======================================================================== Prof. Ing. Giorgio Ventre Dipartimento di Ingegneria Elettrica e Tecnologie dell'Informazione Università degli Studi di Napoli Federico II Via Claudio 21 80125, Napoli, Italy Tel: +39 081 7683908 Fax: +39 081 7683816 Mob: +39 3807679372 E-mail: giorgio@unina.it http://www.comics.unina.it http://www.docenti.unina.it/giorgio.ventre ========================================================================On 14/02/2015 18:13, Giovanni Bruno wrote:
Gli esempi proposti da Quintarelli di “buone pratiche” di coordinamento possono aiutarci a capire in che modo superare quella frammentazione dell’IT pubblico che finisce per rappresentare una tassa occulta per i cittadini e gli operatori economici.
Ben venga la definizione di criteri di progettazione e valutazione dei servizi digitali prodotti dalla PA e di standard di riferimento per il loro sviluppo. Ben venga il progetto di un portale del cittadino, inteso come “ambiente accogliente” per applicazioni distribuite. Ma la domanda è perché queste cose non sono state fatte? E quindi, quale può essere la strada migliore per affrontare queste resistenze e questi ritardi?
La passività del settore pubblico in Italia sui temi dell’innovazione tecnologica (perché non solo di amministrazione, né solo di burocrazia si tratta; non solo di periferia, ma anche di centro) può ben essere illustrata dall’approccio al problema dell’Open Data, oggi fattore assolutamente decisivo per lo sviluppo. In questo caso, l’assegnazione allo Stato del coordinamento “informatico dei dati dell'amministrazione statale” è già prevista esplicitamente in costituzione dal 2001. E anche a livello di legislazione ordinaria il percorso è stato già da tempo avviato con l’introduzione del principio dell’”open by default” introdotto dal governo Monti (se non sbaglio); così come esistono linee guida prodotte dall’AgID sull’interoperabilità semantica.
A fronte di un quadro normativo e regolamentare assolutamente concorde (e, almeno parzialmente, efficace) bisogna però registrare un’assoluta frammentarietà nella disponibilità dei dati. Non solo per l’imperfetta adozione di queste pratiche (con la maggior parte delle amministrazioni che ancora non vi hanno ottemperato), ma anche per le grandi differenza di qualità, formati, attendibilità dei dati oggi disponibili. Io non credo che queste insufficienze siano risolvibili con soluzioni centralistiche (“fare un db e invitare le amministrazioni a metterci i dati”), né selezionando un fornitore unico (come si rischia di fare con la gara SPC Cloud); ma credo che abbiamo anche tutti gli strumenti tecnologici e normativi, tutte le competenze e le capacità, per promuovere una necessaria armonizzazione dei dati prodotti da soggetti (pubblici e privati) differenti.
Quello che ci serve (oggi e non fra due anni, quando la riforma costituzionale potrà diventare legge, come ci ricorda Quintarelli) è un lavoro minuto e quotidiano di adeguamento normativo e regolamentare, una promozione attiva attraverso iniziative coordinate, il coinvolgimento delle comunità e dei cittadini, il rafforzamento di organismi tecnici e di indirizzo. Come ha scritto De Petra (e come mi sembra anche Gianluigi Cogo ha ricordato in un suo post richiamando la normativa promossa da Piemonte e Veneto) esperienze del genere si vanno diffondendo. Possiamo augurarci che l’unanimità della Camera sui temi del digitale si trasformi in un fattivo, quotidiano e convinto sostegno a queste iniziative.
gb
Giovanni Bruno
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Il giorno 14 febbraio 2015 13:11, Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com> ha scritto:
Si è aperta su questa lista una discussione sull'emendamento Quintarelli. E' una buona cosa.
Sia perché e' sempre utile diffidare della unanimità, sia perché in questo caso l'unanimità (del parlamentari e dei commenti successivi) mi sembra relativa ad una norma che solleva molti dubbi, come molto giustamente, secondo me, ha segnalato su questa lista Giovanni Bruno.
Provo a contribuire sinteticamente a questa discussione (ed e' inutile premettere quanto preziosa sia per me la presenza di Stefano non solo in parlamento, ma nella porzione di mondo che ho la fortuna di frequentare)
1. Nella migliore delle ipotesi la norma non produrra' effetti positivi. Gli ostacoli al coordinamento tra stato ed enti locali nei processi di innovazione non sono nemmeno scalfiti da una nuova norma, anche se addirittura di rango costituzionale. Gli stessi esempi fatti da Stefano (linee guida per i siti delle PA e realizzazione di portali nazionali) lo dimostrano. Non sarà la costituzione a garantire l'adesione di ogni singola amministrazione, così come non lo sono state le norme già emanate in questa direzione nel corso degli anni. La costituzione non c'entra nulla con la difficoltà di realizzare l'anagrafe nazionale. Puo' consentire di "imporre" formalmente, ma non di modificare effettivamente. Il coordinamento, soprattutto nei percorsi di innovazione della pubblica amministrazione, non è una questione giuridica ma un processo socio-tecnico che include la capacita' di gestire il cambiamento. Insomma l'emendamento e' la riaffermazione di una necessità, non una condizione per avviare il suo superamento
2. Nella peggiore delle ipotesi e' dannoso, perché attribuisce allo stato centrale la possibilità di imbrigliare e ostacolare, con elementi di indirizzo errati, i processi di innovazione che si sviluppano nelle regioni e nei comuni. La storia dei pochi successi dell' e-gov in Italia negli ultimi venti anni sta tutta nella capacità che c'è stata in alcune amministrazioni locali (regioni e comuni) di sottrarsi agli indirizzi dello stato, e di realizzare innovazioni rilevanti sia per ciò che riguarda le infrastrutture, che per ciò che riguarda i processi. Alcuni tra i tanti esempi sono la regione Toscana per l' SPC, la regione Piemonte per gli Open Data, la regione Sardegna per la Digital Library della cultura, la regione Emilia Romagna per l'Agenda Digitale, il comune di Bologna per la rete civica etc. Il coordinamento dell'innovazione tra Stato ed Enti locali e' indispensabile, ma fatto come ci si coordina su Internet, tra nodi paritari. Sovraordinare l'amministrazione statale e' pericoloso non solo per l'effettivita' dell'innovazione, ma per la sua qualità. E mi permetto di affermarlo non tanto per la mia esperienza diretta nelle amministrazioni locali, ma per la più lunga esperienza nelle agenzie centrali che si sono occupate di innovazione (in realtà sempre la stessa che cambia nome e competenze: Aipa, Cnipa, Digitpa e oggi Agid).
3. Oggi però, si dice, i rischi di un comportamento errato da parte delle agenzie centrali sono neutralizzati dalla presenza al centro di competenze di qualità. Questo e' vero, e rassicura pensare che nella cabine di regia ci siano attualmente, tra le altre, la competenza e la passione civile di esperti come Stefano Quintarelli e Paolo Coppola. Ma questa presenza non e' assolutamente garantita in futuro.
E inoltre non posso per onesta' non rilevare che se questo mi rassicura come tifoso della rivoluzione digitale della PA, mi preoccupa come cittadino che Stefano, come deputato, e con le migliori intenzioni, proponga un emendamento costituzionale che di fatto aumenta i suoi poteri come coordinatore della cabina di regia di Agid.
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