Re: [nexa] NYT: "Techs Ethical Dark Side: Harvard, Stanford and, Others Want to Address It" (Giacomo Tesio)
Buona sera, sì, sull'etica hacker ci sarebbe parecchio da puntualizzare. Di certo anche perché il termine è stato usato spesso da accademici senza cogliere differenze fondamentali tra open e free: un caso noto è quello di *L'etica hacker e lo spirito dell'informazione*, di Pekka Himanem. Si tralasciano fondamentali differenze culturali, politiche e filosofiche. Scrivemmo un libretto sull'argomento, nel 2005, *OPEN NON È FREE. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale* http://eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=186 a parte alcune ingenuità, parti obsolete e passaggi inutilmente complicati, il messaggio complessivo mi pare ancora valido. IMHO un problema trasversale è la sudditanza psicologica, o quantomeno culturale, nei confronti della cultura anglosassone. Una cultura per la quale, di solito, proprietà e mercato (nel senso di possibilità di profitto) sono prioritari rispetto a ogni altro punto di vista. Si veda la differenza, anch'essa quasi sempre dimenticata, tra copyright, anglosassone: un diritto patrimoniale; e diritto d'autore, continentale: un diritto morale. Non è un caso che si usino come sinonimi, quando non lo sono affatto: non da un punto di vista culturale, politico e filosofico. Quindi sì, tra open e free c'è senz'altro confusione, che è stata all'inizio ben orchestrata anche da notori "hacker etici" sostenitori dell'open source, d'altra parte politicamente libertariani (right libertarians), culturalmente maschilisti, socialmente guerrafondai, filosoficamente suprematisti. Ogni riferimento a Eric S. Raymond è puramente voluto. Nella pratica però chi si dichiara per l'open è spesso un ottimo compagno di strada e lavoro rispetto ai parolai delle libertà (o dell'ethical hacking!) che usano software close, a partire dalla roba Apple. Insomma, c'è open e open; e c'è free e free. E poi, con buona pace di Stallman, anche sul concetto di "free" c'è parecchio che non quadra. Di fatto, l'approccio "open" si sta prendendo tutto... Faccio un altro esempio, riportando un estratto dal nostro ultimo libro, pensato per un pubblico non specialistico, Ippolita, *Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale*, Meltemi, Milano, 2017 dalla voce "Licenze, copyright, copyleft", pp. 171-172 "Un comodo ed esaustivo elenco di licenze, nella prospettiva del progetto GNU (Free Software Foundation), si trova all'indirizzo https://www.gnu.org/licenses/license-list.it.html ## La cultura «Free culture» è libera? La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera! Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci. In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, *Free culture* significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia. Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione. Vogliamo poter inibire a persone non affini l'accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere." per noi, l'uso di una CC by-nc-sa non è l'optimum, ma, dovendo confrontarsi con il "libero mercato", serve egregiamente a proteggere da alcuni abusi in un contesto legale. buona serata k.
Date: Mon, 26 Feb 2018 12:01:33 +0100 From: Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> To: Nexa <nexa@server-nexa.polito.it> Subject: Re: [nexa] NYT: "Tech?s Ethical ?Dark Side?: Harvard, Stanford and Others Want to Address It" Message-ID: <CAHL7psGEz9cCeRm+aaMbWjs6R9Eg27GgKzm=UHh7k=2Q9ujXkw@mail.gmail.com> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Salve, scusate se riporto in auge questo thread senza aver ancora approfondito gli altri materiali universitari proposti.
Tuttavia penso possa essere di interesse comune questa interessante analisi storica di Evgeny Morozov sulla marginalizzazione del software libero da parte della Silicon Valley: https://thebaffler.com/salvos/the-meme-hustler
Questo documento si inserisce in un recente dibattito cui ho partecipato su twitter relativo agli aspetti etici del software libero (che sottendono i valori dell'etica hacker) e sulla sua differenza dal software open source (che invece è ortogonale all'etica).
In tale dibattito, alcuni noti PR del Free Software europeo e il presidente dell'OSI sostengono che non vi sia differenza fra i due termini. Italo Vignali per esempio aveva sostenuto che Stallman stesso, sua conoscenza personale, fosse d'accordo sulla equivalenza culturale dei due movimenti.
Alla mia richiesta di conferma, RMS mi ha girato questo link.
L'articolo delinea di una interessante strategia culturale di assimilamento e marginalizzazione che si trova al lato opposto dello spettro rispetto alla più nota "divide et impera".
