Aib sull'archivio segreto dell'Anvur
Oggi ha preso posizione l'Associazione italiana biblioteche, con un comunicato e un'analisi giuridica più ampia. Io ho sintetizzato tutto qui http://minimacademica.wordpress.com/2012/03/22/agenti-segreti-no-bibliotecar... ma vi suggerisco di seguire i link e di leggere direttamente l'analisi. Merita. A presto, MCP -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1
Molto interessante, Maria Chiara, grazie! juan carlos On 22/03/12 12:12, Maria Chiara Pievatolo wrote:
Oggi ha preso posizione l'Associazione italiana biblioteche, con un comunicato e un'analisi giuridica più ampia. Io ho sintetizzato tutto qui
http://minimacademica.wordpress.com/2012/03/22/agenti-segreti-no-bibliotecar...
ma vi suggerisco di seguire i link e di leggere direttamente l'analisi. Merita.
A presto, MCP
Mi era sfuggita questa mail e leggendola ho ripensato al sistema italiano della ricerca e della sua valutazione: 1. come ricercatore/professore sei pagato con soldi pubblici per fare ricerca; 2. le pubblicazioni sono il risultato della tua ricerca; 3. per dimostrare che se sei davvero bravo devi pubblicare su (alcune) riviste o per (alcune) case editrici (i.e. cedere in toto o in parte esclusive sul prodotto della ricerca a privati); 4. per verificare che davvero tu sia bravo e produttivo, poi, il ministero crea una complessa macchina di valutazione di quello che hai pubblicato. A me pare un sistema non molto logico e che di fatto fa sì che necessariamente la maggior parte di coloro che intendono far carriera accademica necessariamente deve concorrere al meccanismo di privatizzazione dei risultati della ricerca pubblica. Quello che mi chiedo è perché le università non creano le proprie riviste. Sarebbe anche un modo per dimostrare la qualità dei propri docenti, perché poi le radiazioni delle riviste di docenti universitari sono composte. On Thu, 22 Mar 2012 12:12:38 +0100 Maria Chiara Pievatolo <mariachiara.pievatolo@sp.unipi.it> wrote:
Oggi ha preso posizione l'Associazione italiana biblioteche, con un comunicato e un'analisi giuridica più ampia. Io ho sintetizzato tutto qui
http://minimacademica.wordpress.com/2012/03/22/agenti-segreti-no-bibliotecar...
ma vi suggerisco di seguire i link e di leggere direttamente l'analisi. Merita.
A presto, MCP
-- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1 _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
-- Avv. Alessandro Mantelero, PhD Confirmed Assistant Professor http://staff.polito.it/alessandro.mantelero Department of Production Systems and Business Economics Faculty Fellow, Nexa Center for Internet and Society Politecnico di Torino Corso Duca degli Abruzzi, 24 10129 Torino - Italy in libertate fortitudo
On Fri, March 30, 2012 6:23 am, MANTELERO ALESSANDRO wrote:
Quello che mi chiedo è perchè le università non creano le proprie riviste.
ma a questo punto non è controproducente parlare di riviste? non dovremmo direttamente chiedere "perché le università non pubblicano tutto solo e direttamente sui loro siti, magari in una sezione "ufficiale", ma comunque su Web, sicuramente in formati aperti, prima possibile anche con licenze aperte?
le radiazioni delle riviste di docenti universitari sono composte.
redazioni, spero, non radiazioni. Vero? Marco Fioretti -- Corsi e pubblicazioni sui diritti digitali: http://mfioretti.com
On Fri, 30 Mar 2012 09:02:54 +0200 (CEST), "M. Fioretti" <mfioretti@nexaima.net> wrote:
On Fri, March 30, 2012 6:23 am, MANTELERO ALESSANDRO wrote:
Quello che mi chiedo è perchè le università non creano le proprie riviste.
ma a questo punto non è controproducente parlare di riviste? non dovremmo direttamente chiedere "perché le università non pubblicano tutto solo e direttamente sui loro siti, magari in una sezione "ufficiale", ma comunque su Web, sicuramente in formati aperti, prima possibile anche con licenze aperte?
Si potrebbe tranquillamente fare (http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=1739), rendendo pubblica ed ex post (http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=1033) la revisione paritaria che nell'età della stampa, per i limiti stessi del medium, si doveva compiere in segreto e prima della pubblicazione. La difficoltà, come dicevo nell'altro messaggio, non sta nelle tecniche. Sta solo nelle teste. A presto, MCP -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1
On Fri, March 30, 2012 11:51 am, Maria Chiara Pievatolo wrote:
La difficoltà, come dicevo nell'altro messaggio, non sta nelle tecniche. Sta solo nelle teste.
nessun dubbio su questo. La mia domanda voleva significare che, proprio perché il problema è solo lì, allora forse è opportuno affrontarlo di petto fin dal linguaggio, smettendo proprio di parlare di "riviste". Marco
On Sat, 31 Mar 2012 11:45:24 +0200, a.dicorinto@uniroma1.it wrote:
secondo voi siamo in tema?
