Re: [nexa] IMA - Internet, Mon Amour
ciao Alberto, mi fa piacere, bella questione. spinosa è un eufemismo. informatica conviviale... sì, ci abbiamo pensato. qualcosina è finito, diluito, nei libri di ippolita. il resto rimane nelle pratiche, almeno per ora. scriviamo poco e lentamente, tempo tiranno. qualcuno di CIRCE spero prima o poi riuscirà a pubblicare un manuale di pedagogia hacker, il cui obiettivo è appunto proporre attività per sviluppare occasioni di informatica conviviale. magari l'autunno prossimo. la metodologia ce l'abbiamo, abbastanza testata, per quanto non con i crismi scientifici dei gruppi di controllo ecc. le attività anche. ma selezionare e plasmare il tutto per renderlo leggibile è faticoso. tracce di riflessione, proviamoci. Illich è un buon punto di partenza, ma sul digitale è di poco aiuto. nel poco tempo che ebbe a disposizione con computer et similia non dimostrò, a mia conoscenza, l'acume profuso altrove. la controproduttività di scala rimane un benchmark, ma con il digitale interconnesso va rimodulata, sennò finisci a fare solo microreti e diventa elitismo gruppettaro. rivendicativo e tristanzuolo. Come inquadramento teorico per noi sono utili in primo luogo i teorici e pratici del gioco, da Huizinga a Caillois, a Bateson, fino a più recenti giocologi (Sidoti, per esempio). Sono molto utili Lewis Mumford per la parte critica sulle Megamacchine come concatenazione tecno-burocratica di "piccoli Eichmann" (soprattutto "Il mito della macchina") e Donna Haraway (soprattutto i testi iniziali, e gli ultimi, "Staying with the trouble" in particolare, per quanto abbastanza insopportabile per il jargon durissimo). senz'altro "informatica conviviale" è un ossimoro, ancor di più considerando la genesi dal complesso militare-industriale dell'informatica in rete. d'altra parte, l'approccio "tecnologie appropriate" declina le idee di E.F. Schumacher (nella vulgata, "piccolo è bello") senza pretese di purezza. industriale, artigianale, globale, locale... non identificano puri "oggetti" o "soggetti", identità fisse, sostanze stabili. sono tendenze e processi, meticciati e imbastarditi (viva!), e in questo Haraway aiuta. se non fosse eccessivamente a-politica, tanto da andar bene per (quasi) tutte le stagioni, anche la ANT alla Latour sarebbe utile per delineare un possibile "convivio tecnologico". forse in questo senso meglio equipaggiato è Gilbert Simondon: spiega bene perché l'approccio antropocentrico alla tecnologia (il "dipende da come si usa" o peggio "dipende da chi lo usa, se il popolo è bene, se è i nemici del popolo è male", o viceversa la logica non cambia) è in qualche modo speculare a quello del Gestell heideggeriano (il fiume Reno come riserva d'acqua, ecc.), poi travasatosi nei ragionamenti foucaultiani-agambeniani del dispositivo. filosofie della tecnica a parole, di fatto tendono tutti a obliterare l'oggetto tecnico, in nome della primazia del soggetto umano, o dello "sfondo" (dispositivo, gestell, scaffalatura...) ce ne fosse uno che parla di protocolli, accordi, negoziazioni possibili, hack! peccato che pure Simondon sia così farraginoso a livello linguistico (oltre che poco tradotto in italiano). gli approcci antropocentrici possono in teoria esser conviviali, ma di fatto espungono l'altro macchinico e rimangono intraspecifici. quando non sommessamente -isti (razzisti, sessisti, classisti, colonialisti, specisti). la faccenda è complicata e ci mancano pure le parole giuste, non inquinate. la macchina è femmina, in italiano. si fanno "penetration test" di reti di macchine. "server" e "client", si sviluppa su "master branch" (le altre, non essendo padrone, di fatto saranno schiave, "slave". bisognerà fare corsi di BDSM per sistemisti e sviluppatori?!!) "data subject"... roba forte, a pensarci. quindi, siccome in quanto formatori abbiamo spesso a che fare con persone "normali" (genitori, insegnanti, adulti preoccupati dei "nativi digitali"; cittadini spaventati dallo strapotere corporativo e dello stato di sorveglianza; associazioni e imprenditori desiderosi di rendersi indipendenti e autonomi; studenti e giovani schiacciati dalle pretese della società della prestazione, ecc.), la teoria va un po' sullo sfondo, e le storie si prendono il palcoscenico. per buttarla sul conviviale, la letteratura è miglior consigliera: Rodari o ancor meglio Calvino, ci sono passaggi sparsi sulla biocenosi che comprende anche le macchine. il cyberpunk messicano