Ritorno sull’aspetto della “Consapevolezza in rete”, perché è a mio avviso il punto critico. Si intreccia con quello della privacy, ma è diverso. La privacy è un diritto e come tale deve essere (più o meno) tutelato da leggi e norme. La awareness, è invece, se mai, un dovere (oltre che un’opportunità). E’ in primis un dovere verso se stessi e di conseguenza anche verso gli altri. Ha a che fare con la scala di valori in cui ognuno si riconosce e si intreccia al concetto di reputation, Poiché stiamo parlando di Internet il tutto va declinato in veste tecnologica e si deve fare attenzione a non confondere i livelli. Le scale di valori sono diverse nelle varie culture, ma i mezzi e i modi per essere consapevoli della loro declinazione su Internet sono sempre frutto di padronanza del mezzo, conoscenza dei meccanismi tecnologici, comunicativi e sociali. Ed è quello che la scuola ed in genere i canali di educazione-formazione non danno, almeno in Italia. Provo a fare un esempio, volutamente banale, per spiegarmi meglio. Se in una cultura X fornire le proprie immagini agli sconosciuti è considerato peccato, sono fatti della cultura X. Ma se una persona, mantenendo fede alla sua scala di valori della cultura X, è interessato anche a stare su un social network e ha consapevolezza effettiva di com esso funzioni, potra’ trovare modi alternativi per fornire una immagine che non sia la sua fotografia, ma in cui si identifichi e si a riconoscbile. Se non conosce le regole del mezzo e non sa profilarsi resterà paralizzata alla richiesta di dare una sua fotografia e reagirà o decidendo di non entrare nel social network (con un atteggiamento conservatore, che porterà poi a teorizzare che quel mezzo sia un male) oppure trasgredendo ad una scala di valori in cui crede (con un atteggiamento poco critico, succube dei meccanismi che i fornitori di servizi attuano – penso in un altro ambito, alle considerazioni di Meo sulla faccenda skype-vodafone e relativi commenti). Quando parliamo dei tredicenni e della loro leggerezza parliamo della mancanza di consapevolezza delle implicazioni future (ed è un fatto culturale che va contestualizzato). E’ chiaro che la leggerezza dei tredici anni è e resterà tale, con i suoi rischi e come sempre è stato. Se però qualcuno, di autorevole, ha fatto riflettere sulla specificità del mezzo Internet si può instaurare un rapporto più consapevole fra quel tredicenne e il mezzo stesso. Vi ricordate la vicenda relativa alla sentenza italiana relativa all’episodio di bullismo su You-tube? Al di la della sentenza, la sua vulgata è stata quanto di più negativo potesse uscirne. Si è confuso il deplorare il fatto (di bullismo) con la sua messa in rete. L’ipocrisia sta nel focalizzarsi sulla pubblicazione del misfatto, non sul misfatto in sé. E se poi, peggio ancora, ci si concentra sul vietare perché si padroneggia poco e male il mezzo stesso (come avviene spesso proprio nel contesto scolastico) la situazione non va davvero bene. Un po’ di conoscenza seria di sicurezza e di privacy e, soprattutto, la loro corretta attuazione nelle reti delle scuole, sarebbero più efficaci per creare cittadini digitali attivi e consapevoli, di quanto non sia la caccia alle steghe dietro ai banchi Un sano “sigle sign on” sulla rete di una scuola funzionerebbe meglio di mille circolari sanzionatorie. Costerebbe anche meno alla collettività. Ma se provate a parlarne vi guarderanno come se chiedeste la luna. Risparmiamo davvero in questo modo? Se a scuola abitualmente si fornissero le conoscenze a monte che rendono (più o meno, tutto è relativo) l’utente libero davvero di usare la rete come vuole lui e non come vogliono i fornitori di servizi, sarebbe un bel passo avanti. I fornitori di servizi oggi vogliono prevalentemente dati su consumi e gusti personali, ma sempre di più li vogliono georeferenziati e domani chissa cos’altro vorranno; sono meccanismi che vanno capiti e padroneggiati, nel loro evolvere inesorabile, se si vuole essere power-user e non carne da cannone digitale. La scuola dovrebbe (e parlo di scuola perchè è l’unico luogo in cui è possibile oggi in Italia tale contestualizzazione) rapportare queste nozioni tecnologiche, che danno consapevolezza, al livello di età e di maturità degli adolescenti. Non si tratta né di instillare paure (che sono sempre frutto di mancanza di conoscenza e di padronanza dei meccanismi soggiacenti) né, all’ opposto, di guardare con cieco entusiasmo tutto ciò che è nuovo (ometto i commenti sull’ottusità con cui alcuni plaudevano a Second Life qualche anno fa, individuandolo come l’astro nascente delle tecnologie didattiche). C'è una straordinaria somiglianza fra i due estremi, che esistono nel mondo di chi deve educare: la cacci alle streghe dei censori che vogliono blindare e proibire tutto ed i “filoneisti” innamorati dell'effetto spettacolare dell'ICT che dovrebbe, a dire loro, creare attenzione nei giovani.. Entrambe sono poco consapevoli. Ed i diritti di cittadinanza digitale possono essere esercitati solo da persone consapevoli. Come sempre la valenza politica sta qui. Giovanna
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Giovanna Sissa