il caso MIT Media Lab - Epstein
Carissimi, non mi sembra siano passati in lista messaggi relativi allo scandalo che riguarda l'ormai ex Direttore del MIT Media Lab, Joi Ito, che ieri si è dimesso sia dal MIT, sia da molti 'board' e istituzioni. Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo quello - decisivo - di Ronan Farrow sul 'New Yorker': https://www.newyorker.com/news/news-desk/how-an-elite-university-research-ce... <https://urldefense.proofpoint.com/v2/url?u=https-3A__www.newyorker.com_news_...> Una sintesi in italiano (non ancora aggiornata con gli sviluppi delle ultime 48 ore) è quella di Bernardo Parrella: https://www.roars.it/online/lo-scandalo-epstein-mette-a-nudo-le-falle-del-ne... Aggiungo che ora iniziano anche ad aprirsi crepe sulla credibilità tout court del MIT Media Lab: https://www.businessinsider.com/mit-media-lab-personal-food-computers-dont-w... Vedremo come andrà a finire... in particolare vedremo come l'istituzione creata nel 1985 da Nicholas Negroponte affronterà non solo lo specifico scandalo, ma più in generale l'evidente cambio di 'zeitgeist' culturale e politico rispetto agli anni della fondazione e, soprattutto, del massimo successo del Media Lab. Per me personalmente questa vicenda ha due livelli principali. Il primo è che conosco abbastanza bene Joi Ito e il suo coté accademico/pubblico (per nulla quello economico/imprenditoriale), conoscenza iniziata quando Joi era il leader di Creative Commons (io per molti anni ho seguito CC Italia). Quello che leggo su questa vicenda, quindi, lo riesco a contestualizzare abbastanza bene. A questo livello continuerò a informarmi per capire quanto meglio possibile che cosa è successo, perché è successo e come è successo, in modo da trarne quante più lezioni possibili sia per il Centro Nexa (dove ci poniamo il problema dei finanziamenti da privati fin dalla fondazione), sia più in generale per l'Università. Quest'ultima frase mi porta al secondo livello, ovvero, quello più generale del finanziamento della ricerca, al di là dello specifico caso da cui son partito. E' un tema enorme, che ho in parte affrontato nel mio libro "Università futura", e che ha molti aspetti, che non mi sogno neanche di sfiorare in questa sede. Osservo solo che da circa 40 anni tutto il sistema socio-politico ha fortemente spinto l'Università a dipendere da fondi privati (in altra sede potremmo parlare dei motivi e degli obiettivi di questa spinta). In alcuni paesi ciò è avvenuto prima, con maggior forza e con minori anticorpi, soprattutto negli USA (ma sospetto anche in UK), in altri è avvenuto, per vari motivi, più tardi, più a macchia di leopardo e con minore intensità. Ora potremmo discutere a lungo di come gestire i fondi privati, di quanti contromisure approntare, di quali codici etici adottare, eccetera eccetera, ma il dato politico fondamentale è che la soluzione migliore (non perfetta: migliore) per finanziare l'Università in modo che possa svolgere adeguatamente la sua complessa missione civile, educativa e cognitiva passa in primis per _adeguati __finanziamenti pubblici_. Discutiamo poi pure del come erogare tali finanziamenti (entità, distribuzione, controlli, trasparenza, ecc.), ma che il finanziamento pubblico debba essere la base è a mio avviso il dato politico fondamentale da cui partire. Se non concentriamo le energie affinché la politica faccia proprio questo dato, ovvero, se ci accontentiamo di indignarci per i singoli scandali, per quanto odiosi (oggi Epstein, domani uno sceicco e dopodomani un oligarca) senza sforzarci di cambiare il contesto in cui questi scandali avvengono, non faremo alcun vero progresso. Buona domenica, juan carlos
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo
Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian: https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/sep/07/jeffrey-epstein-mit-fu... -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »
Grazie, Stefano. Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT: https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m... jc On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/sep/07/jeffrey-epstein-mit-fu...
