Kettmaier, "La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra"
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi 3 Agosto 2025 Michele Kettmaier https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e... Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul campo. Tutto normale, tutto innocuo. E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini, contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con l’Unione Europea. È legale. E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso. Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con troppo traffico dati. L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche parte, ci sono arrivati. E questo basta. È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e “conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo, Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore. E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete. Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati. Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane. Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le inchieste, nonostante Gaza. Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal 2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire “sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei, anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico. E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita. Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano. Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo logiche di guerra. E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni scelta, anche non fatta, ha un impatto. Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele. Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.
Sorry, ma continuare a parlar di coltelli, di come sono affilati, di quanto possono fare un taglio ad altri mentre ci facciamo la barba noi, INVECE di guardare bene in faccia chi il coltello lo brandisce (e cominciare con lo sputargli in un occhio), ...alla fine mi pare SCEMO. Nel '68 -- nel bene e nel male (lo riconosco) -- si faceva come dico io. Non si davano -- direttamente o di sponda -- colpe a chi non le ha. Anche perché è un modo parecchio stupido di nascondere il vero colpevole dalla luce; sapevatelo. Il 2025-08-04 19:03 J.C. DE MARTIN ha scritto:
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra
Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi
3 Agosto 2025
Michele Kettmaier
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e...
Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul campo. Tutto normale, tutto innocuo.
E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini, contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con l’Unione Europea. È legale.
E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso. Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con troppo traffico dati.
L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche parte, ci sono arrivati. E questo basta.
È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e “conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo, Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore. E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete.
Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati. Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane. Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le inchieste, nonostante Gaza.
Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal 2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire “sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei, anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico.
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita.
Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano. Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo logiche di guerra.
E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni scelta, anche non fatta, ha un impatto.
Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele. Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.
Per cortestia, eviti _tassativamente_ gli insulti. Si può essere incisivi, anzi, radicali, senza mai dare dello scemo a nessuno, men che meno a Michele Kettmaier. Grazie. juan carlos On 04/08/25 19:24, abregni wrote:
Sorry, ma continuare a parlar di coltelli, di come sono affilati, di quanto possono fare un taglio ad altri mentre ci facciamo la barba noi, INVECE di guardare bene in faccia chi il coltello lo brandisce (e cominciare con lo sputargli in un occhio), ...alla fine mi pare SCEMO.
Nel '68 -- nel bene e nel male (lo riconosco) -- si faceva come dico io. Non si davano -- direttamente o di sponda -- colpe a chi non le ha. Anche perché è un modo parecchio stupido di nascondere il vero colpevole dalla luce; sapevatelo.
Il 2025-08-04 19:03 J.C. DE MARTIN ha scritto:
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra
Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi
3 Agosto 2025
Michele Kettmaier
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e...
Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul campo. Tutto normale, tutto innocuo.
E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini, contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con l’Unione Europea. È legale.
E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso. Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con troppo traffico dati.
L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche parte, ci sono arrivati. E questo basta.
È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e “conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo, Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore. E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete.
Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati. Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane. Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le inchieste, nonostante Gaza.
Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal 2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire “sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei, anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico.
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita.
Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano. Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo logiche di guerra.
E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni scelta, anche non fatta, ha un impatto.
Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele. Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.
Gradirei chiarire che io insulto ("metodologicamente", per rafforzare un concetto) sempre un atto / comportamento e mai (quasi: i troll fanno splendida e meritata eccezione: sorry, ma è così) una persona. Le persone si rispettano, sempre (troll e assassini esclusi); le idee -- specie quando alla fine, strisciando, rischiano di diventare pericolose, NO. Rispettare le idee, per statuto o per erronea / deviata percezione del concetto di "democrazia", lo considero un grave / gravissimo errore. Se uno ha argomenti, si difende, e magari mi convince del fatto che ho preso io una cantonata, e non lui/lei. Ma, se lo devo far riflettere sul fatto che sta "andando per campi" (in questo caso "minati"), DEVO risvegliare la sua attenzione con ...linguaggio poco forbito / educato. La comprensione di fatti ipotizzati impossibili, ma reali, nella mia esperienza è venuta da "confronti" molto "serrati", MAI da chiacchiere da salotto. In ogni caso, il "sorry" iniziale non era lì per caso, ma proprio per educazione. NON insulto neanche una pessima idea, senza scusarmi. So per esperienza vissuta (e "voluta") che anche idee apparente sbagliate possono essere valide, ...costruendoci sopra. Ma non mi sembrava questo il caso: mi sono scusato in via preventiva, e ci sono andato giù piatto; altrimenti, ci avrei elaborato sopra. Errore (sistematico) mio, di cui mi scuso (a metà): rispetto più le idee (buone) che non l'etichetta. Alla prox, ...se ancora volete fra i piedi una voce dissonante. Il 2025-08-04 19:29 J.C. DE MARTIN ha scritto:
Per cortestia, eviti tassativamente gli insulti. Si può essere incisivi, anzi, radicali, senza mai dare dello scemo a nessuno, men che meno a Michele Kettmaier.
