Hacker, Linuxari e dintorni
Buongiorno, seguo quando e come riesco le molte indicazioni utili che trovo in lista, ultimamente su SPID ecc. Mi occupo di ridurre l'alienazione tecnica, cioè l'abisso che separa gli esseri tecnici e gli esseri umani. Soprattutto in ambito digitale. Questa alienazione è molto spesso alla base di altre alienazioni (economica, psicologica, sociale, ecc.). L'idea è ripresa dal filosofo G. Simondon. In questo senso mi riconosco nella categoria di hacker e linuxari, da quando GNU/Linux è alla mia portata (ca. 2003, debian woody o qualcosa del genere). Ma non sono un fondamentalista, prima me la facevo con Windows e DOS, e poi anche con altri, visto che nell'editoria continua a vigere l'impero Apple (assurdamente continuativo nonostante il passaggio da OS9 a OSX, un BSD-derivato!), e nel resto del mondo Windows (sempre meno usabile, ma ormai spacciato come "open", fra powershell e github...), per non parlare di quell'obbrobrio di chiusura e complicazione di un software libero che è Android. E così via. Ho una formazione classica, non ho studiato informatica istituzionale. Da un decennio le cose sono cambiate, ma relativamente pochi hacker e linuxari lo hanno fatto, AFAIK. La mia impressione generale è che si stiano polarizzando due posizioni ideali poco rispondenti alla realtà concreta. Non solo in alcune discussioni di questa lista, ma più in generale in vari ambiti. Sulla scena si rappresenta da una parte una massa di persone non linuxare, non hacker, non smanettone, non open ecc. (definizioni a mio parere niente affatto simili), che subiscono le "innovazioni digitali". Dall'altra, linuxari, hacker, smanettoni, pro-open-source ecc., percepiti spesso come un'élite chiusa e spocchiosa, che sembrano imporre tali "innovazioni digitali". O quantomeno saperle governare, o sapersi destreggiare. Vero, il suprematismo nerd esiste, e non è cosa buona. Però sono stati compiuti parecchi passi in avanti sulla strada della collaborazione, almeno da quando era ovvio e scontato dover soffrire sulle pagine di "man" e poter mostrare le piaghe per poter essere presi in considerazione. Oggi che le macchine digitali sono ovunque ci sarebbero moltissime occasioni per ridurre l'alienazione tecnica. Ad ogni modo, nella mia esperienza, esiste una linea di demarcazione più rilevante (per quanto sempre mobile e mai netta): quella tra le persone che perlopiù si adattano a ciò che esiste, magari sbuffando e recalcitranti; e quelle che invece no, non si adattano, o si adattano meno. Vale nella relazione al digitale come in altri ambiti. hacker per me sono le persone che assumono un'attitudine di non conformità. A questa demarcazione non netta si sovrappone un'altra polarità, con moltissime gradazioni: quella fra chi in definitiva si arrende a contribuire al sistema industriale (anzi: militare-industriale), e chi un po' meno. La maggior parte degli hacker, e anche dei linuxari lavora direttamente o indirettamente per il sistema militare-industriale. Per non parlare di quel capolavoro di cooptazione e sfruttamento noto come open source (non che il software libero sia la risposta, vedi alla voce suprematismo nerd). Magari si è fatto incastrare, magari per ingenuità. In effetti ha messo la propria non-conformità, la propria riluttanza ad adattarsi al servizio di una visione del mondo alienata e alienante. I sistemi digitali globali di cui le cosiddette persone comuni spesso si lamentano non potrebbero esistere senza il loro contributo fattivo. Forse ora, dopo quarant'anni abbondanti di collaborazione, questi hacker sarebbero sostituibili con manodopera prezzolata, conformista e conforme, legioni di brogrammer smidollati, ma ne dubito. Ci vuole sempre qualcuno che ci crede.... L'informatica militare-industriale è, a mio parere, ciò che contribuisce enormemente all'accelerazione dell'alienazione tecnica e, quindi, all'obsolescenza