E per continuare sul tema, Lessig ha appena pubblicato questo: https://medium.com/@lessig/on-joi-and-mit-3cb422fe5ae7 I suoi argomenti e la sua analisi tutta sull'effetto mediatico del sapere da dove venivano i fondi non mi convincono affatto. Ma il resto dell'articolo calza a pennello con le riflessione più generali sul finanziamento pubblico/privato delle università di JC ad inizio thread. Questi problemi sono intrinsecamente causati dal finanziamento privato, sia esso massivo (percentualmente) o meno. La soluzione è evidente, ci vuole ostinazione per non volerlo vedere. Come diceva questo tweet molto "witty" sull'argomento che ho letto ieri: If only there were some large entity collecting money from the general population that could fund academic institutions. https://twitter.com/pudo/status/1170372691775414278 Già. -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »
On 09/09/2019 08:46, Marco Ciurcina wrote:
In data domenica 8 settembre 2019 20:49:06 CEST, Stefano Zacchiroli ha scritto:
If only there were some large entity collecting money from the general population that could fund academic institutions. Ma c'è! Si chiama stato.
ed in quello non ci sono possono essere farabutti a decidere a chi vanno piu' o meno risorse. ;-) ciao, s.
:-) m.c. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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Come ho già scritto, c'è parecchio da discutere su COME allocare i soldi pubblici. Personalmente credo che agenzie terze rispetto al governo (notate il plurale "agenzie": non una sola mega-agenzia, come qualcuno ha pensato di recente in Italia, ma PIU' agenzie, per le varie aree scientifiche, per esempio in UK penso siano 8), compartecipate dalle comunità scientifiche, possa essere un modello da approfondire. Il punto (mio e di altri) però era che, perlomeno in democrazia, c'è a mio avviso una differenza ontologica tra soldi pubblici che emamano, anche se indirettamente, dall'unico soggetto detentore della sovranità, ovvero, il popolo, e soldi detenuti da privati. Differenza ontologica ben chiara alle generazioni precedenti alla nostra (inclusa certamente a quella dei costituenti), ma appannatasi in questi ultimi decenni di pubblico-fobia (e di privato-filia). ciao, jc On 09/09/2019 09:25, Stefano Quintarelli wrote:
On 09/09/2019 08:46, Marco Ciurcina wrote:
In data domenica 8 settembre 2019 20:49:06 CEST, Stefano Zacchiroli ha scritto:
If only there were some large entity collecting money from the general population that could fund academic institutions. Ma c'è! Si chiama stato.
ed in quello non ci sono possono essere farabutti a decidere a chi vanno piu' o meno risorse.
;-)
ciao, s.
:-) m.c. _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
On Mon, Sep 09, 2019 at 08:46:44AM +0200, Marco Ciurcina wrote:
In data domenica 8 settembre 2019 20:49:06 CEST, Stefano Zacchiroli ha scritto:
If only there were some large entity collecting money from the general population that could fund academic institutions. Ma c'è! Si chiama stato. :-)
La battuta infatti era proprio quella... :-) -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »
Mi sembra importante leggere Lawrence Lessig a riguardo: https://twitter.com/lessig/status/1170763451393880072?s=21 Anna Masera Public Editor, La Stampa www.lastampa.it/public-editor<http://www.lastampa.it/public-editor>, www.facebook.com/lastampapublic<http://www.facebook.com/lastampapublic> Direttrice Futura News www.futura.news<http://www.futura.news/>, Master Giornalismo Torino www.mastergiornalismotorino.it<http://www.mastergiornalismotorino.it/> Twitter @annamasera Inviato da iPhone Il giorno 8 set 2019, alle ore 19:32, J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it<mailto:demartin@polito.it>> ha scritto: Grazie, Stefano. Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT: https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m... jc On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote: On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote: Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian: https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/sep/07/jeffrey-epstein-mit-fu... _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it<mailto:nexa@server-nexa.polito.it> https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa ________________________________ Il presente messaggio (inclusi gli allegati) contiene informazioni riservate esclusivamente al destinatario/ai destinatari indicato/i nel messaggio, ed è protetto dalla legge. La diffusione, distribuzione e/o la copia del contenuto del presente messaggio da parte di qualsiasi soggetto diverso dal destinatario è severamente vietata ai sensi dell’art. 616 c.p. e delle vigenti normative in materia di protezione dei dati personali. Se non siete i destinatari del presente messaggio, vi preghiamo di distruggerlo e di darcene immediata comunicazione inviando un messaggio di ritorno all’indirizzo e-mail del mittente. This message (including any attachments) contains confidential information intended only for the recipient(s) named above, and is protected by law. Any disclosure, distribution and/or copying of this message by any subject different from the named recipient(s) is strictly prohibited according to art. 616 c.p. and to the applicable data protection laws. If you are not the intended recipient, please delete this message and inform us immediately about the deletion by sending a message to the sender’s e-mail address. ________________________________
Come minimo, l'anonimità dovrebbe essere "doppiamente-cieca": chi riceve non sa da chi riceve, e chi ha donato non sa a chi ha donato, per esempio grazie a un veicolo tipo "trust". Ma quante volte succede nel mondo reale? jc On 09/09/2019 08:19, antonio.vetro@polito.it wrote:
Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera.