Strategia brillante! Scommetterei che ha persino già un nome, ben noto agli storici.
Permette infatti contemporaneamente: - di marginalizzare la etica hacker basata sulla libertà e sulla condivisione, entrambe finalizzate all'elevazione dell'umanità attraverso la ricerca e la sperimentazione - di elevare uno strumento di marketing come porta bandiera proprio di quei valori da cui l'open source si vuole affrancare, aumentandone l'efficacia
La mia posizione a riguardo è che l'ambiguità sia ingannevole per i programmatori e per gli utenti, che finiscono per aspettarsi libertà che sono poi negate in concreto. (vi pregherei, per evitare di perdere tempo a discutere in astratto, di provare a compilare da zero Chromium prima di obbiettare)
Non credo che i due movimenti debbano essere in competizione: nel 2018 non dobbiamo avere paura delle differenze, non sono mai le differenze a dividere, ma gli interessi di chi cerca di avvantaggiarsene.
Ma *l'ambiguità non è mai la soluzione*.
Per lavorare insieme, basta un po' di *onestà intellettuale*: *definizioni chiare e oneste differenze fra persone intelligenti arricchiscono sempre il dialogo e la collaborazione*.
Giacomo
Il 15 febbraio 2018 16:13, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Salve, l'idea è assolutamente nobile e da incoraggiare. Cercherò (per quanto ed appena possibile) di dare un'occhiata approfondita al materiale distribuito qui: http://home.deib.polimi.it/schiaffo/CE/syllabus.html Apprezzo moltissimo la distribuzione online di materiale didattico universitario. E' un importante strumento di crescita e confronto con la realtà per le università di tutto il mondo.
Dando una prima scorsa ho notato alcuni punti discutibili in queste slide:
http://home.deib.polimi.it/schiaffo/CE/digital%20intellectual%20property%201...
Anzitutto, un vero e proprio errore si trova nella slide 23: le FAQ sui CreativeCommons sconsigliano esplicitamente di utilizzare le licenze CC
per
il software. Le licenze CC infatti sono progettate per i contenuti. E se è vero che la fino a qualche anno fa la SIAE trattava il codice sorgente come un opera d'arte (da depositare in copia cartacea... mi ero informato!), vi posso assicurare che spesso non causa emozioni, solo problemi intestinali. :-)
Inoltre dalla slide 12 in poi, la parte relativa al FOSS (che come Stallmann notava tempo fa andrebbe al massimo indicato come FLOSS) è piuttosto confusa.
Cita insieme Free Software e Open Source Software (insieme ai Creative Commons, che come detto non sono applicabili al software), parla propriamente del Free Software nella slide 13, ma tratta impropriamente tutte e tre le categorie insieme nella slide 14.
L'ultimo punto della slide 14 poi è proprio sbagliato. E lo dico sia come programmatore di software proprietario che come sviluppatore di software libero. Da SCO, a Microsoft, a ExtJS, ai rubagalline che buttano software libero in soluzioni rivedute come proprietarie... potrei elencare molteplici esempi in cui aziende di software proprietario hanno causato danni enormi al software libero, costituendo più di una minaccia! E questo sia con azioni di marketing, sia con azioni legali, sia con atti che sono... diciamo "ortogonali" all'etica.
Il trattamento dell'aspetto morale denota un certo distacco dalla pratica dello sviluppo del software, in particolare nella descrizione dello scenario 2, nelle slide 4-5. Successivamente vi è una discreta ambiguità nei termini. In particolare, leggendo dell'immoralità della copia di software in violazione della licenza subito dopo la slide 18, intitolata "FOSS vs PS", si sembra suggerire che il software libero sia propenso a tale immorale violazione delle licenze. Il che è palesemente falso, visto che lo stesso termine "Free Software" è legato ad una licenza software, la GPL, la cui violazione attraverso la copia dei sorgenti senza attribuzione e ridistribuzione è stata oggetto di diverse cause.
Sempre nella slide 18, chi suggerisce che "the courts will have to continue to draw a delicate line between what should be ownable and what should not be ownable" dovrebbe forse riflettere tale framework sia compatibile col principio che "la legge è uguale per tutti".
