"Il paradosso dei social – Parte I" | Il Post | di Carlo Blengino
Gentilissimi, vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" <https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte...> (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa. Buona lettura, cordiali saluti, -- Anita Botta Communication Manager Nexa Center for Internet & Society Politecnico di Torino – DAUIN Corso Duca degli Abruzzi, 24 - 10129 Torino _web:_ https://nexa.polito.it/ <https://nexa.polito.it/> _mail:_anita.botta@polito.it <mailto:anita.botta@polito.it> tel: 011 090 7219
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
"lo Stato, la pubblica autorità, non può regolare la circolazione dei contenuti in rete e non può ingerirsi nel governo della parola. Può e deve ovviamente reprimere e perseguire quelle condotte comunicative che ledono concretamente diritti collettivi (ad es. l’ordine pubblico) o diritti della persona (ad es. reputazione e libertà personali varie dei singoli cittadini), ma lì deve fermarsi. Tutto ciò che non è per legge (leggasi per provvedimento democraticamente approvato) definito illegale, per quanto sgradevole, incivile, immorale, sbagliato ed intollerabile per il comune sentire o falso e menzognero, non può esser regolato dallo Stato senza incorrere in una violazione della libertà di espressione" Attenzione su "falso e menzognero" ... "I giudici di legittimità affermano che il nostro sistema tutela a livello costituzionale la libera manifestazione del pensiero di qualsiasi cittadino e la libertà di stampa, la critica degli atti politici, ed in particolare delle deliberazioni degli organi rappresentativi e dei comportamenti degli uomini politici; tale libertà deve essere la più ampia possibile, perché garantisce il pieno dispiegarsi della dialettica democratica e consente ai cittadini di formarsi opinioni precise su i vari accadimenti. La critica può anche essere molto aspra, irriverente ed ironica, a condizione, però, che siano rispettati i canoni dell'interesse pubblico della notizia e/o vicenda criticata, che i presupposti di fatto esposti a critica siano veri e che vi sia continenza espositiva" CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 3 ottobre 2012, n.38437 Antonio
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
Ci sono due cose che non capisco nel seguente passaggio e sono grato a chi vorrà chiarirmele: « I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. » Eccole: 1. Dal momento che i social network effettuano una curatela (sia umana che algoritmica) dei contenuti che vengono esposti agli utenti non capisco l'affermazione che "sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui". A me sembra che un "mero intermediario" non dovrebbe filtrare cosa passa e cosa no. 2. Com'è possibile che "compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme" non renda chi le compie un "editore", soggetto quindi alla normativa per gli editori? Grazie fin d'ora. Enrico -- EN ===================================================================== Prof. Enrico Nardelli Dipartimento di Matematica - Universita' di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it home page: http://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/enardelli/ http://link-and-think.blogspot.it/ ===================================================================== --
Ciao Enrico, quello che riporti è effettivamente il passaggio più critico dell'articolo di Blengino On January 22, 2021 7:05:45 PM UTC, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> wrote:
« I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. »
Concordo sull'esigenza di nuove categorie ed aspetto il prossimo pezzo per comprendere cosa esattamente abbia in mente Carlo. Ma vedo anche un enorme rischio in questo discorso, anzi direi quasi una certezza: qualsiasi legislazione che affronti un vuoto di potere tende a cristallizzare i rapporti di potere esistenti. Se fosse poi prodotta da legislatori in crisi (di credibilità, di fiducia, di leadership..) nonché francamente incompetenti e supportati da lobbisti più o meno credibili (per guidare un cieco può bastare anche solo un orbo), una regolamentazione della circolazione delle idee potrebbe essere estremamente pericolosa. Tuttavia SE letto nel contesto dell'intero articolo, quel passaggio genera... suspence :-) Giacomo
