IA lettrice universale
Ia - digitale in genere - quale strumento sociale è affermazione che non mi pare nuovissima ma che ritengo significativa. https://www.rivistailmulino.it/a/la-lettrice-universale? Condivido la sintesi:""l’Intelligenza artificiale non è un essere umano. Ciò non significa che non sia capace – in termini e meccanismi che le sono propri – di processi cognitivi che per ora, in mancanza di concetti più adeguati, possiamo intendere solo per analogia con quelli umani."" Detto altrimenti: 1- il digitale non ha corpo, 2- ciononostante il digitale raggiunge facoltà cognitive sempre più importanti e finora ritenute esclusivamente umane. Unica mia critica negativa è la mancata considerazione sui costi energetici, invece condivido la definizione di Ia quale strumento sociale, la estenderei al digitale in genere quale "nuovo" linguaggio, nuova parola, negativamente eteronoma e non più autonoma. Siamo davanti ad un alfabeto nuovo, diverso, con mille tecnicalità importantissime ma che non costituiscono l'essenza del nuovo e diverso. Cordialmente, Duccio (Alessandro Marzocchi) *** *** *** La lettrice universale – Isacco Turina – 2 lug 2025 L'Intelligenza artificiale sta trasformando la scrittura, la lettura e il ruolo dell'intellettuale, fino ad arrivare a una potenziale alienazione del sapere - - - “Se [la tecnica] pone come scopi assoluti l’economia di tempo e di lavoro che permette di realizzare […], allora appare inutile, assurda, poiché il tempo guadagnato non può accumularsi in un granaio; è contraddittorio voler economizzare l’esistenza che esiste appunto solo nello spenderla”. Questa pagina di Simone de Beauvoir, tratta da Pour une morale de l’ambiguïté (Gallimard, 1947, p. 112), mi è tornata in mente leggendo un’inchiesta sull’uso dell’Intelligenza artificiale nella preparazione di saggi di storia (B. Wasik, The Future of History, “New York Times Magazine”, 22.06.2025, p. 48). Pur condividendo alcune preoccupazioni sulla sua rapida avanzata, Wasik riconosce che l’ausilio dell’Ia può servire a scoprire nuove prospettive, oltre ad aumentare la produttività alleggerendo il lavoro di ricerca e consultazione delle fonti. Non ho nulla da contestare alla sua diagnosi. Leggendola, tuttavia, ho avuto la visione di un futuro prossimo in cui non soltanto buona parte dei libri sarà scritta con l’intervento più o meno ampio dell’Ia ma, soprattutto, essi verranno “letti” per intero soltanto dagli stessi programmi, dato che tutti i potenziali lettori, ugualmente preoccupati di risparmiare tempo, praticheranno quello spoglio automatico che è servito a produrli. Oltre a diventare la principale coautrice, l’Ia diverrebbe insomma anche la principale lettrice al mondo. Se così fosse, occorrerebbe ammettere che, in misura crescente, i libri sarebbero scritti per l’Ia. In anni recenti si è discusso sul futuro del libro di fronte ai progressi della digitalizzazione. Quel dibattito è già di retroguardia. Sebbene continui a esistere una minoranza colta per la quale il libro come opera finita con determinate caratteristiche di lunghezza e approfondimento rimane il testo per eccellenza, per gran parte del pubblico la lettura è ormai una pratica sparsa – e non di rado marginale rispetto alla fruizione di video e immagini – che si esercita su testi brevi ed effimeri, quasi esclusivamente in rete. Lo zoccolo duro dei lettori adulti e assidui di libri, disposti a perforare lo schermo dei bestseller per scoprire e valorizzare titoli meno scontati, tende a restringersi a un circolo di specialisti che leggono per lavoro: scrittori, bibliotecari, ricercatori o insegnanti. Quello che, stando a vari resoconti, sta accadendo è che proprio costoro stanno esternalizzando una porzione del loro impegno a una macchina virtuale. In questo saggio vorrei riflettere su tale tendenza, sulle sue premesse e su alcune delle sue implicazioni. Oltre a diventare la principale coautrice, l’Intelligenza artificiale diverrebbe anche la principale lettrice al mondo Le paure in merito al potenziamento dell’Ia si possono dividere grosso modo in due gruppi: quelle di tipo ontologico, che temono la progressiva erosione delle barriere tra umano ed elettronico, e quelle funzionali, che pronosticano il licenziamento in massa di lavoratori divenuti inefficienti rispetto alle macchine intelligenti. Su entrambi i fronti, ciò che spaventa è la concorrenza tra Ia ed esseri umani, con la prima che appare già votata alla