programmata degli esseri umani oltre che degli esseri tecnici. Questi ultimi potrebbero essere amici e affini, come nella migliore tradizione hacker [1], e invece sono percepiti come ladri di posti di lavoro, inutili complicazioni, inevitabili forche caudine a cui sottomettersi, rappresentanti della tecnoburocrazia, ecc. La punta dell'iceberg, osannata dai media (fra i grandi responsabili dell'alienazione tecnica), è la follia della corsa allo spazio (SpaceX, BlueOrigin, ecc.). L'iceberg "sommerso" è il mondo di oggi, a partire dai sistemi messi in campo negli ultimi vent'anni nell'ambito della cyberguerra, del commercio globale, dell'automazione logistica, del marketing pervasivo, della manipolazione comportamentale costante (nudging, gamification, ecc.), delle criptovalute, della finanziarizzazione dell'arte e di ogni altra cosa. Faccio fatica a biasimare chi si è lasciato incantare dalle sirene del Progresso Tecnologico per il Bene dell'Umanità. Venti o trent'anni fa ero convinto della distopia imminente, ma anche ragionevolmente certo che ci fossero grandi potenzialità. Sono stato risparmiato dalla cooptazione più per ragioni caratteriali (scetticismo) e per coincidenze fortuite (prestito ponte ad Alitalia > sfuma il contratto in università, ecc.) che per salde convinzioni ideologiche. Ma ho l'impressione che molte di queste persone un tempo incantate siano terribilmente disilluse e frustrate, e che questa disillusione e frustrazione sia analoga alla mia. Almeno nelle sue motivazioni interpersonali e sociali. Un esempio tratto dalla mia esperienza personale. Durante la prima fase della pandemia ho passato parecchie giornate online a insegnare ad amici e amici di amici ecc. come destreggiarsi e organizzarsi con Jitsi, BBB, Nextcloud ed Etherpad, i principali sistemi che abbiamo individuato come appropriati per rispondere a esigenze di collaborazione sincrona e asincrona. Poi, frustrato e deluso, ho smesso. Dopo un iniziale entusiasmo, quasi tutti gli amici, amici di amici e persino lontani conoscenti hanno cominciato a preferire Zoom, Google Meet-Classrom, M$ Teams, Office 365, etc. Dopo avermi sfiancato di richieste, hanno optato per la via cibernetica militare-industriale, perché "funziona meglio", "è più semplice", "lo usano tutti", "non ho tempo per imparare un'altra cosa", "è impossibile far cambiare idea in azienda", "a scuola usano quello", "è gratis", ecc. Uso volutamente un termine desueto, perché penso non sia affatto desueto. La grande industria è strutturalmente militare nel senso che richiede un'organizzazione gerarchica di tipo militare, in cui si obbedisce a chi comanda, e si comandano i sottoposti. La spina del comando di cui parla Canetti è ciò che tiene incatenati gli ingranaggi umani e meccanici della grande industria. Essa richiede anche contatti con i vertici degli apparati statali (funzionari sempre al loro posto, ben più importanti dei politici che vanno e vengono), per finanziamenti, scambi di favori, ecc. L'industria cibernetica informatica non fa eccezione, e, anzi, è molto esplicita in questo senso: architetture server-client, master-slave; command line; e così via. O anche più prosaicamente, i data center dove ronzano i server dei GAFAM (ehm, GAMAM?) sono strutture militarizzate, con guardie armate, e sono centri nevralgici esposti ad attacchi militari. Non è mai stato un segreto, ma pare normale e normalizzato, infatti nessuno si scandalizza che ci vogliano login e password per "essere ammessi digitalmente", come utenti. Proprio come quando si devono dichiarare le proprie generalità a un'autorità poliziesca. L'alienazione tecnica è questa. Un comportamento che (confido!) sarebbe percepito come inquisitorio e abusivo se tenuto da un essere umano (es. un privato cittadino per strada che ci chiede di identificarci e di dare una parola d'ordine), viene ritenuto ovvio, scontato e inevitabile