Re: [nexa] La Stampa (De Martin): Università, la rivoluzione non è online
Ciao Marco, scusa se continuo a conversazione screen-a-screen (in attesa di avere il piacere di farlo di persona), ma il tema mi sta a cuore. E' sempre utile ancorare una discussione a dati di fatto. RIguardo a Bill Gates, i riferimenti sono molteplici, e questo è buono quanto gli altri: http://youtu.be/p2Qg80MVvYs Ovvero, le università fisiche "molto meno importanti in futuro" ("far less important"), "5 volte meno importanti" (5?). Ovvero sopravvivono Harvard, Stanford, MIT, ecc. e la quasi totalità delle altre università spariscono o si riducono a dei CEPU dove trovare tutori. Catastrofico. Altro esempio: Pieter Thiel, un altro signore con parecchi soldi (molti riferimenti, per es.: http://www.reuters.com/article/2012/03/12/us-stanford-thiel-idUSBRE82A0EO201...). Queste posizioni, motivate in parte da specifici interessi economici (Gates e molte altre persone/entità) in parte da ideologia (Thiel), e spesso da tutte e due le motivazioni, se traslate in Europa, per di più nel corrente (catastrofico) contesto ideologico-politico di tagli lineari alla spesa pubblica, sono un potenziale grave pericolo per l'università pubblica. E' a questi specifici, interessati, ideologizzati "tecno-entusiasti" che mi rivolgo nell'articolo, nel tentativo di giocare di anticipo in previsione dei possibili danni che possono fare a livello politico, non certo a chi, come te, meritoriamente si impegna per esplorare le nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Riguardo alla crisi, simpatica la citazione di Woody Allen, ma l'onere di spiegare in cosa consisterebbe la crisi dell'università spetta a te, Marco, che l'hai evocata, non a me che ho provato a indovinare cosa tu volessi dire. Riguardo a La Stampa, liberissimo di non condividere la scelta di pubblicare il mio pezzo. Io ho già spiegato perchè invece per me era importante iniziare il dibattito *politico* su questo argomento e sono quindi felice che mi abbiano pubblicato. Infine, siamo dalla stessa parte riguardo all'importanza di sperimentare le possibilità - potenzialmente straordinarie - di questi nuovi mezzi. A tal proposito siamo solo all'inizio e viva Oliproject che si cimenta in un contesto, come quello italiano, molto difficile. Ma i mezzi tecnici possono essere usati in modi molto diversi tra loro e spesso ciò che plasma il loro uso sono soprattutto interessi economici e politici. Da questo punto di vista è assolutamente chiaro che i MOOC possono essere strumentalizzati per condurre un attacco all'università tradizionale. Io invece voglio Internet come strumento che l'Università usa per meglio servire la collettività. Ciao, juan carlos On 9/12/12 6:47 AM, Marco De Rossi wrote:
2012/12/3 J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>>
1. Innanzi tutto, di persone, anche straordinariamente potenti e influenti che dicono da anni che l'università sta - a causa di Internet - per scomparire ce ne sono parecchie. Un nome su tutti: Bill Gates, che con la sua fondazione (la più ricca del pianeta) sta facendo politica dell'istruzione negli USA e non solo. Naturalmente quello che lui presenta come una sorta di inevitabilità storica è invece un preciso programma politico/imprenditoriale, che per quello che mi riguarda si può e si deve contrastare, perchè di alternative ce ne sono molte. Bleffa anche lui? Non credo.
Veramente non mi risulta - ma forse sbaglio - che Gates pensi che le Università fisiche non abbiano un futuro. E quindi no, non bleffa. Lui, poi, con quel sorriso così sornione!
2. Continui a scrivere "università", quando in realtà parli di "didattica", ovvero, eguagli il tutto alla parte. La funzione didattica è cruciale, ma come scrivo nell'articolo non è l'unica funzione dell'università.
Se ci concentriamo sulla "didattica" concordo in pieno con te che c'è uno spazio molto interessante da esplorare: siamo davvero solo all'inizio!
Concordo su tutte e due le cose.
3. L'università è certamente in crisi. Però lo è nello stesso senso in cui sono in crisi anche la democrazia, il mercato, la politica....ovvero tutte le istituzioni cardine di questa nostre società pluraliste dove il principio di autorità è sostanzialmente scomparso.
Beh, allora è in crisi tutto quanto! E anche io non mi sento tanto bene. Ma non è questo il punto. Nel pezzo c'è scritto che i Mooc *forse* manderanno in crisi l'Università tradizionale. Io avrei scritto che l'Università tradizionale in crisi lo è già *sicuramente*, e che *forse* i Mooc contribuiranno a una sua rinascita. Questa era la mia considerazione, a prescindere dal fatto che siano in crisi anche mercato, politica, ....
4. Sull'utilità o meno: i tecno-entusiasti appaiono da mesi e con grande frequenza sul New York Times, Economist e principali siti web di informazione: ritieni che i lettori de La Stampa siano così poco informati da non meritarsi l'argomento? Io non credo, e così ovviamente anche La Stampa. Grazie comunque del feedback.
Paragonare la consapevolezza che hanno del fenomeno-Mooc i lettori medio del NYT e de LaStampa mi sembra un po' grossa, con tutto il rispetto per i lettori de LaStampa (me incluso). Se non ricordo male, ma correggimi, l'età media del lettore de LS era
60 anni e solo il 40% usava regolarmente Internet.
Detto questo, su ruolo e potenzialità dei Mooc, mi sento in generale d'accordo con quello che ho letto da te, qui sotto da Eleonora, e anche abbastanza con Arturo. Quello che mi premeva dire è: visto che in Italia siamo davvero al Paleolitico (sui Mooc) credo sia dovere di tutti noi addetti ai lavori - e io provo a farlo con Oilproject - sensibilizzare gli altri sul tema cercando di descrivere l'enorme danno che, questo continuare a ignorare il fenomeno, genera e genererà. E credo che questo sia decisamente più urgente e importante che fare la cronaca di Ombre&TecnoEntusiasti.
Mi piacerebbe continuare questa discussione vis-à-vis con tutti voi.
Buona domenica
Marco
-- Marco De Rossi
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J.C. DE MARTIN