"Why Open Source Failed"
Di luglio 2018, ma mi era sfuggito. jc *Why Open Source Failed* /John Mark/ Jul 30, 2018 /(If you like this essay, you may be interested in my follow-up, “Save Open Source, Save the World”, https://medium.com/@johnmark/save-open-source-save-the-world-f2b0bf6ec630). / 2018 is the 20th anniversary of the term “open source”, and a good number of articles have been written and conference talks given about this landmark year, the vast majority of which have been of the self-congratulatory, navel gazing type. Unfortunately, open source proponents seem unable or unwilling to tread into reflective contemplation about the actual impact open source has had on society at large, resulting in a rather large blind spot. I’m afraid, dear reader, that the world has left it to me, the guy who brought you such hits as “There is no Open Source Community” and “It Was Never About Innovation”, to tell you about the gross failure of open source as a mechanism to unlock a more equitable society and why we all need to be better. We may not be entirely responsible for either the problem or the solution, but we’re certainly complicit and, thus, responsible for helping to resolve the issues. [...] continua qui: https://medium.com/@johnmark/why-open-source-failed-6cae5d6a9f6
Articolo curioso, un po' troppo pasticciato: riporta fatti evidenti ma raggruppa superficialmente (e comodamente) software libero e open source. Anche nella redazione (pubblica come piace all'OSI) della GPLv3 che l'articolo cita, la differenza di schieramenti ed interessi era piuttosto evidente. Inoltre, ridurre il successo di Amazon, Google e Facebook all'adozione di software open source è estremamente semplicistico: è stato certamente un catalizzatore, un vantaggio competitivo durante lo start up di queste imprese, ma bisogna essere veramente ingenui per credere che il vantaggio competitivo di queste aziende risieda in software pubblicamente disponibile. Gli algoritmi di ricerca di Google, per fare un esempio, sono notoriamente segreti. D'altro canto pone un problema interessante:
A very few large companies have been able to establish concentrated bubbles of wealth and power that continue to grow at an astounding rate. These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments. This is alarming on many levels, but there are 2 that most concern me: 1. fat, lazy, wealthy companies don’t really innovate very much and 2. high concentrations of wealth and power are breeding grounds of class resentment and divisive politics.
Entrambe le preoccupazioni mi sembrano dovute a semplificazioni eccessive che portano a conclusioni pittosto buffe nel follow up
I’m making a full-throated defense of capitalism itself as something that needs saving. If we can solve the open source problems, I think it would shed light on other, large-scale problems. I believe this to be true because the world runs on open source software. Mitigating the unfairness in open source development would necessarily lead to less inequality in general, and it would provide a blueprint for solutions to other problems. [...] In “Roads and Bridges: The Unseen Labor Behind Our Digital Infrastructure.” Nadia Eghbal argues that open source should be treated as core infrastructure for modern industrialized economies. Taken to its logical conclusion, this would mean more prescriptive regulatory powers by the government.
Affidiamo pure il povero e bistrattato capitalismo all'open source... non sarò certo io ad oppormi! :-D Ma la cosa fantastica di questo "software libero di Stato capitalista" è che toglierebbe la libertà ai programmatori (e agli utenti) senza intaccare formalmente le 4 libertà definitorie del software libero. Su un passaggio però sono assolutamente d'accordo: "These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments." Due giorni fa sottolineavo l'ironia quasi pirandelliana di organizzare la prima conferenza sul Copyleft con i soldi di Google e Microsoft. Qualcuno fraintese il mio intervento come un'attacco moralista alla SFC, ma in realtà la mia era una (giocosa, ma serissima) obbiezione socio-politica. Per il momento, il copyleft è una seccatura gestibile per la Silicon Valley. In particolare, Google controlla già in vari modi l'infrastruttura necessaria al proprio business model: attraverso i browser maggiori (Chrome, Firefox ed in futuro anche Edge) e Android ottiene dati di altissima qualità che costituiscono il suo vero capitale, attraverso (e al di là) l'intelligenza artificiale. Linux in Android è una seccatura particolarmente noiosa per loro (ragion per cui stanno sviluppando Fuchsia) ma tutto sommato gestibile. Ma una cosa Google (molto più di Microsoft) non può proprio permettersi: il diffondersi di un copyleft più radicale, il riaffiorare dei valori dell'etica hacker incentrati sulla Curiosità e sulla condivisione (o più propriamente, sulla Comunione, di cui condivisione e collaborazione sono espressione) ed indifferenti (seppur non contrari) al profitto. Perché per controllare i dati, Google DEVE controllare il software che usa per mungere gli utenti. L'autore finge di non considerare questo fatto. Intanto Google presidierà la prima CopyleftConf per calmierare, con i propri soldi e la propria presenza, il dibattito. Perché non ci si spinga a distinguere fra la spazzatura (di nessuno) e i Common (di tutti, proprietà e responsabilità condivisa). Perché non si arrivi a pensare che il software libero distribuito con una licenza permissiva possa _in_certi_casi_ avvelenare la proprietà comune, proprio mentre finge di arricchirla. Giacomo
