Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa. Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno. Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare) 1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento 2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid). 3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro. E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
Tranquillizzo Giulio Quando la riforma sarà (auspicabilmemte, per me) approvata, ci sarà la possibilità di legiferare per coordinare l'informatica. Ovvero ci sarà la possibilità di farlo qualora il coordinamento volontario non dovesse funzionare. Una legge, poi, ci mette due anni o più per cui parliamo di effetti a fine legislatura, quando, per lungo che vada, di certo il mandato di presidente di comitato di indirizzo finirà con la durata massima possibile di un governo renzi (ammesso che non finisca prima con nuovo governo o fine legislatura anticipata) - essendo che la nomina è del presidente del consiglio. In merito al potere, colgo l'occasione per chiarire a chi non lo sa che il potere del comitato è di fare documenti di indirizzo che indicano priorità o interventi, senza alcun meccanismo di attuazione o di enforcement. (Ciò è giuridicamente conclamato, altrimenti io non potrei essere lì per incompatibilità tra parlamentare e carica pubblica con poteri di amministrazione) Per capirci, suggerimenti normativi dati dal comitato al ministro sono tali, è il ministro che decide. Ed è anche il ministro che vigila sull'agenzia, per cui decide se c'è da fare qualcosa o meno se l'agenzia non dovesse seguire una indicazione del comitato. Il potere di intervento sta (a mio avviso giustamente) nelle mani del ministro. Il comitato, poi, è composto da 9 persone, scelte dai ministeri e amministrazioni locali, nessuna dal presidente. Presidente che in più degli altri ha, in caso di parità, un casting vote (che, non essendo la matematica opinabile, può verificarsi solo in caso di impossibilità di uno dei membri a fare una telefonata per partecipare ad una conference Call, per cui sostanzialmente mai). Ho il potere di poter cercare di convincere.. Un potere attuativo assai inferiore a quelli di un capo dipartimento o un dg.. (let alone ministro, viceministro, sottosegretario, consigliere) Questo grande "aumento dei miei poteri" faccio fatica a vederlo. Gli esempi che ho fatto, che tu dici che non funzionano, era proprio perché mostrano che oggi non ci sono strumenti per farli funzionare. Non è detto che domani ci saranno certamente. Siamo dando possibilità (non obbligo) di legiferare nel verso di definirli. Fino ad oggi non possiamo. Si può obbiettare "ci potrebbero essere norme negative" . Verissimo. Vale per tutto. aboliremmo il parlamento o il governo perché sono strumenti che possono produrre norme negative ? E le fanno, come sappiamo... (Altrimenti non avrei deciso di rendermi disponibile e non sarei lì!) Critichiamo il parlamento come strumento che fa norme negative o critichiamo le norme negative in se e cerchiamo di cambiarle? Il solo fatto che esista qualcuno che può fare una norma ha insito il fatto che potrebbero esserci norme negative. Anche il carcere può essere sbagliato. Anche le multe possono essere sbagliate. Ma non è che non mettiamo lo strumento, che ha finalità e possibilità positive) perché può essere usato male Quando parlai con Maroni di questo emendamento mi disse "io ho una sanità ottima, non voglio che mi mettano i sistemi della Regione <beep>" E infatti bisogna fare il contrario, promuovere i migliori e usarli come riferimenti per gli altri. Io non cedo al disfattismo per cui non si può coordinare per il meglio perché ogni coordinamento va verso il peggio. Penso che la conseguenza concettuale estrema di questo ragionamento sia l'anarchia (un mio ex socio ritiene, intellettualmente onesto, che l'anarchia sia preferibile, ma la conseguenza ulteriore è il survival of the fittest mentre io sono più vicino all'ordoliberismo) Last but not least, è curioso per me vedere come persone che hanno decenni di esperienza nello stesso settore diano, chi in privato, chi in pubblico, chi con esperienza di ruoli guida, chi dall'interno della burocrazIa, giudizi diametralmente opposti. Ciao, s. Il 14 febbraio 2015 13:11:13 Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com> ha scritto:
Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa. Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno. Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro. E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