nel sistema attuale. Non lo è. Eppure molti amici, amici di amici, e conoscenti di ogni ordine e grado vi si adattano... Perché dovrei quindi, da hacker e linuxaro, impegnarmi per spiegare, rendere accessibile ecc. cose tipo lo SPID, un sistema che non ho voluto né implementato e che mi ripugna profondamente? Beh, certo: perché anche io ho ceduto allo SPID. Nel mio caso, avendo un conto a poste italiane, l'ho aperto lì. era gratuito... Non è stato facilissimo, ma in ogni caso evito di usare la loro app. mi faccio mandare SMS. C'è un bug per cui al primo tentativo da desktop viene risposto sempre "accesso negato, credenziali non corrette" e viene proposto di installare l'app. Bisogna cercare nell'interfaccia e scovare, nascosto, dove si può farsi rimandare l'SMS. Al secondo tentativo funziona. Riesco ad usarlo così, senza app, solo perché di mestiere sviluppo la pedagogia hacker e l'ho applicata a questo caso concreto. per fortuna (se può chiamarsi fortuna) anche mio papà ha un conto alle poste, così lo SPID l'abbiamo risolto con SMS anche per lui. Ma non è certo una buona soluzione. Ho la sensazione che, hacker e non hacker (ma cmq l'hacking è un'attitudine, non un'identità sostanziale... ovvero hacker si può diventare, e viceversa si può disimparare), la questione più rilevante sia imparare a porre le domande appropriate. Quella del "perché dovrei sporcarmi le mani?" è una cattiva domanda. sicuramente suprematista e rivendicativa, nel profondo. Una buona domanda è: "mi piace come stanno le cose?". Se no, è il caso di darsi da fare. D'altra parte, bombardare qualcuno che si ritiene "esperto" di richieste e domande nella forma "non funziona come faccio?", "internet non va, la fai funzionare?", non sono buone domande, e portano spesso a rifiuto, disinteresse e incomprensioni. Ne faccio un po' una caricatura, ma è singolare che l'esistenza dei sistemi tecnici venga "rilevata" quasi sempre in situazioni di guasto. A me pare incredibile che arrivino le email (un sistema davvero complesso!), che si risolvano i DNS, mi pare ovvio che la rete di base NON FUNZIONI, soprattutto visto che molti la usano e pochi se ne curano, e quei pochi molto raramente sono mossi da nobili intenzioni e molto spesso da ansia di profitto e controllo. A meno che non si ricorra a manodopera schiavile, come accade oggi: schiere di server che servono, che minano criptoidiozie, che spammano, che spiano, che streammano spettacoli di bassa qualità, che diffondono disinformazione, che inviano messaggi social di cui si potrebbe fare a meno... Ma la cosa peggiore che spesso l'esperto fa, secondo me, è decidere di "risolvere" la cosa a modo suo, cioè di assumersi una delega tecnocratica. Immersa in un sistema cibernetico militare-industriale, questa delega tenderà ad assumere le forme del controllo e del comando gerarchizzato. Questo rende l'esperto solo apparentemente più libero. Wiener conclude così il suo divulgativo "L'uso umano degli esseri umani": "Allorché le persone umane sono organizzate nel sistema che li impiega non secondo le loro piene facoltà di esseri umani responsabili, ma come altrettanti ingranaggi, leve e connessioni, non ha molta importanza il fatto che la loro materia prima sia costituita da carne e da sangue. *Ciò che è usato come un elemento di una macchina, è un elemento nella macchina*. Sia che noi affidiamo le nostre decisioni a macchine di metallo o a quelle macchine viventi che sono gli uffici, i grandi laboratori, gli eserciti o le società industriali, non avremo mai la risposta giusto alle nostre domande a meno di non porre le domande giuste." Così stavano le cose nel 1950. Qualche anno dopo, Lewis Mumford denunciava i "piccoli Eichmann" che contribuiscono alle Megamacchine. La situazione odierna non è molto diversa, al di là degli schermi tattili e delle altre "innovazioni" del mercato. Non so se siamo tutti sulla stessa