Concordo con Giacomo. Confonde cose che andrebbero distinte e omette fatti rilevanti. Lo scopo del free software non è mai stato quello di affrontare la diseguaglianza nei redditi e nemmeno quello di democratizzare il mercato del software, era quello di consentire alla gente di modificare il sorgente del software che usava. E questo mi pare non significa che mancasse di obiettivi sociali, al contrario. Al contrario stando ai numeri l'open source, come marketing term per rendere attraente il free software, ha avuto un gran successo, altro che failed! Tuttavia, per effetto delle applicazioni web (e del cloud e dei walled gardens), l'obiettivo sociale nei confronti dell'utente finale del free software è sostanzialmente fallito. L'infrastruttura è free software ma non gira presso l'utente che non ha diritto di ottenere il sorgente da chi eroga il servizio (SaaS loophole) E questa è una sorpresa da almeno 10 anni: già mentre si sviluppava la GPLv3 era evidente il problema posto dal SaaS loophole [1] e a questo scopo fu scelto di sviuppare la Affero GPL (la cui versione 1 è del 2002), di cui forse si sta cominciando a capire la funzione solo di recente. Forse perchè finora anche gli sviluppatori hanno sottovalutato queste "sottigliezze" nel mucchio delle licenze open source e l'impatto sui modelli di business possibili. Mi parrebbe più accurato dire che il successo dell'open source ha fatto fallire il free software come progetto sociale. Alberto [1] <https://www.fsf.org/blogs/licensing/2007-03-29-gplv3-saas> On 10/01/2019 18:11, Giacomo Tesio wrote:
Articolo curioso, un po' troppo pasticciato: riporta fatti evidenti ma raggruppa superficialmente (e comodamente) software libero e open source.
Anche nella redazione (pubblica come piace all'OSI) della GPLv3 che l'articolo cita, la differenza di schieramenti ed interessi era piuttosto evidente.
Inoltre, ridurre il successo di Amazon, Google e Facebook all'adozione di software open source è estremamente semplicistico: è stato certamente un catalizzatore, un vantaggio competitivo durante lo start up di queste imprese, ma bisogna essere veramente ingenui per credere che il vantaggio competitivo di queste aziende risieda in software pubblicamente disponibile. Gli algoritmi di ricerca di Google, per fare un esempio, sono notoriamente segreti.
D'altro canto pone un problema interessante:
A very few large companies have been able to establish concentrated bubbles of wealth and power that continue to grow at an astounding rate. These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments. This is alarming on many levels, but there are 2 that most concern me: 1. fat, lazy, wealthy companies don’t really innovate very much and 2. high concentrations of wealth and power are breeding grounds of class resentment and divisive politics. Entrambe le preoccupazioni mi sembrano dovute a semplificazioni eccessive che portano a conclusioni pittosto buffe nel follow up
I’m making a full-throated defense of capitalism itself as something that needs saving. If we can solve the open source problems, I think it would shed light on other, large-scale problems. I believe this to be true because the world runs on open source software. Mitigating the unfairness in open source development would necessarily lead to less inequality in general, and it would provide a blueprint for solutions to other problems. [...] In “Roads and Bridges: The Unseen Labor Behind Our Digital Infrastructure.” Nadia Eghbal argues that open source should be treated as core infrastructure for modern industrialized economies. Taken to its logical conclusion, this would mean more prescriptive regulatory powers by the government. Affidiamo pure il povero e bistrattato capitalismo all'open source... non sarò certo io ad oppormi! :-D Ma la cosa fantastica di questo "software libero di Stato capitalista" è che toglierebbe la libertà ai programmatori (e agli utenti) senza intaccare formalmente le 4 libertà definitorie del software libero.
Su un passaggio però sono assolutamente d'accordo: "These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments."
Due giorni fa sottolineavo l'ironia quasi pirandelliana di organizzare la prima conferenza sul Copyleft con i soldi di Google e Microsoft. Qualcuno fraintese il mio intervento come un'attacco moralista alla SFC, ma in realtà la mia era una (giocosa, ma serissima) obbiezione socio-politica.
