Didattica a distanza: fuori dall’emergenza!
Innanzi tutto va detto che gli insegnanti, ma anche gli studenti e, ahimè, i genitori, si sono dovuti far carico della distanza, di inventarsi “a distanza”, poiché poco o nulla è stato sperimentato sotto la guida degli organi competenti e quindi nulla è stato messo a sistema. In ordine sparso, scuole e università hanno tentato di fare buon viso a cattivo gioco, a volte facendo finta di nulla: riprodurre la didattica in presenza attraverso le video chat. Poi, pian piano, sono arrivate le assegnazioni dei compiti da fare a casa; chi attraverso le mail, chi attraverso Google Drive, qualcuno attraverso piattaforme come Edmodo, e così via. Nel frattempo il Ministero ha cominciato a dare indicazioni, tramite la sua pagina web (https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html), sulle piattaforme per la didattica a distanza da adottare: Google Suite, Office 365, Weschool, Amazon, e addirittura Facebook. Il Ministero, non avendo idee, ha scelto di affidarsi ai grandi [...] E così, anche nel campo della didattica, è continuato lo scivolamento verso le imprese private di una funzione tipica della Cosa Pubblica. Una esternalizzazione in atto da anni anche in altri settori cruciali, come la sanità. [...] In questo panorama sono spariti completamente il metodo didattico, la libertà di insegnamento, la questione della privacy e dei dati, il digital divide. [...] Nella scuola da tempo sta avvenendo un processo di cambiamento della didattica che dà sempre meno importanza alla conoscenza e sempre più alla competenza; in cui l’insegnamento sta lentamente lasciando il passo all’addestramento. Gli studenti sono addestrati all’uso di qualcosa, piuttosto che accompagnati nella relazione a comprendere il funzionamento dei processi (storici, scientifici, etc.). I test INVALSI, validi per l’esame di terza media, ne sono un chiaro segnale. In questa situazione è evidente che il metodo di insegnamento perde di importanza a favore dei contenuti. E di conseguenza favorisce le piattaforme dei colossi (Google, Amazon, Microsoft, Facebook e così via), cresciute a suon di acquisizione di dati e meta-dati, per poi rivenderli, o per profilare le persone in modo da manipolarne gusti e orientamenti sono adattissime: la riduzione della realtà in numeri è il loro mestiere, in questo caso dell’insegnamento. [...] Inoltre, se la relazione pregressa fra insegnante e studente è esclusivamente frontale, improntata a impartire una lezione passibile di valutazione, la didattica a distanza tenderà a esacerbare le carenze della didattica in presenza. [...] Molto banalmente, se non è previsto che sia possibile per gli studenti commentare un contenuto inserito dal docente, quell’attività didattica non si potrà fare. Si dirà: ma è una funzionalità che si può aggiungere. Purtroppo no, perché le piattaforme dei Big Tech non sono piattaforme F/LOSS (Free/Libre Open Source Software). Non è possibile cioè installarle nello spazio di una scuola e modificarne interfaccia e funzionamento. Per fortuna esistono delle piattaforme didattiche F/LOSS (Moodle, ILIAS, ADA, ecc.), che possono essere installate sui server di scuole ed università, magari in maniera federata; possono essere modificate e migliorate, i miglioramenti possono (anzi devono) essere condivisi e resi disponibili a chiunque trovasse quei miglioramenti utili. Ovviamente tutto ciò necessita di impegno da parte di dirigenti scolastici ed insegnanti. [...] Adottare strumenti Open Source ha anche altre conseguenze positive, tra le quali quella di tenere le risorse economiche necessarie sul territorio. Non è questa la sede per affrontare il discorso, ma su come far ripartire l’economia potrebbe essere un contributo non indifferente: invece di pagare piattaforme proprietarie e inviare denaro fuori dall’Italia e dall’Europa, la didattica finanzierebbe il lavoro locale. Un’architettura basata su server locali federati, con software Open Source, consentirebbe anche un controllo della tecnologia da parte di chi è