Ricordiamoci di McLuhan" il medium e ' il messaggio" .La privacy e' un problema ormai di secondo piano. La questione fondamentale sara' un nuovo contratto sociale dei diritti dell'uomo nell'infosfera (lavoro, diritti e doveri, gestione dei dati, liberta' di espressione). Vedi il mio saggio L'eta' della finzione Bollati Boringhieri pag.205 Miti di Fondazione.
Grazie Massimo, ho letto la prefazione di Marc Augé ed un estratto disponibile online. Davvero interessante. Di Marc Augé conoscevo, ovviamente, il concetto di "nonluogo". Ovvero quello "spazio utilizzato per usi molteplici, anonimo e stereotipato, privo di storicità e frequentato da gruppi di persone freneticamente in transito, che non si relazionano, situazione riscontrabile negli aeroporti, negli alberghi, sulle autostrade, nei grandi magazzini". Immagino che nel tuo saggio a questi luoghi si affianchi la Rete (non esistente ai tempi in cui Augè ha scritto: "Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité"). Dell'estratto che ho letto cito questo passaggio: "I media strutturano il nostro tempo quotidiano, stagionale e annuale. La vita politica, artistica, sportiva non può più essere concepita senza il circuito dei media. Essi modificano la nostra relazione con lo spazio e il tempo imponendoci attraverso la forza delle immagini una certa idea del bello, del vero e del bene e anche una certa idea dell’abituale, del normale e, in fin dei conti, della norma, cioè, oggi, una certa idea del consumo, che essi non smettono di riprodurre perché sono essi stessi dei beni di consumo. Come le altre cosmologie, la cosmotecnologia aliena coloro che la prendono alla lettera." Sulla televisione hanno scritto, già dall'inizio degli anni cinquanta, grandi scrittori e uomini di cultura del Novecento. Da Elemire Zolla ad Alberto Moravia, da Umberto Eco a Pier Paolo Pasolini. Mi aspetto che lo stesso avverrà con Internet. Antonio
On Mon, 14 Dec 2020 08:42:57 +0100 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Sulla televisione hanno scritto, già dall'inizio degli anni cinquanta, grandi scrittori e uomini di cultura del Novecento. Da Elemire Zolla ad Alberto Moravia, da Umberto Eco a Pier Paolo Pasolini. Mi aspetto che lo stesso avverrà con Internet.
Beh... in realtà sta già succedendo. Di codice scritto ne abbiamo già molto. Il problema è che mancano i lettori. Giacomo
In che senso "codice scritto", scusa? Antonio Iacono stava parlando di grandi scrittori e uomini di cultura che hanno parlato di televisione con mezzi accessibili a moltissime persone. Chiedo davvero per capire :-) jc On 14/12/20 09:28, Giacomo Tesio wrote:
On Mon, 14 Dec 2020 08:42:57 +0100 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Sulla televisione hanno scritto, già dall'inizio degli anni cinquanta, grandi scrittori e uomini di cultura del Novecento. Da Elemire Zolla ad Alberto Moravia, da Umberto Eco a Pier Paolo Pasolini. Mi aspetto che lo stesso avverrà con Internet. Beh... in realtà sta già succedendo.
Di codice scritto ne abbiamo già molto. Il problema è che mancano i lettori.
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On Mon, 14 Dec 2020 09:33:33 +0100 "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> wrote:
In che senso "codice scritto", scusa?
Antonio Iacono stava parlando di grandi scrittori e uomini di cultura...
Parlavo del codice sorgente che determina gli automatismi che veicolano le comunicazioni via Internet, determinando le modalità di interazione delle persone che vi partecipano. Codice che viene scritto, spesso da persone di grande talento e cultura. (sebbene definirli "grandi programmatori" suonerebbe un po' buffo :-D)
che hanno parlato di televisione con mezzi accessibili a moltissime persone.