Per il momento, il copyleft è una seccatura gestibile per la Silicon Valley. In particolare, Google controlla già in vari modi l'infrastruttura necessaria al proprio business model: attraverso i browser maggiori (Chrome, Firefox ed in futuro anche Edge) e Android ottiene dati di altissima qualità che costituiscono il suo vero capitale, attraverso (e al di là) l'intelligenza artificiale. Linux in Android è una seccatura particolarmente noiosa per loro (ragion per cui stanno sviluppando Fuchsia) ma tutto sommato gestibile.
Ma una cosa Google (molto più di Microsoft) non può proprio permettersi: il diffondersi di un copyleft più radicale, il riaffiorare dei valori dell'etica hacker incentrati sulla Curiosità e sulla condivisione (o più propriamente, sulla Comunione, di cui condivisione e collaborazione sono espressione) ed indifferenti (seppur non contrari) al profitto. Perché per controllare i dati, Google DEVE controllare il software che usa per mungere gli utenti.
L'autore finge di non considerare questo fatto.
Intanto Google presidierà la prima CopyleftConf per calmierare, con i propri soldi e la propria presenza, il dibattito.
Perché non ci si spinga a distinguere fra la spazzatura (di nessuno) e i Common (di tutti, proprietà e responsabilità condivisa). Perché non si arrivi a pensare che il software libero distribuito con una licenza permissiva possa _in_certi_casi_ avvelenare la proprietà comune, proprio mentre finge di arricchirla.
Giacomo _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
On Thu, Jan 10, 2019 at 08:06:09PM +0100, Alberto Cammozzo wrote:
E questa è una sorpresa da almeno 10 anni: già mentre si sviluppava la GPLv3 era evidente il problema posto dal SaaS loophole [1] e a questo scopo fu scelto di sviuppare la Affero GPL (la cui versione 1 è del 2002), di cui forse si sta cominciando a capire la funzione solo di recente.
La storia è leggermente diversa. Il funzionamento della clausola Affero di Henry Poole esisteva, come giustamente sottolinei, già all'epoca della discussione sulla GPL3. Per lungo tempo durante il processo di sviluppo della GPL3 fu considerato seriamente di includere la clausola Affero direttamente nella nuova versione della licenza, by default. (Non ho verificato, ma a memoria mi pare che la clausola fosse presente nei primi draft pubblici di GPL3.) Il che, a posteriori, ci risulta oggi (con "ci" intendo qui chi come me crede ancora nell'utilità del copyleft come strategia per massimizzare la diffusione di software libero) come la cosa che sarebbe stata giusta fare. La FSF decide infine di *non* includere la clausola di default e di rilasciare una licenza separata, che diventò poi la AGPL3. Il motivo per lasciare cadere la clausola fu la considerazione che la comunità avrebbe considerato una tale modifica come troppo radicale rispetto alle GPL2, unito al fatto che tale modifica sarebbe stata applicabile automaticamente a molto codice in circolazione (tutto quello "GPL2 or later", che era parecchio all'epoca). Il rigetto che la GPL3 poi ha subito a causa di clausole ben meno invasive (tipo la anti-tivoization) dà ragione ai timori dell'epoca. Io penso che furono troppo poco coraggiosi, ma è facile dirlo a posteriori. Data la scarsissima adozione di AGPL oggi (in molti casi adottata per fini predatori da Oracle e compagnia), potremmo anche concluderne che un Affero-by-default avrebbe ucciso definitivamente la GPL e forse il copyleft con essa. A presto PS Per i complottisti: ci furono anche influenze di lobbisti sul processo, come è ovvio e come sottolinea anche l'articolo, ma non mi risulta siano stati determinanti su questo specifico punto. Google è stato invece determinante successivamente per la scarsa adozione della AGPL, ma è un'altra storia. -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »
On Thu, Jan 10, 2019 at 02:29:53PM +0100, J.C. DE MARTIN wrote:
Di luglio 2018, ma mi era sfuggito.
