» dal proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta per curare le patologie da web. In Cina i giovani «malati» sono ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa «stare in disparte». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone sono circa un milione. Un milione di zombi. Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di audizioni giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce come un muscolo,si sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali (sociale videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo, dunque, si atrofizza. Detto in termini tecnici, si riduce la neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani. Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale, aveva scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia e in così poco tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai, non è più uno strumento, ma è diventato un’appendice del corpo. Soprattutto nei più giovani. Un’appendice da cui, oltre ad un’infinita gamma di funzioni, in larga parte dipendono la loro autostima e la loro identità. È per questo che risulta così difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il telefonino almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e assurdo quanto subire l’amputazione di un arto. Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo li inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi programmati apposta per adescarli e tenerli connessi il più a lungo possibile. È naturale perché a disconnettersi percepiscono la sgradevole sensazione di essere «tagliati fuori», esclusi, emarginati. È naturale anche e soprattutto perché essere connessi è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso del digitale che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale videogiochi, favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della sensazione di piacere. Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le console per videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e con un’accelerazione impressionante dal 2007, anno in cui debutta lo smartphone, depressioni e suicidi tra i giovanissimi hanno raggiunto percentuali mai viste prima. Sono quasi raddoppiati, e quel che preoccupa è che il trend appare in costante ed inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita, riguarda i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si auto-alimentano sui social e nelle chat esaltando anziché scoraggiando i ragazzi e in modo particolare le ragazze dal metterli in pratica. A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani dell’essere costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi cosa. Istigazione al suicidio, adescamento, sexting, bullismo, revenge porn: tutti reati in costante crescita. Reati facilitati dal fatto che nelle nuove piazze virtuali non trovano spazio le regole in vigore nelle vecchie piazze reali: vige l’anonimato, i controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza alcuna sorveglianza da parte dei genitori. Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri. CONCLUSIONI Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori, e ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema, sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi. Avanziamo alcune ipotesi: – scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici anni; – rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di tredici anni; – prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei minori; – favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web; – vietare l’accesso degli smartphone nelle classi; – educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi digitali e alla navigazione sul web; – interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento; – incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e l’esercizio della memoria. Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù». Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro. -- -- EN https://www.hoepli.it/libro/la-rivoluzione-informatica/9788896069516.html ====================================================== Prof. Enrico Nardelli Presidente di "Informatics Europe" Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma home page: https://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: https://link-and-think.blogspot.it/ tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it online meeting: https://blue.meet.garr.it/b/enr-y7f-t0q-ont ====================================================== --
Buon giorno/anno Enrico e letteri in lista, Mi ero perso questo tuo messaggio che vorrei commentare brevemente. Trovo davvero miope o superficiale la nota della commissione istruzione e cultura del Senato, che correla in modo superficiale l'uso del digitale nell'istruzione al puro uso ed abuso dello smartphone. Ma davvero è questo la scienza è la conoscenza degli organi legislativi relativamente all'uso delle tecnologie digitali/cibernetica nell'ambito dell'apprendimento? Ma come si pensa di sviluppare una alfabetizzazione digitale e *un pensiero critico* ed un comportamento etico dell'uso dei dispositivi digitali ed internet? La scuola deve avere un ruolo? E quale e come sarebbe? Ma come si pensa di spiegare il pensiero computazionale e l'intelligenza artificiale alle nuove generazioni? Solo in forma teorica attraverso lezioni frontali? E cosa succede se per qualsiasi motivo la scuola deve essere di nuovo chiusa? L'uso del digitale/cibernetica andrebbe analizzato in termini di accesso, personalizzazione dell'esperienza dell'apprendimento, nella valutazione e nel coinvolgimento attivo dello studente, nelle nuove possibilità di apprendimento tra pari (vicini e dall'altra parte del mondo), nell'imparare ad imparare ect. misurando l'impatto del digitale con indicatori come "NEET" ed altri indicatori per misurare le prestazioni di un sistema di istruzione. Certamente, l'acquisizione di nuove competenze passa dalle relazioni umane, dalla scuola, non come un semplice insieme di classi ma come una "fabbrica sociale" dove parlarsi e confrontarsi. E nel futuro, per quello che so, rimarrà così. I soldi spese per l'istruzione sono (e rimarranno) in primis ed in stragrande maggioranza per gli stipendi degli insegnanti, basta guardare il bilancio del ministero dell'istruzione (e del merito?). E' vero che l'evidenza scientifica su larga scala è ancora limitata, è più a livello di case studies, ma allora investiamo di più in questo, nella ricerca applicata, coinvolgendo i docenti di ogni ordine e grado, costruendo buone pratiche, "dal basso". Davvero tanta amarezza, con la speranza che con il PNRR qualcosa si muova... Alessandro On Thu, 22 Dec 2022 at 09:35, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> wrote:
Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della commissione istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e 2021.
Due estratti:
«Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.»
«Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
Il testo integrale è sotto, il doc originale qua https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf
DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica, beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021 a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento.
I RISULTATI DELL’INDAGINE Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione,depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica... Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche.
È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista «scientifico», la maggior parte dei neurologi, degli psichiatri, degli psicologi, dei pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti delle Forze dell’ordine auditi. Un quadro oggettivamente allarmante, anche perché evidentemente destinato a peggiorare.
C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi italiani guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal secondo dopoguerra, agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il nostro sguardo abbandona le nazioni occidentali per volgersi ad Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone. Sono questi, oggi, i nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni quanto a diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici, su di noi e di conseguenza sulla società in cui viviamo.
I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i dieci e i diciannove anni è classificato come «troppo dipendente» dal proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta per curare le patologie da web. In Cina i giovani «malati» sono ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa «stare in disparte». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone sono circa un milione. Un milione di zombi.
Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di audizioni giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce come un muscolo,si sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali (sociale videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo, dunque, si atrofizza. Detto in termini tecnici, si riduce la neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani.
Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale, aveva scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia e in così poco tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai, non è più uno strumento, ma è diventato un’appendice del corpo. Soprattutto nei più giovani. Un’appendice da cui, oltre ad un’infinita gamma di funzioni, in larga parte dipendono la loro autostima e la loro identità. È per questo che risulta così difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il telefonino almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e assurdo quanto subire l’amputazione di un arto.
Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo li inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi programmati apposta per adescarli e tenerli connessi il più a lungo possibile. È naturale perché a disconnettersi percepiscono la sgradevole sensazione di essere «tagliati fuori», esclusi, emarginati. È naturale anche e soprattutto perché essere connessi è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso del digitale che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale videogiochi, favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della sensazione di piacere.
Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le console per videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e con un’accelerazione impressionante dal 2007, anno in cui debutta lo smartphone, depressioni e suicidi tra i giovanissimi hanno raggiunto percentuali mai viste prima. Sono quasi raddoppiati, e quel che preoccupa è che il trend appare in costante ed inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita, riguarda i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si auto-alimentano sui social e nelle chat esaltando anziché scoraggiando i ragazzi e in modo particolare le ragazze dal metterli in pratica.
A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani dell’essere costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi cosa. Istigazione al suicidio, adescamento, sexting, bullismo, revenge porn: tutti reati in costante crescita. Reati facilitati dal fatto che nelle nuove piazze virtuali non trovano spazio le regole in vigore nelle vecchie piazze reali: vige l’anonimato, i controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza alcuna sorveglianza da parte dei genitori.
Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.
CONCLUSIONI
Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita. Come genitori, e ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema, sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi.
Avanziamo alcune ipotesi: – scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici anni; – rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di tredici anni; – prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei minori; – favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web; – vietare l’accesso degli smartphone nelle classi; – educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi digitali e alla navigazione sul web; – interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento; – incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e l’esercizio della memoria.
Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro.
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Il giorno ven 6 gen 2023 alle ore 14:16 Alessandro Brolpito < abrolpito@gmail.com> ha scritto:
Buon giorno/anno Enrico e letteri in lista,
Mi ero perso questo tuo messaggio che vorrei commentare brevemente.
Trovo davvero miope o superficiale la nota della commissione istruzione e cultura del Senato, che correla in modo superficiale l'uso del digitale nell'istruzione al puro uso ed abuso dello smartphone.
Concordo pienamente. Faccio l'insegnante da 36 anni e fin dall'inizio uso i laboratori di informatica. Ricordo che i primi anni non era possibile disporre di molte postazioni e quindi si svolgevano lavori di gruppo dove al "più bravo" si affidava il PC. Adesso ci troviamo paradossalmente con alunni che hanno smartphone costosissimi e potentissimi ma che non sanno neanche accendere un PC. Questo perchè in famiglia hanno un IPhone a testa ma hanno deciso di non acquistare neanche un PC da 300 euro. Quando li porto in laboratorio le prime volte vedo che fanno confusione fra l'accensione del monitor e l'accensione dell'unità centrale, non conoscono la tastiera (ad esempio ignorano le funzioni di tasti come lo SHIFT o l'ALT/ALTGR), non riescono a fare una moltiplicazione o una divisione con il foglio elettronico. Insomma pare di assistere nelle scuole a una forma di regressione della formazione al digitale rispetto a 10 anni fa. Però devo dire che quando mi capita di far usare lo smartphone in classe per la gestione della Classroom le cose vanno meglio. Sono convinto che a scuola devono essere utilizzati in principal modo dispositivi digitali completi (computer o tablet) che permettono una interazione ordinaria e questo senza demonizzare gli smartphone che però non vanno usati per distrarsi o per disturbare la lezione. Ma per fare questo non ci vuole una circolare del Ministro della Pubblica Istruzione. Saluti e Buon Anno! Paolo
Il 06/01/23 14:15, Alessandro Brolpito ha scritto:
[...] Ma davvero è questo la scienza è la conoscenza degli organi legislativi relativamente all'uso delle tecnologie digitali/cibernetica nell'ambito dell'apprendimento?