Sulla leggibilità di tale vasta letteratura eseguibile si pongono purtroppo almeno due tipologie di problemi: - quelli dovuti ai limiti dei linguaggi usati per esprimerla - quelli dovuti all'ignoranza dei potenziali lettori che, non sapendo interpretarla, assumono di poterla ignorare Entrambi i problemi sono di natura storica. E solo il superamento di entrambi permetterà all'informatica di giungere ad una maturità disciplinare che è ancora molto lontana. Il primo dipende dalla convoluta e frettolosa evoluzione dell'informatica stessa, che inizialmente ha dato poco spazio alla riflessione linguistica nella progettazione di questi linguaggi (destinati, nella mente degli autori, a guidare automatismi più che a comunicare con altri esseri umani) e successivamente ha dovuto adattarsi alle famiglie esistenti per non essere irrilevante. Così che quasi tutti i linguaggi esistenti sono ancora riconducibili a poche famiglie originali (C, Lisp, Algol etc...) e per lo più leggibili a chi ha familiarità con ciascuna di tali famiglie ma non agli altri. Il secondo dipende, credo, dall'applicazione inappropriata di modelli culturali precedenti ma profondamente radicati: sostanzialmente si assume di poter ignorare i testi scritti in queste lingue sconosciute e "barbare". Si assume che, imparare a leggere e scrivere questi linguaggi (e leggere effettivamente questi testi) non sia necessario per comprendere il funzionamento degli automatismi che da essi sono descritti e determinati. Purtuttavia una letteratura critica su Internet esiste ed è la stessa che ne determina le diverse modalità di funzionamento automatico. Penso ad esempio ai software che implementano protocolli come GNUnet, Activity Pub, Gemini o 9P2000, esprimendo ciascuno una diversa analisi critica degli altri testi/software (che implementano ad esempio il Web o i social media) e proponendo visione alternative, sperimentabili ed eseguibili, ai problemi stessi. Il problema di questa enorme letteratura è che nessuno la legge. (a parte ovviamente hacker e programmatori interessati...) In altri termini:
Di codice scritto ne abbiamo già molto. Il problema è che mancano i lettori.
Giacomo
Purtuttavia una letteratura critica su Internet esiste ed è la stessa che ne determina le diverse modalità di funzionamento automatico.
Penso ad esempio ai software che implementano protocolli come GNUnet, Activity Pub, Gemini o 9P2000, esprimendo ciascuno una diversa analisi critica degli altri testi/software (che implementano ad esempio il Web o i social media) e proponendo visione alternative, sperimentabili ed eseguibili, ai problemi stessi.
Io intendevo la letteratura non tecnica (informatica), ovvero i saggi di sociologi, semiologi, filosofi, antropologi, psicologi, ecc. Ma ti ringrazio di aver citato quei protocolli, in particolare Activity Pub e Gemini cui ho dedicato qualche weekend in periodo lockdown. L'informatica è il mio mestiere, la lettura uno dei miei passatempi preferiti e, in questi periodi di confinamento, inevitabilmente quello a cui dedico più tempo. Per molto tempo mi sono chiesto perchè i linguaggi di programmazione fossero scritti esclusivamente in inglese, con evidente vantaggio per i popoli anglofoni. Per quanto possiamo scrivere/leggere/parlare/ascoltare in inglese un madrelingua partirà sempre da uno scalino più su. Tornando alla letteratura "classica", Umberto Eco, nel 1964, con "Apocalittici e integrati", aveva capito benissimo cosa avrebbe portato la società dell'informazione. Scriveva: "L'uomo dell'universo dell'informazione non è affatto un uomo rigenerato e fatto libero: è un "mutante", un uomo per il quale andranno configurati nuovi ideali di umanità, nuovi sistemi di valori, e individuate nuove vie di liberazione". Notate che il termine "mutante" è stato ripreso da Alessandro Baricco nel suo "I barbari: Saggio sulla mutazione". Antonio
On Mon, 14 Dec 2020 11:21:39 +0100 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Io intendevo la letteratura non tecnica (informatica)
Ma l'informatica è una disciplina umanistica! Davvero riguarda i computer quanto l'astronomia riguarda i telescopi. Il codice di un programma esprime idee politiche, opinioni, esperienze. Il fatto che durante l'esecuzione imponga tali costrutti della mente umana a coloro con cui interagisce, non lo rende meno interessante, dal punto di vista intellettuale, di un bel saggio di sociologia. Giacomo
Ma l'informatica è una disciplina umanistica!
