Articolo curioso, un po' troppo pasticciato: riporta fatti evidenti ma raggruppa superficialmente (e comodamente) software libero e open source. Anche nella redazione (pubblica come piace all'OSI) della GPLv3 che l'articolo cita, la differenza di schieramenti ed interessi era piuttosto evidente. Inoltre, ridurre il successo di Amazon, Google e Facebook all'adozione di software open source è estremamente semplicistico: è stato certamente un catalizzatore, un vantaggio competitivo durante lo start up di queste imprese, ma bisogna essere veramente ingenui per credere che il vantaggio competitivo di queste aziende risieda in software pubblicamente disponibile. Gli algoritmi di ricerca di Google, per fare un esempio, sono notoriamente segreti. D'altro canto pone un problema interessante:
A very few large companies have been able to establish concentrated bubbles of wealth and power that continue to grow at an astounding rate. These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments. This is alarming on many levels, but there are 2 that most concern me: 1. fat, lazy, wealthy companies don’t really innovate very much and 2. high concentrations of wealth and power are breeding grounds of class resentment and divisive politics.
Entrambe le preoccupazioni mi sembrano dovute a semplificazioni eccessive che portano a conclusioni pittosto buffe nel follow up
I’m making a full-throated defense of capitalism itself as something that needs saving. If we can solve the open source problems, I think it would shed light on other, large-scale problems. I believe this to be true because the world runs on open source software. Mitigating the unfairness in open source development would necessarily lead to less inequality in general, and it would provide a blueprint for solutions to other problems. [...] In “Roads and Bridges: The Unseen Labor Behind Our Digital Infrastructure.” Nadia Eghbal argues that open source should be treated as core infrastructure for modern industrialized economies. Taken to its logical conclusion, this would mean more prescriptive regulatory powers by the government.
Affidiamo pure il povero e bistrattato capitalismo all'open source... non sarò certo io ad oppormi! :-D Ma la cosa fantastica di questo "software libero di Stato capitalista" è che toglierebbe la libertà ai programmatori (e agli utenti) senza intaccare formalmente le 4 libertà definitorie del software libero. Su un passaggio però sono assolutamente d'accordo: "These companies have learned how to use intellectual property laws to remove competitive threats and establish choke holds over their particular industry segments." Due giorni fa sottolineavo l'ironia quasi pirandelliana di organizzare la prima conferenza sul Copyleft con i soldi di Google e Microsoft. Qualcuno fraintese il mio intervento come un'attacco moralista alla SFC, ma in realtà la mia era una (giocosa, ma serissima) obbiezione socio-politica. Per il momento, il copyleft è una seccatura gestibile per la Silicon Valley. In particolare, Google controlla già in vari modi l'infrastruttura necessaria al proprio business model: attraverso i browser maggiori (Chrome, Firefox ed in futuro anche Edge) e Android ottiene dati di altissima qualità che costituiscono il suo vero capitale, attraverso (e al di là) l'intelligenza artificiale. Linux in Android è una seccatura particolarmente noiosa per loro (ragion per cui stanno sviluppando Fuchsia) ma tutto sommato gestibile. Ma una cosa Google (molto più di Microsoft) non può proprio permettersi: il diffondersi di un copyleft più radicale, il riaffiorare dei valori dell'etica hacker incentrati sulla Curiosità e sulla condivisione (o più propriamente, sulla Comunione, di cui condivisione e collaborazione sono espressione) ed indifferenti (seppur non contrari) al profitto. Perché per controllare i dati, Google DEVE controllare il software che usa per mungere gli utenti. L'autore finge di non considerare questo fatto. Intanto Google presidierà la prima CopyleftConf per calmierare, con i propri soldi e la propria presenza, il dibattito. Perché non ci si spinga a distinguere fra la spazzatura (di nessuno) e i Common (di tutti, proprietà e responsabilità condivisa). Perché non si arrivi a pensare che il software libero distribuito con una licenza permissiva possa _in_certi_casi_ avvelenare la proprietà comune, proprio mentre finge di arricchirla. Giacomo