anni Novanta mi ha insegnato molto. la musica: se devi spiegare il copyright e le licenze, con il remix di tracce audio la cosa è abbastanza lampante. come nella cosiddetta intelligenza artificiale, la questione non sono le macchine meccanico-informatico-elettrotecniche, nel senso dei computer, cavi, sensori, ma l'articolazione-concatenazione di meccanismi di comando-obbedienza (su questo anche Canetti, "Massa e Potere", è un buon riferimento) in parole povere, la tecnologia digitale di massa è da qualche decennio il luogo in cui sono più leggibili i meccanismi di dominio, ovvero le asimmetrie di potere. i media "mediano" le relazioni di potere, fra individui, istituzioni, ecc. e spesso fanno precipitare considerazioni banali, ma vere, tipo il re è nudo, il presidente è un buffone e mente allegramente. purtroppo gli approcci scandalistici non funzionano (vedi wikileaks), e rimane più facile, esempio a caso, parlare di "capitalismo di sorveglianza" piuttosto che di concatenazioni di comando-obbedienza. così si scambia il dito (la sorveglianza) con la luna (la dialettica sottintesa "obbedire oggi per comandare domani", le strutture di asservimento volontario neuro-chimico, ecc.) si ragiona di sorveglianza perché è l'aspetto mediatico più evidente. che, guarda caso, ai ragazzini interessa poco, mentre sono assai sensibili al tema della manipolazione (social engineering, ecc). la maggior parte di quelli che vengono presentati come problemi da risolvere con la giusta tecnologia, informatica di solito, non c'entrano nulla con la tecnologia e non sono manco problemi da risolvere, ma semmai processi da vivere. esempio: la democrazia non c'entra nulla con il diritto di voto (vedi socrate), tantomeno con la follia del voto diffuso digitale stile "pronti a cliccare, che dobbiamo decidere democraticamente": non c'è l'algoritmo della democrazia (per fortuna!). altro esempio banale: il benessere psico-socio-economico non c'entra nulla con l'adozione della giusta "tecnologia x.0" che promette di risolvere magicamente i problemi della società; c'entra invece con la ripartizione (s)corretta del potere e gli squilibri che ne derivano. isonomia, diceva erodoto, dove nomos ha prima a che fare con "nemein", ripartizione, che con il ben più tardivo significato di "regola-norma" quindi, per sviluppare informatica conviviale bisognerebbe ripartire meglio. l'accesso, direbbero i filosofi antichi; ovvero innanzitutto ripartire meglio il potere, visto che la tecnica consente il poter-fare qualcosa. intanto, considerare le macchine digitali-meccaniche non serve di bisogni umani, ma alleate, quando possibile. le macchine corporative sono strutturalmente non-conviviali, necessariamente gerarchiche e autoritarie. punto. mancano delle affordances necessarie a dinamiche conviviali. quindi la scala è importante, il che non vuol dire essere chiusi nel guscio del micro esperimento, né che l'artigianale è per forza conviviale: potrebbe mirare all'egemonia, o a industrializzarsi, e così saremmo punto e a capo. e comunque sono inestricabilmente connessi, almeno in questa fase. in ogni caso, in linea teorica una tecnologia conviviale può avere diffusione globale, basta che non punti alla scalabilità gerarchica e tenda invece alla federazione fra pari, alla replicazione co-evolutiva. poi, di certo umani e non umani coinvolti non devono presentare segni di sofferenza e/o abuso strutturale. se gli umani hosts di AirBnB tendono a stressarsi e a dipendere da quella tecnologia che riorganizza i rapporti sociali (non ho più una stanza per gli amici che passano; ho invece un bene da far fruttare, e la piattaforma mi spinge a renderlo sempre più redditizio), quella non è e non potrà mai essere una via conviviale. questione di limiti, e di dove porli, e soprattutto di come, in che maniera deciderli. un nostro amico e collega ha scritto qualcosa di interessante in merito, parlando di organic internet. https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-319-66592-4_13 ne stiamo facendo una riscrittura completa in italiano, che integri aspetti teorici. dovrebbe uscire qualcosa su Mondo Digitale, se passa la peer review. insomma c'è da lavorarci parecchio. vabbè ci sarebbe da articolare con altro spazio ma mi sa che mi son perso il filo del discorso... e poi sento un paio di colleghi non umani che chiamano, si perdono pacchetti e htop segnala affaticamento, c'è qualcosa da arrangiare ;) ars longa, vita brevis ciao k.