Grazie.
juan carlos
On 04/08/25 19:24, abregni wrote:
Sorry, ma continuare a parlar di coltelli, di come sono affilati, di quanto possono fare un taglio ad altri mentre ci facciamo la barba noi, INVECE di guardare bene in faccia chi il coltello lo brandisce (e cominciare con lo sputargli in un occhio), ...alla fine mi pare SCEMO.
Nel '68 -- nel bene e nel male (lo riconosco) -- si faceva come dico io. Non si davano -- direttamente o di sponda -- colpe a chi non le ha. Anche perché è un modo parecchio stupido di nascondere il vero colpevole dalla luce; sapevatelo.
Il 2025-08-04 19:03 J.C. DE MARTIN ha scritto:
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra
Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi
3 Agosto 2025
Michele Kettmaier
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e...
Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul campo. Tutto normale, tutto innocuo.
E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini, contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con l’Unione Europea. È legale.
E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso. Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con troppo traffico dati.
L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche parte, ci sono arrivati. E questo basta.
È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e “conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo, Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore. E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete.
Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati. Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane. Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le inchieste, nonostante Gaza.
Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal 2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire “sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei, anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico.
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita.
Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano. Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo logiche di guerra.
E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni scelta, anche non fatta, ha un impatto.
Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele. Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.
L'ultimo passaggio del testo citato... ossia questo: Il 04/08/25 7:03 PM, J.C. DE MARTIN ha scritto:
[...] E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. [...] Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. [...]
mi ha fatto tornare in mente un articolo di Mario Sechi, di qualche giorno fa, su Libero. Sechi non è certamente Kettmaier (i CV sono abbastanza diversi), ma dopo aver letto le prime frasi di quello che ha scritto (Sechi), mi sono chiesto: "che impatto ha, quello che scrive? In quanti gli daranno peso? Cosa posso fare per (cercare di) arginare la questione?". Non mi sono risposto e, dopo un paio di giorni... la cosa è scomparsa (dal mio cervello). Il post di JC, ha risvegliato il ricordo. Di seguito, il transcript dell'articolo. E' un po' lungo, ed in parte off-topic. Ma la parte "on-topic" --centrata sul tema della sudditanza digitale agli USA-- e', a mio avviso, molto interessante ed in linea con le discussioni Nexiane. Bye, DV ============================================ Niente pc, caffè e medicine: la mia giornata impossibile a boicottare Usa e Israele di Mario Sechi mercoledì 30 luglio 2025 Voglio fare una cosa di sinistra, voglio provare il brivido dell’essere un perfetto compagno, ma che dico, desidero finalmente sentirmi socialmente accettato dai cenacoli del «mai con Trump» e «Palestina libera dal fiume al mare». Mi hanno spiegato che per realizzare questa mia scalata di classe devo prima di tutto aderire al boicottaggio dei prodotti americani e israeliani. Devo riscattare la mia vita, almeno in quest’ultima fase, prima del lungo addio, dunque sono pronto, che il boicottaggio abbia inizio, alla fine di questa cura depurativa del mio fisico e della mia anima, mondato dai miei peccati, sarò un perfetto democratico, uno di quelli con la schiena dritta, una sagoma da salotto, ammaestrato per una cena dove tutti si danno ragione. Mi sveglio alle 5:30, devo leggere la rassegna stampa, cos’avrà la concorrenza? Accendo il telefonino... alt! È un iPhone, assemblato in Cina, ma pur sempre americano, non si può trasgredire al primo pulsante del giorno, suvvia, hai appena aderito al boicottaggio, rispettalo. Spengo tutto e cerco alternative digitali per leggere i giornali. Il mio personal computer? No, è un Macbook, sempre di Apple, microprocessore americano, la faccenda si fa complessa, mi sento leggermente disconnesso dal mondo