On 02/11/2018 15:59, Giacomo Tesio wrote: [...]
Questo però richiede un'idea dell'uomo che non sia un prodotto o un
consumatore, e dell'ambiente, che non sia un serbatoio infinito o una discarica, su cui vige l'ideologia egemone ed inscalfibile dell'uomo a una dimensione...
(Tradimento dell'illuminismo: ci è rimasto l'individualismo e abbiamo perso le libertà.) Fantastico. Non avrei saputo dirlo meglio. :-) Grazie Giacomo.
Ma perché, come dici, "non c'è nemmeno discussione"? Perché "tutti sono felici dell'essere polli in batteria"?
A me sembra evidentemente un problema culturale che differenzia coloro che dispongono delle competenze tecnice per comprendere l'informatica a fondo da coloro che credono di usarla per esserne invece utilizzati.
Ma è l'idea di social media ad essere intrinsecamente oppressiva? O non lo sono piuttosto le piattaforme mainstream che citate ad esserlo? Il telefono esiste da 100 anni, ma lo spam telefonico massivo è recente; e -ci scommetterei-, è stato reso accettabile da quello email. C'è stata discussione, indignazione? Prevale la rassegnazione. Dopo Snowden e Cambridge Analytica abbiamo avuto una migrazione di massa da FB? Nemmeno per idea. Gmail fa leggere le email? Eh, si sapeva...
La pubblicità, la profilazione, la perdita di privacy sono come il maltempo. Fastidiose ma inevitabili, tanto quanto "il progresso" è "comodo e inevitabile". E' vero come dici che è un fatto culturale, ma non dipende dalla competenza tecnica informatica. Ammettiamo che Facebook crolli (probabile). Ma il discorso vale anche per Google (più improbabile)... Ammettiamo che esistano almeno due alternative. La prima "artigianale" come quelle che citi (e come era Internet ai suoi inizi): è fatta così bene da escludere tecnicamente la possibilità di trarre profitti dalle relazioni dei suoi utenti. Per sostenersi e restare libera non può usare targeted advertising e profilazione ma chiede contributi agli utenti, come Wikipedia. La seconda piattaforma segue il modello di business di Facebook (magari un po' mitigato, con qualche garanzia). Ritieni che gli utenti sceglierebbero il sistema libero, magari un po' scomodo e che gli chiede soldi o quello gratis, più rifinito ma che li profila? Non temo di peccare di cinismo prevedendo che la massa degli utenti, salvo eccezioni tra cui i presenti, sceglierà il secondo, professionisti informatici inclusi. Whatsapp aveva end2end encryption, e ad essere venduta è stata la base utenti, più che la tecnologia. Fosse stato free software, quanti di questi avrebbero seguito un eventuale fork di community? L'utente (almeno in questo mercato) non da valore ai valori ma alle comodità (e tra le comodità includo non solo il non dover pagare, ma anche il non dover cambiare preferenze o non installare un plugin). Questo consente a Wall Street di dirottare sempre Silicon Valley: qualsiasi iniziativa nasce come una rivoluzione in un garage e si asserraglia a difendere rendite di posizione in un CDA. (Unica eccezione tra i progetti con successo massivo è Wikipedia, cui va reso merito.) Servono altri esempi fuori dalle ICT? Quante "radio libere" o TV esistono ancora che non appartengano ad un editore ma a una comunità e non traggono profitto dalla pubblicità? Non dico che non ce ne siano, ma soddisfano la domanda di una frazione minima del pubblico. E ancora: quanti utenti desktop, pur di non reinstallare il sistema operativo, usano un Windows disfunzionale e non usano le molteplici distribuzioni GNU/Linux, alternative solide ed efficienti? Nella mia esperienza (e tocca a me reinstallare), solo quelli esasperati che scoprono che GNU/Linux ha meno problemi. E forse che non esistono alternative a Gmail o Google Search? Come mai sono minoritarie? Sul serio crediamo di poter rovesciare il modello di business dietro al marketing personalizzato contando sull'indignazione degli utenti? Le attuali garanzie di protezione dati personali non nascono dalla sensibilità dell'utente, di certo!
Come certamente sapete esistono diverse sperimentazioni in corso per produrre social media distribuiti, resistenti alla censura e allo sfruttamento degli utenti. Il Fediverse, nonostante alcuni limiti tecnologici, cerca di andare in questa direzione. Secure Scuttlebutt è un'altro esperimento molto interessante. Il progetto Dat ancora un'altro. Interessanti D'altro canto, il self-hosting permette di utilizzare le tecnologie attuali come la mail o il web per riprendere il controllo delle proprie relazioni digitali, con un raspberry pi e un po' di tempo.
Vi è però un'alternativa molto antica ma che francamente pensavo scomparsa da decenni e ho riscoperto di recente: la condivisione comunitaria di server. Era venuto in mente anche a me di proporre un server di condominio con una linea DSL condivisa, poi però mi sono venute in mente le assemblee e ho desistito. :-)
Un esempio è https://tilde.team/ in cui un hacker mette gratuitamente a disposizione di una comunità (tipicamente di amici noti di persona, sebbene non in questo caso) un server e tutta una serie di servizi su quel server. Fra questi accesso SSH con un'utenza propria, mail, hosting web e hosting gopher. Il tutto basato su un rapporto di fiducia reciproca: Ben (l'hacker in questione) è consapevole che con accesso da terminale potrei prendere il controllo amministrativo del server esattamente come io sono consapevole che lui potrebbe modificare i contenuti che pubblico o leggere le mail che ivi ricevo. Entrambi possiamo prendere precauzioni, ma comunque alla fin fine, dobbiamo scegliere se fidarci.
Ora, "tilde.team is a shared system that provides an inclusive, non-commercial space for teaching, learning, practicing and enjoying the social medium of unix." Dunque non dobbiamo permettere che le piattaforme americane che citate si approprino di termini come "social medium".
Perché come diceva un comico in altri tempi, "Ci fregano con le parole!"
Giacomo