mi permetto di aggiungere una cosa: come informatici, soprattutto se docenti, abbiamo una responsabilità ulteriore e cioè quella di promuovere la diffusione delle conoscenze tecnologiche e informatiche come patrimonio culturale di tutti e non solo dei tecnici. In questa discussione il problema si pone dal punto di vista politico, ma in altri casi si pone da quello amministrativo o organizzativo: quante volte ci è capitato di partecipare a commissioni varie presso enti pubblici (di supporto, o per gare o collaudi) con grandi difficoltà di comunicazione fra noi e dirigenti e funzionari che vedono le tecnologie come una commodity su cui non c’è bisogno di ragionare? Cordiali saluti, -Paolo Atzeni Il giorno 12/set/2017, alle ore 19:00, Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net> ha scritto:
Credo anch'io che sia un dibattito interessante. Quintarelli ripete che servono più informatici tra i politici: non dico di no, ma da tecnico vorrei capire meglio quali sono i suoi argomenti. Molti dei problemi che stiamo affrontando dipendono da un atteggiamento ingenuo verso la tecnologia, o dogmatico: la tecnologia è sempre desiderabile, come "il mercato" negli anni '90. Tuttavia sono proprio gli informatici che sono inclini a prospettare soluzioni tecnologiche "innovative" a qualsiasi problema, senza troppa attenzione alle conseguenze o alle complessità socio-tecniche emergenti. Per molti informatici una tecnologia "disruptive" è una bella cosa, senza preoccuparsi del punto di vista chi subisce l'impatto "dirompente" sul proprio territorio. Per cui non sono troppo sicuro che le decisioni prese per la collettività da un informatico, ammesso (e non sempre concesso) che siano più tecnicamente informate, siano più avvedute di quelle di un non-tecnico che si appoggi all'esperto tecnologo ma che valuti criticamente il suo parere.
Bruce Sterling qualche anno fa disse che verso l'informatica matureremo col tempo una avversione pari a quella che da dopo Chernobyl abbiamo per il nucleare, per il quale ci fu un iniziale entusiasmo, al punto da prevedere motori nucleari anche sugli aerei. Temo possa avere ragione. Tra non molto tempo rischiamo una polarizzazione tra tecnologi e tecnofobi, tra il partito della Silicon Valley e i Neo-Ludditi che non credo possa giovare, specie se prende le pieghe di una ideologia, al pari di molte controversie socio-tecniche: vaccini, terapie varie, energie, eccetera. A mio avviso occorre maturare una cultura critica e una ricchezza di posizioni competenti che forse potrebbe emergere proprio da un dibattito come quello che avviene su questa lista: un insieme di competenza, sano disincanto e buon senso. Credo che sia il senso anche di quanto scrive Morozov.
Ciao,
Alberto
On 12/09/2017 15:19, de petra giulio wrote:
Questo scambio di opinioni è davvero interessante e ricco di implicazioni. Non è causale che avvenga su questa lista. Posso dare un piccolo contributo parafrasando Kranzberg. "Ci sono informatici buoni e informatici cattivi, e non sono neutrali." Giulio
Il giorno lun 11 set 2017 alle 20:33 Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it <mailto:nardelli@mat.uniroma2.it>> ha scritto:
Concordo con le riflessioni esposte e vi invio in allegato un paio di paginette di Morozov (Silicon Valley: signori del silicio) che sono completamente in linea con l'osservazione di Stefano.
Ciao, Enrico
Il 11/09/2017 14:01, Stefano Zacchiroli ha scritto:
On Mon, Sep 11, 2017 at 01:28:53PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
il politico sei tu (se non di professione, di fatto e per ruolo in questi ultimi 4 anni abbondanti), ma da semplice cittadino mi sembra che vale per il digitale ciò che vale per qualsiasi altro argomento, ovvero, che senza corpi intermedi, e in particolare _s__enza partiti veri_, la democrazia non può funzionare. Volevo rispondere a Stefano più o meno sulla stessa linea, quindi quoto con piacere quanto scritto da JC.
Aggiungo una sfumatura. La "discesa in campo" degli informatici è una sorta di tappo per la falla dell'incapacità della quasi totalità dei partiti oggi in campo di capire qualcosa della complessità dei problemi eminentemente politici che l'uso massivo delle nuove tecnologie comporta. Ma non può essere la soluzione a lungo termine, perché "gli informatici" in quanto tale non sono portatori di una visione del mondo. Sono tecnici, portatori di competenze, che possono essere usate al servizio di visioni del mondo anche diametralmente opposte tra loro.
Quindi mi pare che più che l'impegno politico *diretto* da parte degli informatici, quello che ci serve nel lungo termine è che i partiti, tutti i partiti, si dotino di "think tank", di "centri di competenze", chiamateli come vi pare, capaci di supportare la loro azione legislativa quando questa tocca l'informatica. Se arriveremo lì, del fatto che ci siano informatici impegnati in prima persona in politica, francamente, mi fregherà il giusto.
Poi, certo, la disgregazione in corso dei partiti fa si che questo sia probabilmente l'ultimo dei loro problemi...
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