e la giornata è solo ai colpi di riscaldamento da fondo campo. E se usassi i computer dei miei figli? Franzi ha un Macbook, quindi non c’è trippa per gatti, altro giro e altra corsa; Ale ha un personal computer, l’illusione dura un nanosecondo, gira tutto su sistema operativo Windows, Microsoft Corporation, roba dell’americanissimo Bill Gates. Vabbè, è l’alba, rinuncio alla rassegna e decido di scendere in edicola. Cerco una camicia... no, aspetta, io uso le Brook’s Brothers, «regular fit» (che per i miei chili significa «largo e comodo»), sono sempre quelle acquistate a New York e Washington, non le posso indossare! Sarebbe alto tradimento, come uscire di casa con la bandiera a stelle e strisce. Eh, ma non ne possiedo altre! Si può anche variare l’abbigliamento per una volta, posso mettere una polo, in fondo è estate e il casual fa tanto democratico, una figura da candidato dem alle primarie. Sembra facile, poi vai a frugare nell’armadio e scopri tutto il tuo passato da «servo della Casa Bianca»: questa di Ralph Lauren l’ho acquistata a Miami durante la campagna presidenziale (faceva un caldo micidiale, nel grande magazzino mi fermai soprattutto a osservare un fucile Winchester) e questa qui di Tommy Hilfiger l’ho esfiltrata da Palm Beach quando sono andato a Mar-a-Lago, niente da fare ma... ecco il salvagente dello “streetwear” che arriva dalla cara vecchia Europa... una Lacoste bianca, immacolata, fa quasi torneo di Wimbledon, c’è solo un problema, è di quindici chili fa. Ok, dai, è strettina, sembro tanto l’omino Michelin, ma sarò quasi in incognito, sotto copertura, scendo e risalgo subito a casa, poi andrò in redazione con qualcosa di diverso addosso. Prendo i giornali e rientro in un quarto d’ora, agosto sta arrivando al galoppo, sarà pure l’inizio del giorno, ma a Milano quasi non c’è più anima viva. NEMMENO LE CIALDE È l’ora di un caffè, tutto questo boicottaggio mi assorbe la concentrazione, ho una macchina Nespresso, quindi tutto regolare, azienda Svizzera, grande cosa scoprire la preziosa neutralità della caffeina, occhio, c’è un problema in vista, nella dispensa ho solo le cialde di Starbucks, americane, sono circondato dagli Yankees. Scatta la ricerca speleologica in cucina, non trovo la moka tra le stoviglie, di caffè come quello che faceva la mamma non ne vedo un chicco, rinuncio alla mia tazzina corroborante, d’altronde il boicottaggio deve essere inflessibile. Meglio darsi alla lettura, mi piego per prendere i giornali e straaaaaap! no, non è il colpo della strega, è la mia ciccia che è andata in rotta di collisione con il cotone, s’è scucita la Lacoste. L’Europa non regge allo stress test del cotone, chissà cosa direbbe Emmanuel Macron di fronte a questo sbrego. Sono ancora a secco di notizie dell’ultima ora, che è come smettere di fumare in una casa d’oppio. Che scemo, ma posso ascoltarla, la rassegna stampa, perché non ci ho pensato prima? Ecco qui, un momento di piacere, finalmente, quando mi faccio la barba è un mix perfetto. «Alexa, vai su Radio 24...», ma sono impazzito, che dico? «Alexa?», non posso usare Echo, questa è tecnologia di Amazon, è tutta un’invenzione di quel convertito al trumpismo, Jeff Bezos! «Alexa, spegni tutto!». NIENTE CONNESSIONI Che boicottaggio sia... niente più connessioni, siamo circondati dalla Rete Americana, dunque accendo la radio e sono salvo, ho un impianto Bose, una meraviglia... Povero illuso di un Sechi, la tua radio muta deve restare, perché Bose è un’azienda americana, è stata fondata da Amar Bose nel 1964 e ha sede a Framingham, nel Massachusetts. Vabbè, mi farò la barba in monastico silenzio, si sentirà solo il fruscio della lama sulla schiuma (è inglese e God Save The Queen dei Sex Pistols ci starebbe bene) senza notizie e musica, si fa davvero tutto per la causa della sinistra, ora capisco la passione dei compagni, si parte da un’austera barba e si prosegue con una doccia da frate trappista, in fondo il sacrificio vale il premio, devo presentarmi alla prossima cena progressista con le carte del boicottaggio in regola. Apro il mobiletto del bagno, prendo le lamette... Mi taglio le vene, noooooooo! Santo protettore dei rasoi, ma sono Gillette, americane, l’azienda fu fondata a Boston nel 1901 da King Camp Gillette, oggi fa parte del gigante della grande distribuzione Procter & Gamble. Mi passano in mente tutti i barbieri di una vita nomade, quelle spennellate di schiuma, il rasoio che carezza la gola e il dopo barba. Tutto finito, a sinistra la barba lunga è una cosa tra Marx e la questione medio-orientale, si capisce. Ho la barba di un giorno, posso ancora uscire senza sembrare uno dell’Anonima sarda «in continente» e domani è un altro giorno da Via col vento. Niente notizie, cosa accadrà nel