Alla faccia della privacy...
Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg? http://www.fullpress.it/News/Facebook-il-Mi-piace-arriva-nel-Mondo-Reale-esp...
Mah, secondo me si, ha proprio ragione lui. Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e con le sue amiche: per loro, semplicemente, non è una issue. Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali. Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anche la privacy – se ha senso che debba ancora esistere, perché _anche questo_ *è tutto da dimostrare* – va misurata con metri diversi che, forse, non ancora conosciamo. See you, Giampaolo 2010/9/2 <a.dicorinto@uniroma1.it>
Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
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-- Giampaolo Mancini email: manchoz@gmail.com phone: +39 348 41 48 682 skype/linkedin/gtalk: manchoz
Hmmm, il fatto che per una ragazzina tredicenne la sua privacy non sia una "issue" non vuol dire che invece lo sia, che lei ne sia consapevole o meno. Secondo me si andra' (io lo auspico) verso una progressiva, sempre piu' diffusa consepevolezza che online costruiamo deliberatamente una "persona", nel senso latino, ovvero, una maschera. La questione "privacy" si potrebbe in questo senso metaforicamente vedere come la discussione su quanto potere abbiamo nella costruzione di questa maschera, ovvero, quanto altri abbiano il potere di smascherarci. Ciao, juan carlos Giampaolo Mancini wrote (on 02/09/10 12:51):
Mah, secondo me si, ha proprio ragione lui.
Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e con le sue amiche: per loro, semplicemente, non è una issue.
Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali.
Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anche la privacy – se ha senso che debba ancora esistere, perché _anche questo_ *è tutto da dimostrare* – va misurata con metri diversi che, forse, non ancora conosciamo.
See you, Giampaolo
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Carissim*, sarebbe molto interessante avviare una discussione sugli aspetti etici e sociali delle tecnologie dell'informazione ... non e' detto che tutto quello che la tecnologia mette a disposizione sia anche giusto ed applicabile (non solo dal punto di vista legale), altrimenti rischiamo di diventare "tecno-deterministi" ricordate il motto della CPSR (Computer Professionals for Social Responsibility): "Technology is driving the future, the steering is up to us"? Ciao! Norberto On Thu, 02 Sep 2010 13:03:58 +0200, J.C. DE MARTIN wrote
Hmmm, il fatto che per una ragazzina tredicenne la sua privacy non sia una "issue" non vuol dire che invece lo sia, che lei ne sia consapevole o meno.
Secondo me si andra' (io lo auspico) verso una progressiva, sempre piu'diffusa consepevolezza che online costruiamo deliberatamente una "persona", nel senso latino, ovvero, una maschera.
La questione "privacy" si potrebbe in questo senso metaforicamente vedere come la discussione su quanto potere abbiamo nella costruzione di questa maschera, ovvero, quanto altri abbiano il potere di smascherarci.
Ciao,
juan carlos
Giampaolo Mancini wrote (on 02/09/10 12:51):Mah, secondo me si, ha proprio ragione lui.
Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e conle sue amiche: per loro, semplicemente, non è una issue.
Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali.
Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anchela privacy [UTF-8?]â se ha senso che debba ancora esistere, perché _anchequesto_ *è tutto da dimostrare* [UTF-8?]â va misurata con metri diversi che,forse, non ancora conosciamo.