L'avevo letto all'epoca (ma non segnalato qui, sorry!). È interessante e condivisibile su molti aspetti, ma mi pare che l'autore enfatizzi al di là del ragionevole l'implicazione "open source" -> "mega corporate di successo", il che uccide il 90% dei claim nell'articolo. Lascia purtroppo anche cadere la grande opportunità che ha di enfatizzare un punto che prima o poi diventerà cardine nel mondo IT: gli sviluppatori che credono nel software libero e che lavorano per grandi corporation devono *sindacalizzarsi*. Ed una delle prime rivendicazioni collettive dovrebbe essere il cambio dell'attuale default che trasferisce il diritto d'autore (o la sua sola parte patrimoniale, in contesti come quello europeo) all'azienda, che dovrebbe quindi così accontentarsi di una licenza d'uso sul codice sviluppato. Oggi esistono sviluppatori che lavorano per grandi aziende che hanno contratti che permettono loro di mantenere il diritto d'autore, ma sono solo poche grandi star con forti convinzioni sul software libero. Dovrebbe diventare il default per tutti gli sviluppatori. Arrivarci non è affatto un'utopia. Le attuali condizioni del mercato di hiring IT fanno si che siano gli sviluppatori ad avere il coltello dalla parte del manico, ma manca purtroppo una coscienza di classe. Ci sono un po' di non-profit americane che stanno cercando di svilupparla, ma siamo ancora assolutamente agli albori. Resto fiducioso :-) A presto, -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »
On January 10, 2019 9:11:18 PM UTC, Stefano Zacchiroli <zack@upsilon.cc> wrote:
Ed una delle prime rivendicazioni collettive dovrebbe essere il cambio dell'attuale default che trasferisce il diritto d'autore (o la sua sola parte patrimoniale, in contesti come quello europeo) all'azienda, che dovrebbe quindi così accontentarsi di una licenza d'uso sul codice sviluppato.
Molto interessante. È uno degli effetti che ho cercato di produrre con la Hacking License, garantendo solo alle persone fisiche il diritto di modificare il software coperto dalla licenza. Certo se fosse il default per legge sarebbe molto meglio.
gli sviluppatori che credono nel software libero e che lavorano per grandi corporation devono *sindacalizzarsi*.
E i sindacati dovrebbero informatizzarsi. Io sono iscritto alla Fiom, quindi sono totalmemte favorevole, in linea di principio. Ma onestamente e con tutto il rispetto per il grande impegno profuso in azienda, non credo che alcun sindacato esistente sia in condizione di comprendere ed affrontare i problemi Politici di portarta planetaria e transnazionale cui siamo di fronte. (Al pari dei partiti politici, che spesso trattano queste materie per sentito dire) Vi sono poi due altri grandi problemi che mi fanno ritenere sia troppo presto per organizzazione dei programmatori: 1. L'Informatica è troppo primitiva 2. L'informatica è una fondamentale forma di espressione Un sindacato implica una protezione degli interessi dei membri anche quamdo questi sono in contrasto con l'interesse collettivo. Ci potremmo trovare davanti a situazioni, perfettamente legittime dal punto di vista economico, in cui un sindacato si oppone alla diffusione di un software libero per tutelare i lavoratori che producono un software proprietario alternativo. Cosa che sarebbe perfettamente legittima ma che allo stato delle cose mi costringerebbe a lasciarlo, perché non possiamo proprio permetterci di rallentare ancora... stiamo tutti ancorati a modelli computazionali degli anni 70! Oppure potremmo trovarci di fronte ad un sindacato che legittimamente propone di vietare o comunque mutilare lo sviluppo di software libero da parte di sviluppatori senza abilitazione o gratuitamente. Come non c'è un sindacato di "quelli che sanno contare" o di "quell che sanno scrivere", non ci può essere un sindacato di quelli che sanno programmare, perché tenderebbe a proteggere coloro che lo sanno già fare da un eccesso di offerta di lavoro che invece deve diventare un obbiettivo esplicito del software libero: parlare di libertà di modifica è ipocrita se questa libertà è appannaggio di pochi eletti e di qualche infiltrato come me. L'informatica tratta le informazioni (che spesso rappresenta, trasferisce ed elabora sotto forma di dati o programmi) e non possiamo parlare di democrazia fintanti che questa forma di espressione non sarà concretamente disponibile a tutti i cittadini. Dunque un sindacato non è lo strumento adatto ad un soggetto politico capace di rappresentare gli hacker e di tutelare il software libero. Potrebbe esserlo un partito politico? Sarebbe un partito piuttosto particolare, votato da un numero ristrettissimo di persone estremamente eterogenee (e anche un po'... strane): in una democrazia come la nostra non avrebbe nessuna speranza. Dunque? Non lo so... abbiamo bisogno di idee nuove. Giovani... fatevi avanti! Giacomo
participants (5)
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Alberto Cammozzo -
Giacomo -
Giacomo Tesio -
J.C. DE MARTIN -
Stefano Zacchiroli