barca. Sono convinto però che una quota considerevole dei sistemi cibernetici attuali sia nociva più che inutile e vada abbandonata, disertata in massa. Tutti i sistemi cibernetici militari-industriali, per cominciare, cioè i GAMAM e affini. Al tempo stesso la questione delle alternative va posta nei termini di domande appropriate prima ancora che di risposte, cioè di tecnologie alternative che rispondono a esigenze chiare ed esplicite, non a una vaga necessità di potenza e conformismo generalizzato. Ad esempio, il fatto che si diffondano sempre più formulari standardizzati a risposte chiuse per valutare la preparazione degli studenti è una chiara spia del fatto che quelle domande non sono appropriate. Ma qui il discorso si prolungherebbe in maniera indefinita, s'è fatto tardi e c'è parecchio da fare, buona giornata k. [1] Quella che nella cultura occidentale risale, magari senza saperlo, almeno Ctesibio, a Erone di Alessandria, ad Archimede. Gente che faceva macchine per il teatro (per divertire educando, educare divertendo) e che temeva l'uso improprio di quelle macchine. -- "tecnologie appropriate - https://alekos.net" "pedagogia hacker - https://circex.org"
Ciao karlessi, grazie per la consueta profondità con cui contribuisci alle riflessioni di questa lista e, per quanto mi riguarda, con cui stimoli la mia personale curiosità. On Mon, 14 Feb 2022 13:49:01 +0100 karlessi wrote:
La mia impressione generale è che si stiano polarizzando due posizioni ideali poco rispondenti alla realtà concreta. Non solo in alcune discussioni di questa lista, ma più in generale in vari ambiti.
Si tratta di una banalizzazione, di un appiattimento della realtà che può fare comodo a molti, anzitutto per immaginare un antagonista da cui differenziarsi, da tenere lontano, attraverso cui definirsi.
Vero, il suprematismo nerd esiste, e non è cosa buona. [...] (non che il software libero sia la risposta, vedi alla voce suprematismo nerd)
Continuo a non capire cosa tu intenda per "suprematismo nerd". Immagino non abbia nulla a che fare con il movimento artistico russo di inizio novecento: se parlassi di suprematismo hacker, potrei cogliere una qualche affinità con il minimalismo di diversi progetti (9front/cat-v, suckless, o magari TempleOS o il protocollo Gemini etc..), ma i nerd sono una categoria molto più vasta e variegata e non particolarmente essenziale. Gli hacker non sono necessariamente nerd (anche se sono molto spesso "non conformi", su questo hai assolutamente ragione), è moltissimi nerd non sono hacker, più interessati a status, potere o ricchezza. Per gli hacker, direi quasi per definizione, il potere è un impiccio di cui liberarsi al più presto.
Ad ogni modo, nella mia esperienza, esiste una linea di demarcazione più rilevante (per quanto sempre mobile e mai netta): quella tra le persone che perlopiù si adattano a ciò che esiste, magari sbuffando e recalcitranti; e quelle che invece no, non si adattano, o si adattano meno. Vale nella relazione al digitale come in altri ambiti. hacker per me sono le persone che assumono un'attitudine di non conformità.
La non conformità è un effetto inevitabile, più che un'attitudine. Se sei curioso, percorri strade non battute, accedi a prospettive inaspettate e spesso incomprensibili e, di conseguenza, diventi diverso. Quando te ne accorgi è troppo tardi. Non puoi disimparare ciò che sai, e uniformarti può solo più essere una scelta (ed uno sforzo) consapevole di ciò a cui rinunceresti. Coloro che non si allontanano mai troppo dal flusso principale, coloro che rimangono in superficie, che si pongono solo domande facili... non si accorgeranno mai di essere ingranaggi. Ma una volta che hai visto la macchina da fuori, ritornare a girare intorno al tuo perno è molto più faticoso. E così restiamo strambi, anomali, sfigati... siamo montati male! :-D Almeno dal punto di vista di chi ha "le rotelle a posto"!