mondo durante il mio potente boicottaggio? La cosa comincia a provocarmi qualche preoccupazione (Bonelli e Fratoianni avranno inviato una lista? Ci saranno istruzioni per l’uso dei rasoi e del dopobarba? Come fare con le comunicazioni offline?), ci sono, ecco l’escamotage per stare sul pezzo, accendo il tv, è LG Electronics, fabbricazione coreana, microchip proprietario, qui non c’è trucco e non c’è inganno... si parte, sono online, ma lampeggia un sospetto sullo schermo, «webOs»... non è che anche questo... sì, sono fottuto, il Partito del Boicottaggio non accetterebbe mai la deroga del passaggio di proprietà ai coreani, perché il software di «webOs» fu sviluppato in origine da Palm e lanciato nel 2009 come sistema operativo per smartphone. Palm non c’è più, ma il colpo d’ingegno fu americano, chi glielo spiega ai compagni? Collegarsi è un azzardo, il Grande Fratello Democratico potrebbe scoprirlo e butterei la mia occasione di redenzione. Non mi perdo d’animo, vado sotto la doccia (non posso usare lo shampoo, è distribuito da Procter & Gamble, Cincinnati, Ohio) e penso a nuove soluzioni di detergenza e detterrenza anti-trumpiana. Sono le 9, suona il citofono: «È il corriere di Amazon». Ossignore, ancora Bezos, è un’ossessione, «non lo ritiro! rimandi tutto indietro!». Cosa c’era in quel pacco? L’ultimo libro di Mark R. Levin sulla filosofia del potere («On Power») e un paio di opere di Shakespeare nell’edizione Pelican di Penguin Random House. Vie di fuga zero, piattaforma americana, editori americani, un complotto! Devo chiamare il taxi, alzo il telefono (ormai un oggetto di modernariato), «resti in attesa», «prema il tasto...», «confermi dopo il segnale...», sembra Super Quark e io mi sento un marziano che scopre una civiltà arretrata. Ci rinuncio, andrò a prendere il taxi al parcheggio più tardi, ho ancora tempo prima di entrare in riunione a Libero. NO ALLA METFORMINA Santo cielo, stavo dimenticando i miei farmaci, ecco due pasticche per la pressione e la prima di tre dosi di metformina 1000 per tenere a bada il diabete 2 (che volete farci, sono gli acciacchi dell’età e di una vita da cronista, qui cigola tutto). Sento una voce che erutta dalla mia coscienza di nuovo democratico pronto a una vita politicamente corretta: Alt! Metformina? Come osi prendere una medicina israeliana? Il boicottaggio contro Netanyahu te lo sei dimenticato? Sprofondo nella vergogna, come ho potuto scordare la causa dei palestinesi e pretendere di curare il mio corpo? Rinuncerò alla metformina dei nazisti israeliani, affronterò il male per «la Palestina libera dal fiume al mare» e soprattutto per avere un domani il perdono e un autografo di Francesca Albanese. Sto per abbandonarmi ai più cupi presagi, mi gira la testa, scruto il bourbon come un antico fratello a cui ho detto addio, improvvisamente, vengo catturato da un post-it (3M, azienda americana, un altro tassello del mosaico cospirazionista) attaccato sullo sportello del frigo: «Ricordati di prendere la metformina o starai male e alla tua morte il premio assicurativo sarà una miseria». IL SUSSULTO TRUMPIANO È la rivelazione, l’epifania della mia crisi biografica, un bagliore atomico. È di fronte al povero incasso dell’assicurazione in caso di morte che ho un vitalissimo sussulto trumpiano e filo -israeliano, una scossa capitalista con l’Iron Dome acceso: prendo un bicchiere d’acqua e la mia dose quotidiana di Israele con la prima pastiglia di metformina 1000, mi metto in tasca la seconda dose per il pranzo (sogno la bistecca da Morton’s), accendo l’iPhone (San Steve Jobs), leggo i messaggi Whatsapp (Zuckerberg che sei nei cieli), richiamo dall’app di Amazon (Bezos sia lodato) i miei amati libri Made in America, sulla tv noleggio Shutter Island per passare la mia notte d’insonnia creativa (regia di Martin Scorsese, libro di Dennis Lehane), chiamo il taxi con l’app che gira su software iOS progettato nella Silicon Valley e mi metto gioiosamente in viaggio verso Libero. Mentre attraverso una Milano che m’appare svettante come Manhattan, squilla il telefono, è il mio amico di una vita, ha un problema geopolitico da risolvere: «Ma è vero che vogliono boicottare il Viagra?». ============================================ -- Damiano Verzulli e-mail: damiano@verzulli.it --- possible?ok:while(!possible){open_mindedness++} --- "...I realized that free software would not generate the kind of income that was needed. Maybe in USA or Europe, you may be able to get a well paying job as a free software developer, but not here [in Africa]..." -- Guido Sohne - 1973-2008 http://ole.kenic.or.ke/pipermail/skunkworks/2008-April/005989.html