vittoria. Malgrado tali timori, dobbiamo constatare che sempre più attori sociali – individui, imprese, istituzioni, governi – stanno facendo spazio agli strumenti di Ia. O perché ritengono che comunque non sia possibile invertire la rotta, o perché calcolano i vantaggi sul piano economico, o perché si dicono che in ogni caso altri lo stanno facendo e non possono quindi permettersi di rimanere indietro, o infine, semplicemente, perché dispongono di un nuovo giocattolo e hanno tutta l’intenzione di giocarci. Credo sia importante sottolineare queste dinamiche per non perdere di vista che l’Ia è uno strumento sociale. La sua ascesa non è dovuta a fattori esterni. Al contrario, risulta dall’effetto aggregato di decisioni umane. Esaminerò per prima la paura ontologica, dicendo subito che la trovo infondata. L’Ia non è né sarà mai umana, per il semplice fatto di non essere membro della nostra specie che si è formata nel corso di una lunghissima evoluzione naturale. Non ha un corpo umano né, di conseguenza, lo spettro di esperienze soggettive legate alla nostra realtà psicofisica: emozioni, legami intimi, vulnerabilità e coscienza di essa – includendo la malattia e la morte. Da questo punto di vista, l’esperienza di un cane è senz’altro più prossima alla nostra. L’Ia eccelle soltanto in alcune prestazioni di tipo logico e cognitivo, che tuttavia sono centrali nella moderna organizzazione del lavoro. Oltre a non condividere la specie, non condivide con gli umani nemmeno la condizione di individuo. Al limite la si può considerare una persona in senso teatrale, dato che, quando interagisce con gli utenti, può impersonare un soggetto, complice la disponibilità dell’interlocutore umano di stare al gioco e lasciarsi ingannare dalla verosimiglianza delle conversazioni. Malgrado ciò, l’Ia rimane una macchina virtuale. Pur introducendo abilità inedite e quindi elementi di discontinuità, s'inserisce nella storia lunga delle macchine e del loro assumere sempre più compiti in precedenza svolti solo da umani o da animali. Ma questa può essere una consolazione modesta se consideriamo che la sua non umanità non rappresenta tanto un limite quanto una forza, da cui l’ansia che possa non tanto uguagliarci quanto superarci. In termini di prestazioni questo già si verifica, il che ci introduce alla seconda paura, quella dell’obsolescenza di molti impieghi umani, in particolare nell’area della conoscenza. Non sono esperto di questioni economiche, pertanto non entrerò nella discussione su futuri scenari. Tra le conseguenze possibili, segnalo soltanto l’eventuale espansione a ceti medio–alti e istruiti di quel risentimento che tanto ha pesato nelle vicende politiche dell’ultimo decennio. Non è quindi esclusa la formazione di un populismo dei lavoratori intellettuali (programmatori, progettisti, pubblicitari, sceneggiatori, redattori, tecnici ad alta specializzazione, artisti, formatori, consulenti, traduttori), che vada di pari passo con la precarizzazione delle loro carriere. D’altra parte, se consideriamo il meccanismo incrementale di arricchimento delle sue competenze, sembra inevitabile che l’Ia giunga gradualmente a divorare quegli stessi operatori che più hanno contribuito alla sua nascita e sviluppo. Per il suo carattere virtuale, l’Ia non sostituisce direttamente le mansioni manuali, come invece fanno gli apparecchi fisici. Possiamo certamente immaginare un idraulico o un barista robot, ma i costi appaiono, almeno per l’immediato futuro, superiori rispetto ai guadagni. Al contrario, alimentare un Large language model (Llm) ha già costi sostenibili, grazie al fatto che da vari anni si raccoglie in Rete un enorme bacino di contenuti codificati in quel linguaggio informatico che gli algoritmi possono rapidamente comprendere e processare. Dopo che la pandemia di Covid-19 ha temporaneamente falciato i lavori in presenza, ora l’onda si rovescia e coinvolge i lavori intellettuali, con conseguenze più durature. Entrambi sono episodi di una storia incipiente, quella del connubio tra l’umanità e internet. Come l’isolamento su larga scala è stato possibile solo grazie all’esistenza dell’infrastruttura digitale, così la sostituzione massiccia di menti umane con l’Ia è un effetto storico del successo delle reti informatiche. Tuttavia, la rapidità di questi eventi si spiega alla luce di passi precedenti che hanno preparato il terreno. Non sono stati i Llm a convincere gran parte dell’umanità a riversare nella rete