Il punto sull'accountability/indipendenza è già emerso fortemente nei mesi scorsi nel dibattito pubblico di comunità affini alla nostra, quando si scoprì che alcuni centri che ricevono ingenti finanziamenti dai giganti digitali, non sempre sono attenti a garantire poi la tracciabilità output di lavori-finanziamento "scomodo" .
Un caro saluto av
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Mi sembra importante leggere Lawrence Lessig a riguardo: https://twitter.com/lessig/status/1170763451393880072?s=21
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Il giorno 8 set 2019, alle ore 19:32, J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto:
Grazie, Stefano.
Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT:
https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m...
jc
On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo
Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
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e chi decide a chi vanno i soldi ? On 09/09/2019 08:24, J.C. DE MARTIN wrote:
Come minimo, l'anonimità dovrebbe essere "doppiamente-cieca": chi riceve non sa da chi riceve, e chi ha donato non sa a chi ha donato, per esempio grazie a un veicolo tipo "trust".
Ma quante volte succede nel mondo reale?
jc
On 09/09/2019 08:19, antonio.vetro@polito.it wrote:
Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera.
Il punto sull'accountability/indipendenza è già emerso fortemente nei mesi scorsi nel dibattito pubblico di comunità affini alla nostra, quando si scoprì che alcuni centri che ricevono ingenti finanziamenti dai giganti digitali, non sempre sono attenti a garantire poi la tracciabilità output di lavori-finanziamento "scomodo" .
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Grazie, Stefano.
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On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo
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"per esempio grazie a un veicolo di tipo "trust"", che ovviamente dovrebbe dotarsi di un consiglio scientifico o altro strumento idoneo. jc On 09/09/2019 09:24, Stefano Quintarelli wrote:
e chi decide a chi vanno i soldi ?
On 09/09/2019 08:24, J.C. DE MARTIN wrote:
Come minimo, l'anonimità dovrebbe essere "doppiamente-cieca": chi riceve non sa da chi riceve, e chi ha donato non sa a chi ha donato, per esempio grazie a un veicolo tipo "trust".
Ma quante volte succede nel mondo reale?
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On 09/09/2019 08:19, antonio.vetro@polito.it wrote:
Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera.
Il punto sull'accountability/indipendenza è già emerso fortemente nei mesi scorsi nel dibattito pubblico di comunità affini alla nostra, quando si scoprì che alcuni centri che ricevono ingenti finanziamenti dai giganti digitali, non sempre sono attenti a garantire poi la tracciabilità output di lavori-finanziamento "scomodo" .
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jc
On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
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Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera.
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On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo
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ma anche il “bene” può annidarsi ovunque :-) imho la pubblicità degli “atti” (azioni, procedure, ecc), nelle comunità scientifiche, non è questione solamente etico/morale.