Ah, io sarei pure d'accordo con te, le Università un po' meno Matematica discreta Architettura degli elaboratori Elementi di analisi matematica Basi di dati Reti di calcolatori ... C'è informatica umanistica, ma credo solo a Pisa. Antonio p.s. ho sotto mano Elio Vittorini che, eretico tra i letterati dell'epoca, affermava che un poeta poteva in fin dei conti ignorare Omero, Dante, Shakespeare, Virgilio, Goethe, Petrarca, Leopardi, ma mai e poi mai - se non voleva tradire la vera letteratura, cioè l'umanità - ignorare una legge della fisica moderna.
On Mon, 14 Dec 2020 15:53:25 +0100 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Ma l'informatica è una disciplina umanistica!
Ah, io sarei pure d'accordo con te, le Università un po' meno
[...] Architettura degli elaboratori Elementi di analisi matematica Basi di dati Reti di calcolatori ...
Come dice il proverbio: "chi sa fa, chi non sa..." :-p Scherzi a parte, il problema è piuttosto serio. E politico. Si fatica per integrare i densi curricula degli "ingegneri informatici" con materie umanistiche mentre bisognerebbe integrare i curricula di storici, economisti, sociologi e filosofi etc. con una robusta dose di informatica.. diciamo almeno un terzo della loro formazione complessiva. Sin dalle elementari. D'altronde relegare l'informatica all'ingegneria, parlare di "computer science" è anche un modo per ridurrne il potenziale rivoluzionario. E' anche una scelta politica. Un po' come parlare di "utenti" invece che di "persone" o "cittadini".
C'è informatica umanistica, ma credo solo a Pisa.
Non lo sapevo! Molto interessante! https://www.unipi.it/index.php/lauree/corso/10543 Osservo però che gli insegnamenti più prettamente informatici sono pochissimi e per lo più a scelta fra molti altri. Dubito che un laureato in Informatica Umanistica sia in grado di calibrare una rete neurale o comprendere i tradeoff nella scelta di un protocollo di rete. E temo che, insegnata in isolamento, persino la programmazione Java venga applicata poco e dimenticata presto. Così come la progettazione di db, insegnamento opzionale. D'altronde "informatica umanistica" è una locuzione ridondante. Quanto meno, lo è se l'uomo è ancora "sapiens sapiens".
ho sotto mano Elio Vittorini che, eretico tra i letterati dell'epoca
Gli eretici mi sono sempre stati molto simpatici! :-D http://jehanne.io/
affermava che un poeta poteva in fin dei conti ignorare Omero, Dante, Shakespeare, Virgilio, Goethe, Petrarca, Leopardi, ma mai e poi mai - se non voleva tradire la vera letteratura, cioè l'umanità - ignorare una legge della fisica moderna.
Non sono certo che lo stesso si possa dire di un informatico. :-) La tecnologia è un proseguimento della politica con altri mezzi. Chi ignora la storia dell'umanità, non può comprendere l'informatica. Giacomo PS: a proposito di eretici...
Matematica discreta
E' troppo presto per sostenere pubblicamente che la matematica è una branca dell'informatica? E la filosofia? :-D
Buongiorno, Antonio Iacono <antiac@gmail.com> writes:
Ma l'informatica è una disciplina umanistica!
Ah, io sarei pure d'accordo con te, le Università un po' meno
... i giuristi sì! Come molti di voi sanno, dopo ampio dibattito sviluppatosi a partire (AFAIK) dagli anni settanta del secolo scorso giunsero a concordare che il software è un'opera dell'ingegno come la letteratura, ecc. ecc. ecc. e per questo lo strumento più adatto per tutelarlo fosse il diritto d'autore e non il brevetto [1], usato invece per le invenzioni (potremmo chiamarle opere ingegneristiche ma non dell'ingegno?!? :-D ). La _drammatica_ differenza tra il software e le altre opere dell'ingegno è che il software può essere distribuito solo in forma binaria e non perde la sua funzione "utilitaristica", funziona senza poter essere conosciuto. L'informatica è parte intergrante della filosofia, specificamente la gnoseologia, sebbene ancora non adeguatamente riconosciuta come tale: è abbastanza umanistica come disciplina? Infine, l'informatica è talmente malleabile che ritengo che alcune delle più elevate ed innovative espressioni artistiche di questo secolo siano opere come il decss-haiku [2]. Saluti, Giovanni [1] al lato pratico e considerando le successive evoluzioni normative a volte mi viene anche il dubbio su cosa sia peggio... ma poi torno alla ragione e (sob!) il meno peggio è decisamente il copyright. [2] https://www.cs.cmu.edu/~dst/DeCSS/Gallery/decss-haiku.txt -- Giovanni Biscuolo
Buongiorno, Giovanni Biscuolo <giovanni@biscuolo.net> writes: [...]
