[nexa] (no subject)

Giovanni Leghissa giovanni.leghissa at unito.it
Sun Mar 8 16:37:02 CET 2020


grazie infinite


Il giorno dom 8 mar 2020 alle ore 16:30 Antonio Casilli <
antonio.casilli at telecom-paris.fr> ha scritto:

> Ciao Stefano,
> a costo di far inferocire il mio editore, ecco la versione txt. di un
> estratto di "Schiavi del Clic" in uscita per i tipi della Feltrinelli il 2
> aprile (coronavirus oblige). Seguono una piccola biblio.
> ---a
>
> "ROBOT CONTRO LAVORATORI: LO SCONTRO CHE NON CI SARA'
> In fondo stiamo facendo i conti con una versione aggiornata, applicata
> all’automazione e all’intelligenza artificiale, del paradosso di Solow.
> Alla fine del ventesimo secolo l’economista americano Robert Solow notava
> che “vediamo l’era dei computer dappertutto, tranne che nelle statistiche
> sulla produttività”. Similmente possiamo affermare oggi che vediamo
> l’automazione distruggere il lavoro ovunque, tranne che nelle statistiche
> sul lavoro.
> Il rapporto 2017 dell’ufficio statistiche del Dipartimento del Lavoro
> americano, per esempio, presenta un quadro ambiguo: rispetto al precedente
> decennio, negli ultimi anni l’automazione si è diffusa molto lentamente.
> Gli aumenti di produttività che misurano l’impatto sui lavoratori
> dell’introduzione di procedure automatiche restano sotto la media dell’1
> per cento nel settore non agricolo e nel settore manifatturiero.19 Questo
> immobilismo non è limitato al continente americano. Alcuni paesi del Nord
> hanno sperimentato una crescita della produttività molto lenta, per non
> dire negativa. Secondo Dean Baker, direttore del Center for Economic and
> Policy Research, “in pratica i lavoratori stanno sostituendo i robot:
> viviamo una situazione in cui abbiamo bisogno di sempre più lavoratori per
> ottenere gli stessi risultati economici”.20
> I numeri, in effetti, contraddicono la tesi dei sostenitori della “grande
> sostituzione automatica”: un paradosso particolarmente evidente nel settore
> della robotica. Uno studio su diciassette paesi tra il 1993 e il 2007
> mostra l’assenza di effetti significativi dell’introduzione di robot
> industriali multifunzione sull’occupazione globale in termini di ore
> lavorate.21 Quanto alle ricerche finanziate direttamente dalle aziende di
> robotica, si impegnano perlopiù ad alleviare le inquietudini dell’opinione
> pubblica. Il rapporto Metra Martech per l’International Federation of
> Robotics del 2016 aveva un titolo chiarissimo: “L’impatto dei robot
> industriali sull’occupazione è positivo”. Il rapporto sosteneva che dal
> 2017 al 2020, grazie a queste tecnologie sarebbero stati creati tra i
> 450.000 e gli 800.000 posti di lavoro nel mondo. Contro ogni aspettativa,
> saremmo dunque di fronte a un trend di crescita indotto dall’innovazione?22
> Anche senza prendere per buona la narrazione secondo cui la
> digitalizzazione e la robotizzazione stimolerebbero l’occupazione, basta
> confrontare gli indicatori sul livello di automazione e i tassi di
> disoccupazione nei paesi industrializzati del G20 per notare che quelli con
> il più alto tasso di automazione (numero di robot industriali per 10.000
> occupati) hanno anche i tassi di disoccupazione più bassi. La Corea del Sud
> ha 531 robot per 10.000 occupati e soltanto il 3,4 per cento della
> popolazione attiva in cerca d’impiego. La densità di robot in Giappone è
> paragonabile a quella della Germania (rispettivamente 305 e 301 per 10.000
> occupati) e i loro tassi di disoccupazione sono del 3,1 per cento e 3,9 per
> cento. Quanto all’Italia, con un rapporto tra robot e occupati più basso
> (185/10.000), ha un tasso di disoccupazione più alto (11,9 per cento).23
> Se l’estensione del settore della robotica ci permette di stimare
> approssimativamente il livello di automazione di un’economia nonché di
> stimare il rapporto tra occupati e robot, valutare un’eventuale
> correlazione con il tasso di disoccupazione è più rischioso. In effetti
> questi indicatori non tengono conto di due elementi importanti:
> innanzitutto, che la robotizzazione non è più soltanto questione di braccia
> meccaniche nelle fabbriche; e secondariamente, che il lavoro non coincide
> con l’occupazione.