Direi che per arginare Sechi basta far circolare la sua "produzione". Dice pochissimo del tema che pretende trattare, ma moltissimo sulle sue doti di autore e su quanto valga la pena leggerlo (ai miei tempi si diceva "don't feed the troll: *plonk!*"). Quanto al pezzo di Kettmaier forse l'unica cosa migliorabile sarebbe stata sottolineare che: - i boicottaggi hanno uno scopo dimostrativo, e sono un successo quando si sposta il 3% delle vendite (poco!). Inoltre quando hanno successo -storicamente- si è visto che questo ha effetti anche sugli altri "lupi dello stesso branco". Quindi sarebbe più utile concentrarsi su poche aziende e passare a nuove imprese quando si sono fatte desistere le prime; - la natura collettiva dello sforzo: non è una questione personale. Abbiamo collettivamente consegnato a queste imprese un potere tremendo. Non c'è più tempo, è ora di riprenderci questo potere (come cantavano i Rage Against the Machine già 20 anni fa, anche se riferendosi ad un altro contesto), con tutti mezzi possibili, non solo con il boicottaggio, ma con la costruzione di strutture alternative e tutto quello che si è detto già troppe volte in troppi contesti per ripeterlo ancora. https://inv.nadeko.net/watch?v=qKSNABST4b0
Gentile Stefano, grazie delle sue riflessioni, sono per me molto utili. Quando scrivevo "Non si tratta di salvare Gaza con un gesto", intendevo proprio quello che lei ha specificato molto meglio di me sul tema del boicottaggio. Buona giornata! -- Michele Kettmajer micheket@me.com
Il giorno 5 ago 2025, alle ore 08:59, Stefano Borroni Barale <s.barale@erentil.net> ha scritto:
Direi che per arginare Sechi basta far circolare la sua "produzione". Dice pochissimo del tema che pretende trattare, ma moltissimo sulle sue doti di autore e su quanto valga la pena leggerlo (ai miei tempi si diceva "don't feed the troll: *plonk!*").
Quanto al pezzo di Kettmaier forse l'unica cosa migliorabile sarebbe stata sottolineare che:
- i boicottaggi hanno uno scopo dimostrativo, e sono un successo quando si sposta il 3% delle vendite (poco!). Inoltre quando hanno successo -storicamente- si è visto che questo ha effetti anche sugli altri "lupi dello stesso branco". Quindi sarebbe più utile concentrarsi su poche aziende e passare a nuove imprese quando si sono fatte desistere le prime;
- la natura collettiva dello sforzo: non è una questione personale. Abbiamo collettivamente consegnato a queste imprese un potere tremendo. Non c'è più tempo, è ora di riprenderci questo potere (come cantavano i Rage Against the Machine già 20 anni fa, anche se riferendosi ad un altro contesto), con tutti mezzi possibili, non solo con il boicottaggio, ma con la costruzione di strutture alternative e tutto quello che si è detto già troppe volte in troppi contesti per ripeterlo ancora.
A proposito di "strutture alternative", sal 2008 al 2013 ho passato 5 anni della mia vita a cercare di far capire alla gente che -- in occasione della transizione tecnologica da rame a fibra -- vi era la possibilità di costruire una rete di telecomunicazioni "dei cittadini", con evidenti benefici economici e democratici (o forse non così evidenti, visto che gli unici che l'hanno capito sono stati i fautori dello status quo, che mi hanno eretto davanti alti muri di gomma; già un'altra volta, chi capiva era chi aveva da perdere, e non chi aveva da guadagnare). V. http://www.ybnd.eu/docs/Mat_fibra.pdf entro un discorso più ampio: http://www.ybnd.eu/docs/Sic_est_Iw.pdf Ho toccato allora con mano quanto avevo già subodorato: per (s)muovere la gente ad alzare il sedere dalla sedia e fare qualcosa a) non basta certo un'idea, decente, buona od ottima che sia, e b) rimane comunque improbabile che lo facciano, come preconizzato da Tocqueville quasi due secoli fa un un capitolo di "Democrazia in America". Voglio dire, non ci sono chance molto concrete di rivedere le cose in meglio. La complessità per definizione aumenta, il disordine per definizione anche; "riavvolgere" la storia e tornare a un bivio a monte dove si è rivelato evidente di aver scelto la direzione sbagliata, ... è sostanzialmente impossibile, come se "l'apprendimento di specie (umana)" fosse irrilevante su temi non scientifici, tecnologici o ingegneristici. Dobbiamo attendere la prossima "catastrofe" (morfologica), perche le cose cambiano? Temo di si. Sarei felice di vedere un'iniziativa semplice, risolutiva e fattibile ...che venga messa in pratica. E non smetto di sperare. Ma la ragione accende la spia del "no". Scusate lo sfogo (perché è davvero solo questo). Il 2025-08-05 08:59 Stefano Borroni Barale ha scritto:
Direi che per arginare Sechi basta far circolare la sua "produzione". Dice pochissimo del tema che pretende trattare, ma moltissimo sulle sue doti di autore e su quanto valga la pena leggerlo (ai miei tempi si diceva "don't feed the troll: *plonk!*").
