Un insegnamento necessario nelle scuole di ogni ordine e grado (di Francesco Varanini) È urgente occuparcene. Una educazione civica digitale. O forse meglio: un’educazione esistenziale per l’era digitale. O potremmo dire anche: una educazione ad essere umani nell’Era Digitale. La saggezza umana, quel pensiero che ci accompagna dalle origini, e che ogni cultura porta nel proprio cuore, quel monito ci dice: cerca te stesso, cerca il Sé. Cerca di essere il più pienamente possibile consapevole del tuo essere, del tuo agire nel mondo. Responsabile di fronte a te stesso, alla comunità umana, all'ambiente ecologico e sociale cui appartieni. Ma nell'Era Digitale si spalanca una via di fuga: affidati alla macchina. Un algoritmo ti dirà cosa fare, una Intelligenza Artificiale ti guiderà, ti assisterà, ti proteggerà. In questo nuovo scenario la ricerca del Sé non è più motivata. continua su: http://diecichilidiperle.blogspot.com/2021/04/educazione-civica-digitale-un.... Antonio
Buongiorno, grazie Antonio per la segnalazione ...ammetto di essere in "conflitto di interesse" avendo collaborato a scrivere qualcosa in merito. Antonio Iacono <antiac@gmail.com> writes:
Un insegnamento necessario nelle scuole di ogni ordine e grado (di Francesco Varanini)
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Premetto che /rifiuto/, da persona in grado di leggere codice sorgente del software, di essere considerato "elìte": definireste "elìte" gli psicologi, i meccanici, i violinisti... i geometri? ...e i geometri violinisti?!? Oltretutto parliamo pure di una professione che /non/ ha manco un "ordine" a differenza di altri: l'entrata è /aperta/ e il portone è spalancato, entrate pure! Apprezzo il punto di vista di Varanini perché per poterle comprendere fino in fondo, direi comprendere filosoficamente, "le cose" vanno viste da sopra, sotto, dentro, fuori, destra, sinistra e nel corso del tempo (visualizzazione in 4 dimensioni? :-D ) Tuttavia contesto alcune cose che ritengo imprecise (se non fuorvianti): --8<---------------cut here---------------start------------->8--- Ma oggi tutto ciò che conta è scritto in un codice digitale, in una ‘lingua’ che solo tecnici specialisti conoscono, e che è invece inaccessibile ai cittadini. Si tratta, oltretutto, di una lingua progettata per essere letta da macchine, e non da esseri umani. Così al cittadino è negata anche la possibilità di controllare ciò che è scritto nel codice. E risulta impossibile distinguere se a parlare all’essere umano è un essere umano o una macchina. Appare di scarsa o nulla utilità un insegnamento di base di uno dei tanti linguaggi di programmazione. Il primo passo per rendere percepibile la pericolosa situazione sta invece nello studio del concetto di codice. A partire dalla sua triplice funzione. Il codice è innanzitutto un supporto - sia si tratti di una tavoletta di cera, di un foglio di carta, o una piastrina di silicio. Il codice è un sistema di segni, un linguaggio di scrittura. Il codice è un testo scritto tramite un linguaggio sul supporto. --8<---------------cut here---------------end--------------->8--- "Il codice è scritto in una lingua (linguaggio di programmazione, n.d.r) progettata per essere letta da macchine": falso, *sebbene* per poter essere trasformati in codice binario c'è bisogno di "vari strati" di "astrazione", dall'Assembler al Python, i linguaggi sono fatti dagli uomini per gli uomini. Solo il codice binario viene "letto" (eseguito) dalla macchina e a /nessuno/, nemmeno ai programmatori, è dato "leggerlo" (comprenderlo), men che meno eseguirlo (se leggerlo significa questo). Scusate, è banale ma occorreva dirlo. "Al cittadino è negata la possibilità di leggere il codice": falso, tranne nel caso del software proprietario (o proprietarizzato). Certo imparare a leggere il codice costa fatica /ma/ è uno studio libero e accessibile a tutti. Nessuno oserebbe dire che al cittadino è negato "leggere" come funziona la propria auto o il DSM [1], anche se è oggettivamente difficile. Capita piuttosto che volte, quando "la cosa" è semi-automatizzata per mezzo di software proprietario, "la lettura" è /artificiosamente/ impedita (perché il codice sorgente è segreto). Dire «risulta impossibile distinguere se a parlare [...] è un essere umano o una macchina» è /leggermente/ fuorviante nel contesto dei linguaggi di programmazione. Sulla didattica dell'infromatica in lista nexa sono state discusse diverse proposte interessanti, io ricordo quella del CINI [2] segnalata da Enrico Nardelli, solo per dirne una. Rispetto a quanto detto nell'articolo, aggiungo solo che studiare "il concetto di codice" senza _sperimentare_ il codice è un po' come studiare il "concetto di musica" senza almeno provare a emettere un suono (almeno sotto la doccia dove non ci sente nessuno) o mettere le mani su quel "maledetto" (io lo adoravo) pezzo di plastica chiamato flauto dolce (beate le persone che possono sperimentare altri strumenti!)