“OPEN ACCESS E COMUNICAZIONE SCIENTIFICA : VERSO UN NUOVO MODELLO DI DISSEMINAZIONE DELLA CONOSCENZA”
Sì. Purtroppo c'è molta ottima letteratura SULL'open access, prodotta da bibliotecari, e - almeno in Italia - poca letteratura accademica IN open access, perfino quando gli autori sono teorici dei beni comuni. Siamo ingranaggi di una macchina in cui la divisione sociale e tecnica del lavoro è così rigida da chiudere anche l'orizzonte degli studiosi più attenti. Si dovrebbe cominciare a chiedere "Perché il tuo libro non è, a dispetto di quello che teorizzi, ad accesso aperto?" Mi sto preparando a farlo. Solo che ho bisogno di studio e riflessione, perché voglio evitare che la domanda sia trattata come un attacco personale. L'abitudine di ridurre la discussione a uno scontro fra soggetti, per evitare di prendere sul serio il suo oggetto, è l'arma più efficace del conservatorismo italiano. Buonanotte, MCP -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1
On Fri, 30 Mar 2012 06:23:57 +0200, "MANTELERO ALESSANDRO" <alessandro.mantelero@polito.it> wrote:
Mi era sfuggita questa mail e leggendola ho ripensato al sistema italiano della ricerca e della sua valutazione: 1. come ricercatore/professore sei pagato con soldi pubblici per fare ricerca; 2. le pubblicazioni sono il risultato della tua ricerca; 3. per dimostrare che se sei davvero bravo devi pubblicare su (alcune) riviste o per (alcune) case editrici (i.e. cedere in toto o in parte esclusive sul prodotto della ricerca a privati); 4. per verificare che davvero tu sia bravo e produttivo, poi, il ministero crea una complessa macchina di valutazione di quello che hai pubblicato.
A me pare un sistema non molto logico e che di fatto fa sì che necessariamente la maggior parte di coloro che intendono far carriera accademica necessariamente deve concorrere al meccanismo di privatizzazione dei risultati della ricerca pubblica. Quello che mi chiedo è perché le università non creano le proprie riviste. Sarebbe anche un modo per dimostrare la qualità dei propri docenti, perché poi le radiazioni delle riviste di docenti universitari sono composte.
Rispondo un po' in ritardo perché sto seguendo la lista in formato digest. Scusatemi. Stiamo cercando di farlo. Ecco le linee guida della Crui: http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1789 A Torino avete già Sirio, qui: http://www.ojs.unito.it/ Manca, però, con l'eccezione dei fisici delle alte energie e degli scienziati italiani utenti dell'ArXiv, una massa critica paragonabile a quella che ha decretato il successo di Plos. In Italia, passare all'accesso aperto significa ancora mettersi in gioco. E i criteri dell'Anvur stanno rendendo l'innovazione sempre più rischiosa (si veda per esempio il caso della classificazione Anvur delle riviste di filosofia, qui: http://minimacademica.wordpress.com/2012/03/03/un-futuro-del-secolo-scorso-l...). Tutto questo in un momento in cui, nel mondo anglosassone, la "primavera accademica" (http://www.economist.com/node/21545974) e l'uscita di libri come questo (http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=1033) - recensito in pompa magna sul NYT), stanno rendendo mainstream posizioni prima marginali. Come uscirne? Lessig, in una conferenza tenuta al Cern nel 2011, propose la soluzione (qui http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=77 c'è il resoconto con i link a video e trascrizione) di considerare "pubblicazione" ai fini accademici solo quello che ha una versione resa pubblica in rete. Ma da noi ci vorrebbe una volontà politica consapevole, che è ancora assente, o un moto di opinione pubblica simile a quello che ha portato alla vittoria al referendum sull'acqua. Quindi: in Italia c'è una minoranza sta promuovendo, a suoi rischio, processi di tipo bottom-up. So presenti anche processi up-bottom, ma a macchia di leopardo, perché guidati da iniziative di singoli docenti e istituzioni. Buona parte dei nuovi statuti delle università contengono norme favorevoli all'accesso aperto - ma una cosa è scrivere una regola, e un'altra metterla in atto. A presto, -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1
participants (6)
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a.dicorinto@uniroma1.it -
J.C. DE MARTIN -
M. Fioretti -
MANTELERO ALESSANDRO -
Maria Chiara Pievatolo -
Maria Chiara Pievatolo