Gli esempi proposti da Quintarelli di “buone pratiche” di coordinamento possono aiutarci a capire in che modo superare quella frammentazione dell’IT pubblico che finisce per rappresentare una tassa occulta per i cittadini e gli operatori economici. Ben venga la definizione di criteri di progettazione e valutazione dei servizi digitali prodotti dalla PA e di standard di riferimento per il loro sviluppo. Ben venga il progetto di un portale del cittadino, inteso come “ambiente accogliente” per applicazioni distribuite. Ma la domanda è perché queste cose non sono state fatte? E quindi, quale può essere la strada migliore per affrontare queste resistenze e questi ritardi? La passività del settore pubblico in Italia sui temi dell’innovazione tecnologica (perché non solo di amministrazione, né solo di burocrazia si tratta; non solo di periferia, ma anche di centro) può ben essere illustrata dall’approccio al problema dell’Open Data, oggi fattore assolutamente decisivo per lo sviluppo. In questo caso, l’assegnazione allo Stato del coordinamento “informatico dei dati dell'amministrazione statale” è già prevista esplicitamente in costituzione dal 2001. E anche a livello di legislazione ordinaria il percorso è stato già da tempo avviato con l’introduzione del principio dell’”open by default” introdotto dal governo Monti (se non sbaglio); così come esistono linee guida prodotte dall’AgID sull’interoperabilità semantica. A fronte di un quadro normativo e regolamentare assolutamente concorde (e, almeno parzialmente, efficace) bisogna però registrare un’assoluta frammentarietà nella disponibilità dei dati. Non solo per l’imperfetta adozione di queste pratiche (con la maggior parte delle amministrazioni che ancora non vi hanno ottemperato), ma anche per le grandi differenza di qualità, formati, attendibilità dei dati oggi disponibili. Io non credo che queste insufficienze siano risolvibili con soluzioni centralistiche (“fare un db e invitare le amministrazioni a metterci i dati”), né selezionando un fornitore unico (come si rischia di fare con la gara SPC Cloud); ma credo che abbiamo anche tutti gli strumenti tecnologici e normativi, tutte le competenze e le capacità, per promuovere una necessaria armonizzazione dei dati prodotti da soggetti (pubblici e privati) differenti. Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da Piemonte e Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo augurarci che l’unanimità della Camera sui temi del digitale si trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative. gb Giovanni Bruno regesta.exe via Monte Zebio, 19 - 00195 - Roma tel.: +390637501056 - fax: +390637410460 mobile: +393487706540 Skype: regesta www.regesta.com gbruno@regesta.com @GiovanniBruno_ | @regesta_com Il giorno 14 febbraio 2015 13:11, Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com> ha scritto:
Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa. Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno. Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro. E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
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Perdonate se invece vedo nell'approvazione di questa norma un passo decisamente in avanti. Elimina gli alibi "autonomistici" che molto spesso erano il velo ad una mera gestione di una fetta di potere. E rende possibile la successiva emanazione di norme operative che rendano concreto il coordinamento. Un cordiale saluto Giorgio ======================================================================== Prof. Ing. Giorgio Ventre Dipartimento di Ingegneria Elettrica e Tecnologie dell'Informazione Università degli Studi di Napoli Federico II Via Claudio 21 80125, Napoli, Italy Tel: +39 081 7683908 Fax: +39 081 7683816 Mob: +39 3807679372 E-mail: giorgio@unina.it http://www.comics.unina.it http://www.docenti.unina.it/giorgio.ventre ======================================================================== On 14/02/2015 18:13, Giovanni Bruno wrote:
Gli esempi proposti da Quintarelli di “buone pratiche” di coordinamento possono aiutarci a capire in che modo superare quella frammentazione dell’IT pubblico che finisce per rappresentare una tassa occulta per i cittadini e gli operatori economici.
Ben venga la definizione di criteri di progettazione e valutazione dei servizi digitali prodotti dalla PA e di standard di riferimento per il loro sviluppo. Ben venga il progetto di un portale del cittadino, inteso come “ambiente accogliente” per applicazioni distribuite. Ma la domanda è perché queste cose non sono state fatte? E quindi, quale può essere la strada migliore per affrontare queste resistenze e questi ritardi?