Message: 1 Date: Sat, 5 Oct 2019 09:35:08 +0200 From: Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: Re: [nexa] IMA - Internet, Mon Amour Message-ID: <635c2658-7c37-c46d-a0c6-f6e40d98c0c2@zeromx.net> Content-Type: text/plain; charset=utf-8
Caro karlessi, grazie. Sono uno di quelli a cui interessa quello che fate e non vi conoscevo. Mi piace il background teorico, Illic specialmente. E' qualche anno che mi interrogo su se e come l'informatica possa essere conviviale. Vi è un intreccio inestricabile di industriale e artigianale che rende la questione spinosa. Mi piacerebbe sapere se avete riflettuto in merito e se vi sono tracce di questa riflessione.
Ciao,
Alberto
-- "Internet, Mon Amour - https://ima.circex.org" "C.I.R.C.E. - https://circex.org" "tecnologie appropriate - https://alekos.net" GPG keys available via keyservers https://pgp.mit.edu/ Key fingerprint = BDFB 786F 6B35 7EB0 CE48 530C FCF9 E111 3537 3013
Ciao karlessi, grazie davvero per l'ampia e molto stimolante risposta. Credo di essere d'accordo su tutto, anche se mi mancano alcuni dei riferimenti che hai offerto (ulteriore ringraziamento). Condivido una riflessione. Come te penso che nella pila delle integrazioni sociotecniche manchi la descrizione di tutto il layer che raccorda il tecnologico con il suo impatto socio-politico, dove dovrebbe trovare posto (se esistesse) una "informatica conviviale" a opporsi a quella industriale. Questa dovrebbe fissare i criteri di concezione secondo i quali -seguendo Illic- costruire strumenti con il quale lavorare e non attrezzature che lavorino al posto dell'uomo. Tuttavia vedo almeno due problemi specifici con le tecnologie informatiche. Il primo è tecnico: sono enormemente versatili, plastiche e con effetti di scala largamente imprevedibili. Uno strumento concepito correttamente per uno scopo può servirne molti altri non anticipabili, essere adattato facilmente (a costi marginali bassissimi, almeno per il software) e avere effetti potenzialmente planetari. Il secondo è culturale: la nostra società sposa il punto di vista industriale ed è innamorata dei calcolatori/robot proprio perché ci illudiamo che "lavorino al nostro posto". Quando lo fanno davvero ci accorgiamo di non avere più un lavoro, quando non lo fanno a guardare bene spesso stiamo lavorando per loro. Negli anni '80 abbiamo salutato il PC ad architettura aperta come strumento di liberazione dai mainframe-moloch, al punto che IBM stessa ci è quasi rimasta sotto, salvo riprendersi, riguadagnare il posto e rivenderci il mainframe-2.0 sotto forma di cloud. E ancora stentiamo a liberarci dai sistemi (poco) operativi proprietari di quegli anni. Negli anni '90 abbiamo creduto che F/LOSS e il "self-regulating" Internet avrebbero costruito il sistema nervoso del pianeta collegando persone in libertà; ed ora sono proprio queste tecnologie al centro della nuova dominazione (e guarda caso sempre IBM è stata il primo strano compagno di letto per le communities F/LOSS). Motivo per cui saluto ogni nuovo esperimento, tra cui quelli di Zurigo o Barcellona, con sempre minor entusiasmo: non perché non ne riconosca il valore indiscutibile e la portata, ma perché ne temo l'appropriazione e la sovversione (perversione, diceva Illic) in chiave oppressiva. Come informatici, sappiamo quanto è bello costruire strumenti nuovi,ma abbiamo la tecnologia necessaria