https://www.ilpost.it/carloblengino/2021/01/18/il-paradosso-dei-social-parte...
"Una norma che imponesse a soggetti privati di non rimuovere contenuti o che viceversa imponesse loro di cancellarne altri (al di là dei contenuti riconosciuti illegali) costituirebbe una inammissibile ingerenza dello Stato nella libertà di espressione degli utenti e in quella, identica, degli stessi gestori delle piattaforme di condivisione." Scusate, mi ero dimenticato di aggiungere un altro piccolo commento alla mail di poco fa. Fermo restando che dal punto di vista giuridico l'articolo di Carlo Blengino è ineccepibile, e non potrebbe essere altrimenti visto che è scritto da un bravo avvocato, eppure, c'è qualcosa che continua a non tornarmi. Se vado all'ufficio affissioni del mio comune con dei manifesti pubblicitari da affiggere (il cui contenuto ricade tra i divieti sotto elencati), il responsabile mi fa notare che: " il messaggio pubblicitario di qualsiasi natura, istituzionale, culturale, sociale e commerciale, non deve ledere il comune buon gusto, deve garantire il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona, non deve comportare discriminazioni dirette o indirette, né contenere alcun incitamento all’odio basato su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, non deve contenere elementi che valutati nel loro contesto, approvino, esaltino o inducano alla violenza contro le donne, come da risoluzione 2008/2038 (INI) del Parlamento Europeo". Bene, se quel manifesto lo trasformo in banner e chiedo, ad esempio, all'ufficio pubblicità online de "La Stampa", mi rispondono, più o meno allo stesso modo, picche. Se il banner lo metto su Facebook o altri social, o Google, il banner viene pubblicato. Perché? Antonio