No. Temo sia anche peggiore. Mi spiego: aono capitato sul "/Resoconto Stenografico della seduta del 13/12/2022, della Commissione Trasporti della Camera" (link al testo originale, in [1]), in cui è stato audito il sottosegretario Butti che, fra l'altro, ha toccato il tema della "Sovranita' Digitale". Fra le repliche della Commissione, a pagina 39, si legge di un Onorevole che, in riferimento a tale tema, si chiede: "...Però una cosa che mi sto chiedendo da almeno dieci minuti è: che cos'è questa sovranità digitale? Sinceramente non l'ho capita. La sovranità digitale: secondo me è proprio un concetto che legato al digitale è proprio antitetico. Cos'è? Dio, patria, famiglia and cloud? Che cosa vuol dire sovranità digitale? Sinceramente vorrei che qualcuno me lo spiegasse/" Speriamo si tratti di un caso isolato.... Nutro, pero', qualche dubbio...
[...] E' vero che l'evidenza scientifica su larga scala è ancora limitata, è più a livello di case studies, ma allora investiamo di più in questo, nella ricerca applicata, coinvolgendo i docenti di ogni ordine e grado, costruendo buone pratiche, "dal basso".
Sulle "buone pratiche `dal basso`", durante le vacanze natalizie, ho provato a mettere nero-su-bianco una mia "lista dei desideri" (per un ICT nella PA, migliore dell'attuale). I punti 14, 16 e 17 riguardano SCUOLA e UNIV. Li riporto qui, per semplicita': ========================== 14 - [SVILUPPO_ICT] Vorrei che nei corsi universitari di Informatica, agli studenti venisse chiesto di prendere parte a qualche progetto esistente; Vorrei che gli Atenei supportassero direttamente almeno uno di tali progetti, contribuendone allo sviluppo; Vorrei che il mondo Univ prendesse in mano Apache James e lo utilizzasse per riacquisire il controllo della propria Posta Elettronica; 16 - [SVILUPPO_ICT] [SCUOLA] Vorrei che alla fine delle scuole superiori, tutti gli studenti abbiano messo le mani almeno una volta su un ESP8266 –magari donatogli dalla scuola– e ci siano connessi WiFi con il proprio cellulare; Vorrei che tutti avessero acceso almeno una volta il LED13 di un Arduino. Vorrei che avessero sperimentato i concetti di “consumo energetico”, di “durata di una batteria”, di “dispersione termica”; 17 - [SVILUPPO_ICT] [SCUOLA] Vorrei che nella piazza del centro commerciale a me piu’ vicino, venisse organizzato almeno un “micromouse challenge”, sponsorizzato dalle aziende che si occupano di automazione e promosso/sostenuto dalle scuole e dagli Atenei con corsi STEM; ========================== Considerando il taglio particolarmente UNIV di questa lista, se qualcuno fosse interessato ai punti 14 e 17 e volesse "prenderli in carico", sono disposto a fornire tutto il supporto tecnico possibile (anche a mie spese).
Davvero tanta amarezza, con la speranza che con il PNRR qualcosa si muova...
No. Il PNRR sta contribuendo a _PEGGIORARE_ la stiuazione (in ambito ICT). Il "bello" deve ancora arrivare... ma qualche primo "risultato" è gia' visibile. Cito un paio di passaggi di questo articolo: https://www.corrierecomunicazioni.it/pa-digitale/cloud-e-internet-nella-pa-s... "/L’assegnazione dei fondi è basata sui voucher, ai Comuni che presentano la richiesta vengono distribuiti i soldi a seconda del numero di abitanti, senza altri criteri, e con una base di partenza molto generosa rispetto ai prezzi di mercato per quanto riguarda il rifacimento di un sito/" "/Una città può quindi ricevere fino a poco più di 800mila euro soltanto per il rifacimento del sito e l’implementazione di quattro servizi. E ci sono Comuni che il sito lo avevano rifatto un anno fa, o poco più, con fondi propri di bilancio, spendendo da un terzo a un quinto della cifra che tornano nuovamente a ricevere grazie al Pnrr/" Un caro saluto, DV [1] https://www.camera.it/leg19/1058?idLegislatura=19&tipologia=audiz2&sottotipo... -- Damiano Verzulli e-mail:damiano@verzulli.it --- possible?ok:while(!possible){open_mindedness++} --- "...I realized that free software would not generate the kind of income that was needed. Maybe in USA or Europe, you may be able to get a well paying job as a free software developer, but not here [in Africa]..." -- Guido Sohne - 1973-2008 http://ole.kenic.or.ke/pipermail/skunkworks/2008-April/005989.html
participants (4)
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Alessandro Brolpito -
Damiano Verzulli -
Enrico Nardelli -
Paolo Del Romano