La passività del settore pubblico in Italia sui temi dell’innovazione tecnologica (perché non solo di amministrazione, né solo di burocrazia si tratta; non solo di periferia, ma anche di centro) può ben essere illustrata dall’approccio al problema dell’Open Data, oggi fattore assolutamente decisivo per lo sviluppo. In questo caso, l’assegnazione allo Stato del coordinamento “informatico dei dati dell'amministrazione statale” è già prevista esplicitamente in costituzione dal 2001. E anche a livello di legislazione ordinaria il percorso è stato già da tempo avviato con l’introduzione del principio dell’”open by default” introdotto dal governo Monti (se non sbaglio); così come esistono linee guida prodotte dall’AgID sull’interoperabilità semantica.
A fronte di un quadro normativo e regolamentare assolutamente concorde (e, almeno parzialmente, efficace) bisogna però registrare un’assoluta frammentarietà nella disponibilità dei dati. Non solo per l’imperfetta adozione di queste pratiche (con la maggior parte delle amministrazioni che ancora non vi hanno ottemperato), ma anche per le grandi differenza di qualità, formati, attendibilità dei dati oggi disponibili. Io non credo che queste insufficienze siano risolvibili con soluzioni centralistiche (“fare un db e invitare le amministrazioni a metterci i dati”), né selezionando un fornitore unico (come si rischia di fare con la gara SPC Cloud); ma credo che abbiamo anche tutti gli strumenti tecnologici e normativi, tutte le competenze e le capacità, per promuovere una necessaria armonizzazione dei dati prodotti da soggetti (pubblici e privati) differenti.
Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da Piemonte e Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo augurarci che l’unanimità della Camera sui temi del digitale si trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative.
gb
Giovanni Bruno
regesta.exe via Monte Zebio, 19 - 00195 - Roma tel.: +390637501056 - fax: +390637410460 mobile: +393487706540 Skype: regesta
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Il giorno 14 febbraio 2015 13:11, Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com <mailto:giulio.depetra@gmail.com>> ha scritto:
Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa. Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno. Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro. E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
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sottoscerivo 100% dire "non rubare senno' ti ingabbio" non e' sufficiente ad evitare i furti occorre una pressione sociale forte, distribuita On 14/02/2015 18:13, Giovanni Bruno wrote:
Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da Piemonte e Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo augurarci che l’unanimità della Camera sui temi del digitale si trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative.
Lo Stato lo Stato e' "responsabile", lo Stato "risponde" politicamente ai cittadini - questo e' segno a mio avviso limpidamente autoevidente e puntuale dello emendamento Quintarelli. Su quali termini del problema lo Stato "risponde"? Sui suoi termini "interconnessi" [nel tempo di una interconnessione di reti irrevvocabile all' incirca come il cannocchiale e la penncillina ..]: dati e processi e infrastrutture. Su quale esercizio? Quello appropriato sul quale lo stato e' owner: la amministrazione della cosa pubblica, la rete cittadini-Stato. A quale livello di responsabilita' lo Stato risponde? Al livello che non consente assoluzioni e indecorosi alibi e rinvii di resonsabilita': il livello ovvbiamente "eminente" - il Parlamento quindi , e con cio' stesso l' Esecutivo dal Parlamentoconvalidato. A quale impegnativo rango cio' viene sancito ? Anche qui ovviamente al rango *eminente*, senno' i conti non tornano, quello Costituzionale. Lo Stato e' responsabile. Ancora rinvio alla scrittura lucida e inconfutata [come rimasero sostanzialmente inconfutare le disamine di Gerace Gallino Soria Sacerdoti ..] di un percorso amaramente segnato dalla *irresponsabilita'* di Stato e ragion politica, e dal loro cronicizzato disallineamento da ragion tecnica ed evoluzione tecnologica Matta, Meo: "Percorsi dell' informatica italiana, tra politici e non-politica" http://public.it/politica_scienza/html/i_treni_perduti.html giorgio Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com> ha scritto:
Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa. Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno. Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro. E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
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