Sarebbe poi utile far seguire una slide alle 21-22 (che stigmatizzano giustaente lo scenario 1, di Carol che viola una licenza a pagamento) con un esempio parallelo allo scenario 2:
Supponi di avere un amico che soffre fortemente per il caldo e tu, per altruismo, scavi una piscina interamente con i tuoi mezzi e le tue forze in un tuo terreno. La tua piscina è più bella, più sicura e più confortevole di quelle a pagamento, ma visto che tu l'hai scavata per il tuo amico, decidi di lasciare libero l'accesso. Distribuisci anche istruzioni dettagliate, per permettere a chiunque lo desideri di costruire la propria piscina nei propri terreni. Ma, in onore del tuo amico che soffriva il caldo, poni il vincolo che chiunque costruisca una piscina a partire dalle tue istruzioni sia altrettanto altruista. I proprietari delle piscine vicine ti fanno causa, o cercano di diffondere terrore psicologico nei confronti delle piscine gratuite (o dei danni all'economia globale che queste procurano, o dell'immoralità del costruire una piscina non a pagamento), o "incentivano" la classe politica a vietare il loro utilizzo. Qualche furbone prova anche a costruire una piscina seguendo le tue istruzioni, con qualche differenza di tinteggiatura, e a richiedere il pagamento all'ingresso
A questo punto la sezione potrebbe concludersi con la domanda:
C'è qualche differenza morale fra attaccare il creatore della piscina libera e attaccare il software libero?
La Pete's Software, infatti, ha sviluppato in proprio il software libero che è "più efficiente" di quello della Bingo.
Per questo parlavo di evidente distacco dalla pratica di sviluppo. Perché il software, libero o meno, non si scrive da solo e non piove dal cielo.
Se la Bingo è stata mandata fuori mercato da un software sviluppato più rapidamente da una società con un budget inferiore, siamo di fronte a semplice selezione naturale.
Spero che queste correzioni possano essere utili ai vostri studenti.
Appena possibile (è un periodo piuttosto convulso) darò un occhiata al resto del materiale.
A presto!
Giacomo
2018-02-15 8:43 GMT+01:00 Norberto Patrignani <norberto.patrignani@polito.it>:
Carissim*, nel nostro piccolo ... in Italia Polito (dal 2008) e Polimi (dal 2016) si sono gia' mossi...
https://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.guide.visualizza?p_cod_ins...
http://home.deib.polimi.it/schiaffo/CE/syllabus.html un caro saluto Norberto
Il 14/02/2018 09:10, J.C. DE MARTIN ha scritto:
Tech?s Ethical ?Dark Side?: Harvard, Stanford and Others Want to Address It
By NATASHA SINGER
FEB. 12, 2018
PALO ALTO, Calif. ? The medical profession has an ethic: First, do no harm.
Silicon Valley has an ethos: Build it first and ask for forgiveness later.
Now, in the wake of fake news and other troubles at tech companies, universities that helped produce some of Silicon Valley?s top technologists are hustling to bring a more medicine-like morality to computer science.
This semester, Harvard University and the Massachusetts Institute of Technology are jointly offering a new course on the ethics and regulation of artificial intelligence. The University of Texas at Austin just introduced a course titled ?Ethical Foundations of Computer Science? ? with the idea of eventually requiring it for all computer science majors.
[...]
continua qui:
https://www.nytimes.com/2018/02/12/business/computer-science-ethics-courses....
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Salve. Grazie per questa interessantissimo intervento. Anzitutto mi corre l'obbligo di puntualizzare, a difesa dell'accademia tutta, che qualunque imprecisione nei miei interventi non va addebitata all'università (nemmeno per le poche nozioni che arrivano dai miei studi incompiuti di Scienze Politiche). Il 26/Feb/2018 07:12 PM, "karlessi" <karlessi@ippolita.net> ha scritto: Scrivemmo un libretto sull'argomento, nel 2005, *OPEN NON È FREE. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale* http://eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=186 a parte alcune ingenuità, parti obsolete e passaggi inutilmente complicati, il messaggio complessivo mi pare ancora valido. Appena possibile lo leggerò. Ahimè non sarà presto... e mi dispiace. IMHO un problema trasversale è la sudditanza psicologica, o quantomeno culturale, nei confronti della cultura anglosassone. Una cultura per la quale, di solito, proprietà e mercato (nel senso di possibilità di profitto) sono prioritari rispetto a ogni altro punto di vista. Si veda la differenza, anch'essa quasi sempre dimenticata, tra copyright, anglosassone: un diritto patrimoniale; e diritto d'autore, continentale: un diritto morale. Non