Buongiorno Enrico, Io vedo (e vivo) una differenza enorme tra quando pubblico su il Post e quando faccio un tweet (purtroppo non sono su facebook, ma immagino sarebbe lo stesso). Su Twitter io mi sento (a torto lo so) padrone del mio spazio e la responsabilità è (e la sento) solo mia, nel bene e nel male. Non ho filtri. Quando scrivo per Il Post scrivo a casa d’altri, lo standard non lo metto io, non so affatto se sarà inserito in HP e la mia responsabilità è molto diversa: per certi versi minore, per altri maggiore. Tra una astratta content neutrality - di cui sono stato innamorato per anni- che renderebbe il web invivibile (e non durerebbe un amen, che qua chiudiamo TikTok con provvedimenti inapplicabili e confusi per una notizia di cronaca senza alcuna base fattuale-sic!) e la responsabilità editoriale c’è un mare inesplorato, e c’è internet, ma non lo vediamo o non lo vogliamo vedere: fanno scelte? Sono editori... Non è così. Non sono editori! Un aereo non è un uccello solo perché vola. Potrei sbagliare ovviamente, ma pensare a Tw o FB come editori (come pretender una neutralità impossibile) mi pare un errore che impedisce di pensare regole nuove per un terreno di gioco nuovo. Con stima CB In mobilità
Il giorno 22 gen 2021, alle ore 20:05, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> ha scritto:
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
Ci sono due cose che non capisco nel seguente passaggio e sono grato a chi vorrà chiarirmele:
« I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. »
Eccole:
1. Dal momento che i social network effettuano una curatela (sia umana che algoritmica) dei contenuti che vengono esposti agli utenti non capisco l'affermazione che "sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui". A me sembra che un "mero intermediario" non dovrebbe filtrare cosa passa e cosa no.
2. Com'è possibile che "compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme" non renda chi le compie un "editore", soggetto quindi alla normativa per gli editori?
Grazie fin d'ora.
Enrico
-- EN
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Ciao, non chiamoli editori. chiamiamoli "sterpoli". se uno sterpolo decide che chi lo usa vede il contenuto A piuttosto che il contenuto B, pone in evidenza il contenuto A che inneggia al nazismo e cela il contenuto B che inneggia al pacifismo, sta facendo una cosa conforme all'idea di piattaforma di hosting che ispirava la direttiva ecommerce ? puo' lo sterpolo invocare una esenzione di respoonsabilita' ? ciao, s. p.s. immaginiamoci che la decisione sia presa da un umano o da un software che costui scrive per semplificarsi il lavoro... pp.ss. per me non se ne esce, ragionando in questi termini assolutisti bianco/nero. bisogna regolare scala e velocita' (degli utenti). free speech is not free reach; da grandi audience (di un utente) derivano grandi responsabilita'. IMHO On 22/01/21 22:12, Carlo Blengino wrote:
Buongiorno Enrico, Io vedo (e vivo) una differenza enorme tra quando pubblico su il Post e quando faccio un tweet (purtroppo non sono su facebook, ma immagino sarebbe lo stesso). Su Twitter io mi sento (a torto lo so) padrone del mio spazio e la responsabilità è (e la sento) solo mia, nel bene e nel male. Non ho filtri. Quando scrivo per Il Post scrivo a casa d’altri, lo standard non lo metto io, non so affatto se sarà inserito in HP e la mia responsabilità è molto diversa: per certi versi minore, per altri maggiore. Tra una astratta content neutrality - di cui sono stato innamorato per anni- che renderebbe il web invivibile (e non durerebbe un amen, che qua chiudiamo TikTok con provvedimenti inapplicabili e confusi per una notizia di cronaca senza alcuna base fattuale-sic!) e la responsabilità editoriale c’è un mare inesplorato, e c’è internet, ma non lo vediamo o non lo vogliamo vedere: fanno scelte? Sono editori... Non è così. Non sono editori! Un aereo non è un uccello solo perché vola. Potrei sbagliare ovviamente, ma pensare a Tw o FB come editori (come pretender una neutralità impossibile) mi pare un errore che impedisce di pensare regole nuove per un terreno di gioco nuovo. Con stima CB
In mobilità
Il giorno 22 gen 2021, alle ore 20:05, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> ha scritto:
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
Ci sono due cose che non capisco nel seguente passaggio e sono grato a chi vorrà chiarirmele:
« I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. »
Eccole:
1. Dal momento che i social network effettuano una curatela (sia umana che algoritmica) dei contenuti che vengono esposti agli utenti non capisco l'affermazione che "sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui". A me sembra che un "mero intermediario" non dovrebbe filtrare cosa passa e cosa no.
