Si tratta dei risultati di un'indagine conoscitiva della
commissione istruzione e cultura del Senato svolta tra il 2019 e
2021.
Due estratti:
«Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.»
«Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù».
Il testo integrale è sotto, il doc originale qua
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1299729.pdf
DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione
pubblica, beni culturali) NELLA SEDUTA DEL 9 GIUGNO 2021
a conclusione dell'indagine conoscitiva sull'impatto del digitale
sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di
apprendimento.
I RISULTATI DELL’INDAGINE
Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi
muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici:
dipendenza, alienazione,depressione, irascibilità, aggressività,
insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a
preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali
essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella
che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di
concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la
capacità dialettica... Sono gli effetti che l’uso, che nella
maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di
smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di
diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche,
neurologiche, biologiche e psicologiche.
È quanto sostengono, ciascuno dal proprio punto di vista
«scientifico», la maggior parte dei neurologi, degli psichiatri,
degli psicologi, dei pedagogisti, dei grafologi, degli esponenti
delle Forze dell’ordine auditi. Un quadro oggettivamente
allarmante, anche perché evidentemente destinato a peggiorare.
C’è stato un tempo in cui, per capire come saremmo diventati, noi
italiani guardavamo alla Germania, poi alla Francia, poi, dal
secondo dopoguerra, agli Stati Uniti. Ora, per la prima volta, il
nostro sguardo abbandona le nazioni occidentali per volgersi ad
Oriente. Corea del Sud, Cina, Giappone. Sono questi, oggi, i
nostri modelli. Modelli avanzatissimi già da anni quanto a
diffusione della tecnologia digitale, perciò anticipatori degli
effetti che il crescente uso di smartphone e videogiochi produrrà
fatalmente sui nostri figli, sui nostri nipoti, sui nostri amici,
su di noi e di conseguenza sulla società in cui viviamo.
I numeri impressionano. In Corea del Sud il 30 per cento dei
giovani tra i dieci e i diciannove anni è classificato come
«troppo dipendente» dal proprio telefonino: vengono disintossicati
in sedici centri nati apposta per curare le patologie da web. In
Cina i giovani «malati» sono ventiquattro milioni. Quindici anni
fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente
concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute
spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di
psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del
genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in
Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome,
hikikomori. Significa «stare in disparte». Sono giovani tra i
dodici e i venticinque anni che si sono completamente isolati
dalla società. Non studiano, non lavorano, non socializzano.
Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi con
qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone
sono circa un milione. Un milione di zombi.
Tutte le ricerche internazionali citate nel corso del ciclo di
audizioni giungono alla medesima conclusione: il cervello agisce
come un muscolo,si sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso
di dispositivi digitali (sociale videogiochi), così come la
scrittura su tastiera elettronica invece della scrittura a mano,
non sollecita il cervello. Il muscolo, dunque, si atrofizza. Detto
in termini tecnici, si riduce la neuroplasticità, ovvero lo
sviluppo di aree cerebrali responsabili di singole funzioni.
Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata limitata la
«fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e
del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare
prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro
sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza.
È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti
allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni,
non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove
generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di
domani.
Mai prima d’ora una rivoluzione tecnologica, quella digitale,
aveva scatenato cambiamenti così profondi, su una scala così ampia
e in così poco tempo. Il motivo è evidente, lo smartphone, ormai,
non è più uno strumento, ma è diventato un’appendice del corpo.
Soprattutto nei più giovani. Un’appendice da cui, oltre ad
un’infinita gamma di funzioni, in larga parte dipendono la loro
autostima e la loro identità. È per questo che risulta così
difficile convincerli a farne a meno, a mettere da parte il
telefonino almeno per un po’: per loro, privarsene è doloroso e
assurdo quanto subire l’amputazione di un arto.
Usarlo incessantemente è dunque naturale. È naturale perché questo
li inducono a fare le continue sollecitazioni di algoritmi
programmati apposta per adescarli e tenerli connessi il più a
lungo possibile. È naturale perché a disconnettersi percepiscono
la sgradevole sensazione di essere «tagliati fuori», esclusi,
emarginati. È naturale anche e soprattutto perché essere connessi
è irresistibilmente piacevole, dal momento che l’uso del digitale
che ne fanno i più giovani, prevalentemente sociale videogiochi,
favorisce il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore della
sensazione di piacere.
Ma si tratta di un piacere effimero. Dal 2001, anno in cui le
console per videogiochi irrompono nelle camerette dei ragazzi, e
con un’accelerazione impressionante dal 2007, anno in cui debutta
lo smartphone, depressioni e suicidi tra i giovanissimi hanno
raggiunto percentuali mai viste prima. Sono quasi raddoppiati, e
quel che preoccupa è che il trend appare in costante ed
inesorabile ascesa. Stessa tendenza, in rapida crescita, riguarda
i casi di autolesionismo, di anoressia, di bulimia. Manifestazioni
di disagio giovanile sempre esistite, ma che oggi si
auto-alimentano sui social e nelle chat esaltando anziché
scoraggiando i ragazzi e in modo particolare le ragazze dal
metterli in pratica.
A tutto ciò vanno sommate le conseguenze sui più giovani
dell’essere costantemente a contatto con chiunque e con qualsiasi
cosa. Istigazione al suicidio, adescamento, sexting, bullismo,
revenge porn: tutti reati in costante crescita. Reati facilitati
dal fatto che nelle nuove piazze virtuali non trovano spazio le
regole in vigore nelle vecchie piazze reali: vige l’anonimato, i
controlli sono scarsi, i minori vi si avventurano senza alcuna
sorveglianza da parte dei genitori.
Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite,
non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale
applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche
internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario.
Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più
calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.
CONCLUSIONI
Rassegnarsi a quanto sta accadendo sarebbe colpevole. Fingere di
non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta
producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe
ipocrita. Come genitori, e ancor più come legislatori, avvertiamo
il dovere di segnalare il problema, sollecitando Parlamento e
Governo ad individuare i possibili correttivi.
Avanziamo alcune ipotesi:
– scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di
quattordici anni;
– rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori
di tredici anni;
– prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il
controllo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti
sui cellulari dei minori;
– favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web;
– vietare l’accesso degli smartphone nelle classi;
– educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi
digitali e alla navigazione sul web;
– interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza
epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato
all’insegnamento;
– incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a
mano e l’esercizio della memoria.
Non si tratta di dichiarare guerra alla modernità, ma
semplicemente di governare e regolamentare quel mondo virtuale nel
quale, secondo le ultime stime, i più giovani trascorrono dalle
quattro alle sei ore al giorno. Si tratta di evitare che si
realizzi fino in fondo quella «dittatura perfetta» vaticinata da
Aldous Huxley quando la televisione doveva ancora entrare in tutte
le case e lo smartphone aveva la concretezza di un’astrazione
fantascientifica: «Una prigione senza muri in cui i prigionieri
non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie
al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro
schiavitù».
Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani.
I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro.
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Prof. Enrico Nardelli Presidente di "Informatics Europe" Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma home page: https://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: https://link-and-think.blogspot.it/ tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it online meeting: https://blue.meet.garr.it/b/enr-y7f-t0q-ont ====================================================== |