Quanto al pezzo di Kettmaier forse l'unica cosa migliorabile sarebbe stata sottolineare che:
- i boicottaggi hanno uno scopo dimostrativo, e sono un successo quando si sposta il 3% delle vendite (poco!). Inoltre quando hanno successo -storicamente- si è visto che questo ha effetti anche sugli altri "lupi dello stesso branco". Quindi sarebbe più utile concentrarsi su poche aziende e passare a nuove imprese quando si sono fatte desistere le prime;
- la natura collettiva dello sforzo: non è una questione personale. Abbiamo collettivamente consegnato a queste imprese un potere tremendo. Non c'è più tempo, è ora di riprenderci questo potere (come cantavano i Rage Against the Machine già 20 anni fa, anche se riferendosi ad un altro contesto), con tutti mezzi possibili, non solo con il boicottaggio, ma con la costruzione di strutture alternative e tutto quello che si è detto già troppe volte in troppi contesti per ripeterlo ancora.
Provo a rispondere in linea: martedì 5 agosto 2025 09:44, abregni <abregni@iperv.it> ha scritto:
A proposito di "strutture alternative", sal 2008 al 2013 ho passato 5 anni della mia vita a cercare di far capire alla gente
Letto e compreso a grandi linee l'idea. Certamente ottima. Credo noi si differisca unicamente sul motivo del suo fallimento. Comunque, quando spiego ai miei allievi un po' di storia della tecnologia, ricordo sempre che Internet era nata come strumento per garantire in maniera efficace la MAD (Mutua Assicurata Distruzione, almeno questo sostiene una diffusa leggenda, so che alcun* non ci credono, ma tant'è). Poi è diventata l'Internet degli hacker e del software libero. Ora è mutata di nuovo nell'Internet della sorveglianza. Domani potrebbe mutare di nuovo: dipende da noi. Se qualcosa la storia ci insegna, però, è che questi cambiamenti non sono mai stati raggiunti "riavvolgendo la storia fino a tornare al bivio dove abbiamo fatto la scelta sbagliata", ma sempre andando avanti. La mia speranza è che un po' di storie di ieri possano aiutarci a scegliere il prossimo bivio in maniera più saggia. Quello di cui sono certo è che di bivi ne incontriamo ogni giorno, se non li prendiamo è perché ci siamo convinti che TINA - There Is No Alternative. Io cerco di lavorare su quello: promuovere l'idea che There Are Thousands of Alternatives. Stefano
a me pare che in questo passaggio, che è il cuore della questione:
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano /un segnale/. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita.
ci sia un difetto: "Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita". perché non c'è un vero sillogismo. purtroppo "la casa di Y può essere colpita" dipende solo dal fatto che "Y vive a Rafah", non dal fatto che Y ha parlato con X, che a sua volta ha parlato con K. nella logica aberrante che si sta analizzando e commentando, ipoteticamente dovrebbe essere che siccome Y vive a Rafah, allora si possono colpire le case di X e di K che con diversi gradi di separazione hanno comunque una connessione con Y. la logica inconsistente di questo punto dell'argomentazione non diminuisce di nulla la gravità disperante di Lavender, Gospel, Red Wolf e della collaborazione dell'Europa con Israele (aziende israeliane che trattano dati di cittadini europei); ma la questione centrale è finire la collaborazione, che va ben oltre il fatto che aziende israeliane trattano dati di cittadini europei: che dire della collaborazione scientifica in molti ambiti che sono o possono essere dual use?dire che siamo tutti coinvolti perché i nostri dati passano da quei server mi pare un modo molto forzato di voler risvegliare le coscienze e dubito che possa portare risultati significativi. io che ...vivo dentro il paradigma bibliografico non posso non citare le inchieste di +972 che sono liberamente accessibili in rete: Abraham, Yuval. «‘A mass assassination factory’: Inside Israel’s calculated bombing of Gaza». /+972 Magazine/, 30 novembre 2023. https://www.972mag.com/mass-assassination-factory-israel-calculated-bombing-.... ———. «‘Lavender’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza». /+972 Magazine/, 3 aprile 2024. https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/. Reiff, Ben. «Leaked documents expose deep ties between Israeli army and Microsoft». +972 Magazine, 23 gennaio 2025. https://www.972mag.com/microsoft-azure-openai-israeli-army-cloud/. penso quindi che sia degna di nota questa azione proposta in ambito bibliotecario: "Gaza, ExLibris e noi" https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScg279v0-zhGPZU7PtuxbqHSy6caF532UYu...