per costruire strumenti che pur essendo utili *impediscano* l'asservimento di chi li usa? Se non l'abbiamo, rischiamo molto concretamente che qualsiasi nostra realizzazione venga usata a tale scopo, perché sovvertirla costerà poco denaro e forse ne renderà molto. Si può rispondere che questa dialettica tecno-politica è inevitabile ovunque vi sia in ballo del potere, e che -come credo direbbe Foucault- occorre sapere con che potere stare e schierarsi nella inevitabile lotta tra poteri. Tuttavia a livello personale faccio sempre più fatica a trovare questo posto al riparo dalla potenziale weaponization di quello che faccio come tecnologo; quanto ai poteri, vedo accrescerne l'asimmetria. Comunque ben venga una cultura hacker che vuole i calcolatori come strumento di lavoro e non come attrezzo che lavori al nostro posto (o quello di qualcun altro)... Quanto ai "corsi di BDSM per sistemisti e sviluppatori": mi piace molto l'idea; anche se credo che molti colleghi se la cavino benissimo anche senza. :-) Credo di non essere il solo in lista ad apprezzare se vorrai dare comunicazione di vostri eventi o occasioni pubbliche: magari ci si vede di persona (convivialmente :-) ciao, Alberto On 08/10/2019 18:22, karlessi wrote:
ciao Alberto,
mi fa piacere,
bella questione. spinosa è un eufemismo. informatica conviviale...
sì, ci abbiamo pensato. qualcosina è finito, diluito, nei libri di ippolita. il resto rimane nelle pratiche, almeno per ora. scriviamo poco e lentamente, tempo tiranno. qualcuno di CIRCE spero prima o poi riuscirà a pubblicare un manuale di pedagogia hacker, il cui obiettivo è appunto proporre attività per sviluppare occasioni di informatica conviviale. magari l'autunno prossimo. la metodologia ce l'abbiamo, abbastanza testata, per quanto non con i crismi scientifici dei gruppi di controllo ecc. le attività anche. ma selezionare e plasmare il tutto per renderlo leggibile è faticoso.
tracce di riflessione, proviamoci.
Illich è un buon punto di partenza, ma sul digitale è di poco aiuto. nel poco tempo che ebbe a disposizione con computer et similia non dimostrò, a mia conoscenza, l'acume profuso altrove. la controproduttività di scala rimane un benchmark, ma con il digitale interconnesso va rimodulata, sennò finisci a fare solo microreti e diventa elitismo gruppettaro. rivendicativo e tristanzuolo.
Come inquadramento teorico per noi sono utili in primo luogo i teorici e pratici del gioco, da Huizinga a Caillois, a Bateson, fino a più recenti giocologi (Sidoti, per esempio). Sono molto utili Lewis Mumford per la parte critica sulle Megamacchine come concatenazione tecno-burocratica di "piccoli Eichmann" (soprattutto "Il mito della macchina") e Donna Haraway (soprattutto i testi iniziali, e gli ultimi, "Staying with the trouble" in particolare, per quanto abbastanza insopportabile per il jargon durissimo).
senz'altro "informatica conviviale" è un ossimoro, ancor di più considerando la genesi dal complesso militare-industriale dell'informatica in rete. d'altra parte, l'approccio "tecnologie appropriate" declina le idee di E.F. Schumacher (nella vulgata, "piccolo è bello") senza pretese di purezza. industriale, artigianale, globale, locale... non identificano puri "oggetti" o "soggetti", identità fisse, sostanze stabili. sono tendenze e processi, meticciati e imbastarditi (viva!), e in questo Haraway aiuta.