Il giorno 9 set 2019, alle ore 09:32, Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it> ha scritto:
l'investitore di tipo 1 (il tom hanks ) non è che ricatta qualcuno per farsi dare una parte o per vincere un festival ? o sfrutta sessualmente qualcuno ?
il male (e/o la parvenza edel male) possono annidarsi ovunque.
imho
On 09/09/2019 08:19, antonio.vetro@polito.it <mailto:antonio.vetro@polito.it> wrote:
Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera. Il punto sull'accountability/indipendenza è già emerso fortemente nei mesi scorsi nel dibattito pubblico di comunità affini alla nostra, quando si scoprì che alcuni centri che ricevono ingenti finanziamenti dai giganti digitali, non sempre sono attenti a garantire poi la tracciabilità output di lavori-finanziamento "scomodo" . Un caro saluto av == Sent from my wireless device == -------- Messaggio originale -------- Oggetto: Re: [nexa] il caso MIT Media Lab - Epstein Da: Masera Anna A: "J.C. DE MARTIN" CC: Nexa Mi sembra importante leggere Lawrence Lessig a riguardo: https://twitter.com/lessig/status/1170763451393880072?s=21 */Anna Masera/* /Public Editor, *La Stampa*/ /www.lastampa.it/public-editor <http://www.lastampa.it/public-editor <http://www.lastampa.it/public-editor>>, www.facebook.com/lastampapublic <http://www.facebook.com/lastampapublic> <http://www.facebook.com/lastampapublic <http://www.facebook.com/lastampapublic>> / /Direttrice *Futura News* //www.futura.news <http://www.futura.news/> <http://www.futura.news/ <http://www.futura.news/>>,/ /Master Giornalismo Torino/ /www.mastergiornalismotorino.it <http://www.mastergiornalismotorino.it/> <http://www.mastergiornalismotorino.it/ <http://www.mastergiornalismotorino.it/>> / /Twitter *@annamasera*/ */ /* Inviato da iPhone Il giorno 8 set 2019, alle ore 19:32, J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it> <mailto:demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>>> ha scritto:
Grazie, Stefano.
Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT:
https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m... <https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m...>
jc
On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/sep/07/jeffrey-epstein-mit-fu... <https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/sep/07/jeffrey-epstein-mit-fu...>
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concordo. Per questo non può esistere un algoritmo. On 09/09/2019 09:32, Stefano Quintarelli wrote:
l'investitore di tipo 1 (il tom hanks ) non è che ricatta qualcuno per farsi dare una parte o per vincere un festival ? o sfrutta sessualmente qualcuno ?
il male (e/o la parvenza edel male) possono annidarsi ovunque.
imho
On 09/09/2019 08:19, antonio.vetro@polito.it wrote:
Quel che non condivido affatto del punto di Lessig, è come possa un'università/centro di ricerca rimanere responsabile ("accountable") e indipendente dopo aver anonimizzato le fonti delle donazioni, come lui suggerisce nella sua lettera.
Il punto sull'accountability/indipendenza è già emerso fortemente nei mesi scorsi nel dibattito pubblico di comunità affini alla nostra, quando si scoprì che alcuni centri che ricevono ingenti finanziamenti dai giganti digitali, non sempre sono attenti a garantire poi la tracciabilità output di lavori-finanziamento "scomodo" .
Un caro saluto av
== Sent from my wireless device ==
-------- Messaggio originale -------- Oggetto: Re: [nexa] il caso MIT Media Lab - Epstein Da: Masera Anna A: "J.C. DE MARTIN" CC: Nexa
Mi sembra importante leggere Lawrence Lessig a riguardo: https://twitter.com/lessig/status/1170763451393880072?s=21
*/Anna Masera/*
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Il giorno 8 set 2019, alle ore 19:32, J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto:
Grazie, Stefano.
Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT:
https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m...
jc
On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
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La riflessione di Lessig è utile, ma credo che anche lui si illuda... temo che non esista, infatti, una tassonomia (o un algoritmo) in grado di toglierci le castagne dal fuoco. juan carlos On 08/09/2019 21:14, Masera Anna wrote:
Mi sembra importante leggere Lawrence Lessig a riguardo: https://twitter.com/lessig/status/1170763451393880072?s=21
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Grazie, Stefano.
Justin Peters (autore di "The Idealist - Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet") ha invece scritto questo articolo molto sensibile allo specifico contesto non solo del Media Lab, ma più in generale del MIT:
https://slate.com/technology/2019/09/mit-media-lab-jeffrey-epstein-joi-ito-m...
