Aggiungo alcuni riferimenti sul tema. In "Programma 101 - L'invenzione del personal computer: una storia appassionante mai raccontata", di Pier Giorgio Perotto, riferisce di un sospetto, a proposito delle vicende della Olivetti: «In un bel libro, molto documentato, scritto dal giornalista Lorenzo Soria, intitolato "Informatica: un'occasione perduta" (http://www.libreriauniversitaria.it/informatica-occasione-perduta-divisione-...), si ventila il sospetto che nei primi anni '60, tre eventi traumatici, la morte di Enrico Mattei a Bascapè nell'ottobre del '62, il caso di Felice Ippolito (con la demolizione della ricerca nucleare in Italia) verificatosi un anno dopo e la cessione agli americani della Divisione elettronica dell'Olivetti nell'agosto del 1964, siano legati da un unico sotterraneo filo conduttore. Quello di un complotto internazionale, finalizzato a relegare l'Italia in un ruolo subalterno nella divisione internazionale del lavoro, neutralizzando i tentativi di occupare una posizione più avanzata in tre settori fondamentali per lo sviluppo, i nuovi materiali, l'energia e l'informazione.» Scrive Michele Franceschelli, in "Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana" (http://www.statopotenza.eu/15204/mario-tchou-e-il-sogno-spezzato-dellinforma...): «L’Olivetti era quindi un “problema” più che serio, Adriano lo era, come lo erano Mario Tchou ed Enrico Mattei. Ma mentre per quell’“incidente” aereo che – a Bascapè, la sera del 27 ottobre 1962 – mise traumaticamente termine alla vita del fondatore dell’ENI risulta definitivamente provata l’origine dolosa attraverso le indagini giudiziarie del valoroso Pm Vincenzo Calia, altrettanto non si può dire per le dinamiche relative alla morte di Adriano (e per quella di Mario), anche se sul suo decesso sono rimasti molti dubbi e sospetti, alimentati anche dal fatto che sul suo cadavere non sarebbe mai stata eseguita alcuna autopsia.» Scrive Jacopo De Tullio in "Mario Tchou e l'elettronica italiana" (http://matematica.unibocconi.it/articoli/mario-tchou-e-lelettronica-italiana) «Nel novembre 1959 Leonardo Coen pubblicò su Paese Sera un reportage in due puntate dedicato al Laboratorio di Borgolombardo. In questo articolo il giornalista sottolinea l'importanza strategica dei computer per il futuro dell'umanità affermando: “Le grandi calcolatrici costituiscono lo strumento più caratteristico e indispensabile della nostra epoca di travolgente progresso tecnologico. Senza questi poderosi “cervelli meccanici” la scienza nucleare non avrebbe potuto creare le grandi centrali atomiche e la scienza missilistica non avrebbe potuto inviare i razzi cosmici verso la Luna. Né si parlerebbe oggi della «seconda rivoluzione industriale» se i cervelli elettronici non avessero reso possibile l'automazione delle fabbriche”. Mario Tchou, intervistato da Leonardo Coen (Paese Sera, 18/11/1959.) in merito alla competizione con l'americana IBM, affermò: “Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello [dei nostri concorrenti, n.d.a.] dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato”. Mentre in Italia avveniva il contrario, dove Adriano Olivetti si era impegnato a regalare una calcolatrice Elea al ministero del Tesoro e mise a disposizione delle Università — per fini di ricerca e sperimentazione — il Centro di calcolo elettronico Olivetti di Milano.″ Anni fa in discussioni su questo tema, mi era stato fatto osservatore che forse "i bastoni tra le ruote" allo sviluppo dell'Italia l'avevano messo gli Inglesi, per lo meno in riferimento alla vicenda dell'ENI e di Enrico Mattei. Il riferimento è in libro di Mario J.Cereghino e Giovanni Fasanella "Colonia Italia" (http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/colonia-italia-9788861902...) Sul discorso di Olivetti, io continuo a pensare (e ne parlai nel novembre 2005 a Roma, nel corso dell'incontro di presentazione del fascicolo monografico di PRISTEM sui 50 anni di Informatica in Italia - riportato qua http://cctld.it/internetworking/html/meo_nardelli.html) che la situazione politica italiana negli anni 50 e 60 rendeva lo sviluppo di un'industria informatica italiana pericoloso per gli USA. Non sono il solo ad avere questa opinione. Bruno AMoroso e Nico Perrone in "Capitalismo predatore" (https://www.ibs.it/capitalismo-predatore-come-usa-fermarono-libro-bruno-amor...) sostengono esattamente questa tesi, che aggiungono anche il problema costituito dalla visione sociale dell'industria che aveva Olivetti, che non era proprio allineata sulla linea del capitalismo americano. Infine, segnalo un'intervista di Federico Faggin al Computer History Museum di Mountain View https://archive.computerhistory.org/resources/access/text/2012/07/102658025-... Ciao, Enrico Il 11/01/2021 15:52, Giovanni Biscuolo ha scritto:
Buongiorno,
chiedo scusa per il clamoroso OT (che poi...) ma la storia è lì da leggere :-)
Angelo Raffaele Meo <meo@polito.it> writes:
Non voglio negare eventuali errori degli uomini Olivetti, ma, a mio giudizio, il trionfo di Bill e la caduta dell'informatica italiana, che pure era stata fra i protagonisti della rivoluzione informatica, ha ragioni economiche. In modo prevalente, a determinare la storia è stata la combinazione della diseconomia di scala rispetto alla dimensione del prodotto con l'economia di scala rispetto la dimensione del mercato.