è un caso che si usino come sinonimi, quando non lo sono affatto: non da un punto di vista culturale, politico e filosofico. Direi anche legale! Io sono tristemente consapevole della sudditanza culturale di cui parli. Parte della responsabilità è, come spesso accade, politica (sto pensando alla Olivetti, che sarebbe potuta diventare una straordinaria potenza innovativa ma fu costretta ad inseguire un treno ormai passato). In parte è del nostro sistema economico e industriale: dopo ridicoli eccessi del passato, oggi lo stipendio medio di uno sviluppatore in Italia è circa la metà di uno con pari esperienza in Inghilterra, Francia e Germania e meno di un quarto di quello negli stati uniti. In parte però è anche dovuta ai meriti oggettivi della informatica statunitense, che per una ragione o per l'altra ha cambiato il mondo. Il mondo è stato a guardare, principalmente per ignoranza delle autorità. Ma la lingua dell'informatica è l'inglese e non per caso. D'altro canto questa sudditanza è una caratteristica piuttosto italiana: il termine sudditanza accostata a nomi come Wirth, Torvalds, Tanenbaum o Dijkstra non può che far sorridere. (Ci sarebbe sicuramente molto altro du cui riflettere, tocchi temi molto profondi e complessi... ed una analisi seria richiederebbe più di quanto posso offrire) [...] Nella pratica però chi si dichiara per l'open è spesso un ottimo compagno di strada e lavoro Certamente. E ad alcuni degli hacker più in gamba che conosco viene l'orticaria a parlare di etica del software... La realtà è sempre più ricca e complessa delle categorizzazioni che ne facciamo. Purtuttavia, senza categorie diventa difficile ragionare. [...] E poi, con buona pace di Stallman, anche sul concetto di "free" c'è parecchio che non quadra. Puoi elaborare? Io come puoi immaginare preferisco l'italiano, Software Libero. Ancora di più preferirei qualcosa tipo Hackers' Software, ad indicare che lo sviluppo è guidato anzitutto dalla curiosità e che libertà e condivisione sono logiche conseguenze. Ma Free Software è una buona approssimazione, ed è quella che la storia ha scelto. Di fatto, l'approccio "open" si sta prendendo tutto... Vero, da un lato perché sfrutta l'ambiguità, dall'altro perché è un efficace strumento commerciale. Ma in sé, non è peggiore del sistema capitalista in cui viene utilizzato. Per chiarezza di ragionamento è meglio non confondere la critica del capitalismo con l'etica hacker. Non si tratta qui di sudditanza culturale, ma di reale ortogonalità. Gli hacker sono pronti a mettere in discussione qualunque cosa, incluso naturalmente il capitalismo. Ma questo non significa, di per sé, che dispongano di alternative. Nè degli strumenti culturali per analizzarlo: l'onestà intellettuale aiuta, la curiosità aiuta... ma non si può sapere tutto. Inoltre è sciocco pensare che un hacker impronti *tutto* il proprio sistema normativo intorno alla sola curiosità. La curiosità caratterizza la sua attività come hacker ma sono persone complesse come le altre e sugli altri valori si possono confrontare e scontrare. Gli hacker condividono una visione politica, ma solo per quanto riguarda la diffusione della conoscenza e la ricerca di tale conoscenza. Sul resto discutono... e non sempre con la razionalità che adottano nei propri campi di competenza. "Licenze, copyright, copyleft", pp. 171-172 "Un comodo ed esaustivo elenco di licenze, nella prospettiva del progetto GNU (Free Software Foundation), si trova all'indirizzo https://www.gnu.org/licenses/license-list.it.html ## La cultura «Free culture» è libera? La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera! Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci. Non saprei... La facoltà di vendere un software libero non è un obbligo. E la licenza CC BY-NC-SA viene spesso usata non per impedire ma per *controllare* lo sfruttamento commerciale di un opera. Inoltre lo sfruttamento economico del software libero ne può diffondere i valori. Ricordo in Brasile a Teofilo Otoni, un gruppo di ragazzi che vendeva, legittimamente, una distribuzione brasiliana di GNU/Linux. Attraverso questa attività intessevano relazioni economiche ma, come può immaginare chi conosca il Brasile, non solo economiche. Insomma... la realtà è complessa. :-) In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, *Free culture* significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia. No. Direi che la FSF si limita al software. Solo un idiota pretenderebbe di definire quali contributi culturali siano cultura libera e quali no. La contraddizione è evidente! Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione. Posto che la definizione della FSF si limita al software... questa affermazione rimane comunque interessante. Chi siete? E cosa proponete? Quali software avete sviluppato? Che licenza avete utilizzato? Vogliamo poter inibire a persone non affini l'accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere." E questo è perfettamente legittimo! Non delegittima però la definizione di Software Libero. Non amo la confusione, ma le differenze fini a se stesse non superano il rasoio di Occam. per noi, l'uso di una CC by-nc-sa non è l'optimum, ma, dovendo confrontarsi con il "libero mercato", serve egregiamente a proteggere da alcuni abusi in un contesto legale. Me ne compiaccio. Lo terrò presente per i miei prossimi manuali. Non mi è chiara però quale sia la tua obbiezione. Giacomo
Aggiungo una cosa su cui non sono stato forse sufficientemente chiaro. La cultura hacker che il software libero incarna è definita dalla curiosità. Tale curiosità non è del tutto fine a se stessa, ma è solitamente lo strumento di elevazione della umanita caratteristico dell'hacker. Il richiamo alla cultura rinascimentale dovrebbe essere evidente. E non è un caso che Leonardo da Vinci sia considerato una sorta di hacker ante literam e rappresenti un idolo ed un modello per questa cultura. In questa chiave interpretativa, la libertà e la condivisione rappresentano gli strumenti preferenziali. Semplicemente perché diffondere la conoscenza tecnico scientifica è il modo migliore per permettere il suo accrescimento. I vincoli posti dalle definizioni della FSF sono (o quantomeno dovrebbero essere) funzionali a questo obbiettivo. Ora una licenza documentativa che pone dei vincoli sul prezzo di distribuzione, massimizza la diffusione della documentazione stessa? A prima vista si potrebbe pensare di sì, ma bisogna ricordare che il mondo non è tutto connesso in modo uniforme. E se non sei connesso ad internet e necessiti di un manuale in forma cartacea, ti potrebbe risultare complesso ottenerne una stampa a pagamento se la licenza ne vieta espressamente la distribuzione a pagamento. Dunque, parlando di documentazione, concordo con la FSF per quanto riguarda le licenze CC-BY-NC. Non perché penso che non sia legittimo voler controllare la diffusione commerciale o guadagnare su una propria opera. Ma perché, in un ottica di massimizzazione della diffusione della conoscenza, queste licenze non funzionano in tutti i contesti. Ora però prometto che la smetto. :-) Giacomo Il 26/Feb/2018 10:41 PM, "Giacomo Tesio" <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Salve. Grazie per questa interessantissimo intervento.
Anzitutto mi corre l'obbligo di puntualizzare, a difesa dell'accademia tutta, che qualunque imprecisione nei miei interventi non va addebitata all'università (nemmeno per le poche nozioni che arrivano dai miei studi incompiuti di Scienze Politiche).
Il 26/Feb/2018 07:12 PM, "karlessi" <karlessi@ippolita.net> ha scritto:
Scrivemmo un libretto sull'argomento, nel 2005,
*OPEN NON È FREE. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale* http://eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=186
a parte alcune ingenuità, parti obsolete e passaggi inutilmente complicati, il messaggio complessivo mi pare ancora valido.
Appena possibile lo leggerò. Ahimè non sarà presto... e mi dispiace.
IMHO un problema trasversale è la sudditanza psicologica, o quantomeno culturale, nei confronti della cultura anglosassone. Una cultura per la quale, di solito, proprietà e mercato (nel senso di possibilità di profitto) sono prioritari rispetto a ogni altro punto di vista. Si veda la differenza, anch'essa quasi sempre dimenticata, tra copyright, anglosassone: un diritto patrimoniale; e diritto d'autore, continentale: un diritto morale. Non è un caso che si usino come sinonimi, quando non lo sono affatto: non da un punto di vista culturale, politico e filosofico.
Direi anche legale!
Io sono tristemente consapevole della sudditanza culturale di cui parli.
Parte della responsabilità è, come spesso accade, politica (sto pensando alla Olivetti, che sarebbe potuta diventare una straordinaria potenza innovativa ma fu costretta ad inseguire un treno ormai passato).
In parte è del nostro sistema economico e industriale: dopo ridicoli eccessi del passato, oggi lo stipendio medio di uno sviluppatore in Italia è circa la metà di uno con pari esperienza in Inghilterra, Francia e Germania e meno di un quarto di quello negli stati uniti.
In parte però è anche dovuta ai meriti oggettivi della informatica statunitense, che per una ragione o per l'altra ha cambiato il mondo.
Il mondo è stato a guardare, principalmente per ignoranza delle autorità.
