Salve. Grazie per questa interessantissimo intervento. Anzitutto mi corre l'obbligo di puntualizzare, a difesa dell'accademia tutta, che qualunque imprecisione nei miei interventi non va addebitata all'università (nemmeno per le poche nozioni che arrivano dai miei studi incompiuti di Scienze Politiche). Il 26/Feb/2018 07:12 PM, "karlessi" <karlessi@ippolita.net> ha scritto: Scrivemmo un libretto sull'argomento, nel 2005, *OPEN NON È FREE. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale* http://eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=186 a parte alcune ingenuità, parti obsolete e passaggi inutilmente complicati, il messaggio complessivo mi pare ancora valido. Appena possibile lo leggerò. Ahimè non sarà presto... e mi dispiace. IMHO un problema trasversale è la sudditanza psicologica, o quantomeno culturale, nei confronti della cultura anglosassone. Una cultura per la quale, di solito, proprietà e mercato (nel senso di possibilità di profitto) sono prioritari rispetto a ogni altro punto di vista. Si veda la differenza, anch'essa quasi sempre dimenticata, tra copyright, anglosassone: un diritto patrimoniale; e diritto d'autore, continentale: un diritto morale. Non è un caso che si usino come sinonimi, quando non lo sono affatto: non da un punto di vista culturale, politico e filosofico. Direi anche legale! Io sono tristemente consapevole della sudditanza culturale di cui parli. Parte della responsabilità è, come spesso accade, politica (sto pensando alla Olivetti, che sarebbe potuta diventare una straordinaria potenza innovativa ma fu costretta ad inseguire un treno ormai passato). In parte è del nostro sistema economico e industriale: dopo ridicoli eccessi del passato, oggi lo stipendio medio di uno sviluppatore in Italia è circa la metà di uno con pari esperienza in Inghilterra, Francia e Germania e meno di un quarto di quello negli stati uniti. In parte però è anche dovuta ai meriti oggettivi della informatica statunitense, che per una ragione o per l'altra ha cambiato il mondo. Il mondo è stato a guardare, principalmente per ignoranza delle autorità. Ma la lingua dell'informatica è l'inglese e non per caso. D'altro canto questa sudditanza è una caratteristica piuttosto italiana: il termine sudditanza accostata a nomi come Wirth, Torvalds, Tanenbaum o Dijkstra non può che far sorridere. (Ci sarebbe sicuramente molto altro du cui riflettere, tocchi temi molto profondi e complessi... ed una analisi seria richiederebbe più di quanto posso offrire) [...] Nella pratica però chi si dichiara per l'open è spesso un ottimo compagno di strada e lavoro Certamente. E ad alcuni degli hacker più in gamba che conosco viene l'orticaria a parlare di etica del software... La realtà è sempre più ricca e complessa delle categorizzazioni che ne facciamo. Purtuttavia, senza categorie diventa difficile ragionare. [...] E poi, con buona pace di Stallman, anche sul concetto di "free" c'è parecchio che non quadra. Puoi elaborare? Io come puoi immaginare preferisco l'italiano, Software Libero. Ancora di più preferirei qualcosa tipo Hackers' Software, ad indicare che lo sviluppo è guidato anzitutto dalla curiosità e che libertà e condivisione sono logiche conseguenze. Ma Free Software è una buona approssimazione, ed è quella che la storia ha scelto. Di fatto, l'approccio "open" si sta prendendo tutto... Vero, da un lato perché sfrutta l'ambiguità, dall'altro perché è un efficace strumento commerciale. Ma in sé, non è peggiore del sistema capitalista in cui viene utilizzato. Per chiarezza di ragionamento è meglio non confondere la critica del capitalismo con l'etica hacker. Non si tratta qui di sudditanza culturale, ma di reale ortogonalità. Gli hacker sono pronti a mettere in discussione qualunque cosa, incluso naturalmente il capitalismo. Ma questo non significa, di per sé, che dispongano di alternative. Nè degli strumenti culturali per analizzarlo: l'onestà intellettuale aiuta, la curiosità aiuta... ma non si può sapere tutto. Inoltre è sciocco pensare che un hacker impronti *tutto* il proprio sistema normativo intorno alla sola curiosità. La curiosità caratterizza la sua attività come hacker ma sono persone complesse come le altre e sugli altri valori si possono confrontare e scontrare. Gli hacker condividono una visione politica, ma solo per quanto riguarda la diffusione della conoscenza e la ricerca di tale conoscenza. Sul resto discutono... e non sempre con la razionalità che adottano nei propri campi di competenza. "Licenze, copyright, copyleft", pp. 171-172 "Un comodo ed esaustivo elenco di licenze, nella prospettiva del progetto GNU (Free Software Foundation), si trova all'indirizzo https://www.gnu.org/licenses/license-list.it.html ## La cultura «Free culture» è libera? La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera! Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci. Non saprei... La facoltà di vendere un software libero non è un obbligo. E la licenza CC BY-NC-SA viene spesso usata non per impedire ma per *controllare* lo sfruttamento commerciale di un opera. Inoltre lo sfruttamento economico del software libero ne può diffondere i valori. Ricordo in Brasile a Teofilo Otoni, un gruppo di ragazzi che vendeva, legittimamente, una distribuzione brasiliana di GNU/Linux. Attraverso questa attività intessevano relazioni economiche ma, come può immaginare chi conosca il Brasile, non solo economiche. Insomma... la realtà è complessa. :-) In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, *Free culture* significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia. No. Direi che la FSF si limita al software. Solo un idiota pretenderebbe di definire quali contributi culturali siano cultura libera e quali no. La contraddizione è evidente! Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione. Posto che la definizione della FSF si limita al software... questa affermazione rimane comunque interessante. Chi siete? E cosa proponete? Quali software avete sviluppato? Che licenza avete utilizzato? Vogliamo poter inibire a persone non affini l'accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere." E questo è perfettamente legittimo! Non delegittima però la definizione di Software Libero. Non amo la confusione, ma le differenze fini a se stesse non superano il rasoio di Occam. per noi, l'uso di una CC by-nc-sa non è l'optimum, ma, dovendo confrontarsi con il "libero mercato", serve egregiamente a proteggere da alcuni abusi in un contesto legale. Me ne compiaccio. Lo terrò presente per i miei prossimi manuali. Non mi è chiara però quale sia la tua obbiezione. Giacomo