Grazie Stefano di aver stimolato questo dibattito. Tutti i commenti sul tema sono assai interessanti. Per me la vera discriminante sta nel fatto che *qualunque* personaggio pubblico gode e deve godere di una "privacy attenuata". Ma questo Rodotà l'ha scritto in tutte le salse. L'esempio concreto di questo approccio per me risale a 10 anni fa quando come ecn.org abbiamo vinto la causa contro un "mazziere" fascista, tale Caradonna, che aveva pretesso di fare cancellare i riferimenti al suo passato di picchiatore da un lavoro d'inchiesta pubblicato appunto sugli spazi di Isole nella Rete (all'epoca non c'erano i social network e il web 2.0, e noi eravamo i soli a dare spazio disco, email e mailing list gratis a singoli e realtà associative). Ecco, nonostante le intimidazioni, abbiamo vinto in tribunale che ha stabilito che esiste anche un "diritto alla memoria" (storica). Poi ovviamente mi piace come Vittorio ha messo la cosa: "non penso che la soluzione sia l’eliminazione pura e semplice delle informazioni, anche ammesso che la si riesca tecnicamente ad ottenere. Penso piuttosto che sia opportuno affrontare il problema da un diverso punto di vista; da una deontologia più stringente per chiunque faccia informazione, giornalista o blogger che sia; e da uno spirito generale meno moralista, meno teso a fare le pulci agli errori nel passato degli altri e a ingigantirli per attacchi personali, e più orientato a discutere dei problemi e delle azioni per il futuro." A proposito, il libro di Schonberg che Guido cita nel suo articolo su Wired è stato pubblicato in italiano da Egea e si chiama "Delete. IL diritto all'oblio nell'era digitale" con prefazione di Carlo Formenti.
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