se non fosse eccessivamente a-politica, tanto da andar bene per (quasi) tutte le stagioni, anche la ANT alla Latour sarebbe utile per delineare un possibile "convivio tecnologico". forse in questo senso meglio equipaggiato è Gilbert Simondon: spiega bene perché l'approccio antropocentrico alla tecnologia (il "dipende da come si usa" o peggio "dipende da chi lo usa, se il popolo è bene, se è i nemici del popolo è male", o viceversa la logica non cambia) è in qualche modo speculare a quello del Gestell heideggeriano (il fiume Reno come riserva d'acqua, ecc.), poi travasatosi nei ragionamenti foucaultiani-agambeniani del dispositivo. filosofie della tecnica a parole, di fatto tendono tutti a obliterare l'oggetto tecnico, in nome della primazia del soggetto umano, o dello "sfondo" (dispositivo, gestell, scaffalatura...)
ce ne fosse uno che parla di protocolli, accordi, negoziazioni possibili, hack!
peccato che pure Simondon sia così farraginoso a livello linguistico (oltre che poco tradotto in italiano).
gli approcci antropocentrici possono in teoria esser conviviali, ma di fatto espungono l'altro macchinico e rimangono intraspecifici. quando non sommessamente -isti (razzisti, sessisti, classisti, colonialisti, specisti).
la faccenda è complicata e ci mancano pure le parole giuste, non inquinate. la macchina è femmina, in italiano. si fanno "penetration test" di reti di macchine. "server" e "client", si sviluppa su "master branch" (le altre, non essendo padrone, di fatto saranno schiave, "slave". bisognerà fare corsi di BDSM per sistemisti e sviluppatori?!!) "data subject"... roba forte, a pensarci. quindi, siccome in quanto formatori abbiamo spesso a che fare con persone "normali" (genitori, insegnanti, adulti preoccupati dei "nativi digitali"; cittadini spaventati dallo strapotere corporativo e dello stato di sorveglianza; associazioni e imprenditori desiderosi di rendersi indipendenti e autonomi; studenti e giovani schiacciati dalle pretese della società della prestazione, ecc.), la teoria va un po' sullo sfondo, e le storie si prendono il palcoscenico.
per buttarla sul conviviale, la letteratura è miglior consigliera: Rodari o ancor meglio Calvino, ci sono passaggi sparsi sulla biocenosi che comprende anche le macchine. il cyberpunk messicano anni Novanta mi ha insegnato molto. la musica: se devi spiegare il copyright e le licenze, con il remix di tracce audio la cosa è abbastanza lampante.
come nella cosiddetta intelligenza artificiale, la questione non sono le macchine meccanico-informatico-elettrotecniche, nel senso dei computer, cavi, sensori, ma l'articolazione-concatenazione di meccanismi di comando-obbedienza (su questo anche Canetti, "Massa e Potere", è un buon riferimento)
in parole povere, la tecnologia digitale di massa è da qualche decennio il luogo in cui sono più leggibili i meccanismi di dominio, ovvero le asimmetrie di potere. i media "mediano" le relazioni di potere, fra individui, istituzioni, ecc. e spesso fanno precipitare considerazioni banali, ma vere, tipo il re è nudo, il presidente è un buffone e mente allegramente. purtroppo gli approcci scandalistici non funzionano (vedi wikileaks), e rimane più facile, esempio a caso, parlare di "capitalismo di sorveglianza" piuttosto che di concatenazioni di comando-obbedienza. così si scambia il dito (la sorveglianza) con la luna (la dialettica sottintesa "obbedire oggi per comandare domani", le strutture di asservimento volontario neuro-chimico, ecc.)
si ragiona di sorveglianza perché è l'aspetto mediatico più evidente. che, guarda caso, ai ragazzini interessa poco, mentre sono assai sensibili al tema della manipolazione (social engineering, ecc).
