Buongiorno, 380°,
Ma no: è molto ma molto o meglio che in "accesso aperto" [1] è in CC-BY-SA 4.0! ...questo è l'archetipo di "Open <qualcosa>": https://openfatigue.ai/ ! :-)
Sì, hai ragione. Ti dò ragione con la citazione che ho messo in exergo, da Brecht: "Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili." Resta il diritto di provare a chiamare le cose con il loro nome, che si tratti del software, della guerra, della pace o dell'accesso aperto, non trovi?
Lo leggerò con molta attenzione ma già ho dato una scorsa a qualche stralcio e, se posso, ho una domanda da farti: ho l'impressione che molte (tutte?) delle criticità che giustamente sollevi in merito agli "strumenti IA" (passami il termine) ruotino attorno al _capture_ di scienza e tecnica (che sono quindi _captive_) da parte degli "ab-pow" [2] di turno; hai considerato nella tua ricerca che potrebbe esserci un altro modo di sviluppare tali strumenti, più a musura d'uomo?
Credo di averlo considerato, sì. Copio di seguito qualche citazione sparsa, per darti un'idea della mia tesi: "Non si tratta, ovviamente, di una questione tecnologica. Dal punto di vista tecnico, l’interoperabilità è possibile. E gli oggetti progettati per sorvegliarci o controllarci potrebbero essere progettati per esserci utili: la stessa auto che è progettata oggi per rilevare ogni deviazione dalla corsia e trasmettere quei dati relativi alle nostre abitudini di guida a qualunque compagni assicurativa disposta ad acquistarli, potrebbe limitarsi a inviare a noi soli gli avvisi di deviazione dalla corsia. E la geolocalizzazione della medesima auto potrebbe servire semplicemente a ricordarci dove l’abbiamo parcheggiata, anziché essere utilizzata per etichettarci, ad esempio, come probabili partecipanti a una protesta antigovernativa tenutasi nelle vicinanze". "Infrastrutture federate e decentralizzate, che includessero modalità di interazione diverse dall’estrazione, potrebbero avere la complessità e la flessibilità caratteristiche degli ecosistemi in grado di adattarsi e evolvere. Negli Stati che tutelano giuridicamente alcuni diritti fondamentali, anche le infrastrutture dovrebbero essere progettate nel rispetto di tali diritti.Come ha scritto Lawrence Lessig, il codice informatico è legge e chi scrive il codice decide quali valori incarnerà e quante e quali libertà concederà a ciascuno. [...] Le uniche infrastrutture e piattaforme compatibili con uno Stato di diritto sono quelle basate sui diritti umani, «fin dalla progettazione e per impostazione predefinita», e sul software libero, così che «anche il più piccolo attore dell’architettura democratica – cioè ogni persona – possa controllare, in modo disintermediato, l’uso e la destinazione dei contenuti che crea e dei dati che genera»" "Quanto ai lavoratori, lo sviluppo tecnologico non ha al momento alcuna caratteristica emancipatoria o redistributiva, perché la tecnologia rispecchia i rapporti di potere esistenti e l’obiettivo di chi detiene oggi il potere è – come scriveva già Lord Byron a Lord Holland il 25 febbraio del 1812 – «che l’umanità sia sacrificata ai progressi della tecnica» e che questi siano indirizzati al solo «arricchimento di un pugno di monopolisti» (Lord Byron 1898), entro un sistema per il quale il termine «capitalismo» resta un «surrogato colto e dignitoso di avidità, estorsione, coercizione, dominio, sfruttamento, guerra e omicidio»". "Una progettazione e uno sviluppo dei sistemi tecnologici che creino valore, anziché estrarlo, che valorizzino il lavoro umano, anziché parcellizzarne l’esecuzione a fini di controllo, e che non incarnino un modello di business basato sulla sorveglianza e sul controllo sociale sarebbero possibili solo entro una diversa struttura dei rapporti tra capitale e lavoro." "Ma gli equilibri di potere sono ancora a loro sfavore [a sfavore dei lavoratori] e i sistemi tecnologici restano perciò progettati e realizzati a fini autoritari, coloniali e estrattivi, anche in senso letterale." "Come scriveva David Noble, poiché «la tecnologia riflette i rapporti di potere nella società», l’unico modo per evitare che chi detiene un maggior potere continui a determinare, in futuro, la forma e la direzione della tecnologia, consiste, nel lungo termine, nel modificare l’equilibrio di potere; quando questo non sia possibile, non resta, nel breve termine, che «fare il possibile per impedire l’introduzione della tecnologia attuale, in quanto riflette gli interessi di chi detiene il potere»."
[5] il primo dei miti da sfatare è che l'IA sia "qualcosa" di diverso dal resto del software, invece proprio no: è _solo_ software, anche se sofisticato (e a volte _complicato_, più che complesso)
Sono pienamente d'accordo con te: che l'"IA" sia software, in genere proprietario e quasi sempre di sorveglianza, è esattamente la tesi del mio primo capitolo. Sulla domanda che è l'oggetto del tuo messaggio ("oltre il mito, cosa costruiremo?"), ho scritto qualcosa alla fine: "La sproporzione delle forze, data dalla concentrazione di risorse e potere, può far sembrare plausibili le storie sull’inevitabilità del reale e sulla impossibilità di alternative all’assetto presente del capitalismo, sempre più apertamente reazionario e gangsteristico. Ci sono invece molte alternative a una società integralmente militarizzata, nella quale quasi tutti gli esseri umani siano concepiti e trattati come macchine e nella quale la tecnologia, come da tempo vagheggiato da Peter Thiel, sostituisca la politica (von Knebel 2025). Sperimentare forme alternative di organizzazione sociale fa parte, del resto, come scriveva David Graeber, di ciò che ci rende umani (Graeber, Wengrow 2022). Si tratta, per chi viva in una provincia periferica dell’impero statunitense, di alternative reali in altre parti del mondo o, per il momento, solo immaginate (Arlacchi 2025; Scheidler 2024). Non è possibile, tuttavia, dire cosa accadrà. È una storia che deve ancora essere scritta. Contribuisce a scriverla chi faccia qualcosa e anche chi regga la penna o porga il foglio o l’inchiostro ad altri e ritenga, con ciò, di non fare nulla". Grazie. Un caro saluto, Daniela