2. Com'è possibile che "compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme" non renda chi le compie un "editore", soggetto quindi alla normativa per gli editori?
Grazie fin d'ora.
Enrico
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On Sat, Jan 23, 2021 11:29:13 AM +0100, Stefano Quintarelli wrote:
pp.ss. per me non se ne esce, ragionando in questi termini assolutisti bianco/nero. bisogna regolare scala e velocita' (degli utenti). free speech is not free reach; da grandi audience (di un utente) derivano grandi responsabilita'.
Buongiorno Stefano, cosa intendi, esattamente, per "regolare scala e velocita' degli utenti"? piu' o meno quello che propongo io qui: https://stop.zona-m.net/2021/01/we-really-need-two-minutes-of-hate-every-day... o altro? Grazie, Marco -- Help me to continue my digital awareness blogging: https://stop.zona-m.net/christmas-2020-fundraising/
Ciao, ne ho scritto (in ordine cronologico) qui https://blog.quintarelli.it/2019/08/circa-la-mitigazione-degli-effetti-fake-... https://blog.quintarelli.it/2020/05/trump-vs-twitter-we-need-to-change-point... e qui https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2021/01/15/news/i-vincoli-legati-all-audi... ciao, s. On 23/01/21 12:50, M. Fioretti wrote:
On Sat, Jan 23, 2021 11:29:13 AM +0100, Stefano Quintarelli wrote:
pp.ss. per me non se ne esce, ragionando in questi termini assolutisti bianco/nero. bisogna regolare scala e velocita' (degli utenti). free speech is not free reach; da grandi audience (di un utente) derivano grandi responsabilita'.
Buongiorno Stefano,
cosa intendi, esattamente, per "regolare scala e velocita' degli utenti"?
piu' o meno quello che propongo io qui:
https://stop.zona-m.net/2021/01/we-really-need-two-minutes-of-hate-every-day...
o altro? Grazie, Marco
On Sat, Jan 23, 2021 16:15:09 PM +0100, Stefano Quintarelli wrote:
Ciao,
ne ho scritto (in ordine cronologico) qui
https://blog.quintarelli.it/2019/08/circa-la-mitigazione-degli-effetti-fake-...
https://blog.quintarelli.it/2020/05/trump-vs-twitter-we-need-to-change-point...
Mi erano completamente sfuggiti entrambi i pezzi, grazie. Mi pare che siamo praticamente sulla stessa linea, no? Ottimo Marco -- Help me to continue my digital awareness blogging: https://stop.zona-m.net/christmas-2020-fundraising/
Carissimi, facendo seguito alla sentenza del Consiglio di Stato, anche il CNIL ha stroncato l'uso dei droni per monitoraggio covid. https://www.legifrance.gouv.fr/cnil/id/CNILTEXT000042960768 In pillole: 1) non applica il GDPR ma la direttiva 680/2016 (trattamento per prevenzione e repressione dei reati). 2) il trattamento è illecito per assenza di idonea base normativa 3) si contesta l'assenza di informativa 4) non c'è traccia della (obbligatoria) valutazione d'impatto 5) si specifica che anche l'uso delle telecamere da parte del pilota, per ragioni di sicurezza, è un trattamento di dati personali (e qui statuisce l'ovvio). Insomma, una stroncatura totale. Sarebbe interessante traslare gli stessi principi in Italia, ove, salvo mio errore siamo ancora privi dei provvedimenti attuativi del D.lgs 51/18. Saluti a tutti G.Battista Gallus
Ciao Stefano, On Sat, 23 Jan 2021 11:29:13 +0100 Stefano Quintarelli wrote:
pp.ss. per me non se ne esce, ragionando in questi termini assolutisti bianco/nero.