See you, Giampaolo
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E` indubbio che la percezione dell'importanza della privacy (che forse nella mente dei percettori comprende, forse no, la protezione dei dati personali) vari in ragione di vari fattori demografico/sociali, ivi inclusa l'eta`. D'altronde anche il livello di scolarizzazione, l'attivita` professionale, il paese di provenienza e residenza etc etc hanno il loro impatto, non sempre considerati a sufficienza nell'analisi (per un paio di contro-esempi molto interessanti, si vedano C. J. Bennett, C. Raab, "The governance of privacy", MIT Press, 2006, nonché E. Zureik et al, "Surveillance, Privacy, and the Globalization of Personal Information: International Comparisons", McGill-Queen's University Press, 2010). Detto questo, almeno due ricerche in materia (il PEW Internet Report su "Teens, Privacy and Online Social Networks" del 2007, disponibile a http://www.pewinternet.org/Reports/2007/Teens-Privacy-and-Online-Social-Netw..., e il rapporto "Data Protection in the European Union" del 2008, risultato di un'indagine di Gallup nell'ambito dello Eurobarometer) dimostrano che la realtà è molto più complessa di quanto alcuni cerchino di convincerci (non mi riferisco naturalmente a Giampaolo o ad Arturo). Il rapporto PEW, per esempio, mostra che un'elevata percentuale di "young adults" (18-29 - credo che almeno i diciottenni si possano considerare quasi nativi) modificano le configurazioni delle piattaforme di social networking per meglio controllare la quantità, il tipo e i destinatari delle informazioni su loro stessi. Dal mio punto di vista è naturale che dei ragazzini di tredici anni in paesi sostanzialmente democratici non si pongano la questione della privacy come particolarmente problematica (se proviamo a fare la stessa domanda ad un tredicenne del Turkmenistan o della Bielorussia, credo che la risposta sarà molto diversa). Ma è come chiedere ad un tredicenne se a suo parere lo sviluppo della nanotecnologia è positivo o negativo. Semplicemente, dubito che il tredicenne abbia a propria disposizione tutti gli strumenti teorici e pratici per poter rispondere sensatamente alla domanda. Oltre a tutto, come accennavo all'inizio, il termine "privacy" è spesso interpretato come "mancanza totale di informazioni su me stesso" - il che, nella "società dell'informazione", ovviamente non ha senso (a livello intuitivo, nemmeno per un tredicenne). Se invece il concetto viene - correttamente, a mio parere - interpretato nel senso più ampio di "data protection", ovvero corretta gestione dei dati che ci riguardano - e quindi sì all'eventuale divulgazione, ma solo a certe condizioni, verso certi destinatari, per certi usi - credo che il discorso cambierebbe anche per il tredicenne, per il semplice motivo che il suddetto ha chiarissima la nozione che un'informazione su se stesso riferita all'amico del cuore ha valore ed effetti ben differenti quando riferita al professore o al genitore (principio di "purpose limitation" :). In tal senso Juan Carlos ha perfettamente ragione, a mio parere, quando usa la metafora delle "maschere" in senso latino - su questo i sociologi Goffman e Luhmann hanno scritto molto e bene, non a caso la sentenza del 1983 della Corte Costituzionale Federale tedesca che ha introdotto il concetto di "auto-determinazione informazionale" si basa pesantemente sulle teorie sviluppate de Luhmann. Mai come oggi la possibilità di essere multiple "maschere" da un lato, e l'opportunità tecnologica unita agli incentivi politici, economici e sociali di perforare tali "maschere" dall'altro, rendono urgente una riflessione sul problema che vada al di là di quanto i vari Zuckermann, Schmidt e altri ci propinano un giorno sì e l'altro pure (spesso con la complicità dei giornali "mainstream", che raramente si chiedono se valga la pena chiedere all'oste se il vino è buono). Scusate la lunghezza della mail, ma come si sarà capito è un tema che mi sta molto a cuore. Ciao, Andrea 2010/9/2 Giampaolo Mancini <manchoz@gmail.com>:
Mah, secondo me si, ha proprio ragione lui. Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e con le sue amiche: per loro, semplicemente, non è una issue. Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali. Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anche la privacy – se ha senso che debba ancora esistere, perché _anche questo_ *è tutto da dimostrare* – va misurata con metri diversi che, forse, non ancora conosciamo. See you, Giampaolo 2010/9/2 <a.dicorinto@uniroma1.it>
Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
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provoczione interessante. anni fa, quando il social network piu' popolare era Incontri di Dada abbiamo fatto come Eximia un esperimento per portare gli incontri nel mondo fisico con dei braccialetti rfid. concettualmente interessante, ma nulla di piu'. un flop totale... a.dicorinto@uniroma1.it wrote:
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-- blog.quintarelli.it www.eximia.it www.reeplay.it
E comunque, se proprio vogliamo parlare di gestione delle privacy e tecnologie informatiche, io credo che non si debbano dimenticare scenari ben più preoccupanti e vecchi già di anni. Mi riferisco, in particolare, alle varie tessere di fidelizzazione di Feltrinelli, Fnac, COOP, Carrefour, CRAI – e chi più ne ha più ne metta – di cui tutti avrete pieni i portafogli. E se vogliamo avvicinarci alla combinazione con tecnologie contact-less, per favore, prima di tutto, parliamo di sistemi tipo il "PassaRapido" di Carrefour: non solo sanno cosa compri ma anche cosa non compri (perché lo togli dal carrello e lo rimetti nello scaffale) e l'ordine in cui lo compri, a che ora del giorno e tutto il resto. <flame> IMHO, difronte a questa roba qui, il fatto che Zuckerberg o Page&Brin possano analizzare e profilare i link con cui cazzeggio con i miei amici su Facebook non ha _nessuna_ rilevanza. </flame> Magari ci si vede mercoledì. A presto, Giampaolo 2010/9/2 Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it>
provoczione interessante.