A questa demarcazione non netta si sovrappone un'altra polarità, con moltissime gradazioni: quella fra chi in definitiva si arrende a contribuire al sistema industriale (anzi: militare-industriale), e chi un po' meno.
La maggior parte degli hacker, e anche dei linuxari lavora direttamente o indirettamente per il sistema militare-industriale.
Beh... io di giorno lavoro per banche multinazionali, quindi sicuramente rientro nella tua descrizione. Tuttavia anche la maggioranza dei pastori, dei contadini, delle prostitute o degli insegnanti etc... "lavora direttamente o indirettamente per il sistema militare-industriale". Fatico ad individuare un mestiere che non venga in qualche modo messo al servizio di questo sistema militare-industriale. La suora di clausura forse? (se lo possiamo considerare un mestiere...) Insomma, forse polarità è più fra chi accetta l'egemonia di questo sistema e chi invece, pur essendone circondato, non l'accetta e la combatte. Ma magari non ho capito cosa intendi!
Per non parlare di quel capolavoro di cooptazione e sfruttamento noto come open source [...] Magari si è fatto incastrare, magari per ingenuità. In effetti ha messo la propria non-conformità, la propria riluttanza ad adattarsi al servizio di una visione del mondo alienata e alienante. I sistemi digitali globali di cui le cosiddette persone comuni spesso si lamentano non potrebbero esistere senza il loro contributo fattivo. Forse ora, dopo quarant'anni abbondanti di collaborazione, questi hacker sarebbero sostituibili con manodopera prezzolata, conformista e conforme, legioni di brogrammer smidollati, ma ne dubito. Ci vuole sempre qualcuno che ci crede....
Ma guarda che i brogrammer ci credono! Non è mica che non ci credono... è che non sono abbastanza curiosi da accedere a prospettive che gli permettano di pensare "fuori dagli schemi". Ai "brogrammer", non manca la Fede in ciò che fanno. Anzi, spesso sono esaltatissimi! Spesso non manca nemmeno il "talento". Manca proprio solo la curiosità... e ciò che questa genera.
L'informatica militare-industriale è, a mio parere, ciò che contribuisce enormemente all'accelerazione dell'alienazione tecnica e, quindi, all'obsolescenza programmata degli esseri umani oltre che degli esseri tecnici.
Ma questa alienazione non è un effetto collaterale: è una feature! Forse persino il fine ultimo di tale sistema. Senza alienazione, non ci sarebbe sistema militare-industriale.
Questi ultimi potrebbero essere amici e affini, come nella migliore tradizione hacker [1], e invece sono percepiti come ladri di posti di lavoro, inutili complicazioni, inevitabili forche caudine a cui sottomettersi, rappresentanti della tecnoburocrazia, ecc.
Il problema è che gli artefatti tecnologici non hanno una "essenza", ma vengono dotati di una funzione. E questa funzione può stabilire solo chi comprende il loro funzionamento. Sono artefatti, non creature. Ma chi non le comprende, può solo diventarne un'appendice. Magari, se chi li ha costruiti è benevolo, un'appendice contenta. Ma pur sempre un'appendice.
[1] Quella che nella cultura occidentale risale, magari senza saperlo, almeno Ctesibio, a Erone di Alessandria, ad Archimede. Gente che faceva macchine per il teatro (per divertire educando, educare divertendo) e che temeva l'uso improprio di quelle macchine.
Esatto. Ma, almeno Archimede, ci difendeva anche Siracusa dai romani. Di certo l'informatica ha un enorme potenziale educativo. Direi quasi che è anzitutto uno strumento introspettivo. Purtroopo è ancora ai primordi, per cui invece di usarla per ragionare insieme ed imparare, ci acconteniamo di programmarci le persone attraverso i computer.