di solito, quando un modello risulta inadatto a spiegare la realtà ci sono tre possibili approcci: - far finta di niente, ignorare o razionalizzare l'incoerenza fra il modello e le osservazioni della realtà (pensa ai modelli liberali dell'economia capitalista, come la tricke-down theory, la mano invisibile nell'economia globale etc...) - complicare il modello introducendo più regole, in grado di ricomprendere le incoerenze emerse fintanto che non ne emerge una nuova (pensa alle splendide cosmologie medioevali) - cercare un nuovo modello, più semplice ma necessariamente "rivoluzionario" ed incompatibile con le narrazioni preesistenti (pensa a Galileo, Einstein o Heisenberg...) Alla fine solo il terzo approccio produce progresso per l'umanità, ma tipicamente è il più difficile per diverse ragioni: - difficilmente può venire da chi è immerso nella visione dominante che anzi tenterà di ostacolare (in buona fede!) qualsiasi modello troppo lontano dal set di credenze su cui si fonda la propria identità - richiede l'ideazione di un nuovo sistema di assi ortogonali, di dimensioni indipendenti attraverso cui descrivere e spiegare il mondo Oltre alla difficoltà di identificare in modo chiaro e comunicabile questi nuovi sistemi interpretativi ed al coraggio necessario a proporli a chi, in qualsiasi contesto stabile ed integrato, NON LI VUOLE NEMMENO PRENDERE IN CONSIDERAZIONE, c'è il problema che questi sono intrinsecamente incompatibili con le credenze pregresse su cui si sono costruiti i sistemi di potere e di dipendenza pre-esistenti. Dunque attenzione: non è questione di cercare scale di grigi ma di intuire l'idea del colore, spesso senza poterlo percepire. Ieri Enrico Pasini, durante la conferenza AIUCD 2021, citava (se ricordo bene) la sorpresa degli studenti di Filosofia della Musica rispetto al fatto che il proprio professore non sapesse leggere la musica. Si ragionava sulla domanda se si potesse ragionare di Informatica, attraverso la finzione narrativa del "Digitale", senza essere in grado di "farla" (programmare etc..) ovvero studiando la punta dell'iceberg con un cucchiaino. Ho trovato l'osservazione interessante ma credo che nell'ambito di cui parliamo spesso siamo di fronte a qualcosa di diverso: è come se ascoltassimo Professori di Filosofia della Musica.. sordi dalla nascita. Peggio: è come se a loro affidassimo la regolamentazione della materia!
bisogna regolare scala e velocita' (degli utenti). free speech is not free reach; da grandi audience (di un utente) derivano grandi responsabilita'. IMHO
Considerazioni che sento da anni nel fediverse, ma che ritengo ancora ancorate a modelli interpretativi da superare. Se l'incitazione alla violenza è un reato, tale deve essere dentro e fuori un qualsiasi canale comunicativo. Possiamo al limite parlare di aggravanti, ma per chi compie il reato, non per chi gli offre un canale di comunicazione. Il problema è SOLO la dimensione di questi canali, perché se fossero (molto) più piccoli non porrebbero alcun problema. Fingere che con la dovuta regolamentazione, Twitter, Facebook & friends potranno (e dovranno) arginare il prossimo Trump è nascondere la testa sotto la sabbia. Anche senza i GAFAM i problemi e le paure degli statunitensi che li hanno spinti fra le braccia di Trump sarebbero rimasti. Fingere che non userebbero tale regolamentazione per arginare il prossimo Mandela o il prossimo Galileo o il prossimo Malcolm X o il prossimo Garibaldi... è nascondere la testa sotto la sabbia. Promettere di fare i buoni è molto facile quando NESSUNO può comprendere o rivelare cosa fai davvero. E' necessario un nuovo framework interpretativo. Almeno se ci interessa salvare la Democrazia. Giacomo
Il 23/01/2021 11:29, Stefano Quintarelli ha scritto:
Ciao,
non chiamoli editori. chiamiamoli "sterpoli".
se uno sterpolo decide che chi lo usa vede il contenuto A piuttosto che il contenuto B, pone in evidenza il contenuto A che inneggia al nazismo e cela il contenuto B che inneggia al pacifismo, sta facendo una cosa conforme all'idea di piattaforma di hosting che ispirava la direttiva ecommerce ?
puo' lo sterpolo invocare una esenzione di respoonsabilita' ?