L'informatica è parte intergrante della filosofia, specificamente la gnoseologia, sebbene ancora non adeguatamente riconosciuta come tale: è abbastanza umanistica come disciplina?
Aggiungo che IMHO - per come stanno le cose oggi - per "umanizzare" l'informatica sarebbe opportuno che fossero gli umanisti a informatizzarsi di più che gli informatici ad "umanizzarsi" meglio (che comunque non fa mai male, eh); detto in modo meno becero serve una cultura informatica più diffusa, **in particolare** una più diffusa competenza alla programmazione, sì l'ho detto :-O Ora non starò qui a sviluppare il discorso sul fatto che anche scrivere un documento con un word processor è programmare (molti di voi lo sanno meglio di me), ma se quella attività non viene considerata tale va a finire che "il computer" viene usato come una macchina da scrivere (o come un telecomando in altri contesti) e quel documento _perde_ un sacco di (meta)dati utili (questo è il piè di pagina, questo è l'indice dei titoli, questo è un titolo di livello 1...). ...fino ad arrivare ad affermare che «The book is a program.» come Matthew Butterick nel suo linguaggio pollen [1] (non è l'unico ad applicare questi concetti, skribilo è un altro esempio [2]), passando per LaTeX o HTML (che però, come i word processor, mischiano un po' troppo semantica e presentazione). Tanto tempo fa ero ad una conferenza e un insegnante della scuola secondaria parlava della materia "trattamento testi" svolta tramite un noto word processor, quando ho chiesto perché non prendessero in considerazione LaTeX (pur coi suoi difetti) mi ha guardato male e detto: «mica tutti devono imparare a programmare». ... e invece sì, mica il kernel linux, ma tutti dovrebbero imparare a programmare: dal word processor, al disegno vettoriale, passando per la configurazione dei propri dispositivi (iniziando dalla GUI ma pian piano imparando a farne a meno). Le "digital humanities" spendono un sacco di risorse a "semanticizzare" lavori fatti da altri, _alcuni_ dei quali sono stati prodotti già utilizzando tecnologie digitali ma senza alcun criterio semantico: non sarebbe bello che gli autori lo facessero direttamente, aumentando di almeno un ordine di grandezza i (meta)dati e quindi il potenziale informativo dei propri testi, anzi programmi? Umanisti, l'informatica ha tanto bisogno di voi! :-D Saluti, Giovanni. [1] https://docs.racket-lang.org/pollen/ [2] https://www.nongnu.org/skribilo/doc/user-1.html#intro -- Giovanni Biscuolo
Il 14/12/2020 15:25, Giacomo Tesio ha scritto:
On Mon, 14 Dec 2020 11:21:39 +0100 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Io intendevo la letteratura non tecnica (informatica)
Ma l'informatica è una disciplina umanistica!
Scusate, non so se l'avevo segnalato a suo tempo: Why Computing belongs within the social sciences https://cacm.acm.org/magazines/2020/8/246368-why-computing-belongs-within-th... Recentemente ho coordinato una tavola rotonda sul tema (Educating for a Humanistic Digital Future), nell'ambito del workshop 2020 di Digital Humanism https://dighum.ec.tuwien.ac.at/program2020/ Trovate il video dell'evento qua https://www.youtube.com/watch?v=wtHpRxzXdMo Ciao, Enrico -- EN ===================================================================== Prof. Enrico Nardelli Dipartimento di Matematica - Universita' di Roma "Tor Vergata" Via della Ricerca Scientifica snc - 00133 Roma tel: +39 06 7259.4204 fax: +39 06 7259.4699 mobile: +39 335 590.2331 e-mail: nardelli@mat.uniroma2.it home page: http://www.mat.uniroma2.it/~nardelli blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/enardelli/ http://link-and-think.blogspot.it/ ===================================================================== --
Scusate, non so se l'avevo segnalato a suo tempo:
Why Computing belongs within the social sciences
https://cacm.acm.org/magazines/2020/8/246368-why-computing-belongs-within-th...
