Ciao Giovanni, sono d'accordo con quasi tutto ciò che hai scritto (e forse con tutto ciò che intendevi). Ciò che mi preme chiarire è che nel discutere di investimenti strategici (non tattici) nel software libero, dobbiamo aver ben chiare le finalità per i quali il software libero è nato. Il software libero resterà sempre irrilevante per una popolazione che non è concretamente in grado di esercitare le 4 libertà. Così come la privacy, per una popolazione che non comprende come vengano utilizzati i propri dati. Nella migliore delle ipotesi, coloro che si battono per proteggerla ed emanciparla appariranno come simpatici rompiscatole "fissati con Linux". Nella migliore! Per contro, le multinazionali che mettono loro il cappio al collo sono visti come filantropici liberatori. Salvatori addirittura! Pensa alla pandemia e come siano stati accolti i servizi cloud dei GAFAM nelle scuole... o anche solo il framework GAEN dietro Immuni StopCovid e compagnia bella. La consapevolezza dell'importanza del software libero, come della sicurezza informatica o della privacy, seguono la comprensione dell'informatica. Letteralmente: solo chi comprende a fondo l'informatica può avere un'idea di quali rischi stiamo correndo. Una popolazione ignorante sarà sempre fedelmente asservita. Ed una popolazione di servi, il software libero non interesserà mai. Per questo, una strategia cibernetica europea (ed italiana) deve puntare anzitutto a creare le condizioni perché il software libero diventi la modalità normale di sviluppare il software semplicemente perché il software proprietario (o comunque inaccessibile) non interessa più a nessuno. Una strategia cibernetica europea dovrebbe dunque puntare anzittutto in educazione informatica e sviluppo informatico. Perché abbiamo bisogno di sistemi comprensibili e cittadini in grado di comprenderli. E tali sistemi dovrebbero ovviamente essere beni pubblici, ovvero protetti dalla privatizzazione (e dunque copyleft molto forti, persino più stringenti della AGPLv3... ma questo ci porterebbe offtopic) On December 23, 2020 11:26:34 AM UTC, Giovanni Biscuolo <giovanni@biscuolo.net> wrote:
La definizione delle prime due righe di wikipedia (EN) potrebbe andare?
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Cloud computing is the on-demand availability of computer system resources, especially data storage (cloud storage) and computing power, without direct active management by the user.
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«without direct active management by the user» a mio avviso è l'elemento fondamentale del cloud computing: sbaglio?
Quindi se storage e computing power non sono gestiti dall'utente significa che sono gestiti da qualcun altro: il suo sistemista...
Questa definizione sposta il problema sulla definizione di utente. Un cellulare che viene aggiornato senza gestione attiva da parte dell'utente è cloud computing? Un orologio? Un forno? Io direi di no... ma con il marketing, non si sa mai! :-D Se l'esistenza di un sistemista, rende il sistema "cloud computing", allora il nome vaporoso è molto appropriato perché hanno VERAMENTE scoperto l'acqua calda! :-D Il cloud computing è tale SE E SOLO SE, la gestione fisica del hardware e sistemistica del software è in tutto od in parte delegata a terzi.
C'è ancora tanto lavoro da fare ma ne vale decisamente la pena, se le risorse per queste cose non arrivano dalle istituzioni pubbliche - che magari preferiranno investire tutto sul "cloud" - allora il progresso sarà ancora rallentato perché il mercato non ce la può fare da solo, non ha una visione strategica ma soprattutto è gestito attraverso logiche di parte (contro altre parti).
Esatto. Ma il punto è l'obiettivo da raggiungere è politico e culturale, non tecnico od economico. L'economia, così come la tecnologia, sono SEMPRE al servizio di una visione politica e culturale. Il punto è QUALE visione. Vogliamo che i nostri figli ed i nostri nipoti siano ingranaggi? Allora cerchiamo di raggranellare qualche briciola del recovery fund per sovvenzionare un altro po' con i nostri surrogati open source. Saranno briciole, perché i GAFAM sono la safe bet, "lo stato dell'arte". E queste briciole finiranno. Vogliamo che i nostri figli siano cittadini di serie A in una società cibernetica libera, equa, democratica, plurale? Allora dobbiamo avere un piano politico e culturale più coraggioso. Dobbiamo offrirgli strumenti culturali e tecnici con i quali possano costruire la società che desiderano (e che noi, diciamocelo, non possiamo neanche immaginare). Se non lo faremo, altri la costruiranno per loro. Se lo faremo, nessuno si filerà più il software "proprietario". ;-) Giacomo