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On 08/09/2019 12:37, Stefano Zacchiroli wrote:
On Sun, Sep 08, 2019 at 12:05:06PM +0200, J.C. DE MARTIN wrote:
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo Aggiungo all'ottima reading list di JC questo articolo di ieri di Morozov sul Guardian:
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Il presente messaggio (inclusi gli allegati) contiene informazioni riservate esclusivamente al destinatario/ai destinatari indicato/i nel messaggio, ed è protetto dalla legge. La diffusione, distribuzione e/o la copia del contenuto del presente messaggio da parte di qualsiasi soggetto diverso dal destinatario è severamente vietata ai sensi dell’art. 616 c.p. e delle vigenti normative in materia di protezione dei dati personali. Se non siete i destinatari del presente messaggio, vi preghiamo di distruggerlo e di darcene immediata comunicazione inviando un messaggio di ritorno all’indirizzo e-mail del mittente.
This message (including any attachments) contains confidential information intended only for the recipient(s) named above, and is protected by law. Any disclosure, distribution and/or copying of this message by any subject different from the named recipient(s) is strictly prohibited according to art. 616 c.p. and to the applicable data protection laws. If you are not the intended recipient, please delete this message and inform us immediately about the deletion by sending a message to the sender’s e-mail address.
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Dana Boyd riesce sempre ad andare un passo avanti. Un pezzo che fa riflettere al di là del caso MIT. Facing the Great Reckoning Head-On https://medium.com/@zephoria/facing-the-great-reckoning-head-on-8fe434e10630 CB Il giorno dom 8 set 2019 alle ore 12:05 J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it> ha scritto:
Carissimi,
non mi sembra siano passati in lista messaggi relativi allo scandalo che riguarda l'ormai ex Direttore del MIT Media Lab, Joi Ito, che ieri si è dimesso sia dal MIT, sia da molti 'board' e istituzioni.
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo quello - decisivo - di Ronan Farrow sul 'New Yorker':
https://www.newyorker.com/news/news-desk/how-an-elite-university-research-ce... <https://urldefense.proofpoint.com/v2/url?u=https-3A__www.newyorker.com_news_...>
Una sintesi in italiano (non ancora aggiornata con gli sviluppi delle ultime 48 ore) è quella di Bernardo Parrella:
https://www.roars.it/online/lo-scandalo-epstein-mette-a-nudo-le-falle-del-ne...
Aggiungo che ora iniziano anche ad aprirsi crepe sulla credibilità tout court del MIT Media Lab:
https://www.businessinsider.com/mit-media-lab-personal-food-computers-dont-w...
Vedremo come andrà a finire... in particolare vedremo come l'istituzione creata nel 1985 da Nicholas Negroponte affronterà non solo lo specifico scandalo, ma più in generale l'evidente cambio di 'zeitgeist' culturale e politico rispetto agli anni della fondazione e, soprattutto, del massimo successo del Media Lab.
Per me personalmente questa vicenda ha due livelli principali.
Il primo è che conosco abbastanza bene Joi Ito e il suo coté accademico/pubblico (per nulla quello economico/imprenditoriale), conoscenza iniziata quando Joi era il leader di Creative Commons (io per molti anni ho seguito CC Italia). Quello che leggo su questa vicenda, quindi, lo riesco a contestualizzare abbastanza bene. A questo livello continuerò a informarmi per capire quanto meglio possibile che cosa è successo, perché è successo e come è successo, in modo da trarne quante più lezioni possibili sia per il Centro Nexa (dove ci poniamo il problema dei finanziamenti da privati fin dalla fondazione), sia più in generale per l'Università.