Ma la lingua dell'informatica è l'inglese e non per caso.
D'altro canto questa sudditanza è una caratteristica piuttosto italiana: il termine sudditanza accostata a nomi come Wirth, Torvalds, Tanenbaum o Dijkstra non può che far sorridere.
(Ci sarebbe sicuramente molto altro du cui riflettere, tocchi temi molto profondi e complessi... ed una analisi seria richiederebbe più di quanto posso offrire)
[...]
Nella pratica però chi si dichiara per l'open è spesso un ottimo compagno di strada e lavoro
Certamente.
E ad alcuni degli hacker più in gamba che conosco viene l'orticaria a parlare di etica del software...
La realtà è sempre più ricca e complessa delle categorizzazioni che ne facciamo.
Purtuttavia, senza categorie diventa difficile ragionare.
[...]
E poi, con buona pace di Stallman, anche sul concetto di "free" c'è parecchio che non quadra.
Puoi elaborare?
Io come puoi immaginare preferisco l'italiano, Software Libero.
Ancora di più preferirei qualcosa tipo Hackers' Software, ad indicare che lo sviluppo è guidato anzitutto dalla curiosità e che libertà e condivisione sono logiche conseguenze.
Ma Free Software è una buona approssimazione, ed è quella che la storia ha scelto.
Di fatto, l'approccio "open" si sta prendendo tutto...
Vero, da un lato perché sfrutta l'ambiguità, dall'altro perché è un efficace strumento commerciale.
Ma in sé, non è peggiore del sistema capitalista in cui viene utilizzato.
Per chiarezza di ragionamento è meglio non confondere la critica del capitalismo con l'etica hacker.
Non si tratta qui di sudditanza culturale, ma di reale ortogonalità.
Gli hacker sono pronti a mettere in discussione qualunque cosa, incluso naturalmente il capitalismo.
Ma questo non significa, di per sé, che dispongano di alternative. Nè degli strumenti culturali per analizzarlo: l'onestà intellettuale aiuta, la curiosità aiuta... ma non si può sapere tutto.
Inoltre è sciocco pensare che un hacker impronti *tutto* il proprio sistema normativo intorno alla sola curiosità.
La curiosità caratterizza la sua attività come hacker ma sono persone complesse come le altre e sugli altri valori si possono confrontare e scontrare.
Gli hacker condividono una visione politica, ma solo per quanto riguarda la diffusione della conoscenza e la ricerca di tale conoscenza.
Sul resto discutono... e non sempre con la razionalità che adottano nei propri campi di competenza.
"Licenze, copyright, copyleft", pp. 171-172
"Un comodo ed esaustivo elenco di licenze, nella prospettiva del progetto GNU (Free Software Foundation), si trova all'indirizzo https://www.gnu.org/licenses/license-list.it.html
## La cultura «Free culture» è libera?
La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera!
Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci.
Non saprei...
La facoltà di vendere un software libero non è un obbligo.
E la licenza CC BY-NC-SA viene spesso usata non per impedire ma per *controllare* lo sfruttamento commerciale di un opera.
Inoltre lo sfruttamento economico del software libero ne può diffondere i valori.
Ricordo in Brasile a Teofilo Otoni, un gruppo di ragazzi che vendeva, legittimamente, una distribuzione brasiliana di GNU/Linux.
Attraverso questa attività intessevano relazioni economiche ma, come può immaginare chi conosca il Brasile, non solo economiche.
Insomma... la realtà è complessa. :-)
In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, *Free culture* significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia.
No. Direi che la FSF si limita al software.
Solo un idiota pretenderebbe di definire quali contributi culturali siano cultura libera e quali no.
La contraddizione è evidente!
Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione.
Posto che la definizione della FSF si limita al software... questa affermazione rimane comunque interessante.
Chi siete? E cosa proponete?
Quali software avete sviluppato?
Che licenza avete utilizzato?
Vogliamo poter inibire a persone non affini l'accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere."
E questo è perfettamente legittimo!
Non delegittima però la definizione di Software Libero.
Non amo la confusione, ma le differenze fini a se stesse non superano il rasoio di Occam.
per noi, l'uso di una CC by-nc-sa non è l'optimum, ma, dovendo confrontarsi con il "libero mercato", serve egregiamente a proteggere da alcuni abusi in un contesto legale.
Me ne compiaccio. Lo terrò presente per i miei prossimi manuali.
Non mi è chiara però quale sia la tua obbiezione.
Giacomo
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