La mia recente esperienza mi ha fatto capire che se mi avessero nominata ministra della sanità ... il dirigente mi avrebbe facilissimamente fatto firmare cose non completamente condivisibili. Non aggiungo altro :) Flavia Marzano ........................... Inviato da tablet
Il giorno 13 set 2017, alle ore 10:32, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> ha scritto:
La mia interpretazione dell'auspicio di Stefano Quintarelli è la seguente.
Ormai qualunque cittadino, anche se poi si laurea in lettere o giurisprudenza, ha studiato per qualche anno fisica e biologia e quindi non considera l'elettricità un miracolo o le infezioni come punizioni per i peccati. Queste (e altre) scienze che si studiano a scuola sono necessarie per comprendere la società moderna.
Negli ultimi 10 anni la società è diventata sempre di più digitale, e sempre di più lo sarà in futuro. Per comprenderla, non nei suoi aspetti tecnici di dettaglio ma come parte del normale "tessuto culturale" di cui la società è costituita e che ogni cittadino deve conoscere, è necessario che l'informatica venga studiata nella scuola. E che nella scuola venga insegnata non solo l'informatica come scienza, indipendentemente dal suo impatto sulla società, ma tenendone ben presente le implicazioni sui diritti e sull'etica.
Però, prima di avere in parlamento una qualunque persona che ha studiato informatica nella scuola, non dico nella stessa misura della matematica, ma almeno quanto le altre scienze, forse passeranno 20 anni, se siamo ottimisti. Nel frattempo ritengo necessario che la conoscenza degli aspetti scientifici relativi all'informatica ed al suo impatto sia apportata al Parlamento da persone che sono informatici per professione. Non perché facciano gli esperti tecnici, ma per portare nell'organo legislativo questa conoscenza di base che in questo momento sono i soli a possedere.
Il parlamento italiano è sempre stato fortemente squilibrato verso le persone di formazione giuridico-letteraria, e questo ha avuto e continua ad avere il suo impatto sulla nostra società: per esempio, non produciamo un numero di laureati in materie scientifiche adeguato alle nostre necessità, problema esistente in molti paesi occidentali ma - mi pare di ricordare - da noi particolarmente acuto.
Ritengo quindi che Stefano stia dicendo - e sono completamente d'accordo con lui - che è necessario iniettare rapidamente nel Parlamento un po' di "buon senso informatico" ... :-)
Ciao, Enrico
Il 12/09/2017 19:00, Alberto Cammozzo ha scritto:
Credo anch'io che sia un dibattito interessante. Quintarelli ripete che servono più informatici tra i politici: non dico di no, ma da tecnico vorrei capire meglio quali sono i suoi argomenti. Molti dei problemi che stiamo affrontando dipendono da un atteggiamento ingenuo verso la tecnologia, o dogmatico: la tecnologia è sempre desiderabile, come "il mercato" negli anni '90. Tuttavia sono proprio gli informatici che sono inclini a prospettare soluzioni tecnologiche "innovative" a qualsiasi problema, senza troppa attenzione alle conseguenze o alle complessità socio-tecniche emergenti. Per molti informatici una tecnologia "disruptive" è una bella cosa, senza preoccuparsi del punto di vista chi subisce l'impatto "dirompente" sul proprio territorio. Per cui non sono troppo sicuro che le decisioni prese per la collettività da un informatico, ammesso (e non sempre concesso) che siano più tecnicamente informate, siano più avvedute di quelle di un non-tecnico che si appoggi all'esperto tecnologo ma che valuti criticamente il suo parere.
Bruce Sterling qualche anno fa disse che verso l'informatica matureremo col tempo una avversione pari a quella che da dopo Chernobyl abbiamo per il nucleare, per il quale ci fu un iniziale entusiasmo, al punto da prevedere motori nucleari anche sugli aerei. Temo possa avere ragione. Tra non molto tempo rischiamo una polarizzazione tra tecnologi e tecnofobi, tra il partito della Silicon Valley e i Neo-Ludditi che non credo possa giovare, specie se prende le pieghe di una ideologia, al pari di molte controversie socio-tecniche: vaccini, terapie varie, energie, eccetera. A mio avviso occorre maturare una cultura critica e una ricchezza di posizioni competenti che forse potrebbe emergere proprio da un dibattito come quello che avviene su questa lista: un insieme di competenza, sano disincanto e buon senso. Credo che sia il senso anche di quanto scrive Morozov.
Ciao,
Alberto
On 12/09/2017 15:19, de petra giulio wrote: Questo scambio di opinioni è davvero interessante e ricco di implicazioni. Non è causale che avvenga su questa lista. Posso dare un piccolo contributo parafrasando Kranzberg. "Ci sono informatici buoni e informatici cattivi, e non sono neutrali." Giulio
Il giorno lun 11 set 2017 alle 20:33 Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it <mailto:nardelli@mat.uniroma2.it>> ha scritto:
Concordo con le riflessioni esposte e vi invio in allegato un paio di paginette di Morozov (Silicon Valley: signori del silicio) che sono completamente in linea con l'osservazione di Stefano.
Ciao, Enrico
Il 11/09/2017 14:01, Stefano Zacchiroli ha scritto: > On Mon, Sep 11, 2017 at 01:28:53PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote: >> il politico sei tu (se non di professione, di fatto e per ruolo in >> questi ultimi 4 anni abbondanti), ma da semplice cittadino mi sembra >> che vale per il digitale ciò che vale per qualsiasi altro argomento, >> ovvero, che senza corpi intermedi, e in particolare _s__enza partiti >> veri_, la democrazia non può funzionare. > Volevo rispondere a Stefano più o meno sulla stessa linea, quindi quoto > con piacere quanto scritto da JC. > > Aggiungo una sfumatura. La "discesa in campo" degli informatici è una > sorta di tappo per la falla dell'incapacità della quasi totalità dei > partiti oggi in campo di capire qualcosa della complessità dei problemi > eminentemente politici che l'uso massivo delle nuove tecnologie > comporta. Ma non può essere la soluzione a lungo termine, perché "gli > informatici" in quanto tale non sono portatori di una visione del mondo. > Sono tecnici, portatori di competenze, che possono essere usate al > servizio di visioni del mondo anche diametralmente opposte tra loro. > > Quindi mi pare che più che l'impegno politico *diretto* da parte degli > informatici, quello che ci serve nel lungo termine è che i partiti, > tutti i partiti, si dotino di "think tank", di "centri di competenze", > chiamateli come vi pare, capaci di supportare la loro azione legislativa > quando questa tocca l'informatica. Se arriveremo lì, del fatto che ci > siano informatici impegnati in prima persona in politica, francamente, > mi fregherà il giusto. > > Poi, certo, la disgregazione in corso dei partiti fa si che questo sia > probabilmente l'ultimo dei loro problemi... > > My 0.02 EUR,
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