la maggior parte di quelli che vengono presentati come problemi da risolvere con la giusta tecnologia, informatica di solito, non c'entrano nulla con la tecnologia e non sono manco problemi da risolvere, ma semmai processi da vivere. esempio: la democrazia non c'entra nulla con il diritto di voto (vedi socrate), tantomeno con la follia del voto diffuso digitale stile "pronti a cliccare, che dobbiamo decidere democraticamente": non c'è l'algoritmo della democrazia (per fortuna!). altro esempio banale: il benessere psico-socio-economico non c'entra nulla con l'adozione della giusta "tecnologia x.0" che promette di risolvere magicamente i problemi della società; c'entra invece con la ripartizione (s)corretta del potere e gli squilibri che ne derivano. isonomia, diceva erodoto, dove nomos ha prima a che fare con "nemein", ripartizione, che con il ben più tardivo significato di "regola-norma"
quindi, per sviluppare informatica conviviale bisognerebbe ripartire meglio. l'accesso, direbbero i filosofi antichi; ovvero innanzitutto ripartire meglio il potere, visto che la tecnica consente il poter-fare qualcosa. intanto, considerare le macchine digitali-meccaniche non serve di bisogni umani, ma alleate, quando possibile. le macchine corporative sono strutturalmente non-conviviali, necessariamente gerarchiche e autoritarie. punto. mancano delle affordances necessarie a dinamiche conviviali.
quindi la scala è importante, il che non vuol dire essere chiusi nel guscio del micro esperimento, né che l'artigianale è per forza conviviale: potrebbe mirare all'egemonia, o a industrializzarsi, e così saremmo punto e a capo. e comunque sono inestricabilmente connessi, almeno in questa fase. in ogni caso, in linea teorica una tecnologia conviviale può avere diffusione globale, basta che non punti alla scalabilità gerarchica e tenda invece alla federazione fra pari, alla replicazione co-evolutiva.
poi, di certo umani e non umani coinvolti non devono presentare segni di sofferenza e/o abuso strutturale. se gli umani hosts di AirBnB tendono a stressarsi e a dipendere da quella tecnologia che riorganizza i rapporti sociali (non ho più una stanza per gli amici che passano; ho invece un bene da far fruttare, e la piattaforma mi spinge a renderlo sempre più redditizio), quella non è e non potrà mai essere una via conviviale.
questione di limiti, e di dove porli, e soprattutto di come, in che maniera deciderli. un nostro amico e collega ha scritto qualcosa di interessante in merito, parlando di organic internet.
https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-319-66592-4_13
ne stiamo facendo una riscrittura completa in italiano, che integri aspetti teorici. dovrebbe uscire qualcosa su Mondo Digitale, se passa la peer review.
insomma c'è da lavorarci parecchio.
vabbè ci sarebbe da articolare con altro spazio ma mi sa che mi son perso il filo del discorso... e poi sento un paio di colleghi non umani che chiamano, si perdono pacchetti e htop segnala affaticamento, c'è qualcosa da arrangiare ;)
ars longa, vita brevis
ciao
k.
Message: 1 Date: Sat, 5 Oct 2019 09:35:08 +0200 From: Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: Re: [nexa] IMA - Internet, Mon Amour Message-ID: <635c2658-7c37-c46d-a0c6-f6e40d98c0c2@zeromx.net> Content-Type: text/plain; charset=utf-8
Caro karlessi, grazie. Sono uno di quelli a cui interessa quello che fate e non vi conoscevo. Mi piace il background teorico, Illic specialmente. E' qualche anno che mi interrogo su se e come l'informatica possa essere conviviale. Vi è un intreccio inestricabile di industriale e artigianale che rende la questione spinosa. Mi piacerebbe sapere se avete riflettuto in merito e se vi sono tracce di questa riflessione.
Ciao,
Alberto
On 09/10/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net> wrote:
Ciao karlessi, grazie davvero per l'ampia e molto stimolante risposta. Credo di essere d'accordo su tutto, anche se mi mancano alcuni dei riferimenti che hai offerto (ulteriore ringraziamento).