Mi perdonino tutti i protagonisti diretti o indiretti di quel pezzo di storia gloriosa dell'industria italiana informatica uccisa giovanissima, ma vi chiederei con la massima umiltà ed ammirazione personale di non cadere nell'errore di decontestualizzare gli avvenimenti di quell'epoca trattandoli come se si fosse trattato di normali dinamiche di mercato.
É praticamente certo che le politiche industriali di tutto il dopoguerra italiano (e europeo) sono state determinate da ragioni e interessi geopolitici i cui centri decisionali determinanti erano oltre oceano.
É praticamente certo che diverse attività industriali e scientifiche italiane erano considerate contro gli interessi statunitensi se non addirittura potenzialmente ostili nel caso il Partito Comunista Italiano fosse arrivato al potere.
Che tipo di mercato ci poteva essere in condizioni del genere, in particolare nel settore industriale avanzato?!?
https://www.eurasia-rivista.com/sviluppo-e-sovranita/
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[...] Per questa sua condizione di subalternità, l’Italia ha visto abortire tanti progetti scientifici ed industriali – guidati da persone che, coscientemente o inconsciamente, non accettavano questo ruolo di sudditanza – che avrebbero potuto avere conseguenze a dir poco dirompenti per il nostro futuro e per il contributo italiano alla scienza e alla tecnologia. Mi riferisco in particolar modo ai casi legati alle figure di Felice Ippolito, Adriano Olivetti, Enrico Mattei e Domenico Marotta, che sono in qualche modo esemplificativi.
Nel libro “Il Miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” (Donzelli Editore), scritto dal giovane giornalista scientifico Marco Pivato, si trova una ricostruzione dettagliata dei singoli casi, di cui mi servirò abbondantemente per riportare gli elementi essenziali che mettono in luce le dinamiche sopraddette.
[...] Tutto ciò creava non pochi problemi per gli equilibri dei rapporti tra Stati Uniti ed Italia ed i politici democristiani capiscono perfettamente la delicatezza del caso; infatti “con l’entrata ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia diventa un paese industriale avversario delle concorrenti straniere, nondimeno rientra nella lista delle potenze con quei mezzi e quelle conoscenze che abbiamo definito “sensibili”. […] Il governo italiano, tuttavia, non sembra affatto sostenere e proteggere le ricerche nel nuovo campo: il presidente Gronchi presenzia alle inaugurazioni [dei nuovi laboratori Olivetti, Ndr], grato ai pioneri, ma la politica non pare affatto orientata a incentivare e sviluppare concretamente l’industria informatica italiana” [23] . Così commenta Mario Thou, insofferente al disinteresse del nostro governo verso ciò che sta accadendo nel teatro della competizione scientifica internazionale: ” Attualmente, possiamo considerarci allo stesso livello dei concorrenti dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo stato” [23]. L’azienda non aveva sostenitori nel mondo politico e neanche da parte dell’establishment di Confindustria e del mondo bancario italiano; più facile pensare ad un vero e proprio fuoco di sbarramento.
[...] “Se probabilmente la morte di Mario Tchou fu banalmente un incidente, tuttavia era evidente che in quegli anni gli Stati Uniti avessero enorme interesse a salvaguardare, anzi a monopolizzare, la scienza dei calcolatori, tenendo fuori l’Italia con qualsiasi mezzo in quanto paese confinante con l’impero sovietico e contenitore del più grande partito comunista d’Europa.”