*
Siamo bibliotecari che ogni giorno, da anni, lavorano con i sistemi e i servizi prodotti da ExLibris, strumenti che ci hanno permesso di sviluppare soluzioni innovative e all’avanguardia per tutta la comunità universitaria.
* *
ExLibris, parte oggi di Clarivate, è una ditta israeliana con sede nel parco tecnologico alle porte di Gerusalemme (Malha Technology Park) dove nel 1948 sorgeva il villaggio palestinese di Al-Maliha.Il 15 luglio 1948 l’IRGUN, gruppo armato clandestino sionista noto per le azioni di terrorismo, assalì il villaggio costringendo alla fuga oltre 2000 palestinesi. ... Per noi lavorare con i prodotti ExLibris diventa ogni giorno sempre più insopportabile, soprattutto sapendo che per i giovani studenti e ricercatori palestinesi non c’è oggi nessuna possibilità. Siamo consapevoli che non possiamo interrompere i contratti vigenti, ma allo stesso tempo sappiamo che è importante prendere una posizione chiara. ... Ai dirigenti di ExLibris, ai dipendenti di tutto il mondo della ditta, chiediamo parole chiare per fermare la guerra, il massacro di civili e la politica criminale dei loro governanti che non porterà a nessuna pace ma solo a nuove e sempre più terribili guerre.
*
Maurizio Il 04/08/25 19:03, J.C. DE MARTIN ha scritto:
La bambina che è morta a Gaza anche per colpa nostra
Come l’Europa ha trasformato i nostri dati in armi
3 Agosto 2025
Michele Kettmaier
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2025/08/03/la-bambina-che-e...
Non serve essere attivista. Non serve nemmeno sapere cosa succede esattamente a Gaza per essere parte del problema. Basta vivere in Europa, avere un telefono, cercare un indirizzo. Ma anche caricare un documento su un cloud o inviare un bonifico. Scrivere un commento di solidarietà sotto un post. Fare una call con qualcuno che lavora sul campo. Tutto normale, tutto innocuo.
E invece no. Perché quei dati, posizione, cronologia, immagini, contatti, non restano lì. Vengono raccolti, elaborati, assorbiti in silenzio da infrastrutture digitali che operano sotto giurisdizione israeliana. Lo permettono le leggi, lo garantisce un accordo con l’Unione Europea. È legale.
E poi succede che una bambina, migliaia di bambine e bambini, di sette anni, a Shujaiya, quartiere a est di Gaza City, venga uccisa da un drone una notte di giugno del 2025. Nessuna sirena, nessun avviso. Un’esplosione chirurgica, certo il bersaglio non era lei. Forse un uomo, qualcuno che aveva scambiato dei messaggi oppure una casa con troppo traffico dati.
L’intelligenza artificiale ha fatto il suo mestiere: ha calcolato, ha classificato, ha preso una decisione automatica. L’ha presa con dentro anche me non perché ho fatto qualcosa ma perché i miei dati, da qualche parte, ci sono arrivati. E questo basta.
È in quel momento che ho smesso di distinguere tra “dato personale” e “conseguenza politica”. Il sistema che ha autorizzato il colpo, Lavender, un algoritmo dell’IDF, non si chiede chi sei. Si chiede però quanto sei vicino a un sospetto, insomma quanto sei parte di un errore. E quando dico errore, parlo di esseri umani e di chi stava troppo vicino, troppo connesso, troppo dentro una rete.
Lavender, Gospel, Red Wolf. “Lavender” processa liste di SIM e decide sulla base di metriche automatizzate. “Gospel” è un motore di raccomandazione che suggerisce target da colpire. “Red Wolf” sorveglia i checkpoint e assegna punteggi biometrici. Sistemi automatici di targeting militare che si alimentano di dati, non di bombe, di dati. Anche europei e anche miei, anche nostri. Perché l’Unione Europea non ha mai sospeso la decisione di adeguatezza che consente il trasferimento di informazioni personali verso aziende israeliane. Nonostante i moniti di cinquanta organizzazioni digitali, nonostante le inchieste, nonostante Gaza.