L'aveva segnalato Stefano Zacchiroli il 26/9. All'epoca, devo essere sincero, non gli avevo dato molta importanza. Oggi l'ho riletto con più attenzione e devo dire che le proposte sono interessanti. Se poi dobbiamo essere cinici. Dato i giovani non leggono più, almeno costringiamoli a studiare materie afferenti le scienze sociali all'interno del corso di laurea in Informatica. Tagliamo analisi matematica 2 e introduciamo antropologia filosofica e/o sociologia, per iniziare? Antonio
Di codice scritto ne abbiamo già molto. Il problema è che mancano i lettori.
Immagino sia stato un lapsus, ed intendevi di "libri ne abbiamo già molti". Comunque, è vero, anche di codice abbiamo pochi lettori. Una volta si diceva che il codice open source è più sicuro perchè "letto" da migliaia di programmatori. Quando i programmatori leggevano il codice, aggiungo io. Notizia di qualche giorno fa: "Multiple Vulnerabilities in Various Opensource TCP/IP Stack Could Allow for Remote Code Execution" [1] Il codice è "vecchio" di almeno una decina d'anni. In tutti questi anni nessuno si è accorto dei bug. Ma la gente non legge più nemmeno i manuali. Recentemente un grafico mi ha candidamente ammesso che lui non li legge ma "guarda" le istruzioni su youtube. E' la lettura a tutti i livelli che è in crisi. Antonio [1] https://www.cisecurity.org/advisory/multiple-vulnerabilities-in-various-open...
On December 14, 2020 9:41:08 AM UTC, Antonio Iacono <antiac@gmail.com> wrote:
Di codice scritto ne abbiamo già molto. Il problema è che mancano i lettori.
Immagino sia stato un lapsus
No no... intendevo proprio codice.
ed intendevi di "libri ne abbiamo già molti".
Oibò, detto così, sembra quasi che si possano avere troppi libri o troppi programmi! Chiedo scusa per aver lasciato aperta questa possibile interpretazione: NO non possiamo avere troppi libri o troppi programmi, ed anzi i fork non sono e non saranno mai abbastanza per soddisfare la nostra naturale curiosità. Non è paradossale che l'homo sapiens sapiens possa solo affermare con certezza la profondità della propria ignoranza. Solo gli ignoranti possono essere curiosi ed accrescere, un pochino, la propria conoscenza (accettando la consapevolezza di una maggiore ignoranza) Le stelle possono brillare in cielo solo se il buio le circonda.
Comunque, è vero, anche di codice abbiamo pochi lettori. Una volta si diceva che il codice open source è più sicuro perchè "letto" da migliaia di programmatori.
Non "si diceva": era il selling point dell'open source. Una balla, come ci siamo accorti tutti con Heartbleed. Crisi che è stata usata per giustificare la nascita della Linux Foundation, perché il problema, ovviamente, venne letto in chiave economica, non culturale. E così nulla è cambiato.
Quando i programmatori leggevano il codice, aggiungo io. [...] In tutti questi anni nessuno si è accorto dei bug.
I programmatori che non leggono codice (altrui) sono un pericolo per l'umanità. Sono sempre esistiti, però.
Ma la gente non legge più nemmeno i manuali.
Vero. Ma molto di più del codice.
E' la lettura a tutti i livelli che è in crisi.
È il pensiero a tutti i livelli che è in crisi. E l'educazione al pensiero stesso. A due decenni dalla pubblicazione di "Don't make me think", possiamo apprezzarne la portata del successo. Giacomo
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J.C. DE MARTIN