Caro Giacomo,

On Tue, Apr 23, 2019 at 4:27 PM Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> wrote:
On 23/04/2019, Andrea Glorioso <andrea@digitalpolicy.it> wrote:

> Dal mio punto di vista le dinamiche in oggetto sono molto complesse e non è
> assolutamente detto che la regolamentazione sia la soluzione idonea, anche
> perché le leggi poi devono essere monitorate e applicate, il che è molto
> meno banale di quanto normalmente si ritenga.

Immagino che questa sia la obiezione predefinita del laissez-faire liberista.

Non dubito che monitorare ed applicare una legge possa essere
difficile, ma non dipende anche da come è progettata la legge stessa?
D'altro canto è evidente che l'assenza di regolamentazione NON
funziona molto bene in questo settore.

Il problema di introdurre regolamentazione è evitare di rafforzare
posizioni dominanti che certamente spendono molte energie a questo
scopo.
Né è detto che la regolamentazione, per quanto scritta da persone
competenti, sia sufficiente.

Ma la mano invisibile non si vede semplicemente perché non c'è.

Osservare che la regolamentazione non sia il toccasana universale per ogni problema non significa essere acriticamente e universalmente a favore del “laissez-faire liberista” - lasciando da parte la discussione su cosa si intenda precisamente con il termine in questione, discussione che credo ci porterebbe rapidamente fuori tema. 

Ho passato una buona parte della mia vita professionale “sul fronte” (mi si passi la metafora che non vuole mancare di rispetto a nessuno) a difendere le “regole”, europee nel caso in specie, di fronte alle critiche e alle manovre dei “disruptors” o presunti tali (per altro nella maggior parte dei casi, gente foraggiata direttamente o indirettamente, in maniera più o meno trasparente, con soldi pubblici) quindi di certo non mi annovero tra quelli che “eh ma lasciamo fare al mercato” sempre e comunque - anche se ci sono casi in cui il “mercato”, ovvero gli effetti aggregati di scelte individuali da parte di attori passabilmente ben informati, funziona tutto sommato benino. 

Dato che, senza falsa modestia, credo di avere una certa esperienza pratica su come le “regole” (nel senso di leggi o equivalenti) vengono concettualizzate, scritte, dibattute, adottate e poi effettivamente applicate, mi permetto però di osservare che spesso e volentieri vi sia una tendenza a sottovalutare eccessivamente la complessità di tutto il processo, complessità che è insita nelle dinamiche politiche, nell’accezione più nobile ma anche reale e realista del termine. 

C’è un motivo dopo tutto per cui si parla di “fabbrica delle salsicce”. 

A parte queste considerazioni forse troppo personali, non mi pare proprio che a livello UE manchino le “regole” per il digitale. La mia impressione è che occorra lavorare molto di più e molto meglio a livello di “enforcement” soprattutto  nazionale, sia da parte delle corti che delle autorità amministrative; potenziare il coordinamento intra-UE, dato che altrimenti non si fa che creare opportunità di “regulatory arbitrage”; analizzare le regole esistenti e capire se e come si possano applicare a fenomeni solo apparentemente “nuovi” e “diversi”.  

Il problema è che tutto ciò è elettoralmente molto meno spendibile dell’annunciare roboanti iniziative legislative che poi rimangono lettera morta in molti casi. 

Da qui la mia prudenza, che non è assolutamente rifiuto a prescindere, di fronte a richieste di “nuove regole”. 

Ciao,

Andrea

P.S. mi scuso per gli inglesismi. 


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Andrea Glorioso
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