Per me è stato un vero e proprio attacco DoS. Non segnalerò la cosa ai BOFH di Nexa, ma vi chiedo di avere pazienza: mi ci vorrà molto, MOLTO tempo per approfondire tutti i riferimenti e gli spunti di riflessione emersi in questo thread. Rebooting... :-D
Come te penso che nella pila delle integrazioni sociotecniche manchi la descrizione di tutto il layer che raccorda il tecnologico con il suo impatto socio-politico, dove dovrebbe trovare posto (se esistesse) una "informatica conviviale" a opporsi a quella industriale.
Credo manchi la consapevolezza della natura della disciplina. L'informatica attiene ai computer quanto l'astronomia attiene ai telescopi. Una larga fetta dell'industria si interessa solo alla tekné, non solo a livello "produttivo" (come realizzare un determinato software o un determinato hardware) ma anche a livello "effettivo" (come un artefatto/prodotto agisce e si integra nella vita dell'utente/cliente/clienti/società). Per lo più inesplorata (che io sappia) è la "riflessione" informatica: come la consapevolezza informatica modifica e si riflette sulla mente del programmatore. Contare non è solo tekné: modifica profondamente il modo in cui il bambino pensa. Significa passare da una analisi completamente qualitativa ed emozionale difficile da comunicare in modo preciso ad una percezione quantitativa, misurabile e condivisibile in modo preciso. Contare trasforma la mente del bambino, la sua percezione della realtà e degli altri. E gli permette di comunicare in una società più vasta, che non lo conosce, non è capace ad interpretarne i sentimenti come un familiare (su come, quanto e perché sia interessata a farlo, si apre un OT enorme... un'altra volta) ma che ne comprende le misure ed il linguaggio. Non è un caso che il denaro vada contato. E che un bimbo non possa pagare o prendere il resto fintanto che non sa contare. Programmare è analogo. Indipendentemente dall'artefatto che si intende realizzare (ma non dagli strumenti che usiamo per realizzarlo), programmare modifica il nostro modo di pensare. E dunque il contenuto del nostro pensiero. Come? Se la capacità di contare ci permette di realizzare una società basata sul denaro (misura scalare del debito che la società ha nei confronti di un individuo, da tempo diventata obiettivo e dunque pessima misura), che tipo di società abilita la capacità di programmare (e debuggare)?
Questa dovrebbe fissare i criteri di concezione secondo i quali -seguendo Illic- costruire strumenti con il quale lavorare e non attrezzature che lavorino al posto dell'uomo.
Questo approccio strumentale all'informatica è certamente importante. Ma credo che ciò che sia mancato (e manchi) nella nostra disciplina è una dimensione "culturale" o (se mi permettete una parolaccia) "intellettuale". Una dimensione "umanista"? Sì e no. "Sì" perché l'informatica rappresenta una evoluzione della Matematica (la quale a sua volta è una evoluzione della Filosofia) e come la matematica studia la struttura dei costrutti della mente umana che possono essere comunicati con precisione, è certamente una materia Umanista. Ma anche "No" perché l'informatica è RIGOROSA, come la Logica, non come la Storia.
Tuttavia vedo almeno due problemi specifici con le tecnologie informatiche. Il primo è tecnico: sono enormemente versatili, plastiche e con effetti di scala largamente imprevedibili. Uno strumento concepito correttamente per uno scopo può servirne molti altri non anticipabili, essere adattato facilmente (a costi marginali bassissimi, almeno per il software) e avere effetti potenzialmente planetari.
Vero, ma parziale. Data la sua flessibilità il comando `cat` può certamente essere usato in uno script di lancio per una bomba atomica. Possiamo considerare il programmatore che lo ha realizzato responsabile per i morti che questa causerà quando il suo comando viene invocato? Direi di no. Possiamo dire lo stesso di Chrome? O di Android? O di Facebook? Un chiodo può essere usato per uccidere, ma non è fatto per uccidere. Una pistola invece sì. Per contro, se crei un caricatore open source, non puoi lamentarti se poi viene usato per costruire una pistola! Pensa ad esempio a Firefox. O a Tensor Flow.
Il secondo è culturale: la nostra società sposa il punto di vista industriale ed è innamorata dei calcolatori/robot proprio perché ci illudiamo che "lavorino al nostro posto". Quando lo fanno davvero ci accorgiamo di non avere più un lavoro, quando non lo fanno a guardare bene spesso stiamo lavorando per loro.