Nella mia visione lo "sterpolo" non può invocare un'esenzione di responsabilità se "filtra" in qualsiasi modo (direttamente o tramite meccanismi) ciò che viene visto. Questo indipendentemente dalla scala, che semmai (ma i giuristi potranno argomentare su ciò meglio di me) può essere solo un aggravante. Però potrei trascurare qualche elemento interpretativo: sono pronto a rifletterci sopra. Ciao, Enrico
ciao, s.
p.s. immaginiamoci che la decisione sia presa da un umano o da un software che costui scrive per semplificarsi il lavoro...
pp.ss. per me non se ne esce, ragionando in questi termini assolutisti bianco/nero. bisogna regolare scala e velocita' (degli utenti). free speech is not free reach; da grandi audience (di un utente) derivano grandi responsabilita'. IMHO
On 22/01/21 22:12, Carlo Blengino wrote:
Buongiorno Enrico, Io vedo (e vivo) una differenza enorme tra quando pubblico su il Post e quando faccio un tweet (purtroppo non sono su facebook, ma immagino sarebbe lo stesso). Su Twitter io mi sento (a torto lo so) padrone del mio spazio e la responsabilità è (e la sento) solo mia, nel bene e nel male. Non ho filtri. Quando scrivo per Il Post scrivo a casa d’altri, lo standard non lo metto io, non so affatto se sarà inserito in HP e la mia responsabilità è molto diversa: per certi versi minore, per altri maggiore. Tra una astratta content neutrality - di cui sono stato innamorato per anni- che renderebbe il web invivibile (e non durerebbe un amen, che qua chiudiamo TikTok con provvedimenti inapplicabili e confusi per una notizia di cronaca senza alcuna base fattuale-sic!) e la responsabilità editoriale c’è un mare inesplorato, e c’è internet, ma non lo vediamo o non lo vogliamo vedere: fanno scelte? Sono editori... Non è così. Non sono editori! Un aereo non è un uccello solo perché vola. Potrei sbagliare ovviamente, ma pensare a Tw o FB come editori (come pretender una neutralità impossibile) mi pare un errore che impedisce di pensare regole nuove per un terreno di gioco nuovo. Con stima CB
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Il giorno 22 gen 2021, alle ore 20:05, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> ha scritto:
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
Ci sono due cose che non capisco nel seguente passaggio e sono grato a chi vorrà chiarirmele:
« I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. »
Eccole:
1. Dal momento che i social network effettuano una curatela (sia umana che algoritmica) dei contenuti che vengono esposti agli utenti non capisco l'affermazione che "sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui". A me sembra che un "mero intermediario" non dovrebbe filtrare cosa passa e cosa no.
2. Com'è possibile che "compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme" non renda chi le compie un "editore", soggetto quindi alla normativa per gli editori?
Grazie fin d'ora.
Enrico
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On 23/01/21 16:34, Enrico Nardelli wrote:
Nella mia visione lo "sterpolo" non può invocare un'esenzione di responsabilità se "filtra" in qualsiasi modo (direttamente o tramite meccanismi) ciò che viene visto.
condivido, essendo stata pensata nella formulazione della norma l'esenzione per chi faceva ... hosting, mere conduit e caching. personalmente posso arrivare a giustificare, nell'ambito dell'hosting, la esposizione di contenuti in una sequenza temporale o alfabetica e la messa a disposizione dell'utente di possibilita' di ordinamento diverso, ma solo sulla base della sua libera scelta, non come default. ciao, s.
https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte...