Faccio fatica a biasimare chi si è lasciato incantare dalle sirene del Progresso Tecnologico per il Bene dell'Umanità.
Ma il progresso tecnologico PUO' migliorare le condizioni di vita dell'umanità. Forse è persino l'unica cosa che ha dimostrato di poterlo fare sistematicamente. Il problema è che può anche distruggerla e schiavizzarla. Tutto sta in chi lo controlla.
Un esempio tratto dalla mia esperienza personale.
Durante la prima fase della pandemia ho passato parecchie giornate online a insegnare ad amici e amici di amici ecc. come destreggiarsi e organizzarsi con Jitsi, BBB, Nextcloud ed Etherpad, i principali sistemi che abbiamo individuato come appropriati per rispondere a esigenze di collaborazione sincrona e asincrona.
Poi, frustrato e deluso, ho smesso.
Dopo un iniziale entusiasmo, quasi tutti gli amici, amici di amici e persino lontani conoscenti hanno cominciato a preferire Zoom, Google Meet-Classrom, M$ Teams, Office 365, etc.
Dopo avermi sfiancato di richieste, hanno optato per la via cibernetica militare-industriale, perché "funziona meglio", "è più semplice", "lo usano tutti", "non ho tempo per imparare un'altra cosa", "è impossibile far cambiare idea in azienda", "a scuola usano quello", "è gratis", ecc.
Io potrei raccontarti qualcosa di molto simile. E' una lotta impari: tu gli proponi fatica (autonomia e libertà richiedono pensiero, ed il cervello consuma una percentuale spropositata delle energie del corpo! fra il 20 e il 25% per un organo che pesa meno del 3%!) mentre chi li conosce meglio di quanto loro conoscano sé stessi, li convince che non hanno bisogno di fare fatica, che non hanno bisogno di pensare e scegliere. L'unico antidoto sarebbe una cultura informatica diffusa... ma ci vorranno ancora anni. Ed intanto saranno sempre più manipolati...
nessuno si scandalizza che ci vogliano login e password per "essere ammessi digitalmente", come utenti. [...]
L'alienazione tecnica è questa. Un comportamento che (confido!) sarebbe percepito come inquisitorio e abusivo se tenuto da un essere umano (es. un privato cittadino per strada che ci chiede di identificarci e di dare una parola d'ordine), viene ritenuto ovvio, scontato e inevitabile nel sistema attuale.
Uhm... in effetti karlessi, questo mi scandalizza quato mi scandalizza usare le chiavi per entrare in casa mia. Cioé in effetti non molto. Per contro, per accedere a qualsiasi contenuto nel mio sito web non devi autenticarti. Ma non ci sono form. Non puoi caricare contenuti. Puoi scrivermi una mail, però. Insomma, mi sfugge cosa ci sia di militare in una login. Senza identità, non ci può essere responsabilità, e senza responsabilità reciproche, non ci può essere una comunità. Non mi è chiaro quali alternative hai in mente, francamente.
la questione più rilevante sia imparare a porre le domande appropriate. [...]
Direi piuttosto imparare a porre domande. Una domanda vera, esige una risposta. Hai mai notato che il punto di domanda è un orecchio stilizzato ? Se mi chiedo "Perché dovrei sporcarmi le mani?", poi devo trovare diverse ragioni per sporcarmi le mani, non ragioni per NON sporcarmele. Se lo chiedo a te, poi DEVO stare a sentire la risposta.
A meno che non si ricorra a manodopera schiavile, come accade oggi: schiere di server che servono, che minano criptoidiozie, che spammano, che spiano, che streammano spettacoli di bassa qualità, che diffondono disinformazione, che inviano messaggi social di cui si potrebbe fare a meno...
Di nuovo, le macchine sono cose. Non hanno mani. Non forniscono manodopera. Sono pienamente d'accordo che se ne si possa fare un uso nettamente migliore di quello mainstream... ma rimangono cose.