> Sebbene nell’immaginario i robot siano ancora quelle entità spaventose
> ispirate alla fantascienza – automi antropomorfi e simulacri di corpi umani
> –, nel contesto contemporaneo un “robot” (soprattutto se abbreviato in bot)
> indica dei software che interagiscono con gli esseri umani. Si tratta di
> “robot logici” molto diversi dalla proverbiale macchina automotrice
> ottocentesca “senza cervello né mani”, per citare l’antropologo André
> Leroi-Gourhan.24 Usiamo ancora quello stesso termine per parlare tanto di
> macchine industriali quanto di stringhe di codice informatico che ordinano,
> classificano, calcolano itinerari, twittano, chattano, fanno acquisti ecc.
> Persino nel contesto industriale, la loro caratteristica principale non è
> la forza o la resistenza, ma la capacità di articolare procedure
> informazionali complesse attraverso software.
> All’attuale ondata di automazione, il lavoro oppone resistenza. Resiste
> nella sua dimensione culturale, in quanto valore fondativo del nostro modo
> di vivere-assieme, ma resiste anche nella sua sostanza, restando al centro
> delle traiettorie di vita degli individui e del sistema produttivo.
> Per capire questa persistenza bisogna rovesciare l’ottica secondo cui le
> unità di riferimento che permettono di misurare gli effetti
> dell’automazione sarebbero le mansioni elementari che compongono ogni
> singolo impiego, e concentrarsi invece sull’impiego nel suo insieme. Anche
> gli impieghi a più alto rischio di automazione contengono spesso una
> quantità di mansioni che non possono essere automatizzate. Uno studio
> comparativo dell’Ocse su ventuno paesi nel 2016 sostiene che stiamo
> sovrastimando l’automatizzabilità delle attuali professioni. Sebbene il 50
> per cento delle mansioni verrà considerevolmente modificato
> dall’automazione e dall’introduzione dell’intelligenza artificiale, solo il
> 9 per cento degli impieghi rischia effettivamente di essere eliminato.25
> Siamo lontani dalle profezie funeste dei ricercatori di Oxford. È dunque
> lecito chiedersi, come ha fatto David Autor del Mit, perché è così
> difficile dimostrare la presunta obsolescenza del lavoro, che per molti è
> addirittura inesorabile. L’economista nota che, per due secoli, il rapporto
> tra occupazione e popolazione è cresciuto continuamente, senza che il
> livello globale della disoccupazione aumentasse visibilmente né
> stabilmente. A ogni innovazione, e a ogni reazione di preoccupazione per le
> sue conseguenze, puntualmente si risponde: “questa volta è diverso”. Anche
> oggi sarebbe diverso: si parla di tecnologie digitali “disruptive” che
> rivoluzionerebbero finalmente l’ordine sociale fondato sul lavoro. Eppure,
> secondo Autor, questa narrazione rivoluzionaria non tiene in considerazione
> il rapporto di complementarità profonda tra il gesto produttivo umano e il
> funzionamento delle macchine. La dialettica automazione/lavoro, sebbene non
> priva di tensioni, determina un aumento della domanda di lavoro.26
> Un esempio lampante di questa complementarità si trova nel settore
> bancario, dove l’introduzione degli sportelli automatici nel periodo
> 1980-2010 ha portato a una riqualificazione, e non a una soppressione, di
> alcune categorie di dipendenti. Solo negli Stati Uniti, gli sportelli sono
> passati dai 100.000 ai 400.000 tra la fine del Ventesimo secolo e il primo
> decennio del Ventunesimo. Tuttavia il numero dei cassieri nelle banche non
> è diminuito ma si è stabilizzato, grazie all’espansione del settore. Ecco
> quello che è successo: poiché la presenza dei bancomat permette di gestire
> un’agenzia con meno dipendenti, questo ha stimolato la moltiplicazione
> delle agenzie, che sono aumentate del 43 per cento dal 1990.27 Se la
> domanda di lavoro umano non varia quantitativamente, l’effetto decisivo
> dell’automazione è sul piano qualitativo: modifica il contenuto o
> addirittura la natura del lavoro. Le mansioni automatizzate scompaiono
> dalle competenze richieste ai cassieri, mentre se ne aggiungono altre:
> relazioni con il cliente, consulenza finanziaria, vendita di nuovi prodotti
> d’investimento.