... e non è necessario avere la prospettiva di entrare in orchestra o riempire gli stadi ai concerti per _sperimentare_ la musica. Infine, purtoppo nel brano sopra c'è una contraddizione "il codice è innanzitutto un supporto" e poi "il codice è un sistema di segni": sbaglio o è una contraddizione? (BTW sì, il codice, /tutto/ il codice perfino quello della Divina Commedia di Dante, non è il suo supporto). --8<---------------cut here---------------start------------->8--- E' una novità del Ventesimo Secolo il progetto di sostituire in toto l'essere umano con una macchina. Macchine progettate per pensare al posto degli esseri umani. Macchine progettate per prendere il posto degli esseri umani in ogni lavoro. --8<---------------cut here---------------end--------------->8--- Visto che parliamo di cultura vista "nel tempo" direi che il tentativo di sostituzione degli esseri viventi con le macchine è antico almeno quanto la cultura ellenistica antica (https://en.wikipedia.org/wiki/Automaton) tra miti, leggende e fatti storici; a ben vedere troviamo pure il bisnonno dell'Intelligenza Artificiale [3]. Sulle «macchine per sostituire il lavoro umano» secondo me Antonio Casilli ha detto molto e molto diverso rispetto al mito [4], no? :-) --8<---------------cut here---------------start------------->8--- Le profezie sulla “fine del lavoro” risalgono all’alba della civiltà industriale. Anche oggi c’è un’opinione diffusa sulla rivoluzione tecnologica, ed è che l’intelligenza artificiale sostituirà gli uomini, cancellando il lavoro come lo conosciamo. Un’idea del tutto infondata. Le nostre inquietudini sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non una scomparsa del lavoro, ma la sua digitalizzazione. --8<---------------cut here---------------end--------------->8--- ...che poi, a ben guardare, più che la "digitalizzazione del lavoro" il problema è la /smaterializzazione/ dei diritti, no? :-O Saluti, Giovanni. [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Manuale_diagnostico_e_statistico_dei_disturbi_... il testo di riferimento per psicologi, psichiatri e neurologi di tutto l'occidente e probabilmente del mondo (redatto dall'American Psychiatric Association). [2] https://www.consorzio-cini.it/images/Proposta-Indicazioni-Nazionali-Informat... [3] https://en.wikipedia.org/wiki/Fortune_teller_machine perdonatemi l'irriverenza, è più forte di me :-D [4] http://www.casilli.fr/2020/09/17/arriva-in-libreria-schiavi-del-clic-feltrin... -- Giovanni Biscuolo Noi, incompetenti come siamo, non abbiamo alcun titolo per suggerire alcunché.
Caro Giovanni On May 5, 2021 4:23:33 PM UTC, Giovanni Biscuolo wrote:
Premetto che /rifiuto/, da persona in grado di leggere codice sorgente del software, di essere considerato "elìte"
Non siamo élite solo perché (e se) rifiutiamo di esserlo, un po' per scelta ed un po' perché condizionati (immagini se avessimo tutti già una coscienza di classe informatica?) Tuttavia paragonarci a geometri, psicologi e violinisti è estremamente fuorviante. Siamo oggettivamente privilegiati: non solo perché comprendiamo il software e possiamo fargli fate ciò che vogliamo, ma perché possiamo comprendere il potere che questo rappresenta. Un paragone più appropriato potrebbe essere quello con gli scribi nell'antico Egitto e per certi versi con il clero durante il medioevo. Non siamo un'élite, ma molti di noi sono estremamente elitari. Qualche tempo fa scrivevo che la programmazione è come la magia, eccetto per il fatto che funziona. Passiamo il tempo a scrivere arcani incantesimi che demoni incoscienti applicano a persone inconsapevoli che chiamiamo utenti. Ed il nostro potere è tale, che stanno iniziando a definirsi "utenti" loro stessi. Gli studenti diventano utenti. I malati diventano utenti. I cittadini diventano utenti... Leggere il sorgente del software è di fatto un privilegio per pochi, anche se tutti devono continuamente usarlo.
Solo il codice binario viene "letto" (eseguito) dalla macchina e a /nessuno/, nemmeno ai programmatori, è dato "leggerlo" (comprenderlo), men che meno eseguirlo
Se stai debuggando un sistema operativo, un assembler o un debugger, prima o poi ti tocca.
"Al cittadino è negata la possibilità di leggere il codice": falso, tranne nel caso del software proprietario (o proprietarizzato).
O del software as a service: non puoi avere alcuna garanzia che il software eseguito corrisponda al sorgente dichiarato, quale che sia la licenza.
Certo imparare a leggere il codice costa fatica /ma/ è uno studio libero e accessibile a tutti.
Molto discutibile. È libero quanto è libero Android. Forkalo e poi mi dici quanto è libero. L'informatica è talmente primitiva che richiede anni di dedizione a tempo pieno per essere dominata. Molti sono tagliati fuori. Python nacque con l'obiettivo esplicito di permettere a chiunque di programmare, ma col tempo ed il successo ha abbandonato questa vocazione.
studiare "il concetto di codice" senza _sperimentare_ il codice è un po' come studiare il "concetto di musica" senza almeno provare a emettere un suono
No, è come studiare la musica essendo sordi. O come studiare fotografia essendo ciechi. E la cosa peggiore è che molti, ciechi, filosofeggiano su saturazione e contrasto ideale e moltissimi li ascoltano come esperti. E se glielo fai notare si indignano. Giacomo
participants (3)
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Antonio Iacono -
Giacomo Tesio -
Giovanni Biscuolo