Ma la cosa peggiore che spesso l'esperto fa, secondo me, è decidere di "risolvere" la cosa a modo suo, cioè di assumersi una delega tecnocratica. Immersa in un sistema cibernetico militare-industriale, questa delega tenderà ad assumere le forme del controllo e del comando gerarchizzato.
Questo rende l'esperto solo apparentemente più libero.
Puoi fare qualche esempio? A presto! Giacomo
Il 14/02/22 13:49, karlessi ha scritto:
[...] In questo senso mi riconosco nella categoria di hacker e linuxari
Io, invece, mi sento un "linuxaro", ma _NON_ mi riconosco nella categoria. Ritengo di essere una voce un po' "fuori da coro". Non è un caso --infatti-- che _NON_ condivido quasi _NESSUNO_ dei passaggi del tuo messaggio. Sicuramente concordo sui principi generali che traccia, ma focalizzare troppo le responsabilità esclusivamente dal lato dell'"OFFERTA" (GAFAM), mi pare riduttivo. Oppure l'esacerbare la distinzione fra Free-Software e Open-Source-Software è --a mio avviso-- SUPER-fuorviante (non tanto "fra noi", quanto piuttosto "fra noi" ed "il resto del mondo") Certamente i GAFAM hanno delle responsabilita' (tra l'altro, sul punto, il Prof. Valletti resta, per me, un "faro" [1]). Ma è solo una (grossa) parte del problema. Mentre iniziavo a leggere questo tuo passaggio: ========================
Durante la prima fase della pandemia ho passato parecchie giornate online a insegnare ad amici e amici di amici ecc. come destreggiarsi e organizzarsi con Jitsi, BBB, Nextcloud ed Etherpad, i principali sistemi che abbiamo individuato come appropriati per rispondere a esigenze di collaborazione sincrona e asincrona.
Poi, frustrato e deluso, ho smesso.
Dopo un iniziale entusiasmo, quasi tutti gli amici, amici di amici e persino lontani conoscenti hanno cominciato a preferire Zoom, Google Meet-Classrom, M$ Teams, Office 365, etc.
Dopo avermi sfiancato di richieste, hanno optato per la via cibernetica militare-industriale, perché "funziona meglio", "è più semplice", "lo usano tutti", "non ho tempo per imparare un'altra cosa", "è impossibile far cambiare idea in azienda", "a scuola usano quello", "è gratis", ecc.
======================== ho subito pensato: "E che pensava di ottenere? Pensava veramente che, cosi' facendo, avrebbe potuto diffondere competenze e liberta'?" E non perche' io trovi futile il tentativo. Soltanto perche', piu' di 15 anni fa, è un film che ho gia' vissuto [2]. Quando --seppure delicatamente-- invito questa lista ad essere piu' incisiva [3], lo faccio semplicemente perché sono ormai convinto che l'unica via che resta è quella che passa dalle istituzioni formative e, in particolare, accademiche. Ormai non possiamo far altro che puntare a "arginare" i problemi, preparando contestualmente il terreno per quello che dovra' essere (secondo le nostre metriche attuali) lo scenario ICT fra 20 anni (venti! almeno!). E questo lavoro preparatorio non puo' che partire dal mondo accademico. È li che io vedo le responsabilita' maggiori. È li che io vedo, oggi, una "inerzia" (da parte dei pochi che hanno chiaro il quadro complessivo) quasi colpevole. Viceversa, è li che i GAFAM hanno lavorato (e stanno lavorando) per annientare le possibilita' di sviluppo anche sul lungo termine. Perché PoliTO resta un caso isolato? Perché l'esperienza PoliTO non è passata nella stampa mainstream? Perché nessuno dice che se l'esperienza di PoliTO venisse replicata, si porrebbero le basi per un "nuovo sviluppo" nella politica ICT del Paese? Mio figlio è del 2009. Non ha mai toccato un PC "windows" (non perche' io lo abbia imposto; semplicemente perche' in casa... non ce ne sono). Parliamo spesso di windows (specie quando discutiamo della necessita' di driver 