"Una norma che imponesse a soggetti privati di non rimuovere contenuti o che viceversa imponesse loro di cancellarne altri (al di là dei contenuti riconosciuti illegali) costituirebbe una inammissibile ingerenza dello Stato nella libertà di espressione degli utenti e in quella, identica, degli stessi gestori delle piattaforme di condivisione." Scusate, mi ero dimenticato di aggiungere un altro piccolo commento alla mail di poco fa. Fermo restando che dal punto di vista giuridico l'articolo di Carlo Blengino è ineccepibile, e non potrebbe essere altrimenti visto che è scritto da un bravo avvocato, eppure, c'è qualcosa che continua a non tornarmi. Se vado all'ufficio affissioni del mio comune con dei manifesti pubblicitari da affiggere (il cui contenuto ricade tra i divieti sotto elencati), il responsabile mi fa notare che: " il messaggio pubblicitario di qualsiasi natura, istituzionale, culturale, sociale e commerciale, non deve ledere il comune buon gusto, deve garantire il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona, non deve comportare discriminazioni dirette o indirette, né contenere alcun incitamento all’odio basato su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, non deve contenere elementi che valutati nel loro contesto, approvino, esaltino o inducano alla violenza contro le donne, come da risoluzione 2008/2038 (INI) del Parlamento Europeo". Bene, se quel manifesto lo trasformo in banner e chiedo, ad esempio, all'ufficio pubblicità online de "La Stampa", mi rispondono, più o meno allo stesso modo, picche. Se il banner lo metto su Facebook o altri social, o Google, il banner viene pubblicato. Perché? Antonio
Provo a risponderti. 1)La cassazione che citi nella prima mail:
*Attenzione su "falso e menzognero" ...*
*>siano rispettati i canoni dell'interesse pubblico della notizia e/o>vicenda criticata, che i presupposti di fatto esposti a critica siano>veri e che vi sia continenza espositiva">CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 3 ottobre 2012, n.38437* fa riferimento alla "verità" NON come bene giuridico protetto, nel senso che se c'è falsità allora sanziono la critica perchè falsa! ma come uno dei parametri necessari (insieme a continenza e rilevanza) per escludere la diffamazione. Mi spiego: in tutti i casi in cui troverai la "verità" come elemento di valutazione, troverai sempre un contenuto a monte pacificamente diffamatorio, ovvero lesivo della reputazione altrui, e dunque illegale e sanzionabile (non coperto dalla libertà di espressione perchè lesivo), e che supera quel confine magmatico di cui parlo tra lecito ed illecito. Leggiti l'art. 596 c.p. che sancisce che non puoi dar del ladro al ladro anche se il ladro è un ladro!. La cassazione che citi non c'entra con il mio discorso, anzi ne è conferma: poichè la libertà di espressione declinata come diritto di critica, cronaca e informazione spesso è inevitabimente diffamatoria (la notizia di un arresto è per l'arrestato un disastro reputazionale sempre), la libertà di espressione, "a determinate condizioni" protegge la parola anche quando si fa pietra, anche oltre il confine già incerto tra legale e illegale: le condizioni di quella estensione che ti consente di dire anche cose che ledono altrui diritti (per cronaca/informazione) sono soloin quel caso "verità-pertinenza-continenza". Però mai in diritto verità e menzogna sono tutelate in quanto vere o false. Non dissimile la tua seconda mail: Le mille normative che regolano comportamenti comunicativi non possono mai limitare la libertà di espressione se non come effetto collaterale della tutela di beni specifici di terzi: è libertà di espressione anche l'opera del writer sul muro di casa tua ma a meno che non sia Bansky (nel qual caso ti conviene tenertelo) il danneggiamento della tua facciata lo porterà in galera (o a una multa), ma poco c'entra la libertà di espressione ... Quanto al fatto che un privato (tu citi La Stampa) rifiuti cartelli brutti o osceni, beh, ci mancherebbe, è esattamente ciò che sostengo possa fare un SN. Poi l'ho detto: è complicato. Spero di esserti stato utile. CB Il giorno mer 20 gen 2021 alle ore 15:04 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> ha scritto:
https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte...
"Una norma che imponesse a soggetti privati di non rimuovere contenuti o che viceversa imponesse loro di cancellarne altri (al di là dei contenuti riconosciuti illegali) costituirebbe una inammissibile ingerenza dello Stato nella libertà di espressione degli utenti e in quella, identica, degli stessi gestori delle piattaforme di condivisione."
Scusate, mi ero dimenticato di aggiungere un altro piccolo commento alla mail di poco fa.
Fermo restando che dal punto di vista giuridico l'articolo di Carlo Blengino è ineccepibile, e non potrebbe essere altrimenti visto che è scritto da un bravo avvocato, eppure, c'è qualcosa che continua a non tornarmi.