> David Autor ci fornisce dunque gli elementi per il nostro cambio di
> prospettiva: bisogna smettere di considerare l’occupazione umana un malato
> terminale che rischia di trapassare a ogni piccola o grande innovazione
> tecnica, e invece concentrarsi sulle attività che costituiscono la
> quotidianità concreta dei lavoratori. Ci sono mansioni che possono essere
> automatizzate, è vero; ma non sono mai tutte, e mai contemporaneamente. Il
> lavoro non scompare."
>
> (Antonio A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo
> capitalismo?, Milano, Feltrinelli, 2020, p. 43-46.)
>
> ----
>
> BIBLIOGRAFIA PARZIALE
> - Bureau of Labor Statistics, Productivity and costs second quarter 2017 –
> Revised, 7 settembre 2017, https://www.bls.gov/news.release/pdf/prod2.pdf.
> - Dean Baker, Badly confused economics: The debate on automation, “The
> Hankyoreh”, edizione inglese, 5 febbraio 2017,
> http://english.hani.co.kr/arti/en- glish_edition/e_editorial/781397.html
> - Georg Graetz e Guy Michaels, Robots at Work, “Iza Discussion Papers”, n.
> 8938, Institute for the Study of Labor (Iza), 2015,
> http://EconPapers.repec.org/ RePEc:iza:izadps:dp8938
> - Dominique Méda, L’avenir du travail. Sens et valeur du travail en
> Europe, working paper dell’Ilo, n. 18, dicembre 2016,
> https://www.ilo.org/wcmsp5/
> groups/public/---dgreports/---inst/documents/publication/wcms_536999.pdf
> - Dominique Méda, Società senza lavoro. Per una nuova filosofia
> dell’occu­pazione?, Milano, Feltrinelli, 1997.
> - International Federation of Robotics, World Robotics Industrial Robots,
> rapporto 2016, https://ifr.org/worldrobotics/.
> - Melanie Arntz, Terry Gregory e Ulrich Zierahn, The risk of automation
> for jobs in Oecd countries: A comparative analysis, “Oecd Social,
> Employment and Migration Working Papers”, n. 189, 2016.
> - David H. Autor, Why are there still so many jobs? The history and future
> of workplace automation, “Journal of Economic Perspectives”, vol. 29, n. 3,
> 2015, pp. 3-30.
> - James Bessen, Toil and technology, “Finance and Development”, vol. 52,
> n. 1, pp. 16-19.
>
>
>
>
> ----- Mail original -----
> De: "Stefano Zacchiroli" <zack at upsilon.cc>
> À: "nexa" <nexa at server-nexa.polito.it>
> Envoyé: Dimanche 8 Mars 2020 16:11:56
> Objet: Re: [nexa] (no subject)
>
> On Sun, Mar 08, 2020 at 03:52:04PM +0100, Antonio Casilli wrote:
> > De: "Stefano" <stefano at quintarelli.it>
> > > veramente (quasi) tutti gli studi piu' recenti riguardo l'occupazione
> > > dicono il contrario...
> > +1 per Stefano
>
> Un bignamini di riferimenti, please?
>
> --
> Stefano Zacchiroli . zack at upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o
> Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o
> Former Debian Project Leader & OSI Board Director  . . . o o o . . . o .
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