una fetta sempre più vasta della propria esperienza in ogni campo. Questo è accaduto prima ed è stata la premessa necessaria affinché, in modo apparentemente improvviso, emergesse su queste fondamenta l’edificio già imponente di una nuova generazione di Ia. Come minimo, essa agisce riducendo la complessità e organizzando un materiale di gran lunga superiore alle capacità individuali di elaborarlo. Ma in termini metaforici è lecito considerarla come qualcosa di più, una sorta di coscienza di internet sulla quale sarebbe già possibile provare teorie gnoseologiche nate per spiegare l’umano: l’ipotesi empirista sembra in prima battuta la più adeguata a descriverne il funzionamento, ma non è escluso che si possano individuare strutture a priori della conoscenza propria dell’Ia. Ho dichiarato il mio scetticismo nei confronti di interpretazioni antropomorfiche: l’Intelligenza artificiale non è un essere umano. Ciò non significa che non sia capace – in termini e meccanismi che le sono propri – di processi cognitivi che per ora, in mancanza di concetti più adeguati, possiamo intendere solo per analogia con quelli umani. D’altra parte, è su questi che l’Ia è stata modellata da scienziati che per decenni hanno cercato di mettere a punto programmi in grado di imitare la mente umana, mentre miliardi di utenti della rete forniscono il combustibile che li muove. In definitiva, l’essere umano è il modello, il creatore e il nutrimento dell’Ia. Potremmo quindi dire, con Feuerbach, che noi stessi abbiamo creato quel Dio che oggi ci affronta come un’entità estranea. E costatare, con Marx, che “le nostre scoperte e progressi sembrano avere come risultato di dotare forze materiali di una vita intellettuale e di istupidire (stultify) la vita umana al livello di una forza materiale” (Discorso nell’anniversario del People’s Paper, 1856). Potremmo quindi dire, con Feuerbach, che noi stessi abbiamo creato quel Dio che oggi ci affronta come un’entità estranea La mia proposta, come si capisce, è di intendere l’Ia come una forma di alienazione. In quanto processo epocale, essa è impermeabile all’azione del singolo. Ma quest’ultimo mantiene la possibilità di elaborare una propria etica individuale per quanto riguarda il suo uso. Il problema è bifronte: l’espressione “uso dell’Ia” va intesa qui come genitivo tanto soggettivo quanto oggettivo. Il secondo ha un carattere più immediato: ciascuno di noi può decidere, come utente, in quale misura e per quali attività avvalersi dell’Ia. Si può obiettare, con ragione, che essa è già incorporata nei dispositivi che usiamo quotidianamente al punto che non è più possibile scegliere di non usarla. Se questo è vero, rimangono tuttavia attività complesse e intenzionali sulle quali il soggetto agente mantiene un certo controllo. Per tornare all’esempio di apertura, se ci dedichiamo a scrivere un libro possiamo ancora optare per un lavoro artigianale oppure, in alternativa, reclutare un aiutante artificiale che ci suggerisca la trama di un romanzo o ci aiuti nel vagliare la bibliografia, oltreché, eventualmente, nel redigere parti più o meno estese del testo. Si tratta di una scelta etica non perché un’opzione sia giusta e l’altra sbagliata in base a un determinato sistema normativo – dubito vi siano teologie credibili che minacciano punizioni divine per chi si serve dell’Ia; e le stesse leggi umane saranno via via più accomodanti –, bensì perché, nell’impegnarci in un lavoro, decidiamo come impiegare il nostro tempo e le nostre doti. Torniamo quindi alla citazione iniziale di Simone de Beauvoir. L’argomento secondo il quale l’Ia “fa risparmiare tempo” è fondato, ma trascura di valutare che cosa si guadagna e che cosa si perde in questo patto con la macchina. Un aumento delle prestazioni è indubbio, almeno in termini di quantità; ma quale ne sarà lo scopo finale se, nello scenario ipotizzato sopra, le persone sceglieranno di risparmiarsi anche il tempo di leggere quel surplus di libri prodotto grazie all’ausilio dell’Ia? Veniamo qui alla seconda faccia del dilemma, l’uso dell’Ia come genitivo soggettivo. L’interrogativo riguarda i modi in cui l’Ia si serve degli umani e i cambiamenti che può indurre in loro. Anche in questo caso, ritengo che gli effetti vadano a rinforzare tendenze già in corso più che crearle dal nulla. Come molti colleghi, da diversi anni osservo negli studenti universitari una certa fatica, o forse pigrizia, nella stesura di testi complessi. Non