vicino agli utilizzatori finali, il che aiuterebbe ad affrontare con le giuste contro-misure le situazioni di emergenza. [...] L’Europa si è dotata del GDPR (General Data Protection Regulation) [...] Ma anche volendo credere alla buona fede e alla capacità effettiva delle Big Teck di tenere separati i dati Europei dagli Americani, c’è un altro tema non meno importante, che riguarda in particolare Google. Come sappiamo la multinazionale californiana ha fatto dei dati (e dei metadati) il proprio core business, investendo molto anche in intelligenza artificiale e machine learning. Si tratta di tre campi di applicazione del digitale (dati, machine learning, Intelligenza Artificiale) strettamente connessi. In questa situazione di emergenza, Google è nella condizione di acquisire una quantità mostruosa di dati dei nostri studenti ed insegnanti e di contenuti prodotti dai docenti, una quantità e qualità inedita nella storia del digitale. [...] Una delle ragioni per cui in Italia non si è sperimentato molto la didattica a distanza è proprio il digital divide. Si articola in due parti: una strutturale e una relativa alle competenze. [...] non tutti hanno un computer disponibile a casa, soprattutto in questi tempi in cui la famiglia è tutta a casa [...] si è privilegiata la connettività mobile (4g, 5g) invece che cablare il territorio nazionale, con il risultato che la connettività è altalenante, poco stabile, in mano alle imprese private e probabilmente nociva per la salute a causa delle fortissime e soprattutto pervasive emissioni elettromagnetiche. La seconda, alimentata anche dalla demagogia dei nativi digitali, è che si è voluto far credere che con uno smartphone o con un tablet fosse possibile fare qualsiasi attività[...] Ci hanno fatto credere che quando gli attuali nativi digitali sarebbero diventati grandi, e quindi insegnanti, non ci sarebbe stata più una carenza di competenze. E invece, anche in questo caso, stiamo scoprendo che non è vero! I nativi digitali sono abili a “maneggiare” gli smartphone, ma non sanno come funziona la rete. Confondono browser con motore di ricerca, ed entrambi per loro coincidono semplicemente con Google. Non conoscono il funzionamento del web e confondono una URL con una stringa di ricerca.[...] C’è da rimboccarsi le maniche, ripensare lo sviluppo della didattica a distanza e più in generale il digitale. Ripensarlo avendo bene in mente le esigenze delle persone, invece che delle grandi aziende private. Continua, con ottimi riferimenti, su https://graffio.noblogs.org/post/2020/04/15/didattica-a-distanza-fuori-dalle... Condivido la ottima analisi. Personalmente ritengo l'invio delle voci, dei volti, delle grafie, delle lacune, dei voti etc a Google, Microsoft & friends gravissima per il futuro dei ragazzi. Persino in prima elementare questi sciacalli sfruttano il desiderio di incontrarsi dei bambini per farsi consegnare i loro volti, i volti dei genitori e dei fratelli, gli arredamenti di casa etc... con tutto ciò che se ne può dedurre algoritmicamente o meno. Bambini VENDUTI da "animatori digitali" incompetenti e da DPO che pensano solo a minimizzare le proprie responsabilità, attenendosi alle "indicazioni del Ministero". Personalmente trovo queste persone eticamente disgustose quanto le aziende che mascherano il proprio marketing ed il lock-in degli insegnanti da filantropia. E non si dica che non si poteva fare di meglio. Si poteva e si può ancora. Persino nessuna didattica sarebbe stato meglio di questa pagliacciata. Al tanto odiato 6 politico si è sostituito l'8 politico via ipocrisia dei docenti, che fingono di non sapere quanto i ragazzi a casa si facciano aiutare durante le verifiche, da genitori, fratelli o semplicemente dal libro aperto e dai motori di ricerca. Fingendo di insegnare storia, matematica, musica etc l'unica cosa che i ragazzi imparano è l'ipocrisia degli adulti. E ne pagheranno l'ignoranza con le manipolazioni che subiranno nei prossimi decenni. Giacomo
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Giacomo Tesio