Non è un bug del sistema. È il sistema. La decisione di adeguatezza è il cuore giuridico di questa ingegneria della complicità: autorizza legalmente aziende israeliane a trattare dati di cittadini europei come se fossero sotto garanzia GDPR. Ma non lo sono. Perché in Israele, dal 2023, l’autorità garante della privacy è stata subordinata al potere esecutivo. Perché l’accesso dell’intelligence ai database civili non prevede controllo giurisdizionale. Nessun mandato, ne notifica, ne ricorso. L’Unione Europea sa tutto; ha ricevuto lettere firmate da decine di associazioni per i diritti digitali, ha letto i rapporti delle Nazioni Unite, le inchieste di +972, The Guardian, Haaretz. Ha avuto tempo, strumenti, giuristi, esperti e ha scelto comunque di non sospendere l’accordo di adeguatezza con Israele. Ha scelto di definire “sostanzialmente equivalente” un sistema legale che consente ai servizi segreti di accedere ai dati dei cittadini europei senza garanzie, senza limiti, senza controllo giurisdizionale. Ha ignorato volutamente le riforme che, nel 2023, hanno subordinato l’autorità israeliana per la privacy al potere esecutivo, violando i requisiti fondamentali del GDPR stesso. Ha accettato che il tracciamento, la profilazione e il targeting algoritmico potessero essere alimentati da dati europei, anche quando quegli stessi dati venivano impiegati in tecnologie di guerra. Non si tratta di distrazione, è una scelta politica, una complicità attiva, mascherata da neutralità normativa. La verità è che la UE ha bisogno di Israele come partner tecnologico e militare e per questo permette i suoi abusi. Per interesse, geopolitico.
E allora succede questo: io uso un’app, invio una mail, partecipo a un meeting. I miei dati passano in server controllati, direttamente o indirettamente, da soggetti sottoposti a quelle leggi. E se per caso ho avuto contatti con un attivista palestinese, o con un operatore umanitario, o anche solo con un nodo debole della rete, i miei dati diventano un segnale. Un elemento dentro un grafo relazionale. Se io parlo con X, e X ha parlato con Y, e Y vive a Rafah, la casa di Y può essere colpita.
Non serve dimostrare l’intenzione. Basta affermare che il bersaglio era plausibile. Che il contesto era coerente. E che i dati lo dicevano. Tutto questo non è un’ipotesi. È documentato. L’88% delle indagini militari israeliane su attacchi con vittime civili viene archiviato senza esito. La protezione dei dati europei finisce nel momento esatto in cui quei dati atterrano in una giurisdizione che opera secondo logiche di guerra.
E io, in tutto questo, ci sono. Non come autore ma come sorgente, come uno dei tanti nodi Come complice senza saperlo, non ho premuto un pulsante, ma non l’ho nemmeno disattivato. Posso giustificarmi? Forse no. Posso capirmi? Forse sì ma sono lacerato. Perché tutto questo non si regge sulla mia cattiva coscienza, ma sulla mia assenza di coscienza. Sul fatto che il sistema digitale in cui vivo è costruito per funzionare in background, per nascondere la soglia tra ciò che è mio e ciò che contribuisce ad altro. Per farmi credere che l’infrastruttura è neutra, e che la responsabilità è solo di chi uccide. Ma non è così. Perché ogni infrastruttura è una scelta. E ogni scelta, anche non fatta, ha un impatto.
Allora sì, posso ancora fare qualcosa. Non per cancellare ciò che è già accaduto, ma per non contribuire ancora. Posso smettere di considerare normale l’uso di strumenti che espongono i miei dati. Posso pretendere che l’Unione Europea revochi la decisione di adeguatezza con Israele. Posso denunciare, pubblicamente, ciò che è legalmente possibile ma umanamente inaccettabile. Posso disertare, dalle app, dalle deleghe cieche, dalla zona grigia della responsabilità digitale. Non si tratta di salvare Gaza con un gesto. Ma di uscire dal tracciato invisibile che passa anche da me. Di smettere di alimentare il modello. Se tutto oggi è codice, allora io voglio interrompere la linea. Anche se è troppo tardi. Non esistono dati neutri. Esistono solo dati che non sono ancora stati usati contro qualcuno. E questo tempo, temo, è già finito.
------------------------------------------------------------------------ i ciottoli di yiannis ritsos [non una citazione ma un invito ad una ricerca] ------------------------------------------------------------------------ Maurizio Lana Università del Piemonte Orientale Dipartimento di Studi Umanistici Piazza Roma 36 - 13100 Vercelli
participants (6)
-
abregni -
Damiano Verzulli -
J.C. DE MARTIN -
maurizio lana -
Michele Kettmajer -
Stefano Borroni Barale