l’attribuisco a un declino nelle facoltà cognitive dei giovani; penserei piuttosto a una perdita di rilevanza di questo tipo di scritti nel mondo in cui si sono formati e nel contesto futuro del lavoro a cui guardano. Già da tempo l’abilità di comporre testi stratificati tanto nella forma quanto nel significato si è diradata. Le espressioni indirette, ironiche e polisemiche, al pari della sintassi ipotattica, appaiono sempre più come costruzioni del passato di cui si è perso il codice architettonico, non meno che la chiave per abitarle. La lingua del presente è ricca di scorciatoie ma povera di nascondigli. La stessa prosa accademica è quasi sempre disadorna e procedurale; oppure, per reazione, arbitrariamente oscura e contorta. Non intendo intonare l’ennesimo lamento su un male ormai conclamato. Noto però che vari docenti universitari, se interrogati, ammetteranno candidamente di non leggere quasi più interi libri, ancor meno se esterni alla loro area di competenza: non ne hanno il tempo. Dibattere di come e perché si sia giunti a questo stato di cose sarebbe penoso e controverso. In ogni caso non risponderebbe all’obiezione sollevata da Simone de Beauvoir, né coglierebbe la reazione della scrittrice e storica Stacy Schiff all’inchiesta di Wasik: “Rivolgersi all’Ia per strutturare un libro sembra più una punizione che un trucco, come reclutare qualcuno per mangiare il tuo gelato al posto tuo”. Kisai Marvazi, un poeta persiano del X secolo, chiedeva a un fiorista: “Tu che ti disfi delle tue rose per soldi, che cosa potrai comprare di più prezioso?” (Khayyam riprenderà la domanda ponendola però al mercante di vino, come sanno gli ascoltatori di De André). Come le merci per Marx o le immagini per Guy Debord, anche i dati sono rapporti sociali travestiti Per gli specialisti della parola, dei concetti e dell’attività creativa, si tratta quindi non solo di calcolare quali vantaggi il ricorso all’Ia possa fornire. Ma anche di soppesare che cosa vada perso in questo scambio: senza dimenticare che, mentre l’Ia lavora per noi, noi stiamo lavorando per essa, poiché ogni nuovo testo e immagine finirà prima o poi per alimentarla, come sanno bene le aziende che detengono i mezzi di produzione di queste macchine virtuali. Come le merci per Marx o le immagini per Guy Debord, anche i dati, infatti, sono rapporti sociali travestiti. Eppure la riflessione sull’Ia non ha bisogno di limitarsi a una critica, per quanto giustificata, del capitalismo digitale. Può invece estendersi a una domanda esistenziale sul tipo di essere umano che la crescente dipendenza dall’Ia sta forgiando, legata d’altronde a quella già frequente sugli effetti antropologici delle reti sociali. Ma quella sull’Ia ha una particolare pregnanza per quei ceti la cui immagine di sé dipende in modo decisivo da competenze elevate nella scrittura, nella ricerca e nella creazione. Ovvero proprio coloro che più di altri hanno contribuito e tuttora contribuiscono all’evoluzione dell’Ia. Che tutti, volendo o meno, siano già cooptati come operai nella costruzione della Grande piramide mi sembra un fatto compiuto. La discussione può aprirsi però in merito ai resti: quale ritorno gli autori si aspettano dalla propria dedizione alla conoscenza e alla letteratura nel momento in cui è mediata dall’Ia? Se si tratta unicamente di benefici strumentali in termini di produttività e successo, è probabile che alla fine del percorso poco o nulla rimanga per l’umanità. Esternalizzando a una macchina, assieme alla produzione, anche la fruizione delle opere, si sarà perso il valore di una formazione culturale lenta e fine a sé stessa in quanto rivolta, senza altro obiettivo, al miglioramento di sé. L’Ia lavora per gli altri e fa lavorare gli altri in cambio di un supposto risparmio nell’esercitare l’Intelligenza naturale che può tradursi, a lungo andare, in una atrofia e in una perdita di senso. Non da ultimo perché, insieme alla mente, si affinano anche i sentimenti; e con loro, la consapevolezza e la libertà. Negli ultimi due secoli molti operai, spesso sconosciuti, hanno sottratto ore al poco tempo libero per leggere e istruirsi come una maniera di curare la propria dignità ferita e coltivare la speranza in un domani più generoso. Se il loro esempio possa ancora servire di ispirazione, ed eventualmente in quali modi, è una domanda che ha significato soltanto per i lettori umani.
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alessandro marzocchi