anni fa, quando il social network piu' popolare era Incontri di Dada abbiamo fatto come Eximia un esperimento per portare gli incontri nel mondo fisico con dei braccialetti rfid.
concettualmente interessante, ma nulla di piu'. un flop totale...
a.dicorinto@uniroma1.it wrote:
Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
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Io non generalizzerei. E' evidente che i dati sono merce e che il diritto relativo (sebbene sia ancora discusso fra i giuristi per ragioni di retaggi culturali) è in certi termini disponibile, ma questo non è necessariamente un male. Quando sottoscrivo una tessera di fidelizzazione (il sistema Carrefour citato si basa su una di queste) implicitamente vendo informazioni in cambio di qualcosa (gadget, sconti, ecc.); non lo definirei "preoccupante", bensì mercato. Il problema semmai, e sul punto è intervenuto a più riprese anche il Garante in Italia, è che ci sia sufficiente informazione, che il consenso sia consapevole, insomma che mi si dica chi utilizzerà i dati e come. Se trasparente e con il consenso dell'interessato anche la profilazione può essere utile, in quanto riduce la genericità delle offerte e dei servizi (come si può sperimentare anche on-line). C'è poi il problema culturale, toccato da alcuni interventi: l'Italia ha colpevolmente attuato in ritardo le normative a tutela dei dati (le prime leggi straniere su quelle che allora erano definite banche dati sono degli inizi anni '70), vi sono state e vi sono dunque ancora resistenze e incomprensioni, soprattutto manca una consapevolezza diffusa del valore delle informazioni e dei diritti relativi. Il Garante ha fatto molto e senza dubbio la consapevolezza è cresciuta negli anni, tuttavia le tecniche di profilazione si fanno sempre più complesse e per questo è giusto che esistano autorità indipendenti di controllo idonee ad intervenire anche sull'aspetto delle informazioni agli utenti. On Fri, 3 Sep 2010 10:40:50 +0200 Giampaolo Mancini <manchoz@gmail.com> wrote:
E comunque, se proprio vogliamo parlare di gestione delle privacy e tecnologie informatiche, io credo che non si debbano dimenticare scenari ben più preoccupanti e vecchi già di anni. Mi riferisco, in particolare, alle varie tessere di fidelizzazione di Feltrinelli, Fnac, COOP, Carrefour, CRAI – e chi più ne ha più ne metta – di cui tutti avrete pieni i portafogli.
E se vogliamo avvicinarci alla combinazione con tecnologie contact-less, per favore, prima di tutto, parliamo di sistemi tipo il "PassaRapido" di Carrefour: non solo sanno cosa compri ma anche cosa non compri (perché lo togli dal carrello e lo rimetti nello scaffale) e l'ordine in cui lo compri, a che ora del giorno e tutto il resto.
<flame> IMHO, difronte a questa roba qui, il fatto che Zuckerberg o Page&Brin possano analizzare e profilare i link con cui cazzeggio con i miei amici su Facebook non ha _nessuna_ rilevanza. </flame>
Magari ci si vede mercoledì.
A presto, Giampaolo
2010/9/2 Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it>
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anni fa, quando il social network piu' popolare era Incontri di Dada abbiamo fatto come Eximia un esperimento per portare gli incontri nel mondo fisico con dei braccialetti rfid.
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Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
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Alessandro Mantelero, PhD Confirmed Assistant Professor Production Systems and Business Economics Department Politecnico di Torino Corso Duca degli Abruzzi, 24 10129 Torino - Italy http://staff.polito.it/alessandro.mantelero
participants (7)
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Giampaolo Mancini -
J.C. DE MARTIN -
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Stefano Quintarelli