Se vado all'ufficio affissioni del mio comune con dei manifesti pubblicitari da affiggere (il cui contenuto ricade tra i divieti sotto elencati), il responsabile mi fa notare che: " il messaggio pubblicitario di qualsiasi natura, istituzionale, culturale, sociale e commerciale, non deve ledere il comune buon gusto, deve garantire il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona, non deve comportare discriminazioni dirette o indirette, né contenere alcun incitamento all’odio basato su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, non deve contenere elementi che valutati nel loro contesto, approvino, esaltino o inducano alla violenza contro le donne, come da risoluzione 2008/2038 (INI) del Parlamento Europeo".
Bene, se quel manifesto lo trasformo in banner e chiedo, ad esempio, all'ufficio pubblicità online de "La Stampa", mi rispondono, più o meno allo stesso modo, picche. Se il banner lo metto su Facebook o altri social, o Google, il banner viene pubblicato.
Perché?
Antonio _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
-- *Avv. Carlo Blengino* *Via Duchessa Jolanda n. 19,* *10138 Torino (TO) - Italy* *tel. +39 011 4474035* Penalistiassociati.it
Poi l'ho detto: è complicato.
E va beh, ci ho provato. In definitiva, gli incivili, i bugiardi e (se non querelati) anche i diffamatori e i calunniatori ce li dobbiamo tenere. Pazienza, la libertà d'espressione e, quindi, la democrazia, è un bene immensamente superiore.
Spero di esserti stato utile.
Utilissimo, grazie. Antonio
Buongiorno Carlo, chiedo scusa se mi ripeto perché l'ho detto anche altrove [1], prometto che su 'sta cosa non mi ripeterò mai più. Carlo Blengino <blengino@penalistiassociati.it> writes: [...]
Quanto al fatto che un privato (tu citi La Stampa) rifiuti cartelli brutti o osceni, beh, ci mancherebbe, è esattamente ciò che sostengo possa fare un SN.
Perché gli intermediari della comunicazione dovrebbero essere considerati alla stessa stregua degli editori, che hanno il sacrosanto diritto di non pubblicare le cose, a loro insindacabile giudizio? Chi mi fornisce il servizio email perché dovrebbe essere considerato diversamente da chi mi fornisce il servizio di instant messaging, group chat, microblogging (Twitter), content management (Facebook) e analoghi? Se un intermediario della comunicazione privato come Facebook può rimuovere contenuti legali allora lo può fare anche un fornitore di CMS come Wordpress.com o i molti altri fornitori di servizi di comunicazione o pubblicazione "chiavi in mano", in hosting? Perché non riconoscere che socialmente, quindi anche giuridicamente, i ruoli dei diversi attori che ho citato meritano di essere separati in tre, nettamente separati e non intersecabili? [2] Una specie di "Social Net Neutrality" paragonabile alla net neutrality infrastrutturale e che si poggi su di essa? Attendo con curiosità la seconda parte del tuo articolo. Grazie! Giovanni [...] P.S.: mi verrebbe da dire che il diritto a potere "avere qualcosa da dire" è il diritto complementare a potere "avere qualcosa da nascondere" :-) [1] https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2021-January/019966.html [2] https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2021-January/019984.html -- Giovanni Biscuolo
Il 21/01/21 15:20, Giovanni Biscuolo ha scritto:
P.S.: mi verrebbe da dire che il diritto a potere "avere qualcosa da dire" è il diritto complementare a potere "avere qualcosa da nascondere" :-)
“Arguing that you don't care about the right to privacy because you have nothing to hide is no different than saying you don't care about free speech because you have nothing to say.” - Ed Snowden
“Arguing that you don't care about the right to privacy because you have nothing to hide is no different than saying you don't care about free speech because you have nothing to say.”
- Ed Snowden
video del Garante per la protezione dei dati personali https://www.youtube.com/watch?v=DxQEk_G5gfU segnalato oggi da Riccardo Luna. Antonio p.s. un commento è proprio: "Non avendo nulla da nascondere la "privacy" mi lascia del tutto indifferente! "
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