Quest'ultima frase mi porta al secondo livello, ovvero, quello più generale del finanziamento della ricerca, al di là dello specifico caso da cui son partito. E' un tema enorme, che ho in parte affrontato nel mio libro "Università futura", e che ha molti aspetti, che non mi sogno neanche di sfiorare in questa sede. Osservo solo che da circa 40 anni tutto il sistema socio-politico ha fortemente spinto l'Università a dipendere da fondi privati (in altra sede potremmo parlare dei motivi e degli obiettivi di questa spinta). In alcuni paesi ciò è avvenuto prima, con maggior forza e con minori anticorpi, soprattutto negli USA (ma sospetto anche in UK), in altri è avvenuto, per vari motivi, più tardi, più a macchia di leopardo e con minore intensità. Ora potremmo discutere a lungo di come gestire i fondi privati, di quanti contromisure approntare, di quali codici etici adottare, eccetera eccetera, ma il dato politico fondamentale è che la soluzione migliore (non perfetta: migliore) per finanziare l'Università in modo che possa svolgere adeguatamente la sua complessa missione civile, educativa e cognitiva passa in primis per *adeguati **finanziamenti pubblici*. Discutiamo poi pure del come erogare tali finanziamenti (entità, distribuzione, controlli, trasparenza, ecc.), ma che il finanziamento pubblico debba essere la base è a mio avviso il dato politico fondamentale da cui partire.
Se non concentriamo le energie affinché la politica faccia proprio questo dato, ovvero, se ci accontentiamo di indignarci per i singoli scandali, per quanto odiosi (oggi Epstein, domani uno sceicco e dopodomani un oligarca) senza sforzarci di cambiare il contesto in cui questi scandali avvengono, non faremo alcun vero progresso.
Buona domenica,
juan carlos
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Grazie molto, Carlo, molto eloquente e in generale condivisibile. Mi sembra tuttavia che Danah Boyd intrecci troppo strettamente due argomenti che hanno certamente punti di contatto, ma che a mio avviso è utile tenere distinti. Il primo argomento - che Danah Boyd tratta da par suo - è la misoginia, nelle sue varie forme. Certamente presente in ambito tecnologico (non solo digitale, anche se ormai "tech" e "digital" sono usati come sinonimi, come se i settori dell'energia, della mobilità, ecc. non esistessero più), ma non solo in ambito tecnologico (vedi informazione, politica, ecc.). Lo solo dico per rimarcare la gravità del fenomeno, purtroppo non solo confinato in ambito "tech", fenomeno naturalmente da contrastare in tutti i modi e in tutti gli ambiti, sempre e comunque. Su questo Danah Boyd (come tante altre prima di lei) è molto convincente. Il secondo argomento invece Danah Boyd lo affronta in maniera molto più debole. Parlo del comportamento delle imprese. Danah si rivolge ai singoli e chiede di cambiare, di non "muoversi più rapidamente rompendo cose", di essere più inclusivi, di ascoltare la voce degli esclusi, ecc. Certo, come singoli lavoratori nel settore "tech" abbiamo anche una responsabilità individuale. Ma è assolutamente limitante fare - come fa Danah Boyd - esclusivamente riferimento a quella. I singoli, infatti, sono per lo più ingranaggi di un sistema infinitamente più potente di ciascuno di loro singolarmente preso. Pur non trascurando ciò che il singolo è (a volte) in grado di fare in quanto lavoratore salariato di un'impresa, le uniche soluzioni in grado di incidere sono nel campo dell'azione collettiva tramite sindacati e tramite partiti politici (e, più debolmente, tramite movimenti, che siano di consumatori o di cittadini). In questo senso il suo dichiarare "tutti colpevoli" mi suona molto limitante perché ignora le enormi differenze di potere esistenti tra i singoli che compongono il suo "tutti". No, Danah: non siamo tutti ugualmente colpevoli. Non lo siamo in questo ambito, così come non lo siamo per quello che riguarda l'ambiente, giusto per citare un altro argomento di attualità dove è all'opera una evidente operazione mediatica volta a colpevolizzare i singoli trascurando le enormi differenze di responsabilità. Allora rielaborerei l'invito di Danah così: invece che "tutti colpevoli" (aggettivo religioso che lascerei ai discorsi religiosi), inviterei tutti a sentirci politicamente responsabili. In altre parole, abbiamo la possibilità, volendo, di dare una forma diversa al nostro vivere insieme. Di questo sì, parliamone. Grazie ancora, ciao, juan carlos On 16/09/2019 17:59, Carlo Blengino wrote:
Dana Boyd riesce sempre ad andare un passo avanti. Un pezzo che fa riflettere al di là del caso MIT.