3D per accelerare le prestazioni di gaming oppure del fatto che ad alcuni giochi, purtroppo, non riesce a giocare). Parliamo di Android. Ad inizio anno, gli ho spiegato (con calma...) perche' ho deciso di "de-googlizzarmi". Ha chiaro in mente che i prodotti Apple sono eccellenti (sul piano hardware e software), ma sa anche che suo padre gli dice sempre che "i prodotti apple, sono di apple. E lui li potra' certamente comprare ed usare, ma tenendo a mente che non saranno mai i suoi". Quando siamo andati dal concessionario ad acquistare l'auto nuova e, il venditore, ci ha proposto una C3 dicendoci: "Qui, pero', non c'e' Android auto!", mio figlio mi ha detto: "Papa'! Questa, allora, per te va bene!". Ho spiegato a mio figlio che avere un Android dentro l'auto di cui non si possa avere il controllo... significa far si che l'auto non e' piu' "solo tua"; in parte, è di Google. Perché tutto questo è lasciato "a me"? Perché _DEVO_ essere io, a trasmettere questo know-how a mio figlio? Perché i suoi insegnanti (scuole elementari e medie) _NON_ dicono nulla, al riguardo? Perché _NEANCHE_IO_ posso accennare questi temi a quegli insegnanti (di cui --e non sono ironico-- ho _GRANDE_ stima, in quanto fanno egregiamente il proprio lavoro!) perché so gia' che se lo facessi sarei tacciato di "estremismo"? Perché l'Ateneo che è a 5 km da dove vivo, non organizza un "ciclo di seminari" su questi temi? Perché il Prof. Valletti deve parlare in un teatro, e non in un "tour" organizzato ufficialmente? Perché si puo' fare il tour per promuovere le rinnovabili... e non si puo' fare un tour per parlare di queste cose? Ecco. Questi sono i problemi che i miei occhi vedono. Posso farlo io? Posso fare qualcosa? Probabilmente si. Ma io non sono Stallman, ed il mio tempo, probabilmente, è passato. Ho una moglie (con cui vorrei continuare a vivere serenamente), ho due figli in età scolare, ancora due genitori. Ho superato i 50 e... a guardare bene, sono pure mezzo-disoccupato. Insomma: sono uno che... se manda una mail alla Segreteria della Presidenza della Regione Abruzzo, va a finire nello SPAM. Se scrive il Rettore di PoliTO... se scrive il "Prof." Valletti o qualunque altro "Prof."/"Prof.ssa", la mail... nello SPAM... NON ci va. Se scrivo ad un membro del Gruppo ICT di CRUI [4] puntando il dito sulle responsabilita' _ENORMI_ di CRUI, la risposta che ottengo è quasi di derisione... tanta è la distanza fra il "nostro mondo" (quella di questa lista) ed il "loro mondo" (quello di chi dovrebbe contribuire a delineare quel sentiero verso il futuro, ma che, invece, ha la retromarcia inserita... ed accelera). È alla luce di tutto questo che --come dicevo all'inizio-- non mi ritrovo nel messaggio che ha originato questo thread: i problemi, IMO, sono altrove. Un saluto, DV [1] https://peertube.devol.it/w/tPUZLZnve2oFYJ1gc4KrWY [2] http://linuxdidattica.org/docs/documenti/tribolazioni_software_libero.html - in fondo al messaggio, è citata una mia mail datata 19/09/2008. [3] mi riferisco al terzultimo e penultimo paragrafo di questo mio messaggio: https://server-nexa.polito.it/pipermail/nexa/2022-February/023164.html [4] https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:6893507275978276864?com... -- Damiano Verzulli e-mail: damiano@verzulli.it --- possible?ok:while(!possible){open_mindedness++} --- "...I realized that free software would not generate the kind of income that was needed. Maybe in USA or Europe, you may be able to get a well paying job as a free software developer, but not here [in Africa]..." -- Guido Sohne - 1973-2008 http://ole.kenic.or.ke/pipermail/skunkworks/2008-April/005989.html
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