Negli anni '80 abbiamo salutato il PC ad architettura aperta come strumento di liberazione dai mainframe-moloch, al punto che IBM stessa ci è quasi rimasta sotto, salvo riprendersi, riguadagnare il posto e rivenderci il mainframe-2.0 sotto forma di cloud. E ancora stentiamo a liberarci dai sistemi (poco) operativi proprietari di quegli anni.
Negli anni '90 abbiamo creduto che F/LOSS e il "self-regulating" Internet avrebbero costruito il sistema nervoso del pianeta collegando persone in libertà; ed ora sono proprio queste tecnologie al centro della nuova dominazione
Esattamente come la scrittura 5000 anni fa. ;-) Il focus sull'oggi, l'assenza di una prospettiva storica, ci impedisce di vedere quanto PRIMITIVI siano gli strumenti che consideriamo avanguardia. Ma cosa volete che siano 80 anni di informatica (va bene partire dalla macchina di Turing?) rispetto alla storia di una disciplina umana? Forse fra 3 o 4 cento anni saremo usciti dalla preistoria...
(e guarda caso sempre IBM è stata il primo strano compagno di letto per le communities F/LOSS).
(Ok per l'open source, ma con il software libero non mi sembra sia mai corso buon sangue... a cosa fai riferimento?)
Motivo per cui saluto ogni nuovo esperimento, tra cui quelli di Zurigo o Barcellona, con sempre minor entusiasmo: non perché non ne riconosca il valore indiscutibile e la portata, ma perché ne temo l'appropriazione e la sovversione (perversione, diceva Illic) in chiave oppressiva. Come informatici, sappiamo quanto è bello costruire strumenti nuovi,ma abbiamo la tecnologia necessaria per costruire strumenti che pur essendo utili *impediscano* l'asservimento di chi li usa? Se non l'abbiamo, rischiamo molto concretamente che qualsiasi nostra realizzazione venga usata a tale scopo, perché sovvertirla costerà poco denaro e forse ne renderà molto.
Comprendo benissimo. Mi faccio spesso gli stessi scrupoli. Ma la conoscenza è potere solo dove l'ignoranza è una debolezza diffusa. Insegnare a pensare la tecnologia come uno strumento di espressione e dunque di riflessione condivisa, e dunque considerarla un bene comune dell'umanità da proteggere può ridurre questo rischio. Non risolve i problemi del capitalismo, naturalmente. Ma almeno riduce il rischio di cui parli.
Si può rispondere che questa dialettica tecno-politica è inevitabile ovunque vi sia in ballo del potere, e che -come credo direbbe Foucault- occorre sapere con che potere stare e schierarsi nella inevitabile lotta tra poteri. Tuttavia a livello personale faccio sempre più fatica a trovare questo posto al riparo dalla potenziale weaponization di quello che faccio come tecnologo; quanto ai poteri, vedo accrescerne l'asimmetria.
Io però vedo anche, ultimamente, una nuova presa di coscienza fra noi scribi. Iniziamo a mettere in discussione la "neutralità" politica (ed economica) del software. Iniziamo ad impegnarci sulla educazione oltre che sulla creazione. Possiamo agire attivamente per ridurre questa asimmetria. Attraverso l'educazione (storica E informatica) e la creazione, possiamo trasformare uno strumento di potere, in uno di libertà. E' impossibile solo se accettiamo che lo sia.
Comunque ben venga una cultura hacker che vuole i calcolatori come strumento di lavoro e non come attrezzo che lavori al nostro posto (o quello di qualcun altro)...
Quanto ai "corsi di BDSM per sistemisti e sviluppatori": mi piace molto l'idea; anche se credo che molti colleghi se la cavino benissimo anche senza. :-)
Credo di non essere il solo in lista ad apprezzare se vorrai dare comunicazione di vostri eventi o occasioni pubbliche: magari ci si vede di persona (convivialmente :-)
Mi unisco all'invito. A presto! E grazie ad entrambi! ;-) Giacomo
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