Facing the Great Reckoning Head-On
https://medium.com/@zephoria/facing-the-great-reckoning-head-on-8fe434e10630
CB
Il giorno dom 8 set 2019 alle ore 12:05 J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto:
Carissimi,
non mi sembra siano passati in lista messaggi relativi allo scandalo che riguarda l'ormai ex Direttore del MIT Media Lab, Joi Ito, che ieri si è dimesso sia dal MIT, sia da molti 'board' e istituzioni.
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo quello - decisivo - di Ronan Farrow sul 'New Yorker': https://www.newyorker.com/news/news-desk/how-an-elite-university-research-ce... <https://urldefense.proofpoint.com/v2/url?u=https-3A__www.newyorker.com_news_...>
Una sintesi in italiano (non ancora aggiornata con gli sviluppi delle ultime 48 ore) è quella di Bernardo Parrella: https://www.roars.it/online/lo-scandalo-epstein-mette-a-nudo-le-falle-del-ne...
Aggiungo che ora iniziano anche ad aprirsi crepe sulla credibilità tout court del MIT Media Lab: https://www.businessinsider.com/mit-media-lab-personal-food-computers-dont-w...
Vedremo come andrà a finire... in particolare vedremo come l'istituzione creata nel 1985 da Nicholas Negroponte affronterà non solo lo specifico scandalo, ma più in generale l'evidente cambio di 'zeitgeist' culturale e politico rispetto agli anni della fondazione e, soprattutto, del massimo successo del Media Lab.
Per me personalmente questa vicenda ha due livelli principali.
Il primo è che conosco abbastanza bene Joi Ito e il suo coté accademico/pubblico (per nulla quello economico/imprenditoriale), conoscenza iniziata quando Joi era il leader di Creative Commons (io per molti anni ho seguito CC Italia). Quello che leggo su questa vicenda, quindi, lo riesco a contestualizzare abbastanza bene. A questo livello continuerò a informarmi per capire quanto meglio possibile che cosa è successo, perché è successo e come è successo, in modo da trarne quante più lezioni possibili sia per il Centro Nexa (dove ci poniamo il problema dei finanziamenti da privati fin dalla fondazione), sia più in generale per l'Università.
Quest'ultima frase mi porta al secondo livello, ovvero, quello più generale del finanziamento della ricerca, al di là dello specifico caso da cui son partito. E' un tema enorme, che ho in parte affrontato nel mio libro "Università futura", e che ha molti aspetti, che non mi sogno neanche di sfiorare in questa sede. Osservo solo che da circa 40 anni tutto il sistema socio-politico ha fortemente spinto l'Università a dipendere da fondi privati (in altra sede potremmo parlare dei motivi e degli obiettivi di questa spinta). In alcuni paesi ciò è avvenuto prima, con maggior forza e con minori anticorpi, soprattutto negli USA (ma sospetto anche in UK), in altri è avvenuto, per vari motivi, più tardi, più a macchia di leopardo e con minore intensità. Ora potremmo discutere a lungo di come gestire i fondi privati, di quanti contromisure approntare, di quali codici etici adottare, eccetera eccetera, ma il dato politico fondamentale è che la soluzione migliore (non perfetta: migliore) per finanziare l'Università in modo che possa svolgere adeguatamente la sua complessa missione civile, educativa e cognitiva passa in primis per _adeguati __finanziamenti pubblici_. Discutiamo poi pure del come erogare tali finanziamenti (entità, distribuzione, controlli, trasparenza, ecc.), ma che il finanziamento pubblico debba essere la base è a mio avviso il dato politico fondamentale da cui partire.
Se non concentriamo le energie affinché la politica faccia proprio questo dato, ovvero, se ci accontentiamo di indignarci per i singoli scandali, per quanto odiosi (oggi Epstein, domani uno sceicco e dopodomani un oligarca) senza sforzarci di cambiare il contesto in cui questi scandali avvengono, non faremo alcun vero progresso.
Buona domenica,
juan carlos
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