[...] Poco dopo “la nuova società, che costituisce il ramo della ricerca scientifica olivettiana, viene venduta per il 75% su decisione del gruppo d’intervento, alla multinazionale americana General Electric. Con la vendita – o svendita per dirla con le parole di Rao- della Deo, la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica” [23]. Quello di svendere, con la scusa di dover far cassa e per ragioni puramente finanziarie, a concorrenti stranieri, le industrie di punta italiana – che finiranno così per essere destrutturate, depotenziate, ridotte a semplici succursali di marketing e private di una visone industriale di sviluppo autonoma – è il modo per liquidare definitivamente l’Italia come competitore in questi settori strategici, e sarà una pratica ampiamente utilizzata durante la svendita degli anni ’90 del residuo patrimonio industriale pubblico italiano. “E’ pertanto verosimile che sulla vicenda della Deo all’americana General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli USA. C’è dopotutto una sovrapposizione d’interessi tra gli USA e le aziende del gruppo d’intervento Fiat, Mediobanca e Iri. Infatti, anche senza chiamarlo “debito”, le aziende di cui sopra hanno un vincolo solidale con gli Stati Uniti, dal momento che proprio quelle aziende sono state le maggiori beneficiarie degli aiuti erogati in base al Piano Marshall negli anni del Dopoguerra” [23] . Mario Caglieris, tesoriere della Olivetti al tempo del gruppo di intervento guidato dalla Fiat, “ha ammesso che ci sono state effettivamente esplicite pressioni da parte di imprese americane affinché si vendesse la Deo e che l’Italia non potenziasse il suo sapere nel mercato dell’informatica“.
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D'altronde è ormai storicamente assodato che Adriano Olivetti fu spiato per dieci anni dalla CIA [1]
Anche la sua morte è stata improvvisa e le cause mai accertate
https://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Olivetti#Morte --8<---------------cut here---------------start------------->8---
[...] il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti prese alla stazione di Arona il treno che, attraversando il Passo del Sempione, avrebbe dovuto portarlo a Losanna. Dopo il confine svizzero, nei pressi di Aigle, fu colto da un'improvvisa emorragia cerebrale. I soccorsi furono inutili. Non fu eseguita l'autopsia, lasciando adito ad ipotesi di complotto a favore di lobby statunitensi.
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Anche la successiva morte di Mario Tchou fu improvvisa a seguito di un incidente stradale (perizia sull'auto?!?)
https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Tchou
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[...] Mario Tchou morì insieme con il suo autista in un incidente d'auto la mattina del 9 novembre 1961, a soli 37 anni, sul cavalcavia dell'autostrada Milano-Torino, poco prima del casello di Santhià; l'auto guidata dal suo autista Francesco Frinzi perse il controllo dopo un sorpasso, schiantandosi contro un furgone[4]. Quella mattina Tchou si stava recando a Ivrea per discutere del progetto di una nuova architettura a transistor.
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https://www.primaonline.it/2013/10/29/173917/de-benedetti-a-radio-24-rilanci...
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Il 29 ottobre, durante Mix 24 (la trasmissione di Giovanni Minoli su Radio 24) Carlo De Benedetti ha parlato dell’ipotesi secondo la quale Mario Tchou sia stato ucciso dalla Cia.
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Si veda anche https://www.corriere.it/cronache/20_gennaio_11/mistero-tchou-suo-computer-it...
Nulla di cui si abbiano prove, ovviamente, siamo nel campo dei centomila misteri italiani.
Rimane il fatto che l'industria informatica italiana (e europea) "non s'aveva da fare". Punto.
...e oggi lo squilibrio di mercato è in grado di tenere sotto controllo gli interessi USA (quasi) da solo... finché dura.
Solo il software libero rappresenta la soluzione per l'industria informatica del nostro Paese.
Questo, SE c'è la volontà politica di uscire dal novecento e entrare nel nuovo millennio, potrebbe essere il futuro, un bel futuro possibilmente migliore e meno sottomesso del recente passato.
Spero vivalemte che il futuro non debba essere più doloroso del passato.
[...]
Saluti, Giovanni
[1] http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-64d6e23b-131a-4e1e-97...
[23] Tratto da “Il Miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, “Il caso Olivetti”, di Marco Pivato.
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